Spalle al muro

Si può sempre scegliere.

Prima che la rabbia esploda, si può scegliere di non assecondarla.

Prima che le parole dette feriscano come spade, si può scegliere di tenere la bocca chiusa.

Prima che la situazione precipiti, si può scegliere di fermarsi e aspettare che la tempesta si plachi.

Prima che la reazione a catena diventi inarrestabile, si può scegliere di non schiacciare il pulsante che la innescherà.

Prima di imboccare una strada a caso, davanti ad un bivio, si può scegliere di aspettare che la nebbia si dissolva, in modo da poter vedere un po’ più lontano, e così potrai decidere che direzione prendere.

Si può scegliere di stare fermi, questa è la scelta più coraggiosa e difficile. Saper aspettare presuppone un grado di fiducia nel tempo e negli altri tale che non tutti riescono a sostenerne il peso. Spesso si cade nella propria debolezza.

Saper aspettare, saper scegliere…

C’è sempre un prima, e c’è sempre un dopo. Ma mentre finché si vive nel “prima” tutto è possibile, modificabile e risolvibile, quando si entra nel “dopo” è tutto più difficile: dopo si è reduci di guerra, feriti e confusi. Da dove si ricomincia? Come si ricomincia? Perché si ricomincia? Nessuno lo sa, non ci sono risposte certe, ma anche in questo caso si sceglie di farlo, per spirito di sopravvivenza, o per ostinazione, o perché una voce laggiù, in fondo all’anima offesa, ci dice che è la cosa giusta da fare.

E allora scegli, ti rimbocchi le maniche e vai avanti, anche se arrendersi sarebbe mille volte più facile. Ma anche qui si tratta di scegliere: scegliere di non arrendersi. Chiami a te tutte le forze che ti sono rimaste, alzi lo sguardo, prendi fiato, e ti rialzi.

Si può sempre scegliere e spesso, la scelta giusta, è la più scomoda e difficile da prendere, perché laddove l’orgoglio sbraita, la ragione impone saggia il suo silenzio.

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La gattara delle anime

La conoscevano un po’ tutti in città, percorrere una strada a piedi in sua compagnia, voleva dire mettersi in animo di fermarsi ogni dieci metri, per un saluto, un sorriso, un rapido scambio di battute, e lei sembrava avere per ognuna di queste anime la parola giusta, o il sorriso o uno sguardo, niente di stereotipato, odiava i saluti in ciclostile “non arrivano al cuore”, diceva. Aveva la capacità di ricordare per ognuno un dettaglio, o un particolare che li faceva sentire unici e speciali.

Accadeva così, semplicemente. Lei viveva lasciando socchiusa la porta della sua vita, e se qualcuno si avvicinava per curiosare un po’ lei, invece che allontanarli, li invitava ad entrare a fare due chiacchiere, a bere un caffè, a mettersi comodi dentro quella vita che lei non aveva paura di condividere. Era come ricevere un abbraccio caldo quando non te lo aspetti.

Per non parlare del suo telefono: era un incessante “tin tin” di notifiche e messaggi. Le persone si fidavano e si confidavano con lei, perché non giudicava: non sentenziava mai. Aveva opinioni e senso critico, questo sì, ma non era mossa da cattiveria, quindi i suoi pareri non scivolavano mai nel giudizio perentorio. E questo piaceva, era rassicurante. Poi per l’amor di Dio, anche a lei piaceva ogni tanto spettegolare un po’, ma chi la conosceva bene sapeva che i segreti veri, quelli raccontati con il cuore in mano, erano al sicuro: quelli sarebbero andati nella tomba con lei. Poveraccia, aveva provato sulla sua pelle, anni addietro, quanto possono fare male le chiacchiere cattive, soprattutto quando non ne sei consapevole, quando ti arrivano come una coltellata e non ti puoi difendere, e da quel momento aveva giurato a se stessa che non avrebbe mai colpito nessuno alle spalle. Mai.

Era magari poco diplomatica, alle volte eccessivamente diretta e questo sulla distanza poteva crearle qualche problema, perché, proprio come i gatti, le persone, finché dai loro carezze e coccole, se ne stanno lì, fermi  acciambellati a godere di quel piacere tiepido, salvo poi girarsi e graffiare quando la situazione si fa un po’ scomoda, o sono semplicemente stufi di quel contesto. Ma anche questo era un rischio che aveva messo in conto, cioè, le prime volte che era successo c’era rimasta piuttosto male, quella graffiata a tradimento le aveva fatto parecchio male, ma poi, piano piano, aveva imparato a non farci caso più di tanto: un cerotto e via.

E’ per tutte queste ragioni che quando il suo amico, parlando davanti ad una birra, la soprannominò “gattara delle anime”, lei trovò questa definizione pura poesia. Perché era assolutamente vera, solo che non ci aveva mai riflettuto prima. Le persone sono come i gatti, entrano ed escono dalla casa che li ospita, senza promettere niente, ti lasciano godere della loro compagnia per il tempo che loro decidono di regalarti, facendo fusa e lasciando che tu ti prenda cura di loro, salvo poi uscirne e sparire sui tetti, senza preavviso, perché è nella loro natura, che non è per forza cattiva. i gatti sono così, indipendenti per indole e natura.

La gattara porta cibo nelle colonie, ma non saprà se troverà sempre gli stessi o qualche nuovo arrivato, si ferma a fare qualche carezza e poi va via, felice di quel momento che le ha scaldato il cuore. Tornerà qualche giorno dopo, potrebbe trovare tutti i suoi amici a quattro zampe, oppure nemmeno uno; non importa, lei lascerà comunque il cibo per tutti, e poi chissà chi lo mangerà.

E lei faceva proprio così, ma al posto dei gatti, c’erano le anime che incrociava sul suo cammino, alcune poi si fermavano per restare con lei, altre invece altro non erano che meteore che erano temporaneamente entrate nel suo cielo, e tanto velocemente erano entrate, altrettanto velocemente ne erano uscite.

Ma lei non aveva intenzione di cambiare, in barba ai graffi, in barba agli addii inaspettati, in barba agli abbandoni e ai tradimenti, lei aveva deciso che avrebbe vissuto così, con la porta della sua vita appena accostata, pronta ad accogliere quell’anima che, bisognosa di un abbraccio, di una parola gentile, o semplicemente qualcuno che avesse voglia di ascoltarla mentre si sfogava, decideva di entrare. Anche senza bussare.