Isla Magdalena

Condizioni meteo: avversissime
Sveglia: all’alba (per darvi l’idea, la colazione ce la daranno dopo l’escursione)
Umore: alto
Dress code: solito bardamento antifreddo, antiacqua, antitutto. Da notare che questa crociera ci ha indotto a un progressivo imbarbarimento al quale il Perazzo fatica ad adeguarsi… qui si vive in tuta e i cambi d’abito sono ridotti al minimo, sospese le operazioni di trucco e parrucco, una coda e via… Quel liberation!
Da lontano la Isla Magdalena ci appare come un isolotto privo di qualsiasi forma di vegetazione, un faro in cima, e basta. Si vedono migliaia di punti che si muovono goffamente, un sentiero delimitato da corde, qualche cartello di cui, al momento ignoriamo il contenuto, un molo.
Piove, fa freddo e tira pure vento, il mare ha pietà di noi, solo qualche onda un poco più dispettosa delle altre. Ormeggiamo nel pontiletto e senza neanche il tempo di rendersene conto, a pochi passi da noi, migliaia di pinguini ci offrono uno spettacolo meraviglioso. Sono dappertutto e i cartelli di cui prima ignoravano il significato, ci indicano il comportamento che dobbiamo assumere. Prima regola: i pinguini hanno la precedenza, possono arrivare da destra, da sinistra, da sopra, da sotto, da davanti e da dietro, non ha importanza, al loro passaggio il mondo si ferma.
Seconda regola: don’t pet pinguins. Tradotto letteralmente: non fare coccole ai pinguini. Già, perché la tentazione è forte, fortissima, irrinunciabile. Sono bellissimi, e poi colpevoli film come “La marcia dei pinguini” e “Happy feet” ci hanno resi tutti vittime di un transfer emotivo, tale che, portarsi un pinguino a casa sembra quasi normale.
Terza regola: non dare da mangiare ai pinguini. E questa è facile.
E così, nel giro di pochi istanti ci troviamo catapultati in un mondo parallelo dove noi siamo gli ospiti, gli spettatori tollerati dello spettacolo della natura.
Pinguini che se le suonano di santa ragione, pinguini che nelle tane covano le uova, pinguini che difendono le tane dai gabbiani cattivi, mamme pinguino, e, meraviglia delle meraviglie, i cuccioli di pinguino, o pinguinini (nome poco scientifico, ma molto efficace).
Ed è divertente da morire vedere questi esseri alti quaranta centimetri o poco più, rendere immobili al loro passaggio, esseri umani ben più grandi. “Fermi tutti, attraversamento pinguini” e nessuno osa più muovere un passo.
Siamo ormai semi congelati quando arriva il momento di risalire a bordo, giusto il tempo di finire di inzupparsi con gli spruzzi delle onde ed è ora di chiudere le valige. Questa incredibile avventura nella parte più australe del mondo volge al termine.
Next stop: Easter Island

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Ghiacciaio Aguila

Devo essere onesta e confessarvi una cosa: raccontarvi la straordinaria esperienza di visitare un ghiacciaio perenne indescrivibile nella sua bellezza, stando comodamente spaparanzata su un lettino a bordo piscina con vista su palme, mare incontaminato e sabbia corallina, ha veramente dell’incredibie e mi rimanda alla straordinarietà del viaggio che stiamo facendo.
Del ghiacciaio si diceva…
Dunque, esattamente una settimana fa ci stavamo bardando di tutto punto per affrontare l’ennesima discesa in gommone per raggiungere il ghiacciaio Aguila. In ordine di vestizione: calzamaglia in microfibra, fuseau termico, doppio calzìno, pantalone impermeabile, canottiera, t-shirt manica lunga, pile, giacca imbottita, sciarpa, guanti, berretto, scarpe, da trekking, giubbotto di salvataggio, zaino. Adunata sul ponte quattro per, come ormai siamo abituati a sentire, “…concordare le operazioni di sbarco”.
Il ghiacciaio si svela poco per volta, via via che la nave procede lenta sullo specchio d’acqua, a nascondere parzialmente la vista un piccolo promontorio che chiude la piccola laguna formata dallo sciogliersi del ghiacciaio, la guida ci ha spiegato che ci sono tracce fossili che dimostrano che chissà quanti anni fa, il ghiacciaio arrivava al mare (si parla di circa un chilometro, tanto per farsi un’idea). E poi senza alcun preavviso, (tipico delle cose più belle non avvisare) eccolo: gli aggettivi che saltano subito in testa sono: bellissimo, imponente, magnifico, ipnotico. Una montagna di ghiaccio, di un bianco abbagliante, con incredibili riflessi blu impossibili da catturare con la macchina fotografica, ci si può solo riempire lo sguardo e poi rinchiuderlo nello scrigno dei ricordi più preziosi. Alla sua destra una grotta che chissà cosa nasconde al suo interno, a sinistra una piccola ma vigorosa cascata che sfocia nella laguna antistante. A noi ci chiedono di restare a una distanza di sicurezza che cerchiamo in tutti i modi di eludere (con qualche inaspettato successo), perché non è raro che pezzi di ghiaccio si stacchino e cadendo in acqua potrebbero generare un’onda anomala, insomma non un bello scenario, anche se….Come bambini al Luna Park Luca e Marcello (la parte maschile della coppia che abbiamo conosciuto) cominciano a saltare nell’inutile speranza che le vibrazioni prodotte dai loro salti possano provocare il temuto e agognato distacco. Vedere due adulti, grandi grossi e vaccinati comportarsi come due ragazzini, mi fa riflettere sul fatto che la facilità di stupirsi e meravigliarsi, tipica dei bambini, in realtà non ci abbandona mai, mi aspetto che da un momento all’altro quei due, comincino anche a saltare in fantomatiche pozzanghere, mentre io mi siedo per terra in silenzio a guardare e Chiara (la parte femminile, vedi sopra) vaga come ipnotizzata.
Scattiamo foto su foto, raccogliamo sassi e conchiglie e il percorso a ritroso sul ciglio della piccola baia per risalire a bordo, avviene in silenzio, tenendosi per mano, sono troppo piena di quella vista meravigliosa e ho paura che se apro bocca, qualche piccolissima sensazione possa evaporare al contatto di quell’atmosfera incantata. Mi volterò spesso a guardare il ghiacciaio e ogni volta vi vedrò qualcosa di diverso: osservando due tagli verticali e paralleli a sinistra del corpo principale vedo i segni degli artigli di un’aquila gigantesca e fantomatica, in alto, dove il bianco del ghiaccio sfiora l’azzurro del cielo, vedo, nelle cime frastagliate e aguzze, le guglie delle torri di un castello incantato, più in basso, degli spuntoni più corti, sembrano formare una mano che intima l’altolà. Mi viene in mente una frase che diceva mio padre: le cose belle bisogna guardarle da lontano. Aveva ragione, come sempre.
Risaliamo a bordo appagati, e domani ci attende un’altra fantastica avventura: Isla Magdalena, e i suoi quarantasettemila pinguini.

Capo Horn

Per non farci mancare niente.
Cabina 410 , la Stella Australis é un nave deliziosa, piccolina, intima e raccolta; ci immaginavamo un’infornata di reduci del Vietnam, quello più informa con una gamba sola e il deambulatore, quando scopriamo con stupore che l’età media si aggira intorno ai 50 anni e la presenza di italiani, come d’abitudine, massiccia. Arrendiamoci, siamo il prezzemolo del mondo.
Un dettaglio che a me ha colpito molto: a bordo siamo, in tutto, ventuno nazioni e quando a cena ci hanno chiesto di cantare “tanti auguri a te” per la più piccola passeggera imbarcata che festeggiava i suoi quattro anno e ognuno l’ha fatto nella propria lingua, beh a me un pochino di pelle d’oca é venuta, ma riconosco anche che è un periodo che io mi commuovo per niente.
Con un piccolo briefing ci introducono, la mitica escursione a “Cabo de Hornos”… bellissima non vedo l’ora, solo un unico vincolo: le condizioni del mare che se sarà troppo agitato, a Cabo de Hornos si incontrano due Oceani, il Pacifico e l’Atlantico, che non sono propriamente come l’Aveto e l’Entella, e se verranno quindi meno le condizioni di sicurezza, il Capitano potrebbe non dare il via alle operazioni di sbarco. Il pensiero non ci sfiora nemmeno.
Detto fatto, ci svegliamo che la nave sembra il battello del Luna Park, si balla che é un piacere, rollio e beccheggio, non manca niente, spruzzi che arrivano fino al quarto ponte, gente attrezzata di tutto punto con tanto di giubbotti di salvataggio di ordinanza indossati ( per lo sbarco sfumato a Capo Horn, non per il mare, che poi vi preoccupate) che vomita in ogni angolo, me compresa. Credo di morire, mai, ribadisco mai, stata così male, sono devastata, a un certo punto crollo. Al risveglio il mare pare essersi dato una regolata, io sto meglio, ma al primo segnale di rollio, mi fiondo in reception e prendere una mitica pastiglietta ( tanto ne hanno a secchiate). Giornata recuperata.
Capo Horn lo vedrò nelle fotografie che ha scattato Luca sul ponte della nave…. Che amarezza.
Altro giro altra corsa, al pomeriggio si sbarca a Baia Wulaia, che sbarcare dalla nave è già tutto un programma: bisogna bardarsi di tutto punto, giacca impermeabile, pantaloni impermeabili, scarpe da trekking, pile, berretto, guanti, triplo,calzino e a concludere l’opera il giubbino di salvataggio: siamo oltremodo ridicoli, ma s’ha da fare, tantovale arrendersi subito. Ci issano sui gommoni con livelli di grazia che oscillano dal pachiderma alla libellula ubriaca, dimenticavo: piove e tira vento. Yuppie!!!
Scopriamo, a nostre spese, che l’escursione definita “livello medio” è in realtà un percorso impervio in salita, reso ancora più ostile dal fango fino alle caviglie, pietre scivolose e pozzanghere. Attraverseremo ponticelli nel bosco veramente deliziosi se non fosse che subito dopo per risalire bisogna letteralmente aggrapparsi a delle funi legate agli alberi e chi non lo fa, semplicemente cade e precipita nel fango.
Alla prima salita ne abbiamo persi tre (i più furbi? Il dubbio ancora, mi tormenta), alla seconda un geniaccio in jeans prende un allungone che a momenti arriva dritto al mare, risultato: fradicio e sporco di fango ovunque. Alle terza pure la guida si è arrotata in terra sbattendo il sedere scolpito a botte di tortellini bolognesi (la nonna emigrata era appunto di Bologna) fatti però a Ushuaia, dettagli. L’umore fra noi sopravvissuti è tuttavia alto, anche quando la guida ci racconta leggende incestuose di fratelli trasformati in picchi perché si sono baciati.. mah.. vai a capire, ciò che lei trova romantico a me fa venire i brividi, sarà una questione di punti di vista, oppure lei, è figlia unica e quindi non sa di cosa parla. Ci mostra e spiega ogni singola fogliolina, ogni singola bacca, ogni singolo tronco d’albero, brava, niente da dire, ma un pochino pesantuccia, però è giovane ed entusiasta, non possiamo deluderla, continuiamo a mostrare un interesse degno delle giovani marmotte… come siamo bravi a fingere. E siamo ancora più bravi a scendere quando scopriamo che ci daranno a scelta, o della cioccolata calda o whiskey on the rocks, sai ci sono ben 2 gradi…
Si torna a bordo, e in quella che ormai ho capito essere la crociera dei personaggi incredibili, vuoi non metterci un “gommonista” (lo so che non esiste questa parola, ma rende, quindi prendetela per buona) cabarettista, che prima finge di aver finito il carburante e lancia un “may-day”, poi finge di raggiungere la nave sbagliata, poi simula una perdita di memoria e, davanti alla nostra, tira dritto, e se la ride che è un piacere. Però è simpatico e quindi ridiamo tutti.
Per concludere l’opera, al rientro per toglierci il fango di dosso ci hanno lavato con la manichetta dell’acqua, quella che hanno usato anche nel film “Rambo”, e poi finalmente raggiungiamo la nostra cabina.
Riscaldati, lavati, asciugati e profumati è arrivato il momento della rivincita morale: aperitivo. Open bar = Birra (sì ma mica una) + patatine + olive + nuovi amici. Un’equazione perfetta.

Ushuaia

Arrivo a Ushuaia credo, il 19 dicembre, forse é martedì…
Lasciamo l’Hotel Madero al mattino presto, ad accompagnarci all’aeroporto un tale che Furio a confronto é un improvvisato: apposito arnese per appendere gli occhiali da vista, apposito appendigiacca agganciato al sedile, apposito porta cellulare. Per caricare le valige fa tre o quattro prove di incastri, ma alla fine partiamo e arriviamo puntuali all’aeroporto di Ezeisa, nel frattempo ci hanno cambiato volo e aeroporto, ma non importa: noi siamo viaggiatori, mica turisti e l’imprevisto non ci fa paura (si si…)
Ci accoglie una fila in-ter-mi-na-bi-le per il check in: un serpentone di persone e bagagli da una parte, i singoli check in point dall’altra, e in mezzo un sorte di Caronte versione hostess che con il supporto di un fogliettino ciancicato in mano, sostanzialmente chiama i viaggiatori per alzata di mano. Un delirio.
La coda però ci permette di guardarci intorno e così parte l’analisi del turista: una ragazza incinta, con un passeggino con un bimbo piccolo dentro, zaino in spalla e una valigia grande più di lei al seguito e non fa una piega, serena e tranquilla aspetta (in tutti i sensi) il suo turno. Caronte quando la vede quasi la sgrida perché non ha usufruito della precedenza cui il suo stato le da diritto, lei sorride come a dire “sono incinta mica storpia”.
Coppia con felpa di Abercrombie uguale, bagaglio a mano uguale, valige nuove: potremmo tranquillamente essere io e Luca, infatti sono italiani, e qui scatta la riflessione numero due: ma perché noi italiani quando dobbiamo prendere un aereo ci vestiamo come se fosse domenica e stessimo per uscire per andare a messa? È un mistero, ma è proprio così.
A seguire: varie umanità che imbarcano qualsiasi cosa, dal generatore di corrente, alla ragazza che sembra tenere in mano un cartone con dentro una pizza da asporto, al nonno con nipote che non si riesce a capire cosa stia trasportando, sta di fatto che manda quasi in tilt l’intero aeroporto. C’è una grossa fetta di ultracentenari che immaginiamo essere i nostri compagni di viaggio in crociera (speriamo di no!), viaggiano da soli o in coppia silenziosi, composti e fieri, nella mia testa ho deciso che sono dei reduci del Vietnam, Marines che ne hanno viste di tutti i colori, stoici e vigorosi, nemmeno l’incedere inesorabile del tempo sembra scalfirli.
Caronte, dopo aver chiamato tutti i passeggeri per tutte le destinazioni del Sud America, finalmente chiama il volo 1878 per Ushuaia, sono le 7.05 il volo parte alle 7.45, noi siamo un poco impazienti, lei non fa una piega… speriamo abbia ragione lei… Al check in ci fermano: eccesso di peso, c’è da pagare la differenza. Perfetto e di quanto sarebbe questa differenza: 2 chili. Due chili??? Ehi, dico a te, brutta idiota di hostess, rischi di farmi perdere un aereo fondamentale, per solo due chili? Ribellarsi é inutile… più che perdere l’aereo, temo il vulcano Luca al mio fianco: potrebbe cominciare a eruttare da un momento all’altro. Difficile mantenere la calma, i minuti passano e noi siamo qui impalati ad aspettare il nostro turno per pagare 50 pesos, circa 4 euro, di peso extra. Ma l’ottimismo, insieme alla calma è la virtù dei forti e nel giro di pochi minuti, siamo a bordo dopo aver superato un controllo documenti surreale, infatti dovevi mettere cintura, passaporto, telefono e iPad, direttamente sul rullo, senza cestini e una volta superata la prova “raggi x” venivano sputati fuori dal rullo e se non eri pronto a raccogliere tutto al volo, (e io non lo ero) si infilavano nei rulletti trasportatori e cadevano inesorabilmente per terra: bam fa il telefono, toc fa l’iPad, frrrrrr fa la cintura che sembra una lasagnetta che esce dalla macchina per far la pasta. Comunque, non è il momento di perdersi in dettagli, arraffo tutto al volo e via… si sale sull’aereo, nel frattempo il vulcano Luca si è spento… Meno male…
A bordo scopriamo che l’aereo farà uno scalo a Trelew, ridente neanche tanto, località turistica argentina, un aeroporto costruito nel nulla: una pista di atterraggio/decollo in pura terra battuta, un container a uso biglietteria/ check in/ dogana/ bar e l’ultimo che esce chiuda la porta.
Lo spuntino che ci propinano a bordo è a dir poco agghiacciante: un box di cartone contenente vari campioni di jung-food, si spazia dai salatini gusto pizza, ai wafer ricoperti di cioccolato, transitando su una merendina drammaticamente dolce, fino a raggiungere le vette del sublime con una barretta all’italianissimo gusto cappuccino… per buttare giù tutto in soccorso viene un succo di frutta all’albicocca. Se a bordo c’erano dei diabetici, li avremo sulla coscienza per sempre. Altra bizzarra abitudine: distribuiscono i box e dopo esattamente cinque minuti cinque, passano a ritirare i vuoti; ho visto gente strafogarsi o nascondere gli snack in tasca e nelle borse pur di non contrariare la giunonica hostess. Dopo lo strafogarsi entra in ballo il sonno comatoso… sarà la glicemia alle stelle, vai a sapere. Dietro di noi una sosia di Sandra Mondaini russa come una locomotiva, al richiamo risponde un vecchietto davanti a noi che sembra un trattore, una signora davanti a me danneggerà irrimediabilmente i miei menischi reclinando senza alcun preavviso il suo sedile. I passeggeri dall’altro lato del corridoio sono più composti: una ragazza non si capisce se dorme o medita, un ragazzo sui trenta è precipitato in coma appoggiando la fronte al sedile di fronte, sarà un risveglio pieno di dolore il suo. Quanto a noi: Carramba che sorpresa! La nostra vicina di sedile è nientemeno che la sosia di Loredana Lecciso, ma la versione simpatica. Proveremo anche a parlare, con risultati improbabili, considerato che il mio esame di spagnolo all’università è stato “se le chiedo – donde estas la salida- cosa le sto chiedendo?” “dove è l’uscita”. Stop. Esame superato.
Però sorridiamo entrambe, lo considero un buon segnale. Atterriamo a Trelew, scendono e salgono alcuni invasati del trekking estremo, e al momento del decollo, tutti belli legati, personale di bordo idem, ma non partiamo. Non capisco… Semplice: un signore sull’ottantina è entrato in toilette esattamente nello stesso istante in cui ci si preparava per il decollo, stoppa tutto, finché lui non esce non si può decollare. Sembra di essere a bordo dell’aereo più pazzo del mondo!
Me ne convinco definitivamente quando scopriamo che l’aeroporto di Ushuaia altro non è che una baita tutta in legno: pavimenti, muri, soffitti tutto legno; un unico ambiente per arrivi e partenze, e per completare il quadro mettiamoci pure il personale che ci lavora vestito come i folletti di Babbo Natale, e voilà, siamo a posto.
Bienvenido a Ushuaia, romanticamente detta “il culo del mondo”.