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poche storie ragazze, qui gli anni passano che è un piacere, noi dentro ci sentiamo delle sgambettanti teen-ager, ma le cose non stanno esattamente così. Stiamo volentieri in compagnia delle ragazze di vent’anni  delle quali ci sentiamo a pieno titolo loro coetanee ma, documenti alla mano, tra noi e loro ci passa un libro di storia: la nostra.

Il mio spartiacque generazionale è da sempre Il Mondiale, QUEL mondiale che non ha bisogno di essere definito, perchè per noi che c’eravamo, sarà per sempre il Mondiale di Pertini che esulta, della corsa a perdifiato di Tardelli, di quell’Italia operaia che faceva la villeggiatura in montagna o al mare con la macchina carica, con il portapacchi sul tetto e i figli incastrati come pezzi del Tetris sul sedile posteriore, con il manico della caffettiera che, se ti giravi di scatto, ti si conficcava nella cornea. Erano gli anni in cui si affittavano gli appartamenti, mica si andava in albergo, che era una roba da ricchi. Correva l’anno 1982, io stavo per compiere 10 anni, ero magra come un grillo e mia madre per l’occasione della finale mi aveva vestito da bandiera italiana: bermuda rossi e maglietta verde e bianca, a concludere il quadro codini talmente tirati sulla testa che avevo praticamente gli occhi da cinese. Me lo ricordo benissimo il corteo in montagna per festeggiare la vittoria, ed è sempre una grande gioia farlo, solo che accade sempre più spesso che intorno a me, invece che complici occhi lucidi, ci sono occhioni sgranati come se io stessi raccontando una favola bellissima: il mio interlocutore non era ancora nato, e mi sta guardando come una sorta di oracolo, come se mi volesse dire “ma allora tu c’eri, tu l’hai vissuto, tu lo puoi raccontare”. Cazzo se io c’ero e tu sei una mia coetanea, te lo devi ricordare pure tu, e invece no, la fanciulla davanti a me, a conti fatti potrebbe essere mia figlia, non la mia amichetta delle elementari.

Vi vestite in maniera quasi simile, magari frequentate pure la stessa palestra, vi scambiate un sacco di messaggi al giorno, vi lega un leale sentimento di amicizia, vi volete bene davvero come se foste cresciute insieme, ma non è così. Non è proprio così, vi separano un paio di decenni di vita, infatti lei non ha ancora ingrandito in maniera esponenziale il carattere del telefono per leggere meglio i messaggi Whatsapp, lei non si deve far leggere dagli altri il bugiardino dei medicinali, e per farsi le sopracciglia con le pinzette, non deve usare la lente a 10000 ingrandimenti, e non va nemmeno in panico se al ristorante non trova nella borsa gli occhiali per leggere il menù. Lei ci vede benissimo, mentre tu sei diventata presbite: capita quando hai scollinato i 40 e passa. Basta non farne un dramma, e acquistare una montatura fichissima.

Uscite insieme una sera a cena, tirate tardi e ci scappa pure un bicchiere di troppo… la mattina dopo lei si alzerà dal letto un po’ stropicciata: si farà una doccia e uscirà di casa fresca come una rosa di maggio. Tu ti alzerai dal letto conciata come se ti avessero pestato a sangue, gonfia come una zampogna, sfatta e distrutta con un unico pensiero fisso: arrivare a sera per andare a dormire alle 20, anche senza cenare, fa lo stesso, l’importante è dare tregua al cuore che sentirai sul punto di cedere più volte durante la giornata. Cena durante la quale lei ti racconterà mirabilie e numeri funambolici, amplessi consumati fugacemente e in preda a raptus incontrollabili; e certo, i suoi ormoni sono ancora scoppiettanti come chicchi di mais dentro ad una padella sul fuoco, i tuoi invece somigliano a quei gatti pigri che passano l’inverno sul calorifero, che per svegliarli e convincerli a muoversi li devi ridurre praticamente alla fame nera, e in ogni caso lo fanno con una punta di svogliatezza, una sorta di “ma sì, ma noi abbiamo già dato, lasciateci godere la pensione”. E mentre tu le provi tutte per ritardare la menopausa, lei è più fertile della Pianura Padana e tu invece sei la versione umana del deserto dei Gobi, il nulla eterno, e cominci a a fare i conti con le prime scalmane, caldane, cioccamenti vari, che quando ce li aveva tua madre ridevi divertita, ma la ruota gira bellezza…e ora tocca a te. Merda!! e apri le finestre che fa caldo… anche se è dicembre.

La invidi un pochino, ammettiamolo. Ma quell’invidia buona che non ha il retrogusto della cattiveria…chiunque invidierebbe (sempre con affetto, sia inteso) un metabolismo saldamente schierato al tuo fianco, talmente arzillo e pimpante che, per dimagrire basta solo pensarci: et voilà, i chili sono già scomparsi autonomamente e senza sforzo, mentre noi per riuscire a perdere un solo misero chilo dobbiamo nutrirci con fili d’erba e aria fino a nuovi ordini e i chili se ne restano lì saldamente ancorati al tuo girovita, come se niente fosse accaduto. Lei fa tre addominali di numero, ed eccola lì, tonica e ganza fa capolino la tartaruga, noi ne facciamo millemila fantastilioni e i nostri addominali giacciono molli e sonnacchiosi al calduccio, sotto quel rotolino che fino a poco tempo fa non avevamo, ma che ora rivendica il suo spazio.

Ridete, ridete tanto insieme, e quando lo fate gli anni che vi separano si annullano come per magia, questa è la cosa meravigliosa. E pazienza se l’ovale del viso ha perso un poco della sua tonicità, e le gambe non sono più quelle della leggiadra gazzella che siete state. E’ andata così, ogni ruga, ogni segno che il tempo ha lasciato sul nostro viso, ci ha reso quelle che siamo, pregi e difetti, niente escluso. Ma se il tempo che passa si può prendere un po’ della nostra bellezza, nulla può sulla nostra anima, sui nostri sorrisi, sulla nostra voglia di vivere, sul nostro essere felici, a venti, a trenta, a quaranta e a tutti i decenni a venire che avremo il privilegio di vivere.

Oggi è il 364 esimo giorno del mio 45 esimo anno di vita. Da domani saranno 46… auguri e fino qui possiamo dire “tutto bene”.

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