Pane, farina, fatica e ricordi

“mi mandi un po’ la Manuela che vediamo cosa sa fare”.

Tutto ebbe inizio così, la prima esperienza lavorativa della mia vita, non avevo ancora compiuto quindici anni, promossa a pieni voti con largo anticipo, ma non ero una secchiona, ci tengo a precisarlo: ottimizzavo le mie performances studentesche, facendo in modo di avere tutte le medie fatte, finite e pronte per il 31 maggio, così poi potevo andare a scuola come e quando ne avevo voglia. Era il tacito accordo con i miei, potevo smettere di andare a scuola a fine maggio, però era scontato che fossi promossa, e pure con una buona media. L’essere rimandati, o peggio ancora, la bocciatura, non erano risultati nemmeno da considerare, così era e stop, fine discussione.

L’estate del 1987 fu così l’estate che sancì a pieno titolo il mio ingresso nel mondo del lavoro, anche se solo nei mesi estivi. Mi ritrovai a fare l’aiuto dell’aiuto, dell’aiuto commessa nel panificio di paese, ai tempi ridente località turistica del Tigullio (ma veramente non così per dire), che d’estate moltiplicava a livello esponenziale i suoi abitanti e quindi, per chi voleva, c’era lavoro da vendere, ed era normale per tutti i miei coetanei avere un lavoro estivo.

Il proprietario del panificio era un signore gentilissimo ma di pochissime parole, credo, anzi ne sono certa, che il lavoro notturno ne abbia per sempre modificato il carattere, rendendolo concreto e solido, e di certo non una di quelle persone che si perdono in inutili giri di parole; d’estate entrava in laboratorio alle 10 di sera e lavorava ininterrottamente fino alle 13 dl giorno dopo. Aveva mani grandissime deformate da gesti ripetuti chissà quante volte, erano mani quasi insensibili al calore del forno e delle teglie roventi, ed erano impolverate di farina sempre, anche quando non lavoravano. Erano mani oneste.

E così, perché così andavano le cose, mi ritrovai un lunedì pomeriggio, con un grembiule bianco legato in vita, i capelli raccolti in una coda, dietro il bancone di un panificio, senza sapere che orari avrei fatto, che stipendio avrei preso, che mansioni avrei avuto. Niente, ma tanta era la fiducia che i miei riponevano in Giancarlo (si chiamava così) che non sentirono affatto l’esigenza di chiedere dettagli, che magari, era anche un po’ presuntuoso come atteggiamento, e poi mio fratello lavorava già da qualche stagione nel laboratorio, e questo come garanzia era più che sufficiente. Quanto a me, ero così timida e in soggezione che non avrei osato aprire bocca nemmeno per chiedere aiuto se il negozio stesse andando in fiamme; ai tempi diventato rossa come un pomodoro fino alle orecchie per un nonnulla, mi cominciavano a sudare le mani e la voce diventava tremula e appena percettibile. Avevo la pelle tenera tenera e non immaginavo minimamente i cambiamenti che avrei fato durante i mesi estivi grazie a Giancarlo.

Io non sapevo nemmeno distinguere un panino all’olio da un panino all’acqua, non avevo idea delle proporzioni per fare i vari pesi e la gente mi faceva paura e, cosa non trascurabile, facevo orari veramente tosti: mattina e pomeriggio tutti i santi giorni tranne la domenica pomeriggio, che era libera. Giancarlo mi stuzzicava in tutti i modi, mi prendeva in giro, mi faceva scherzi di ogni tipo e, quando parlavo, faceva finta di non sentire, in modo da obbligarmi ad alzare la voce, vincendo così a poco a poco, la mia timidezza. Mi costringeva ad andare più veloce, facendomi correre a destra e a manca con ogni scusa possibile  e quelle mattine che arrivavo in negozio particolarmente assonnata, per regalarmi un dolce risveglio, diciamo così, mi tirava le teglie vuote della focaccia fra i piedi, facendomi si svegliare di colpo, ma anche provocandomi dei sussulti indimenticabili. Ci voleva veramente bene a me e  a mio fratello e ci trattava in tutto e per tutto, alla stregua dei suoi figli. Mi ricordo molto nitidamente il giorno in cui mi pagò per il primo mese di lavoro: mi chiamò nel laboratorio e mi fece avvicinare al banco di lavoro e ci appoggiò un foglio che poi scoprì essere la mia prima busta paga, tirò fuori dalla tasca delle banconote e cominciò a contare…cavoli non si fermava mai, e quando la somma delle banconote messe sul bancone coincise con quella indicata sulla busta paga, invece che fermarsi, mi guardò negli occhi e continuò a contare “perché sei stata brava e te lo meriti” e mi fece una carezza sulla guancia con quelle mani gigantesche che ora sapevo essere capaci di dolcezze disarmanti. Guadagnai così il mio primo milione e mezzo di lire, una cifra enorme per l’epoca e anche una divisa nuova di zecca. Avevo superato l’esame, e ora cominciavo pure a rispondere a tono quando mi faceva delle battute, non arrossivo quasi più, e ridevo di gusto quando mi faceva qualche scherzo.

Arrivavo a fine agosto bianca come un cadavere e stanca morta, giusto il tempo per riposarmi un po’ e si tornava a scuola, ma con la mia stupenda cartella rossa della Naj-Oleari, con tutto coordinato dal diario, all’astuccio, ai quaderni…persino la carta con cui fasciavo i libri era perfettamente coordinata. E nessuno a casa osava dire niente, erano soldi miei, guadagnati con fatica e quindi potevo spenderli come meglio volevo. Che soddisfazione.

Così sono passate le estati degli anni delle mie superiori, da aiuto dell’aiuto dell’aiuto commessa, mi sono ritrovata a essere la commessa storica, conoscevo tutti i clienti e le loro abitudini, scherzavo con tutti e ho sempre avuto una parola per ognuno, Giancarlo ormai non faceva più paura, anzi, era il mio “padre lavorativo” e il negozio con il suo laboratorio lo sentivo a tutti gli effetti come la mia seconda casa. Ogni anno a stagione finita giuravo e spergiuravo che sarebbe stata l’ultima, che io di farmi un mazzo così non ne avevo più nessuna voglia, che non avevo ammazzato nessuno per meritarmi una fatica simile, ma poi, vai a sapere perché, l’estate successiva mi veniva spontaneo andare a chiedergli quando dovevo cominciare, lui mi pizzicava la guancia e mi diceva di andare quando “mi sembrava giusto andare” che tanto ormai sapevo come funzionava. Proprio come una famiglia.

E oggi Giancarlo se n’è andato, un altro pezzetto del mio passato si è trasformato in memoria. Gian vivrà nel mio ricordo come la persona che mi ha insegnato la fatica del lavoro, ma anche la soddisfazione che da esso ne deriva, mi ha insegnato lo spirito di sacrificio, ma anche la serenità che si prova dopo una giornata di lavoro, mi ha fatto vincere la mia timidezza quasi patologica e sono assolutamente certa del fatto che, se oggi sono così come sono, una bella fetta di merito va anche a lui, che ventisette anni fa, ha visto qualcosa di buono dietro ad una ragazzina a cui faceva paura praticamente tutto e che quindi si meritava un pizzico di fiducia.

Mi mancherà, e mi mancherà tanto. Lo voglio ricordare così: alle 13, quando il negozio chiudeva lui salutava tutti, si metteva il grembiule sporco sulla spalla, accendeva una sigaretta, metteva due panini dentro ad un sacchetto e si incamminava verso casa con il passo un po’ strascicato dalla stanchezza. Guardandolo così, con le spalle un po’ curve si intuiva tutta la fatica di un mestiere tanto nobile come quello del fornaio. Un lavoro fatto di orari strambi, di notti che diventano giorni e giorni che si spendono dormendo. Le stelle hanno vegliato sul suo lavoro per anni, ora è lui che da più vicino le osserverà, riposandosi.

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The color run: Una giornata tutta colorata

Ci siamo! Oggi è il gran giorno: 27 luglio.
Alcuni diranno “echissenefrega” altri invece diranno “dai dai racconta come è andata”.
Ormai lo sapete tutti, per scelta di vita, ignorerò i partecipanti alla prima categoria, quindi escluderò: i tristi, i noiosi, quelli che se la tirano, quelli che se la portano menata da casa, quelli con il bacchetto infilato nel sedere e gli invidiosi. Praticamente rimaniamo in quattro gatti, ma siamo i migliori.
Finita la premessa, andiamo al racconto di una giornata MERAVIGLIOSA, infatti vi pare possibile che noi ci accontentassimo di partecipare a una corsa e basta? Nooooo!
Noi ci siamo fatti PRIMA una splendida giornata di mare e sole in uno dei mille e bellissimi stabilimenti balneari di Marina di Pietrasanta, con tanto di pranzetto dei campioni: insalatina di polpo pomodorini e olive, spaghetti ai frutti di mare e sorbetto al mandarino, il tutto annaffiato da una birra media gelata. Poi un bel bagnetto in mare, anche se per arrivare a non toccare abbiamo dovuto camminare millemila metri verso il largo. Dopo il bagno, una bella siesta, e poi alle 16 è cominciata la vestizione, con la maglietta e il pettorale che siamo andati a ritirare preventivamente al mattino dopo una lunga passeggiata sulla battigia.
Dopo avere ritirato il kit della gara, noncurante della temperatura africana, mi sono vista costretta a fare un po’ di shopping: tutù multicolore, braccialetti, occhiali da sole a tema, polsino porta telefono, maglietta ricordo: totale 88 euro. Mi do sempre delle grandissime soddisfazioni.
Si parte.
Lungo la strada che porta al The run color village, incrociamo altre magliette “The run color” ma queste sono tutte colorate, ci sono i gialli, gli arancione, i fucsia e i viola, scopriremo dopo che loro sono gli “sparacolore” ossia le persone armate di bottiglie piene di polvere colorata che ci spruzzeranno addosso al nostro passaggio.
Man mano che ci avviciniamo le t-shirt candide aumentano, siamo veramente in tanti, alcuni indossano parrucche colorate, altri sono organizzati in gruppi, memorabili i “The pussy doctors” (ginecologi?).
C’è musica, tanta musica, tantissimi sorrisi, molta voglia di fare festa che contagia tutti, ci sono un sacco di famiglie con bambini (ma quanto corrono i bambini?? Vogliamo parlarne?). C’è condivisione, anche perché siamo tutti vestiti nella stessa identica maniera, tutti uguali, dall’avvocato in vacanza nella villa di famiglia, al ragazzo squattrinato in tenda. Bello.
Ore 18: ci avviciniamo allo “start”, un ragazzo ci spiega per bene le regole, che si tratta di una corsa non competitiva, quindi non ci sono né vincitori né vinti, bisogna rispettare tutti, i veloci e i lenti, i grandi e i piccoli, e poi la regola più importante, e anche la più bella: sorridere sorridere sorridere.
A dire la verità siamo un po’ delusi: non ci hanno dato il kit di colori, ma poco prima della partenza c’è una pioggia di buste, giusto per vedere come funzionano. E 3…2…1…Paff! Succede che sono tutta viola, in faccia sulla maglia, persino sulla lingua. Francesca è anche un po’ gialla, Luca idem, Marco pure, scoppiamo a ridere.
Ma non è tempo di perversi in chiacchiere: si parte. Davanti a noi un papà corre tenendo il figlio per mano, una mamma da la carica ad una bimba un po’ pigra, un gruppo di ragazzi inglesi segue tre ragazze con dei ridottissimi shorts verde smeraldo, ma credo che a loro interessi di più il contenuto che non il colore degli shorts…In lontananza si intravede una nube arancione, il primo blocco colore, si sente musica e risate, ok tocca a noi è veniamo risucchiati in un mondo arancione: la gente ai lati della strada ci guarda e sorride, io non riesco a immaginarmi, mi basta vedere Luca, che sembra un mandarino con gli occhiali da sole.
Fa caldo, molto caldo, la cosa più difficile è sopportare la temperatura decisamente alta. Il percorso si snoda, e ora stiamo correndo sulla spiaggia, circondati da un variegato pubblico in costume che scatta foto e batte le mani. Il magnanimo proprietario dello stabilimento balneare che attraversiamo ci invita a bagnarci la testa “o bellini, bagnatevi il capo che altrimenti la corsa la si finisce in ospedale” (il tutto detto con un fantastico accento toscano).
Finalmente un po’ d’ombra, si corre lungo un viale alberato, ed eccolo là: il fucsia. Nel frattempo il nostro gruppo si è diviso, gli uomini allenati sono partiti, io e Francesca, diciamo che ci godiamo un po’ di più il percorso, soffermandoci a scherzare con una bambina prima, e con il fotografo della corsa poi (ex atleta zavorrato di macchine fotografiche, che a un certo punto fa come Beep Beep e sparisce all’orizzonte).
Il moto d’orgoglio scatta quando ci supera una che sembra Barbie Scema: bionda tinta tutta rifatta, con tette enormi e pantaloncini oro, corre sculettando al punto che agli uomini che la guardano viene in automatico il torcicollo. Scatta lo sguardo di intesa fra me e Francesca: dietro a questa mai! E accompagnate da un’immaginaria marcia trionfante la superiamo e ci lanciamo dentro al fucsia. Raggiungiamo l’amico fotografo e lo superiamo, a lei fa male un ‘anca e a me il piede sinistro, sembriamo il gatto e la volpe versione multicolor-sgangherata, ci dicono che siamo oltre la metà del percorso, e giallo sia!
Ora vi do un suggerimento: mai e poi mai entrare in una nube di colore dove vi sparano polvere colorata addosso, con la bocca aperta perché state ridendo. È proprio un’idea stupida. Credo che anche le mie tonsille sono gialle, e poi santo cielo, la squadra gialla è veramente accanita: bastaaa, pietà, fermatevi!
Ormai siamo impastate nel colore: il colore, l’acqua che ci siamo tirate e il sudore hanno creato una patina bellissima a vedersi, ma credo praticamente indelebile. Ci vorranno mesi per tornare normali.
Il viola è l’ultimo ostacolo: il colpo di grazia. Ancora adesso mentre scrivo ho tracce di viola sotto le unghie.
Giusto il tempo di riunirci con i rispettivi mariti, che per ingannare l’attesa forse si sono pure bevuti un caffè, e poi mano nella mano tagliare il traguardo. Sorridenti, felici come bambini, ci battiamo il cinque con altri partecipanti.
Ma ora acqua, acqua, acqua, sete sete sete. Ce l’abbiamo fatta!
Sotto al palco comincia la festa: finalmente ci danno il kit colore per la “color blast”. Cos’è la color blast? Ve lo dico subito.
Musica a tutto volume, conto alla rovescia e allo zero TUTTI TUTTI TUTTI i partecipanti lanciano in aria la loro busta colorata: un’esplosione di colori che a pioggia cade sulle nostre teste. C’è chi si bacia, chi si abbraccia, chi on riesce a smettere di ridere. Non abbiamo nemmeno un centimetro quadrato di pelle che non sia colorato.
Tornando allo stabilimento balneare, un signore incrociandoci ci ha così apostrofati “Maremma colorata”con quella cadenza simpatica che mette in automatico di buon umore.
Tuffo in mare così conciati per togliere la più grossa (scarsissimi risultati) e poi docce bollenti e strofinare. Alla fine….più o meno, sembravano di nuovo persone serie. Cena tutti e quattro insieme a Pietrasanta, e poi a casa.
Un plauso infinito all’ospitalità e gentilezza toscana, tutti sono stati con noi gentili e disponibili, gente allegra che niente ha a che spartire con i musi lunghi che pullulano dalle nostre parti, ergo: organizzare una The color run qui in Riviera è fantasia allo stato puro. Noi dalle nostre parti, il divertimento non lo sappiamo coltivare, anzi ci da pure fastidio.
Eppure, eppure quelle tremila facce colorate che hanno corso per le vie di Marina di Pietrasanta erano proprio belle, eravamo belli: per un pomeriggio siamo tornati tutti bambini.

Un consiglio: partecipate alle prossime edizioni. Quanto a noi, non è detto che non si replichi.

Tutte le info su http://www.thecolorrun.it

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Moda mare a Portofino

Allora i caso sono due: o io sto diventando veramente intollerante, oppure è vero: il mondo si sta imbruttendo. C’è anche una terza ipotesi, ossia, sono corrette entrambe le due affermazioni, della serie “perché scegliere se puoi averle entrambe”.
Ma non usciamo dal seminato….della bruttezza si stava parlando.
Sarà forse colpa del caldo esploso all’improvviso, o della crisi economica, o dello scazzo generale, questo non saprei dirlo, sta di fatto che intorno a me vedo brutture, cadute di stile, cattivo gusto e la cosa più grave di tutte: poca pulizia, poca igiene, pochissima cura personale.
La gente puzza e non solo la sera quando uno può essere giustificato da una giornata di lavoro sulle spalle, anche se a essere onesti, mio padre che era un rude camionista (fichissimo ai miei occhi di figlia innamorata) e ai tempi non c’era l’aria condizionata, non puzzava, quindi si evince che non è questione di lavoro, fatica, sudore, ma piuttosto di acqua, sapone e deodorante.
Nella lista delle brutterie c’è poi da segnare un ritorno nefasto, quasi tragico: le espadrillas. Le scarpe più orrende della storia mondiale della calzatura: una suola in corda destinata a impregnarsi di sudore, e una vaschetta in diversi materiali destinata a perdere la forma al secondo utilizzo, fino a degradare a ciabatte, avete presente quando la parte dietro al tallone si ripiega all’interno così il piede è libero di stare mezzo dentro e mezzo fuori? Possibile obiezione: ma si possono lavare. Sì certo, ma hai idea dell’odore di cui si impregna la corda che compone la suola della espadrilla lavata? No? Te lo dico io. Cane bagnato. Praticamente è come se viaggiassi con due pastori tedeschi reduci dal diluvio universale, saldamente ancorati ai tuoi piedi.
Wow, veramente irrinunciabile, che se poi le abbini a una canotta e ad un jeans chiaro tagliato al ginocchio, ti trasformi all’istante in un venditore di cocco da spiaggia. Per la cronaca (nera, visti gli argomenti trattati) sono stati riesumati anche questi due capi: canotta e jeans tagliato al ginocchio. Sembravano spariti e invece li vedo fare capolino qua e là, la canotta a dire il vero si è un pochino evoluta ed è diventata una t-shirt senza maniche (ugualmente trucida, comunque) il bermuda di jeans che spesso viene a lei abbinato è quasi sempre troppo chiaro e troppo stretto con cintura in evidenza e ventrazza dell’indossatore che sovrasta sul tutto, già perché pare che la canotta piaccia aderente.
Manca giusto il marsupio, che per fortuna è ancora immerso nell’oblio, quindi non corriamo rischi inutili, non nominiamolo e lasciamolo lì dove è, anche se in negozio qualche nostalgico continua a chiederlo, nostalgico che indossa un caposaldo dell’abbigliamento estivo da uomo tanto di moda a fine anni Novanta, siete pronti? Squilli di trombe: il pinocchietto.
Che se c’è un capo in grado di trasformare all’istante in un idiota colui che lo indossa, è proprio il pinocchietto, quel pantalone che arriva a metà polpaccio, largo sul fondo che non dona a nessuno, perché quando vedi quelle due tibie secche secche mozzate a metà fare capolino dall’orlo del pantalone, non sai se metterti a ridere o a piangere (normalmente si ride se sono clienti, mentre si piange se sono parenti). Abbinati alla camicia a mezza manica e il sandalo compongono il look del neo pensionato in vacanza, togli la camicia, metti una maglietta, togli il sandalo e metti un mocassino, ed ecco a voi il look vacanziero del perfetto nerd. Togli maglietta e mocassino, metti canotta e ciabatta ed ecco a voi il tamarro perfetto. E il cerchio è chiuso.
Passiamo ora al rispetto della pubblica decenza.
Dal mio punto privilegiato di osservazione noto sempre più spesso signori che deambulano solo con il costume a slip una maglietta sdrucita e un paio di infradito: allora, niente da dire se sei in spiaggia e decidi di andare a prenderti una granita al bar, lo stesso look diventa imperdonabile se lo hai scelto come mise per farti una passeggiatina per le viuzze della località di vacanza di turno, per tanto belle che possano essere le chiappette messe in mostra, nonsi fa e basta. Domenica me ne è entrato uno così in negozio che per buona misura era pure scalzo, io non lo faccio apposta, ma mi parte il sopracciglio del disappunto e non posso fare niente per trattenerlo, e il fatto che il tizio in questione mi faccia pure notare che “sono in barca e in barca non uso scarpe” mi fa partire in automatico la risposta “ti pare forse che adesso siamo su una piattaforma galleggiante in mezzo al mare e devi fare ritorno a nuoto, ti sembro forse io la sirena di Ulisse?” -pensata e non detta per ovvie ragioni professionali- ma santo cielo, che motivazioni sono? Mettiti un paio di scarpe e basta, non solo per ragioni di stile, ma per ben più importanti ragioni igieniche….Che schifo!
Tolleranza zero: basta poco per essere curati, una polo e un bermuda per esempio; se poi ci aggiungi una bella doccia e una spruzzata di deodorante, con pochissima fatica raggiungiamo la perfezione. Lo stesso discorso vale per quelle signore e signorine che vanno in giro mezze nude mentre il buon senso e la decenza suggerirebbero loro di coprirsi un pochino.
In ultimo un piccolissimo appunto: anche se indossate delle comodissime infradito, evitate di strascicare i piedi come zombies, non si può nè vedere nè sentire, alzate i piedi e camminate come vi hanno insegnato.
Mi verrebbe da darvi uno quegli scappellotti che mi dava mia mamma quando mi trascinavo i piedi in giro per casa. Bam, qui secco dietro alla nuca, eccome se adesso cammino bella dritta alzando i talloni!
Ma li hanno dati solo a me? Boh, pare di sì…