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poche storie ragazze, qui gli anni passano che è un piacere, noi dentro ci sentiamo delle sgambettanti teen-ager, ma le cose non stanno esattamente così. Stiamo volentieri in compagnia delle ragazze di vent’anni  delle quali ci sentiamo a pieno titolo loro coetanee ma, documenti alla mano, tra noi e loro ci passa un libro di storia: la nostra.

Il mio spartiacque generazionale è da sempre Il Mondiale, QUEL mondiale che non ha bisogno di essere definito, perchè per noi che c’eravamo, sarà per sempre il Mondiale di Pertini che esulta, della corsa a perdifiato di Tardelli, di quell’Italia operaia che faceva la villeggiatura in montagna o al mare con la macchina carica, con il portapacchi sul tetto e i figli incastrati come pezzi del Tetris sul sedile posteriore, con il manico della caffettiera che, se ti giravi di scatto, ti si conficcava nella cornea. Erano gli anni in cui si affittavano gli appartamenti, mica si andava in albergo, che era una roba da ricchi. Correva l’anno 1982, io stavo per compiere 10 anni, ero magra come un grillo e mia madre per l’occasione della finale mi aveva vestito da bandiera italiana: bermuda rossi e maglietta verde e bianca, a concludere il quadro codini talmente tirati sulla testa che avevo praticamente gli occhi da cinese. Me lo ricordo benissimo il corteo in montagna per festeggiare la vittoria, ed è sempre una grande gioia farlo, solo che accade sempre più spesso che intorno a me, invece che complici occhi lucidi, ci sono occhioni sgranati come se io stessi raccontando una favola bellissima: il mio interlocutore non era ancora nato, e mi sta guardando come una sorta di oracolo, come se mi volesse dire “ma allora tu c’eri, tu l’hai vissuto, tu lo puoi raccontare”. Cazzo se io c’ero e tu sei una mia coetanea, te lo devi ricordare pure tu, e invece no, la fanciulla davanti a me, a conti fatti potrebbe essere mia figlia, non la mia amichetta delle elementari.

Vi vestite in maniera quasi simile, magari frequentate pure la stessa palestra, vi scambiate un sacco di messaggi al giorno, vi lega un leale sentimento di amicizia, vi volete bene davvero come se foste cresciute insieme, ma non è così. Non è proprio così, vi separano un paio di decenni di vita, infatti lei non ha ancora ingrandito in maniera esponenziale il carattere del telefono per leggere meglio i messaggi Whatsapp, lei non si deve far leggere dagli altri il bugiardino dei medicinali, e per farsi le sopracciglia con le pinzette, non deve usare la lente a 10000 ingrandimenti, e non va nemmeno in panico se al ristorante non trova nella borsa gli occhiali per leggere il menù. Lei ci vede benissimo, mentre tu sei diventata presbite: capita quando hai scollinato i 40 e passa. Basta non farne un dramma, e acquistare una montatura fichissima.

Uscite insieme una sera a cena, tirate tardi e ci scappa pure un bicchiere di troppo… la mattina dopo lei si alzerà dal letto un po’ stropicciata: si farà una doccia e uscirà di casa fresca come una rosa di maggio. Tu ti alzerai dal letto conciata come se ti avessero pestato a sangue, gonfia come una zampogna, sfatta e distrutta con un unico pensiero fisso: arrivare a sera per andare a dormire alle 20, anche senza cenare, fa lo stesso, l’importante è dare tregua al cuore che sentirai sul punto di cedere più volte durante la giornata. Cena durante la quale lei ti racconterà mirabilie e numeri funambolici, amplessi consumati fugacemente e in preda a raptus incontrollabili; e certo, i suoi ormoni sono ancora scoppiettanti come chicchi di mais dentro ad una padella sul fuoco, i tuoi invece somigliano a quei gatti pigri che passano l’inverno sul calorifero, che per svegliarli e convincerli a muoversi li devi ridurre praticamente alla fame nera, e in ogni caso lo fanno con una punta di svogliatezza, una sorta di “ma sì, ma noi abbiamo già dato, lasciateci godere la pensione”. E mentre tu le provi tutte per ritardare la menopausa, lei è più fertile della Pianura Padana e tu invece sei la versione umana del deserto dei Gobi, il nulla eterno, e cominci a a fare i conti con le prime scalmane, caldane, cioccamenti vari, che quando ce li aveva tua madre ridevi divertita, ma la ruota gira bellezza…e ora tocca a te. Merda!! e apri le finestre che fa caldo… anche se è dicembre.

La invidi un pochino, ammettiamolo. Ma quell’invidia buona che non ha il retrogusto della cattiveria…chiunque invidierebbe (sempre con affetto, sia inteso) un metabolismo saldamente schierato al tuo fianco, talmente arzillo e pimpante che, per dimagrire basta solo pensarci: et voilà, i chili sono già scomparsi autonomamente e senza sforzo, mentre noi per riuscire a perdere un solo misero chilo dobbiamo nutrirci con fili d’erba e aria fino a nuovi ordini e i chili se ne restano lì saldamente ancorati al tuo girovita, come se niente fosse accaduto. Lei fa tre addominali di numero, ed eccola lì, tonica e ganza fa capolino la tartaruga, noi ne facciamo millemila fantastilioni e i nostri addominali giacciono molli e sonnacchiosi al calduccio, sotto quel rotolino che fino a poco tempo fa non avevamo, ma che ora rivendica il suo spazio.

Ridete, ridete tanto insieme, e quando lo fate gli anni che vi separano si annullano come per magia, questa è la cosa meravigliosa. E pazienza se l’ovale del viso ha perso un poco della sua tonicità, e le gambe non sono più quelle della leggiadra gazzella che siete state. E’ andata così, ogni ruga, ogni segno che il tempo ha lasciato sul nostro viso, ci ha reso quelle che siamo, pregi e difetti, niente escluso. Ma se il tempo che passa si può prendere un po’ della nostra bellezza, nulla può sulla nostra anima, sui nostri sorrisi, sulla nostra voglia di vivere, sul nostro essere felici, a venti, a trenta, a quaranta e a tutti i decenni a venire che avremo il privilegio di vivere.

Oggi è il 364 esimo giorno del mio 45 esimo anno di vita. Da domani saranno 46… auguri e fino qui possiamo dire “tutto bene”.

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Spalle al muro

Si può sempre scegliere.

Prima che la rabbia esploda, si può scegliere di non assecondarla.

Prima che le parole dette feriscano come spade, si può scegliere di tenere la bocca chiusa.

Prima che la situazione precipiti, si può scegliere di fermarsi e aspettare che la tempesta si plachi.

Prima che la reazione a catena diventi inarrestabile, si può scegliere di non schiacciare il pulsante che la innescherà.

Prima di imboccare una strada a caso, davanti ad un bivio, si può scegliere di aspettare che la nebbia si dissolva, in modo da poter vedere un po’ più lontano, e così potrai decidere che direzione prendere.

Si può scegliere di stare fermi, questa è la scelta più coraggiosa e difficile. Saper aspettare presuppone un grado di fiducia nel tempo e negli altri tale che non tutti riescono a sostenerne il peso. Spesso si cade nella propria debolezza.

Saper aspettare, saper scegliere…

C’è sempre un prima, e c’è sempre un dopo. Ma mentre finché si vive nel “prima” tutto è possibile, modificabile e risolvibile, quando si entra nel “dopo” è tutto più difficile: dopo si è reduci di guerra, feriti e confusi. Da dove si ricomincia? Come si ricomincia? Perché si ricomincia? Nessuno lo sa, non ci sono risposte certe, ma anche in questo caso si sceglie di farlo, per spirito di sopravvivenza, o per ostinazione, o perché una voce laggiù, in fondo all’anima offesa, ci dice che è la cosa giusta da fare.

E allora scegli, ti rimbocchi le maniche e vai avanti, anche se arrendersi sarebbe mille volte più facile. Ma anche qui si tratta di scegliere: scegliere di non arrendersi. Chiami a te tutte le forze che ti sono rimaste, alzi lo sguardo, prendi fiato, e ti rialzi.

Si può sempre scegliere e spesso, la scelta giusta, è la più scomoda e difficile da prendere, perché laddove l’orgoglio sbraita, la ragione impone saggia il suo silenzio.

Fuori piove.

“Manuuuu, puoi salire in mansarda?”

Salgo in mansarda fra uno sbuffo e l’altro e davanti a me vedo Luca sdraiato sul pavimento a naso in su, con gli occhi spalancati, tipici di chi sta per proporre qualcosa di unico e irrinunciabile.

“sdraiati qui di fianco a me, che ascoltiamo la pioggia”

E così, fra lo stendino per i panni e le scarpe da trekking sempre in disordine , ce ne stiamo lì,  sul pavimento della nostra mansarda a sentire le gocce di pioggia battere sul vetro della finestra sul tetto, ridiamo senza motivo, che se ci pensi sono le risate migliori.

Sono certa che l’amore sia questo. La semplicità di starsene lì, senza fare niente e senza aspettarsi niente, come un gatto sul calorifero, o un cane nella sua cuccia.

E a chi poi si immagina un crescendo di amplessi consumati nudi e crudi nell’intervallo di spazio fa il pavimento e il tetto, dico ancor prima di iniziare: fermatevi subito, che rischiate di rimanere delusi.  E poi in mansarda ci sono i caloriferi chiusi, fa un freddo assassino, io non ci penso nemmeno per un minuto a togliermi anche un solo strato di felpa/pile/flanella.

Ma c’è forse nudità più audace e coraggiosa dell’abbassare completamente le proprie difese? Disarmarsi completamente, buttare tutte le armi sul tavolo, come due duellanti stanchi di combattere, mostrarsi in tutta la nostra vulnerabilità di esseri totalmente imperfetti. L’amore non giudica. L’amore accoglie.

In un mondo dove tutti parlano, l’amore ascolta, con gli occhi spalancati, come un bambino quando gli racconti una storia pazzesca.

L’amore sa essere saggio e lungimirante come un veterano della vita, ma è anche impulsivo e testardo come quegli adolescenti che pensano di conoscere la vita e di poterla insegnare a tutti.

In lontananza si sentono i primi tuoni.

“Avvicinati un po’, dai”

“Ma hai paura?”

“No che non ho paura, ma da più vicini è più bello”

Sopra di noi sta venendo giù il mondo, si direbbe il temporale perfetto, ma qui, protetta dal tetto e da noi due, regna la tranquillità. Vorrei dirti tante cose in momenti come questo, ma poi taccio: perché aggiungere le parole quando non servono? E allora ti guardo, e spero che tu non te ne accorga subito, perché poi sbuffi e mi prendi in giro, mentre io vorrei proprio che nessuno interrompesse questo momento, nemmeno tu.

“Lo senti Manu come è perfetto il ritmo delle gocce che battono sul vetro?”

“Sì, lo sento” affondo il viso nell’incavo del tuo braccio e sto lì, a un passo dal pianto, con il cuore pieno di emozioni e  vorrei trattenerle tutte, per donartele quando saremo stanchi e quando tutto ci sembrerà un po’ piatto e banale.

Poi alzo lo sguardo e incrocio il tuo, e mi rendo conto che la perfezione esiste. La perfezione è questo momento: due sguardi che si incrociano in un preciso istante, come se fossero guidati da una entità misteriosa. Ti abbraccio e ti do un piccolo bacio nel triangolo di pelle fra gli occhi, proprio all’attaccatura del naso, e so che tu lo detesti, ma tant’è è più forte di me.

Fuori ha smesso di piovere. In casa nostra splende il sole.

 

 

La gattara delle anime

La conoscevano un po’ tutti in città, percorrere una strada a piedi in sua compagnia, voleva dire mettersi in animo di fermarsi ogni dieci metri, per un saluto, un sorriso, un rapido scambio di battute, e lei sembrava avere per ognuna di queste anime la parola giusta, o il sorriso o uno sguardo, niente di stereotipato, odiava i saluti in ciclostile “non arrivano al cuore”, diceva. Aveva la capacità di ricordare per ognuno un dettaglio, o un particolare che li faceva sentire unici e speciali.

Accadeva così, semplicemente. Lei viveva lasciando socchiusa la porta della sua vita, e se qualcuno si avvicinava per curiosare un po’ lei, invece che allontanarli, li invitava ad entrare a fare due chiacchiere, a bere un caffè, a mettersi comodi dentro quella vita che lei non aveva paura di condividere. Era come ricevere un abbraccio caldo quando non te lo aspetti.

Per non parlare del suo telefono: era un incessante “tin tin” di notifiche e messaggi. Le persone si fidavano e si confidavano con lei, perché non giudicava: non sentenziava mai. Aveva opinioni e senso critico, questo sì, ma non era mossa da cattiveria, quindi i suoi pareri non scivolavano mai nel giudizio perentorio. E questo piaceva, era rassicurante. Poi per l’amor di Dio, anche a lei piaceva ogni tanto spettegolare un po’, ma chi la conosceva bene sapeva che i segreti veri, quelli raccontati con il cuore in mano, erano al sicuro: quelli sarebbero andati nella tomba con lei. Poveraccia, aveva provato sulla sua pelle, anni addietro, quanto possono fare male le chiacchiere cattive, soprattutto quando non ne sei consapevole, quando ti arrivano come una coltellata e non ti puoi difendere, e da quel momento aveva giurato a se stessa che non avrebbe mai colpito nessuno alle spalle. Mai.

Era magari poco diplomatica, alle volte eccessivamente diretta e questo sulla distanza poteva crearle qualche problema, perché, proprio come i gatti, le persone, finché dai loro carezze e coccole, se ne stanno lì, fermi  acciambellati a godere di quel piacere tiepido, salvo poi girarsi e graffiare quando la situazione si fa un po’ scomoda, o sono semplicemente stufi di quel contesto. Ma anche questo era un rischio che aveva messo in conto, cioè, le prime volte che era successo c’era rimasta piuttosto male, quella graffiata a tradimento le aveva fatto parecchio male, ma poi, piano piano, aveva imparato a non farci caso più di tanto: un cerotto e via.

E’ per tutte queste ragioni che quando il suo amico, parlando davanti ad una birra, la soprannominò “gattara delle anime”, lei trovò questa definizione pura poesia. Perché era assolutamente vera, solo che non ci aveva mai riflettuto prima. Le persone sono come i gatti, entrano ed escono dalla casa che li ospita, senza promettere niente, ti lasciano godere della loro compagnia per il tempo che loro decidono di regalarti, facendo fusa e lasciando che tu ti prenda cura di loro, salvo poi uscirne e sparire sui tetti, senza preavviso, perché è nella loro natura, che non è per forza cattiva. i gatti sono così, indipendenti per indole e natura.

La gattara porta cibo nelle colonie, ma non saprà se troverà sempre gli stessi o qualche nuovo arrivato, si ferma a fare qualche carezza e poi va via, felice di quel momento che le ha scaldato il cuore. Tornerà qualche giorno dopo, potrebbe trovare tutti i suoi amici a quattro zampe, oppure nemmeno uno; non importa, lei lascerà comunque il cibo per tutti, e poi chissà chi lo mangerà.

E lei faceva proprio così, ma al posto dei gatti, c’erano le anime che incrociava sul suo cammino, alcune poi si fermavano per restare con lei, altre invece altro non erano che meteore che erano temporaneamente entrate nel suo cielo, e tanto velocemente erano entrate, altrettanto velocemente ne erano uscite.

Ma lei non aveva intenzione di cambiare, in barba ai graffi, in barba agli addii inaspettati, in barba agli abbandoni e ai tradimenti, lei aveva deciso che avrebbe vissuto così, con la porta della sua vita appena accostata, pronta ad accogliere quell’anima che, bisognosa di un abbraccio, di una parola gentile, o semplicemente qualcuno che avesse voglia di ascoltarla mentre si sfogava, decideva di entrare. Anche senza bussare.

 

C’era una volta un cane magico…

Un gesto semplice, quotidiano, fatto senza pensare, come avvolgere una crosta di parmigiano nella pellicola per rimetterla in frigo, ed ecco prepotente, la mancanza travolgermi. Sarà che oggi è una piovigginosa e umida serata di novembre, sarà quell’atmosfera fatta di zuppa di legumi calda, felponi casalinghi un po’ sformati, ma stasera Tabata, più che in altre sere, da cinque mesi a questa parte, manca.

Non ho scritto una parola di quel giorno, alcuni forse se lo aspettavano, ma non l’ho fatto, non mi venivano le parole, come un fiume troppo impetuoso che fatica a scorrere nel suo letto, così erano (sono?) i miei sentimenti pensando a Tabata. “Il dolore per diventare melodia, ha bisogno di tempo” credo che lo stesso concetto si possa riferire anche per la parola scritta: c’è voluto tempo per mettere in ordine tutte le parole che mi vengono in mente se penso al 26 di maggio, il giorno più doloroso e tuttavia più sublime del mio lungo percorso con Tabata.

Ma ora posso farlo, ora ci riesco. Ora il dolore sordo è diventato una favola bella; c’è voluto tempo, ma alla fine ci sono riuscita. Un periodo difficile, a marzo abbiamo scoperto che Tabata era gravemente malata, un brutto tumore invasivo e aggressivo si è insinuato nel nostro ménage fatto di amore e coccole e, volenti o nolenti, abbiamo dovuto accoglierlo, decidendo che ogni giorno in più era un regalo. Non è stato facile stare a guardare il nostro adorato cagnolone accusare ogni singolo colpo che la malattia le infieriva, ma lei da super cane generoso quale era, ci regalava comunque il suo sguardo felice, la sua coda a frullino, il suo desiderio di esserci, anche quando alzarsi per venirci a fare le feste, era uno sforzo che faticava a nascondere. Un lento declino, oserei dire dolce, senza strappi, un piccolo dettaglio in meno ogni giorno in modo da non togliere niente alla nostra quotidianità in maniera brutale, l’abbiamo accompagnata giorno dopo giorno, assecondando il suo essere, dalla passeggiata via via più breve, alla sua pappa via via più morbida e facile  da mangiare, alla sua cuccia, sempre più imbottita, perché Tabata non doveva soffrire, nemmeno un giorno, nemmeno un minuto. Nemmeno mai. Non se lo meritava, e questa era la promessa che le ho fatto, e che sono riuscita a mantenere.

Si dice che il tuo cane ti faccia capire quando è il momento di lasciarlo andare, io non avevo idea di cosa significasse questa cosa, fino a quella mattina…

Una notte difficile, fatta di risvegli continui, di sospiri, di sangue. Al mattino siamo provati, Tabata la più stanca di tutti, sdraiata su un fianco, il suo respiro è affannato, le esce un po’ di sangue dalla bocca. Mi siedo di fianco a lei, gli occhi negli occhi e le domando – ma lo sto chiedendo a lei o a me? – “Dimmi la verità, Tabata sei stanca?” lei alza la testa e me la appoggia sulla gamba e fa un lunghissimo sospiro. Eccola la risposta di cui avevo tanto sentito parlare ma che non riuscivo a comprendere a fondo fino a quel momento. Le ore dopo sono state un susseguirsi di telefonate, di accordi con il veterinario, di cuori spezzati ma estremamente lucidi, di carezze, di baci, di fazzoletti che non ci sono mai quando servono.

Tabata se n’è andata con la stessa delicata dolcezza con cui è entrata nella mia vita, l’ultima carezza che le ho fatto è riuscita a raccogliere il suo ultimo respiro, ha chiuso i suoi occhi guardando i miei che le sorridevano, così come le hanno sempre sorriso in tutti questi anni. Siamo riusciti a chiudere il suo cerchio lasciando fuori il dolore. Abbiamo mantenuto la promessa, ed è per questo che anche se con dolore, non c’è rimpianto. Ed è per questo che la sua è una favola bella.

E proprio come nelle favole belle, il lieto fine esiste. Esiste perché Tabata continua a farci sorridere ogni volta che ci succede qualcosa di strambo, ogni volta che incrociamo un altro cane per strada, ogni volta che scherziamo sul fatto che lei vive ancora con noi, nella sua piccola scatoletta di legno con seduto sopra il suo pupazzo, perché io, colpevolmente, non ho mai trovato il momento giusto per liberarla consegnandola al suo habitat preferito: il mare. Lo faremo, lo so, arriverà quel giorno in cui ci sveglieremo e non ci sarà bisogno di aggiungere altro, aspetteremo l’ora del tramonto poi prenderemo le biciclette e raggiungeremo una spiaggia un po’ defilata. Una volta lì le sue ceneri si fonderanno con il mare, abbiamo tenuto il suo osso di gomma: consegneremo al mare anche lui, così lei giocherà con i delfini, con le sirene, con tutte le creature marine che avranno la fortuna incontrarla, felice, gioiosa…viva. E noi ci berremo una birra pensando a lei, e a tutto quello che lei ha fatto per noi.

Viva come vivo è il suo ricordo che prepotente si è risvegliato stasera per colpa (o merito) di una crosta di formaggio che fino all’anno scorso conservavamo per lei, perché la facevano impazzire. Cinque mesi ci sono voluti per trasformare la sua mancanza in una melodia che alleviasse il cuore piuttosto che affliggerlo. Perché Tabata era ed è questo: una musica lieve, una rima buffa, il sole disegnato da un bambino, la gioia che generosamente ci ha donato che, come un filone aureo sembra non esaurirsi.

Tabata era Tabata. Punto, non c’è molto altro da aggiungere. Mia nipote Alice, da piccina diceva che Tabata era un cane magico. Forse come sempre accade, i bambini vedono un po’ più distante di noi adulti. E hanno ragione loro.

Quando saremo vecchi

Quando saremo vecchi, ma vecchi veramente, vecchi che cammineremo curvi e mi sarò arresa all’inutilità della tinte per capelli, vecchi che i ricordi peseranno sulla bilancia molto più dei sogni futuri, cosa ci ricorderemo di questa casa?
Ci ricorderemo forse di quanto era lindo e lustro lo specchio del bagno? Di quanto era gratificante pulirlo col lo straccio e lo spray per i vetri? O sarà molto più vivo e bello il ricordo delle nostre facce riflesse in esso, al mattino, mentre tu ti fai la barba e io mi trucco per uscire, la radio accesa di sottofondo e la quiete intorno a noi? peserà di più una goccia d’acqua da levare immediatamente, o il tuo sorriso che riflesso mi si incastonava nel cuore come la più preziosa fra le gemme?
E del tappeto del soggiorno che vogliamo dire? La mia sfida quotidiana (quasi quotidiana, ok). Mi piaceva vederlo pulito e lucido nel suo algido color grigio perla, però poi a ben pensare era molto più bello quando ci mangiavamo sopra la pizza nel cartone,bevendo Coca Cola dalla lattina, guardando un bel film alla tv, e Tabata che si acciambellava vicino a noi, era il prato immaginario su cui ci siamo sdraiati, rilassati, addormentati, fatto l’amore, era la nostra isola, e sulle isole deserte non esistono gli aspirapolvere, bisogna accettarlo e farsene una ragione.
Non penso nemmeno che ci ricorderemo con un brivido l’invisibile splendore dei vetri di casa nostra. Anche perché forse, perfettamente puliti lo sono stati poche ore in una vita intera. Però Tiger, il nostro gattone che ci chiamava per aprire le finestra della cucina strusciandocisi sopra, sicuramente ce lo ricorderemo, così come ci ricorderemo il rumore della pioggia che batteva sui vetri e di come ci incantavamo a guardarla ipnotizzati. Per non parlare della lavastoviglie, e delle strategie perfezionate nel corso degli anni per lasciare all’altro l’ingrato compito di svuotarla: finti ritardi, corse al lavoro, immotivate e prolungatissime soste in bagno. Tazzine del caffè, coppe gelato, bicchieri e cucchiaini l’hanno fatta da padroni per anni, se vogliamo, la lavapiatti è stata la muta testimone di quanto siamo stati lussuriosi e gaudenti, quasi come la bilancia, che, della nostra golosità è stata il giudice implacabile ogni mattina per mesi, quando abbiamo capito che bisognava mettere un freno alla nostra gola.
Le mie scarpe sempre tra i piedi e te che ti lamenti, io che lì per lì le tolgo, ma il giorno dopo sono esattamente dove erano il giorno prima, così come la mia borsa, la mia giacca, i miei occhiali e le interminabili cacce al tesoro per trovarli, perché chissà come mai, all’improvviso spariscono dalla circolazione; io che vado in panico e tu che con calma ricostruisci i miei ultimi movimenti e li trovi.
Ti ho mai confessato quanto mi piaceva disegnare con il dito sul vetro del tavolo della sala da pranzo? un sole, un cuoricino, l’iniziale del tuo nome, poi superato il momento di dilagante romanticheria lo pulivo per bene; devo ammetterlo, non sono mai stata una perfetta donna di casa, se dovevo scegliere fra spolverare da cima a fondo casa o andare in giardino a giocare con Tabata, io non ho mai avuto dubbi, così come non mi sono mai sentita in colpa se un giorno, ma anche due, non ho passato la lucidatrice sul parquet.
Eppure casa nostra ha sempre accolto e abbracciato tutti, e tutti si sono sempre sentiti a loro agio. Casa nostra è sempre stata una casa sorridente, viva, allegra, pulita quel che basta, ordinata il giusto, senza paranoie e eccessi.
Non mi è mai passato per l’anticamera del cervello di tirare tardi la sera a lucidare i sanitari del bagno quando magari l’alternativa era stare appiccicata a te sotto il piumone a guardare la televisione o a dire stupidate senza senso ridendo come scemi, cosa credi: la vita è una sola e io sono felice di aver speso la mia a seminare in ogni angolo della nostra casa tracce del nostro amore e della nostra esistenza, come un quadro fatto da noi due a quattro mani, o un disegno fatto con i pennarelli su uno specchio, e non importa se quella che per me era una farfalla perfetta, per te non era niente di più che uno scarafaggio, perché i tuoi occhi brillavano mentre mi prendevi in giro sul fatto che io a disegnare sono proprio negata.
Sarà che sono sempre stata convinta di una cosa: le persone fissate con l’ordine e la pulizia secondo me nascondono più gravi e pericolosi disordini interiori, e allora hanno bisogno di dissimulare questa realtà rendendo l’ambiente che le circonda il più ordinato e asettico possibile. Se sia vero o falso non lo so, so che per me è sempre stato un alibi perfetto, e me ne sono sempre stata. Anzi, quando esponevo questa teoria ad altre persone, ero talmente convinta io da persuadere anche loro, forse perché a tutti piace da matti avere a disposizione una scusa perfetta per allontanare ancora un po’ l’antipatico dovere per fare spazio ad un gioioso piacere. E le persone che dicono che per loro pulire casa è fonte di gioia sono persone pericolose, bombe inesplose, potenziali serial killer: meglio evitarle, star loro alla larga, che non si sa mai cosa gli può frullare in testa.
Quindi, amore mio, quando saremo vecchi ma vecchi veramente, ricordiamoci di quanto era bella la nostra casa, ma con la consapevolezza che a renderla così bella eravamo noi, con la nostra felicità che diventava creatività, intuizione e fantasia, dentro questa casa i bambini che erano in noi non sono mai cresciuti,non glielo abbiamo permesso, e non hanno risentito degli anni che passavano uno dopo l’altro, dopo l’altro e un altro ancora. Questo sì che è stato un risultato portentoso.
E’ un’esperienza entusiasmante diventare adulta al tuo fianco, e mentre te lo dico faccio una nuvoletta di fiato contro il vetro e con un dito ci disegno dentro un sole.

I dolori della giovane Magda

Oggi è successa una cosa. Leggevo serena e tranquilla la mia copia fresca di buca delle lettere di Vanity Fair, quando la mia attenzione è stata catturata da una lettera pubblicata sulla pagina di una psicologa che stimo molto: Irene Bernardini.
Una lettera che in apparenza non aveva nessun punto in comune con la mia vita, ma è andata a toccare qualcosa, forse alcune parole usate dalla lettrice, che come le dita allungate su una tastiera sono andate a sfiorare qualche tasto e io mi sono riconosciuta in quelle note. Si parlava di separazione e di quanto sia difficile gestire non tanto i vari stati d’animo che la separazione comporta, ma piuttosto di quanto sia difficile ritrovare un equilibrio che non sia solo apparente, ma reale, necessario per gestire il nuovo assetto.
Metabolizzare una separazione è un percorso lento, chi dice che si è ripreso in un batter d’occhi mente spudoratamente, o mentiva spudoratamente prima, quando era sposato.
Fate questo gioco con me.
Immaginate di investire tutte le energie e risorse vostre e del vostro partner nella costruzione di un grande edificio partendo dalle fondamenta per arrivare al più piccolo dettaglio estetico, tipo le fioriere sui terrazzi. Immaginate ora di traslocare tutta la vostra intera esistenza dentro a questo edificio, immaginate la gioia e soddisfazione nel vedere che le cose crescono e si arricchiscono: pensate di essere quasi arrivati alla meta, ma poi sul più bello, l’edificio comincia a scricchiolare, sempre di più, sempre di più, fino ad arrivare alla decisione finale: bisogna demolirlo. Delusione, dolore, rabbia. Questa può rappresentare la prima fase di una separazione qualsiasi. Poi arriva la seconda parte, quella in cui, secondo me, io e il mio ex marito siamo stati particolarmente bravi: la fase dello smantellamento vero e proprio di quella che è stata la nostra vita insieme.
Passata la fase del dolore acuto, quello ognuno deve gestirselo da solo per conto proprio, e lì sì che a tenerti in vita sono i sentimenti peggiori che un essere umano possa provare; ecco superata questa fase noi due siamo stati di una delicatezza incredibile. Potevamo far saltare per aria il nostro edificio con una esplosione pazzesca, seminando macerie dappertutto in un raggio di mille chilometri, invece no, con calma abbiamo messo tante micro cariche e insieme abbiamo fatto partire il detonatore, un’esplosione controllata, nessun ferito, nessun danno a terzi. Poi ognuno si è raccolto i suoi cocci ed è andato per la sua strada.
Certo che non è stata una cosa veloce, ci sono voluti nove mesi per elaborare la cosa, mesi in cui abbiamo mantenuto noi l’ordine degli psicologi di Genova: ognuno aveva il suo psicologo personale e poi la terapista di coppia, mesi in cui pensavamo di lavorare alla ricostruzione della nostra vita, mentre, del tutto inconsciamente ci stavamo mettendo in forze per la rottura definitiva. Per tornare alla metafora di cui sopra, stavamo cercando le forze, il coraggio e il tempismo per arrivare insieme a mettere le mani sul detonatore e a farlo saltare, anche questa volta insieme. Siamo stati bravissimi nella gestione dei tempi, questo intendo dire, abbiamo saputo aspettare che le cose si sedimentassero e noi avessimo il tempo di riacquisire la lucidità e serenità necessarie per affrontare tutti i passi che una separazione comporta, senza schiamazzi, urli e litigi che intanto non servono a niente.
L’immagine che mi è rimasta in mente siamo io e lui che entriamo sorridenti in tribunale con un avvocato solo per entrambi per firmare la separazione e altrettanto sorridenti usciamo, ma uno ha girato a destra e l’altro a sinistra. Fine.
E da lì è cominciata la ripresa, e secondo me non è nemmeno un caso se nel giro di un po’ di mesi ho incontrato Luca, se l’avessi incrociato prima probabilmente non lo avrei visto in quanto il mio orizzonte era ancora coperto dalle macerie residue, e in tutta onestà non avevo nemmeno voglia di imbastire un rapporto nuovo di zecca; mi sono presa il tempo necessario per fare piazza pulita e ricostruire me stessa, e solo allora ho riconosciuto il suo sguardo. Lo sguardo che amo così tanto.
Il resto è storia nota: il desiderio di non rinunciare alla riconquistata libertà, surclassato dalla voglia di stare con lui, di condividere con lui quanto più tempo e spazio mi fosse possibile. Lui che con calma si è conquistato tutta la mia fiducia sopportando quella che io ora ho capito essere la coda della tempesta: gli sbalzi d’umore, un pianto improvviso, quella sottile malinconia che talvolta mi si dipingeva in viso, e lui saldo come una roccia non si è mai spostato di un millimetro, sempre al mio fianco, anche quando starmi a fianco era tutt’altro che facile.
Quindi, per concludere, in risposta a tutti quelli che quando hanno saputo che mi risposavo hanno commentato più o meno così “Ma chi te lo fa fare?” “Una volta non ti è bastato?” “Bisogna proprio averne voglia”, rispondo che il destino per metà ti capita, ma l’altra metà te la crei, quindi questa seconda chance è stata sì una botta di fortuna in quanto tutto è accaduto in maniera improvvisa e inaspettata, ma anche forse il frutto del buon lavoro svolto prima. Ecco, forse me lo sono anche meritato un uomo come Luca, e in cuor mio sapevo che se avessi saputo aspettare, prima o poi sarebbe arrivato.
Ho avuto fiducia nella vita e sono stata ampiamente ripagata.

Magda & a perfect wedding dress

E dopo “Magda mi vuoi sposare” a Magda ora serve un vestito da sposa…
Deciso con Furio la data, il posto e il fatto che non sarà una cerimonia per pochi intimi, ma piuttosto una festa in stile “Re Sole” (io sono un Leone e Luca un Ariete: il sottotono non è roba per noi), bisognerà quindi abbigliarsi in maniera adeguata.
Tanto per mettere le cose in chiaro da subito lui mi comunica che intende andare da Giorgio (Armani) e di farsi fare un abito su misura. Ecco, rischiamo di creare il precedente: la sposa messa in ombra dal look perfetto dello sposo. Non sia mai, a costo di emulare Rossella O’ Hara che in periodo di ristrettezze tirò giù una tenda e si fece un abito da sogno, anche il mio sarà un vestito memorabile. Andrò da Le spose di Giò, la massima espressione dell’eleganza in fatto di spose.
Telefono e fisso un appuntamento, la gentilezza della centralinista è paragonabile a quella di un caimano: fredda e distaccata, e io che me la immaginavo come una sorta di arcangelo con i boccoli dorati che con gioia fissa gli appuntamenti per entrare nel paradiso delle future sposine – alle volte avere una fervida immaginazione può essere deleterio- niente di tutto questo, ma non ce la farai mai a smorzare il mio entusiasmo. Cattiva!
Finalmente arriva il tanto agognato giorno: formazione al completo mamma, amica fidata, ovviamente io, e fratello in veste di autista così siamo sicure che a Monza ci arriviamo e pure in orario.
La signora Tiziana si occuperà di me e la sua missione sarà di dare vita al mio vestito da sposa. Mi guarda e mi studia in maniera chirurgica, poi sparisce e quando torna ha appesi al braccio una serie di campioni. Tutti dentro al camerino, tira una specie di sipario che, quando avrò indossato il vestito, lei stessa aprirà con un gesto teatrale e io mi esporrò al giudizio del pubblico non pagante. Primo abito: bocciato. Secondo abito: bocciato. Terzo abito: rinviato a giudizio. La situazione si complica e a dar man forte alla progressiva complicanza ci si mette mia mamma che ripete a gran voce che “secondo lei era più appropriato un bel tailleur beige. Perché sa signora, è il secondo matrimonio, il suo”dove secondo matrimonio e il suo sono sottolineati dieci volte e evidenziati in giallo.
Decido di ignorare i suoi commenti e pure mio fratello che per puro e gratuito divertimento le fa credere (mia mamma è una credulona pazzesca) che gli abiti che sto provando costano migliaia e migliaia e migliaia di euro, fino ad arrivare ad un fantomatico parametro di seicento euro a strato, combinazione mentre ne sto provando uno che è composto da circa sette/otto veli. Mia madre ha un sussulto e sono certa che se potesse mi prenderebbe per un braccio e mi porterebbe fuori dal negozio di peso, leggo la preoccupazione più nera nel suo volto…
Con la signora Tiziana disegnamo da zero come sarà il mio vestito: colore rosa, tessuto chiffon di seta e raso di seta, gonna del modello 3, corpino del modello 1, dettagli del modello 2. Già perché il bello di farsi un vestito da Le spose di Giò è che te lo fanno su misura da zero, e puoi scegliere tutto a misura del tuo gusto e del tuo portafoglio, perché volendo puoi comprimere i costi in maniera notevole scegliendo ad esempio uno chiffon in sintetico -vero è che quando decidi di farti una Ferrari, per risparmiare, mica te la fai fare con le lattine riciclate, allo stesso modo un abito da sogno, in tessuto sintetico, non sarebbe poi così tanto da sogno, con il rischio poi di trasformarsi in incubo se per disgrazia sfiori una candela, però sapere che esiste la possibilità di farlo è già qualcosa.
E ci vediamo circa sei mesi dopo, l’ultimo dei quali passato dalla sottoscritta a macinare chilometri su chilometri e a morir di fame, già perché la signora Tiziana mi ha invitato a perdere qualche chilo (altrimenti, signorina, dovremo ricorrere ad uno stringivita per far cadere bene l’abito), e io orgogliosa, gliene porto ben sette in meno.
Stavolta arriviamo con circa un’ora di ritardo, sbagliando strada più volte e ad accompagnarmi c’è Carmen, la nostra wedding-planner e le sue due assistenti armate di telecamera e macchina fotografica. Le altre signorine in prova (questa parola: signorina, mi sembra veramente vetusta, ma qui se ne fa un gran uso, “signorina si spogli” “signorina si sieda” “signorina di qua” e “signorina di là”) ci guardano con sospetto perché quando entriamo in boutique veniamo annunciate così “È arrivata la signorina Manuela con la sua wedding planner e le sue assistenti, accompagnatele nel camerino pronto per le riprese come richiesto” in realtà noi avevamo richiesto solo di poter filmare la prova del vestito, mica per fare chissà che…e per una volta sono io la stronzettina con la borsa firmata che sarà bersaglio delle critiche acide che normalmente faccio io. Pazienza, me ne farò una ragione, chi di acidume ferisce, di acidume altrui perisce. Entriamo nel nostro camerino, sipario e voilá, eccolo il mio vestito, bello esattamente come speravo dal momento che in realtà è la prima volta che lo vedo. C’è giusto da apportare qualche piccola modifica (bisogna stringerlo: EVVVAIIIII, stringivita? Tiè, beccati questa, non avrai il mio corpo).
Scegliamo scarpe (WOWOWOWOWOW) e accessori e ci vediamo fra un mese per l’ultima prova e poi il ritiro.
Al ritiro siamo solo io e Carmen, l’abito è perfetto, ogni singolo centimetro di stoffa cade esattamente dove deve cadere; la signora Tiziana ora mi impartisce lezioni su come salire e scendere dalla macchina, su come sedermi a tavola e camminare con addosso quel vestito – perché signorina noi desideriamo che i nostri vestiti siano indossati con grazia in modo da arrivare perfetti a fine giornata- le faccio notare che su come indossare un abito da sposa, vanto una certa esperienza, e finalmente ci facciamo tutte una bella risata liberatoria. Comunque sia: Signorsì signora, indosserò l’abito con grazia e eleganza, secondo le sue aspettative!
Sono emozionata e felice, la signora Tiziana invece è un po’ preoccupata perché la macchina potrebbe non essere abbastanza grande per trasportare il vestito, da notare che si tratta di una Mercedes classe A con i sedili praticamente divelti per fare più spazio possibile, per prudenza è stata anche fasciata con un lenzuolo bianco, per scongiurare eventuali macchie dalla premurosa mamma di Carmen che ci ha messo a disposizione il mezzo.
Baci, abbracci e assegno firmato. L’abito è deposto come fosse una sindone in macchina e raggiungere casa.
Mi dispiace Luca mio ma la più bellissima quel giorno sarò io: avvisa Giorgio, dovrà darsi un sacco da fare.

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Cose per cui vale la pena vivere (secondo me)

Anni addietro mi sono trovata ad affrontare un periodo piuttosto duro, roba da maledire il sole quando sorgeva e sperare che la notte non finisse mai. Ancora adesso quando ci ripenso sento quel nodo nello stomaco che rendeva faticoso respirare e la sensazione di essere in trappola, caduta in un pozzo. Fu allora che il mio di allora cognato, che di professione fa lo psicologo, un bel giorno mi ha preso di petto e mi ha detto “così non puoi più andare avanti” e mi ha suggerito di intraprendere un percorso di psicoanalisi.
Non avendo niente da perdere, ho seguito il suo consiglio e devo dire che è stata una delle decisioni migliori che ho preso in tutta la mia vita.
Durante una delle sedute, me ne sono uscita con questa frase “perché vede dottoressa, io non ho nessuna ragione per cui vivere”, lei allora decise di darmi un compito, ossia scrivere un elenco di ciò che avevo e ciò che invece mi mancava. Ai tempi ricordo che feci un elenchino striminzito e intriso di tristezza cosmica, roba che Leopardi al mio confronto era il re della festa.
Voglio provare a farlo ora quell’elenco, a distanza di anni, ora che l’analisi è conclusa, ora che godo dei risultati di quelle sedute così faticose, ora che, dopo essermi smontata pezzo per pezzo, mi sono ricostruita e sono una persona nuova e migliore.
Proviamo. Allora…

“Cose per cui vale la pena vivere”
– il sorriso di mia mamma, che da quando è rimasta vedova ha messo il turbo ed è un esempio per tutti, nemmeno la malattia è riuscita a piegarla. Una donna incredibile.
– mio marito, che al mattino mi guarda con lo sguardo esageratamente trasognato e mi dice che mi adora, e io lo so che mi prende in giro perché al mattino sono peggio del Grinch.
– Tabata, il cane più buono della Terra, la cui dolcezza mi sorprende sempre e mi insegna che alle volte basta una carezza a raddrizzare una giornata storta.
– quella bella sensazione che provo la sera, quando chiudo porte e finestre e so che tutte le persone a me care sono al sicuro e stanno bene.
– fare finta di dormire così che Luca e Tabata vengano a svegliarmi con baci, solletico, zampate, leccate e si comincia la giornata ridendo.
– il panorama mozzafiato che mi fa compagnia mentre vado al lavoro.
– i miei nipoti e mio fratello perché siamo parti dello stesso albero, le mie radici sono anche le loro, io sono loro, loro sono me.
– le mie amiche, che anche se ci vediamo poco, ogni volta è come avere di nuovo vent’anni
– il mare, perché mi fa sentire libera.
– tutto il buono e il bello che scopro ogni giorno in persone sostanzialmente sconosciute. Ascoltarle, parlare con loro anche se spesso parliamo due lingue diverse, ma il suono di una risata è universalmente lo stesso.
– un temporale notturno, che diventa la scusa perfetta per dormire abbracciati.
– un tramonto mozzafiato che mi fa capire che per tanto che l’uomo possa darsi da fare, davanti a Madre Natura resta comunque poca cosa.
– tornare a casa dal lavoro e trovare Luca tutto intento a preparare il mio piatto preferito: spaghetti con le vongole.
– stappare una bottiglia di buon vino e poi fare discorsi senza senso.
– avere il tempo per poter realizzare buona parte dei miei molti sogni.
– nel caso in cui qualcuno Lassù decidesse di buttare uno sguardo verso il basso per vedere che combino, sapere che è orgoglioso di me.
– vivere perché sono fortunata, ho occhi per vedere, orecchie per sentire, bocca per parlare, mani per fare e gambe per andare.
Non mi serve altro.
(A parte un paio di scarpe da favola)
Un sorriso, Magda.

“Magda, mi vuoi sposare?”

Dimonds are a girls best friends…
Maggio il mese delle rose, il mese della festa della mamma e il mese dei matrimoni.
Ma facciamo qualche passo indietro, già perché prima di arrivare al fatidico sì, bisogna compiere un altro step assolutamente necessario. Infatti conditio sine qua non di un matrimonio è che qualcuno vi abbia chiesto di sposarlo. Altrimenti ciccia…
Come ve lo hanno chiesto? O in alternativa, come vorreste che ve lo chiedessero? Oppure basta che ve lo chiedano non vi importa nulla del come?
Personalmente sono una classicona e credo che niente possa competere con la sempreverde scatolina di velluto che al momento giusto il vostro fidanzato aprirà davanti ai vostri occhi e con fare un poco impacciato vi chiederà “mi vuoi sposare?” Aaaaahhhah (è un sospiro trasognato) che bel momento!
E non provate a fare le dure e pure e dire “oh no, a me non me ne frega niente” “uuuhhh, i diamanti che schifo, sai con quei soldi quanti viaggi ci facciamo?” ” a guarda, l’amore non si misura in carati”. Se fate vostra anche solo una di queste affermazioni (che comunque hanno tutte un innegabile fondo di verità) la spiegazione è semplice: o non ve lo hanno ancora regalato, o ve l’hanno regalato ma non era in nessun modo degno di nota.
È vero, l’amore non si misura in carati, ed è altrettanto vero che può rappresentare un certo investimento economico per il nostro fidanzato, ma se lui ha deciso di regalarcelo, perché noi dobbiamo auto-boicottarci?
Vi sia di monito l’esperienza di mia mamma.
Correva l’anno 1978, mio papà aveva deciso di regalare a mia mamma una riviera di brillanti senza nessuna ragione in particolare (mio papà era un romantico estemporaneo), beh aprite bene le orecchie: mia mamma ha detto “ma no, grazie, Angelo prende la Comunione, preferirei spendere quei soldi per sistemare casa” e ha barattato la riviera di brillanti con della tappezzeria. Epilogo: casa tappezzata in ogni dove (che francamente, se ne faceva pure a meno) della riviera si sono perse le tracce, da quel giorno credo che il regalo più romantico che mio padre abbia fatto a mia mamma sia una lavatrice e mia mamma si mangia le mani ancora adesso.
Mi sembra che il concetto sia chiaro.
Proseguiamo.
Ci sono poi altre ragazze che sostengono che regalare un brillante sia ormai terribilmente fuori moda, posto che certe cose non passano mai di moda, queste ragazze sono le stesse che poi sono diventate improvvisamente mancine proprio da quando l’obsoleto anello di fidanzamento gli è stato in seguito regalato: salutano con la sinistra, si sistemano i capelli con la sinistra, gesticolano solo con la sinistra, tutto con la sinistra. Per favore, se vi capita di incrociarne una, liberatela dall’incantesimo, fatele le congratulazioni e i complimenti per la bellezza dell’anello e come per magia ricomincerà a usare di nuovo anche la mano destra.
Quanto a quelle “a no guarda, a me non me ne frega niente”, io le catalogo nel fascicolo “la volpe e l’uva” perché puoi essere anche la più selvatica del Creato ma il momento in cui il tuo fidanzato ti prende la mano e ti mette l’anello al dito e ti chiede di sposarlo, è così intimo, romantico e delicato che il cuore fa tre o quattro capriole, batte due colpi a vuoto e ci mette un pochino di tempo a tornare ai valori normali. È un momento indimenticabile.
Io ho pianto come una fontana, avevo la febbre ed ero in pigiama, ma non importa, è stato tutto pefetto…a parte il fatto che Furio per rendere il tutto più gustoso ha voluto che aprissi da sola la cassaforte dove lo teneva nascosto, e io quella maledetta non riesco ad aprirla nemmeno quando scoppio di salute e sono tranquillissima…figuratevi quanto ci ho messo quel giorno, con la febbre a 38 e con le idee poco chiare circa quello che stava accadendo. Tre giri in senso orario, numero, due giri al contrario, numero, un giro orario e taaaac: no niente, riprova. Allora, dunque, tre giri in senso antiorario, no orario, ma forse prima due, centra il numero giusto altrimenti non prende la combinazione. Riprova. Ririprova. Riririprova. E lui che rideva garrulo. Ma a costo di smurarla con un flessibile o farla brillare con una piccola carica di esplosivo, ce l’ho fatta. Abbracci, baci e telefonata alla mamma.
E questa ve la devo raccontare bene perché merita.
“Pronto mamma? lo sai che Luca mi ha regalato l’anello di fidanzamento e mi ha chiesto di sposarlo?” Lei serafica “bene, e tu cosa gli hai risposto?” Io incredula “beh, che domande, gli ho risposto di sì” Lei allarmata “Manuela…di nuovo? Dobbiamo di nuovo organizzare tutto l’ambaradan?” E tanti ringraziamenti per l’incoraggiamento…
Abbiamo stappato una bottiglia di champagne che conservavamo apposta per un’occasione speciale e ci siamo fatti la pasta al pomodoro cenando a lume di candela, lui in tuta e io in pigiama malata. Unforgettable.
E ancora adesso ogni tanto mi incanto a guardarlo, ma non perché brilla ed è bello, ma perché rivivo quella giornata, quando di fatto non è cambiato niente, ma nulla è stato più come prima.

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