Spalle al muro

Si può sempre scegliere.

Prima che la rabbia esploda, si può scegliere di non assecondarla.

Prima che le parole dette feriscano come spade, si può scegliere di tenere la bocca chiusa.

Prima che la situazione precipiti, si può scegliere di fermarsi e aspettare che la tempesta si plachi.

Prima che la reazione a catena diventi inarrestabile, si può scegliere di non schiacciare il pulsante che la innescherà.

Prima di imboccare una strada a caso, davanti ad un bivio, si può scegliere di aspettare che la nebbia si dissolva, in modo da poter vedere un po’ più lontano, e così potrai decidere che direzione prendere.

Si può scegliere di stare fermi, questa è la scelta più coraggiosa e difficile. Saper aspettare presuppone un grado di fiducia nel tempo e negli altri tale che non tutti riescono a sostenerne il peso. Spesso si cade nella propria debolezza.

Saper aspettare, saper scegliere…

C’è sempre un prima, e c’è sempre un dopo. Ma mentre finché si vive nel “prima” tutto è possibile, modificabile e risolvibile, quando si entra nel “dopo” è tutto più difficile: dopo si è reduci di guerra, feriti e confusi. Da dove si ricomincia? Come si ricomincia? Perché si ricomincia? Nessuno lo sa, non ci sono risposte certe, ma anche in questo caso si sceglie di farlo, per spirito di sopravvivenza, o per ostinazione, o perché una voce laggiù, in fondo all’anima offesa, ci dice che è la cosa giusta da fare.

E allora scegli, ti rimbocchi le maniche e vai avanti, anche se arrendersi sarebbe mille volte più facile. Ma anche qui si tratta di scegliere: scegliere di non arrendersi. Chiami a te tutte le forze che ti sono rimaste, alzi lo sguardo, prendi fiato, e ti rialzi.

Si può sempre scegliere e spesso, la scelta giusta, è la più scomoda e difficile da prendere, perché laddove l’orgoglio sbraita, la ragione impone saggia il suo silenzio.

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Fino a che punto…

Fino a che punto?
Fino a che punto è giusto schiacciare nell’angolo l’avversario più debole?
Finché non vediamo nel suo sguardo la paura più cieca?
Finché non implora pietà?
Fino a che punto è ammissibile infliggere una tortura ad un altro essere vivente?
Quel punto sarà forse quando privato della sua dignità,
obbedirà al nostro volere,
dirà ciò che vogliamo sentirci dire,
farà ciò che vogliamo che faccia?
Oppure quando annegherà in quel lento stillicidio di dolore che noi abbiamo deciso essere per lui la giusta punizione..
Qual’è il limite oltre al quale l’insulto non è più la deflagrazione della propria rabbia,
ma libero esercizio di violenza verbale?
e chi è che traccia la linea di quel limite?
E durante un litigio chi è il più forte?
Colui che alza la voce fino a sovrastare quella dell’interlocutore o chi a bassa voce porta avanti il proprio punto di vista?
È avversario più rispettabile chi serba rancore o chi, una volta fatte le proprie ragioni, torna a sorridere come se niente fosse successo?
Ed è più forte chi consapevole della propria forza umilia, picchia, tortura, insulta un altro essere vivente, o chi accetta silenziosamente un castigo senza colpe?
È più forte il martire o il carnefice?