“Lo hai mai fatto in Cina?”

“E tu lo hai mai fatto in Cina?””Ah no, perché se non lo hai mai fatto non puoi proprio immaginare di cosa io stia parlando…”

Tutto in Cina diventa strano, anche le cose più ovvie, come andare in bagno, lavarsi i denti, mangiare e tentare di pagare per farlo. Persino io che mi sono sempre atteggiata come una viaggiatrice smart, ho dovuto mettere alla prova in più di un’occasione le mie capacità di adattamento. E forte del proverbio “ciò che non ammazza fortifica”, posso tranquillamente affermare di essere uscita da questa esperienza decisamente più forte.

Ma andiamo con ordine. Continua a leggere ““Lo hai mai fatto in Cina?””

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Magda e la Great Wall Marathon

“Everybody conquered the “Great Wall marathon ” it’s an hero, be proud about yourself”. Con queste parole dell’ideatore della Maratona sulla Grande Muraglia si è conclusa la serata di gala in onore di quanti vi hanno partecipato.E così io mi sono sentita tagliando la linea di quel traguardo, che ho amato, odiato, temuto, desiderato, sognato, detestato e alla fine conquistato.

La mia prima gara vera, la mia prima mezza maratona, la mia prima vera sfida sportiva, il mio primo bib per la classifica ufficiale, un vero e proprio battesimo di fuoco….

Ma come sono andate veramente le cose?

Ora ve lo racconto, chilometro dopo chilometro.

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Magda, l’amarone e la turista bionda.

Buon anno, innanzitutto.
Sopravvissuti al Cenonissimo? Spero di sì, e spero che almeno a voi sia stata risparmiata la fatica, fra una portata e l’altra di stare ad ascoltare fiumi, ma che dico fiumi, oceani di baggianate e fuffa, un distillato di qualunquismo.
Si parlava di viaggi, e mentre sorseggiavo un amarone magnifico, mi arriva all’orecchio la stupidaggine numero uno “a New York, per andarci, bisogna spendere ALMENO settemila euro a testa, fra volo e albergo altrimenti tanto vale starsene a casa, fidati di me che ci sono andata una trentina di volte”.
La mia mente, rapita e portata in alto dai meravigliosi sentori di frutta matura e confettura di amarene, ripiomba alla realtà e lo sguardo si sintonizza sulla signora dai lunghi capelli con le mèches che sta sproloquiando a vanvera. Vorrei interromperla e provare a intavolare una conversazione e dirle che forse si sbaglia, ma è talmente presa dal suono della sua voce che, più che ad un dialogo, stiamo assistendo ad un monologo…
Io ce li ho ben presenti gli italiani come lei all’estero, sono quelli a New York mettono a ferro e fuoco Abercrombie & Fitch, quelli che pranzano dal Mac Donald oppure cercano affannosamente un ristorante italiano, quelli che pensano che all’estero, per farsi capire, basti solo parlare in italiano ad alta voce scandendo ogni singola sillaba, e che per salire su un aereo si vestono come per andare ad una serata di gala, griffatissimi da capo a piedi, e poi, una volta spento il segnale di obbligo a stare seduti, con le loro Hogan Interactive, macineranno chilometri e chilometri nei corridoi dell’aereo, disturbando tutti gli altri passeggeri.
L’italianità nella sua veste peggiore.
Vogliono fregare la hostess tenendo lo smartphone acceso, sperando che lei non se ne accorga (e vengono regolarmente beccati), e allora stizziti, si vendicheranno provocandole un attacco di nervi quando, come le nostre eroine cominceranno a servire i pasti con i carrelli che occupano tutto il corridoio per la sua larghezza, loro, i molesti, non potranno esimersi dal fare avanti e indietro per raggiungere chissà chi che è seduto esattamente dalla parte opposta dell’aereo, e le hostess per lasciar loro il passaggio, devono ballare un valzer con il carrello: avanti, indietro, passo a destra, e poi uno a sinistra, e avanti così, musica maestro. Per non parlare poi, del panico che si scatena una volta atterrati, schizzano in piedi pronti a scendere, come se gli avessero messo un petardo sotto al sedere, e parte un clap clap di cappelliere che si aprono, bagagli scaraventati in faccia a sconosciuti, giacche che cadono, spinte e nervosismo, ma ancora prima di tutto questo delirio, la prima cosa che fa l’italiano medio(cre) in aereo, è riaccendere subito il telefono per mandare il prima possibile il fatidico messaggio “siamo atterrati. Stiamo bene”. Ora poi bisogna anche verificare la copertura di rete per il traffico dati, aggiornare la pagina Facebook, mandare una manciata di Whatsup, scattare due selfie in aereo con in secondo piano le hostess che ci guardano come se fossimo tutti dei ritardati mentali. Come riusciamo a essere imbarazzanti talvolta.
In una cosa siamo fenomenali: nello stringere temporanee amicizie, con altri italiani che si trovano in vacanza nello stesso posto dove ci troviamo noi. E addio privacy.
Volevate farvi una vacanzina per rilassarvi e ritrovare un po’ di intimità con la vostra metà? Potete tranquillamente abbandonare l’idea perché ora avete dei nuovi amici con cui condividere il pranzo, la cena, il dopo cena, la siesta post prandiale, le escursioni e, soprattutto, ora avete dei nuovi amici con cui fare a gara a chi la spara più grossa.
“Guarda a Bora Bora, noi ci siamo già stati, ma devi mettere in conto di spendere almeno ottomila euro a testa, altrimenti tanto vale andare in Sardegna” l’altra parte, pronta al rilancio “Pensa noi siamo stati tre, quattro, cinque settimane alle Maldive, e non puoi dire di aver visto il mare vero, finché non ci vai”. 1 a 1 palla al centro.
Da lontano puoi sentire le punte dei fioretti che si toccano, è un duello vero e proprio: “che poi io a dire il vero, più che New York, preferisco Londra: il profumo della metropolitana di Londra è inconfondibile” “eh sì, CARA, hai ragione, ma a New York non puoi non andarci, certo costa un pochino di più che andare a Londra, ma noi cerchiamo di andarci almeno due volte l’anno”. 2 a 1: beccati ‘sta botta di poveraccia e ora torna pure ad annusare l’aria di Londra. Ma loro sono amiche, già, perché questo è un contenzioso tutto al femminile, siamo noi che dobbiamo ostentare, vantare, battere in ricchezza la nostra “nuova amica”, i mariti con ogni probabilità stanno veramente stringendo amicizia da qualche parte, lontano dalle loro mogliettine dolci dolci.
È sempre per questo motivo che noi italiane quando prepariamo le valigie per partire, dobbiamo metterci dentro tutto quello che ci serve per garantire almeno tre cambi d’abito al giorno e, ovviamente, ci portiamo le cose più belle che abbiamo, che poi, se per disgrazia ci perdono i bagagli, ci tocca piangere lacrime di sangue.
Siamo fatti così, non possiamo farci niente.
Ed è per questo motivo che quando io e Luca siamo all’estero cerchiamo di confonderci con gli stranieri, socializzando il meno possibile con i nostri connazionali, perché non ce la faccio a sentire castronerie fotoniche senza rispondere per le rime e, soprattutto, invecchiando, non mi interessa nemmeno più farlo. Ascolto da lontano e osservo, so di passare per una snob formato magnum; ma preferisco snob che smargiassa.
Perché c’è una linea sottile che separa il turista dal viaggiatore, e noi italiani, mi scoccia ammetterlo, siamo tanto turisti e poco viaggiatori. Facciamocene una ragione…e smettiamola di fare l’applauso quando il pilota conclude la manovra di atterraggio…che imbarazzo. Dai sù…

Dash to the finish line: piccoli runners crescono

Inutile tediarvi raccontandovi dei fiumi di ironia spesi sul fatto che per convincermi a correre, Luca mi ha dovuto portare nientemeno che fino a New York, giacché a tutte le proposte di partecipare a corse sul territorio italico, io ho sempre risposto con un gentile, ma secco e irreversibile: No grazie.
E invece eccomi qui, sveglia e arzilla alle sei e mezzo del mattino con il mio pettorale numero 10039.
Il punto di raccolta è nella hall dell’hotel alle sette e mezza di mattina, ad attenderci uno dei ragazzi Terramia, il tour operator specializzato in “turismo sportivo”. Ci presentiamo in perfetta tenuta da gara: maglia ufficiale della “dash to the finish line” ( è il nome della cors che stiamo per fare), scarpette da corsa, pantaloncini e K-way, perché, porcaccia la miseriaccia, viene giù che è un piacere, ma ormai siamo in ballo e ci tocca ballare.
A fare colpo è l’entusiasmo generale, sono tutti gasati che è una meraviglia, gente ha fatto della corsa un vero e proprio stile di vita, e poi ci sono io: l’imbucata alla festa che participerà a questa corsa con un livello di allenamento pressoché pari allo zero assoluto. Non ci posso fare niente se tutte (ma proprio tutte) le volte che stavo per andare a fare una corsetta di allenamento è sempre successo qualcosa per cui ho dovuto rimandare e, rimanda oggi, rimanda domani, eccoci qua, a pochi minuti dallo start.
Premetto che in tenuta sportiva io mi sento a mio agio come un camionista vestito da ballerina, però, devo riconoscere che, correre con davanti al naso il nostro tricolore è stato molto emozionante. Il percorso si snoda così: si parte dal Palazzo dell’ONU e si arriva a Central Park, e ovviamente continua a piovere. Sono contenta, e Luca lo sembra ancora più di me, intorno a noi tante facce sorridenti…vuoi vedere che questi maratoneti hanno trovato veramente l’elisir della felicità? Al microfono una donna bionda, di cui non sono riuscita a scoprire l’identità, ci da la carica con un discorso veramente commovente, e poi finalmente via, si parte.
Siamo in tanti e cominciamo a correre, ma cavoli questa pioggia da proprio fastidio ed è tutto pieno di pozzanghere, in pochi minuti ho i piedi freddi e zuppi, sto per cominciare a lamentarmi quando il mio sguardo viene catturato da una signora molto in là con gli anni che corre con un bastone e ha una scritta sulla gamba: “cancer sucks”…e io mi lamento perché ho i piedi freddi? Punta sul vivo, Comincio a correre, veloce come un siluro, corro, corro, e corro senza mai fermarmi e quando taglio il traguardo (lo stesso che taglieranno domani i Maratoneti, quelli veri) l’emozione è veramente grande.
Lo so che è una corsa piccola piccola, ma per me è stato comunque significativo e con orgoglio mi avvento sul sacchetto ristoro che ci hanno dato a fine corsa: Dio mio, questa mela è la mela più buona del mondo!
Torniamo in hotel sorridendo come bambini e sgranocchiando snack: stiamo bene. Sto bene.
L’unica cosa che non capisco è cosa diavolo hanno da guardare le tre cinesi in ascensore con me…quando arrivo al mio piano e esco dall’ascensore, le sento che si fanno una grossa risata alle mie spalle. L’istinto è quello di tornare indietro, bloccare l’ascensore e dirgliene quattro, ma poi lascio perdere, è stata una mattinata fantastica, che mi frega delle cinesi ridanciane.
Poi entro in camera e la mia immagine riflessa nello specchio dell’anticamera mi fa capire il perché di tanta ilarità: il K-way arancione mi fa assomigliare ad una enorme zucca, e il mio berrettino da corsa ormai fradicio sembra proprio un preservativo male indossato: mio Dio sono ridicolissima.
La domanda che mi tormenterà per il resto della giornata è “come è mai possibile che Luca vestito da corsa è fighissimo, mentre io sembro la sorella pazza di Sbirulino?”
Non affrettatevi a rispondere….non la voglio conoscere la risposta…

Tutti in battello risalendo l’East River

C’è una cosa da fare assolutamente a New York: prendere un battello.
Se poi ne prendete uno di quelli poco turistici, di quelli usati dai newyorkesi, e riuscite a farlo, grazie ad una serie di studiatissime coincidenze, quando il sole tramonta, beh, amici miei, l’esperienza rischia di essere una di quelle indimenticabili…basta che riusciate a fare il biglietto.
Proprio così, perché se l’addetta alla biglietteria è una donnona color del cioccolato più fondente, con unghie lunghissime verde fluorescenti, che parla uno slang strettissimo, mentre voi siete ancora in modalità “the book is on the table”, può diventare difficilissimo riuscire a comprare “due biglietti per la 34esima strada”…ma per fortuna abbiamo dieci dita, e così ce la caviamo, piuttosto penosamente, bisogna ammetterlo, ma quel che conta è il risultato, e noi abbiamo i nostri biglietti. Punto e stop.
Saliamo sul battello dal Pier 12, per risalire l’East River, fino al molo della 34esima strada, sfiorando ad ogni fermata del battello, prima Brooklyn, poi il Queens, mentre sopra le nostre teste sfilano in ordine i ponti di New York, prima il ponte di Brooklyn, poi quello di Manhattan, poi il Williamsburg Bridge, e infine il Queensboro Bridge.
Immersi come siamo in questa atmosfera da perfetta commedia romantica americana, quasi quasi non ci rendiamo conto del meraviglioso skyline che New York ha preparato per noi, uno scenario unico, reso ancora più speciale dalla luce spettacolare che il sole, ormai prossimo al tramonto, ci regala.


Un ricordo molto nitido, io e Luca seduti abbracciati sulle panche del ponte scoperto presi a fantasticare su quella che potrebbe essere la nostra vita newyorkese, e intorno a noi gente che sale e scende, businessmen con la ventiquattr’ore e famiglie al completo che si spostano da un lato all’altro della città. Un vento pazzesco che ci impediva quasi di stare in piedi, e le nostre risate, tante tantissime risate, mezzoretta in tutto, ma una mezz’ora assolutamente perfetta.
Se avete in programma una vacanza a New York, seguite il mio consiglio e prendete questo battello, magari siate un po’ più accorti di me, e controllate di avere la macchina fotografica carica, altrimenti proprio mentre cercate la luce perfetta per lo scatto ancora più perfetto, potreste avere la brutta sorpresa dell’I-phone che letteralmente vi muore in mano, e a quel punto potrete fare affidamento solo alla vostra memoria, cosa molto romantica, ma francamente un vero peccato.
Fidatevi, è un buon consiglio.

New York e le sue ferite: 911 Memorial.

È difficile trovare un attacco adeguato quando devi parlare di New York, la città in cui io, a tutt’oggi, mi trasferirei seduta stante, al volo, senza troppo pensare.
Le hanno dedicato libri, musicals, film di ogni genere, dal più drammatico al più demenziale, da veri e propri capisaldi della storia del cinema, fino a planare ad autentiche stupidate di cui, cinque minuti dopo i titoli di coda, non ricordi nemmeno più il titolo, per non parlare della serie infinita di canzoni, canzoncine e canzonette di cui questa città è l’insindacabile musa ispiratrice.
L’occasione per decidere di passare una settimana di vacanza in questa città quest’anno ce l’ha servita fresca fresca su un piatto d’argento la decisione di Luca di partecipare alla Maratona di New York (tranquilli, di questo ne riparleremo), e allora, pronti, partenza ai posti, via: un bel giro di click su Internet e nel giro di un’ora abbiamo fatto tutto, volo, hotel, ristoranti e per buona misura, pure un concerto jazz. Fantastico.
E allora via, si parte.
Siamo anche riusciti a toglierci lo sfizio di volare con la compagnia aerea Emirates, e di verificare se la qualità promessa è in qualche modo supportata dai fatti e, in effetti, così è stato: poltrone comode, bei film, cibo discreto (che in riferimento ai pasti in aereo, è già tanto) e poi sorpresa delle sorprese: vino, whisky, birra. Tu chiedevi e le hostess sorridenti porgevano. Morale della storia, complice l’aver pasteggiato con un vino bianco bello fresco, sono piombata in un sonno profondo, accorciando il volo di almeno due ore, che male non fa.
E cosi ci ritroviamo a passeggiare lungo la Fifth Avenue alle dieci sera, morti dal sonno, ma con la ferma intenzione di non darla vinta al jet lag che ci vorrebbe già belli immersi nel sonno, anche se io a essere proprio proprio onesti, gliel’avrei data vinta eccome, buttandomi a dormire con ancora addosso la borsa, la giacca e le scarpe. Una stanchezza inenarrabile che il giorno dopo si è trasformata in dramma, quando ho scoperto che il mio inglese dopo un anno di non utilizzo, aveva fatto la ruggine: blocco totale della parola e della comprensione, cervello chiuso a doppia mandata, totalmente incapace di comunicare io, che mi sono sempre pavoneggiata di avere una buona dimestichezza con l’inglese… Disperazione. Fiduciosa attendo gli sviluppi, e che il mio inglese torni serenamente a galla.
Ma non aspettiamo oltre,me immergiamoci nell’atmosfera unica di questa città. L’approccio adottato questa volta, che è la nostra seconda volta, è un po’ diverso dal solito: meno turistico e più calato nella realtà, quindi niente arrampicate fino in cima all’Empire State Building, niente ascensori fantasmagorici per arrivare sulla cima del Rockfeller Center, niente Statua della Libertà e Ellis Island, nessuna foto di rito mentre palpeggio gli attributi del toro di Wall Street, solo una tappa sentiamo assolutamente”necessaria”: Ground Zero. Quattro anni fa era un cantiere a cielo aperto, qualche tempo fa avevamo visto in televisione l’inaugurazione del Memorial, e ora andiamo a verificare con i nostri occhi a che punto stanno veramente le cose. Inutile ribadire un concetto ormai chiaro a tutti: gli americani sono i più bravi di tutti a celebrare, a rendere merito, a tributare onori e glorie a chi in nome della propria nazione, ha immolato la sua esistenza, è tutta la superficie un tempo occupata dalle Torri Gemelle ne è la prova. A svettare sopra le nostre teste c’è la Freedom Tower, il primo grattacielo “parlante”, infatti la sua antenna manda perpetuamente per tutto il giorno il segnale corrispondente alla lettera “N” nell’alfabeto Morse. Ma, a dare il vero pugno nello stomaco sono le due fontane, costruite esattamente in corrispondenza delle fondamenta delle due torri: maestose nella loro totale essenzialità, non c’è nessun elemento decorativo particolare, solo acqua che scorre a ciclo continuo, producendo un suono che ti entra nella testa, e che spezza un silenzio raccolto di tutti coloro che sono in visita, e poi nomi, tanti tantissimi nomi di coloro che hanno perso la vita nell’attentato dell’ 11 settembre, che si rincorrono sulle lastre di pietra che costituiscono le fontane. Qua e là si scorgono dei fiori incastrati nelle lettere di qualche nome, il gesto gentile di un amico o un parente, ma anche, perché no, di un illustre sconosciuto. Esattamente sotto le fontane si trova il museo dedicato all’11 settembre: una ricostruzione molto toccante di tutto ciò che ha rappresentato per New York quel tragico attentato, dalla trave di acciaio deformata dalla fusoliera dell’aereo, al drammatico conto alla rovescia, aggiornato quotidianamente da una signora, che ha scandito il passare del tempo dal giorno dell’attentato al giorno in cui Bin Laden è stato ucciso. Ma non vi tedierò oltre, se volete approfondire www.911memorial.org
Uscendo dal Memorial, ho provato un vero e proprio senso di liberazione, perché immergersi nel dolore di una città intera è qualcosa di veramente tosto, e in ogni area del museo questo dolore viene ribadito e celebrato, fino a diventare angosciante. Abbiamo bisogno di aria e luce, usciamo e ci incamminiamo a piedi, destinazione: vedremo.

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Gerusalemme, città da veder con gli occhi e con il cuore

Della crociera si diceva, prima che mi travolgesse un’onda anomala di romanticheria.

Sono rimasti tragicamente indietro due dei quattro post che vi avevo promesso, quindi mettiamoci sotto.
Il giro che fa la Costa Pacifica si concentra soprattutto su uno scalo in particolare Ashtod, porto da cui raggiungeremo Gerusalemme, città affascinante sotto molteplici aspetti, vi piace la storia contemporanea? lì potete fare il pieno, vi piace la cultura religiosa? lì ne avrete da togliervi la voglia, vi piace semplicemente vedere un posto straordinario? questo è il posto che fa per voi.
Ma, c’è sempre un ma. Se decidete di andare all’avventura da soli, credo che dobbiate fare una serie di visti e permessi tale che, con ogni probabilità, vi passerà la voglia prima di partire, se invece come noi due, decide di farvi scarrozzare pigramente da una nave dotata di ogni confort, sappiate che, come più ci si avvicina alle coste di Israele, più il vostro status di crocerista italiano in vacanza perde miseramente di importanza. Esercito a bordo per controllare tutti i passeggeri “face to face”, e tutti vuol dire circa 2800 persone che suddivise in gruppi, sfileranno davanti a loro i quali, passaporto alla mano (che avrete consegnato al personale di bordo al momento dell’imbarco) controlleranno che voi siete proprio voi, e badate a non fare troppo gli spiritosi, a non assumere un atteggiamento di sufficienza o scocciato, perché se si indispettiscono, non vi rilasciano il visto per sbarcare e voi ve ne rimanete a bordo a frollare dentro la piscina. E mettetevi il cuore in pace, non si discute con loro.
Ma non è mica finita qui. Avete finalmente ottenuto il visto, arriva il momento di sbarcare, praticamente la popolazione di una cittadina intera si prepara a scendere, ad attenderci decine e decine di pullman, io ne ho contati 27, poi ho perso il conto, tutti ci dirigiamo verso il ponte , il ponte stabilito per lo sbarco, e ad aspettarci ci sono altri militari dell’esercito che, stavolta a campione, controllano che, per dire, non abbiate mitra, esplosivi, bombe a mano e amenità affini nascoste nella custodia della macchina fotografica. Ovviamente noi siamo finiti nel gruppo degli eletti, circa una cinquantina di persone, a cui veniva aperto lo zaino o la borsa e veniva chiesto di passare sotto un metaldetector ma con una calma veramente indisponente, ma ovviamente zitti e mosca, vietato lamentarsi. La macchina fotografica di Luca è stata passata ai raggi X per ben tre volte, probabilmente prima hanno verificato che non facesse “tictac tictac”, poi che non contenesse armi chimiche, e poi non lo, so solo che io sono scesa dalla nave che avevo la carogna imbufalita sulla schiena. Sul nostro pullman siamo arrivati per ultimi, accolti dagli sguardi scocciati degli altri passeggeri, non c’è che dire, cominciamo proprio bene, ma come si è presentata la nostra guida, il malumore è magicamente svanito. Perché? perché quando ha preso il microfono per raccontarci il programma della nostra escursione, scopriamo con estrema gioia che parla esattamente come Adam Sandler in Zohan, film demenziale ma geniale, che se non lo avete visto, non capisco cosa aspettate a farlo, se invece siete come noi che ne conosciamo ogni singola battuta, se vi dico “vi faccio tutti i seta morbida”, non c’è bisogno di aggiungere altro: state già ridendo.
E finalmente si parte alla volta di Gerusalemme, lo ammetto sono molto emozionata, vedremo i luoghi della Passione, Morte, Resurrezione di Gesù Cristo, io non sono una praticante incallita, sono una peccatrice fatta e finita, ma sono cattolica e quindi per me è un momento importante. Prima tappa: il giardino del Getsemani, non vi racconto tutta la storia, tanto se avete frequentato il catechismo, o visto “Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli, o più recente, “The passion” di Mel Gibson, dovreste essere piuttosto informati sui fatti.
La prima vera forte emozione che mi ha fatto scendere le lacrime è stato quando, una volta entrati nella chiesa costruita di fianco al giardino, con l’altare appoggiato sulla roccia su cui Gesù fu arrestato, si stava dicendo Messa e quanto è giunto il momento del Padre Nostro, si è sentita una unica forte voce formata da una miriade di lingue diverse: inglese, francese, italiano, spagnolo, tedesco, arabo, ebraico e chissà quante altre, su invito del prete ci siamo presi tutti per mano, un momento di un’intensità indescrivibile e inspiegabile, sta di fatto che le lacrime non smettevano di scendere. Ormai c’ero dentro fino al collo. Attraversare il giardino del Getsemani, pieno di ulivi vecchi come il mondo, appoggiare la mia mano sulla pietra su cui si dice che Gesù si inginocchiò, arrendendosi alla volontà del Padre, mi ha ulteriormente messo alla prova, fortuna che poi è arrivato l’imbecille di turno, un tale che era sul nostro stesso pullman, il quale, prima si sincerava di essere sentito da quante più persone fosse possibile, e poi sparava scemenze a raffica. Valutate voi: lui alla moglie “mi hanno detto che qui vicino c’è un ristorante dove si mangia benissimo, ma non bisogna fidarsi del proprietario” la moglie allocca “a sì, e come si chiama?” lui, sghignazzando “da Giuda”. Fine.
Risaliamo sul pullman, io in estasi mistica, Luca che scatta foto a raffica, il panorama è bellissimo: Gerusalemme è tutta bianca, con il cielo azzurrissimo, interrotto solo da decine e decine di minareti, dedali di viuzze che si inerpicano e chissà dove portano, ovviamente ci è stato caldamente sconsigliato di lanciarsi da soli alla scoperta della città, ma noi non ci pensiamo neanche.
La seconda tappa, su cui non mi dilungherò molto, è la chiesa della Dormizione, qui si dice che la Vergine Maria si addormentò di un sonno eterno, e poi salì in cielo, e banalizzando: religione che hai, tomba di Maria che trovi, nel senso che non c’è un luogo certo che mette tutti d’accordo, su dove Lei sia stata sepolta, e quindi ogni religione la racconta un po’ a modo suo. Poco vicino il luogo dove avvenne l’ultima cena, ma c’era veramente un mare di gente, scolaresche in gita, una confusione indescrivibile, insomma le mie corde cattoliche non hanno vibrato. Ma qui c’è stata una perla, un aneddoto che val la pena ricordare: in una sinagoga adiacente alla Chiesa della Dormizione si trova la tomba di Re David, il profeta, ci dividiamo in due gruppi, uomini da una parte e donne dall’altra, entriamo tutte in fila indiana e una signora del nostro gruppo esordisce così “ma questo qui nella tomba è uno dei nostri? sennò io non lo fotografo”. La stessa signora avrà poi occasione di mettersi di nuovo in mostra successivamente, quando faremo la coda per visitare il Santo Sepolcro.
Nel pomeriggio, la nostra guida stravolge un po’ il programma della gita, così facendo riesce a farci vedere il Santo Sepolcro, che di fatto non era previsto nel programma in quanto spesso bisogna fare code interminabili, ma sacrificando un po’ di inutile shopping nei bazar, riusciamo a fare questa cosa straordinaria, io non sto più nella pelle dalla gioia, la signora di cui sopra è imbufalita come un toro perché lei VOLEVA fare shopping perché aveva promesso al figlio di comprargli un copriletto (ma perché, proprio un copriletto a Gerusalemme?chissà). Ci mettiamo in fila in, è proprio il caso di dirlo, religioso silenzio, interrotto solo dalle lamentele della signora che non voleva stare in coda, che faceva caldo, che c’era troppa gente, che a lei non interessava, che ha scassato tanto le palle che alla fine pure suo marito ha preso le distanze da lei e io credo di averle ringhiato contro qualcosa tipo se si rendeva conto di essere dentro al luogo sacro per eccellenza al mondo e non in coda per andare al cinema, e che comunque non mi risultava che ci avessero imbullonato i piedi al pavimento, che se proprio non le interessava poteva anche uscire, così almeno la smetteva di disturbare noi e tutti quelli che a differenza nostra che eravamo lì quasi per caso, erano lì in pellegrinaggio dopo aver fatto un viaggio lungo di sicuro non su una nave Costa. Poi Luca mi ha dato uno zuccherino, mi ha fatto una carezza sulla testa e così ho smesso di ringhiare e mi sono rimessa diligentemente in coda.
Circondata da gente che pregava, intonava canti sacri, e stringeva tra le mani crocifissi e rosari, mi sono trovata davanti al Sepolcro: un ingresso bassissimo in marmo ci introduce in questa stanzina piena di incensi e illuminata solo da candele, e poi la tomba di Gesù e nel momento esatto in cui stavo uscendo, il prete ortodosso addetto alla vigilanza della tomba, mi prende per un braccio e mi dice di non andarmene subito, ma di restare e pregare con lui. E giù di nuovo lacrime…
Le emozioni crescono mentre ci avviciniamo alla pietra dove venne deposto Cristo una volta che venne tirato giù dalla croce, crescono ancora mentre saliamo al luogo dove fu crocefisso (oddio, non immaginatevi il Golgota come nei film, ora c’è una Chiesa e del Golgota resta solo una pietra posta sotto un altare dentro ad una cappella), ma tanto basta a toccare corde profonde.
Per raggiungere il Muro del Pianto, percorriamo a ritroso una parte della Via Dolorosa, ossia la strada che ha percorso Gesù con la croce in spalla, esperienza molto toccante, perché, anche se i luoghi sacri visti fino a quel momento potevano essere in un certo senso messi lì ad arte, bhè le strade della  Gerusalemme antica mica le hanno rifatte, le pietre sono le stesse, i muri idem, quello che vediamo noi oggi è ciò che ha visto lui, la casa di Simone di Cirene che lo aiutò a portare la croce, il luogo dove Veronica asciugò il volto di Gesù, e dove cadde per la seconda volta. Momenti in cui la curiosità si mescola con la fede e l’atmosfera diventa veramente toccante, anche la signora che si lamentava per il mancato shopping ora è un tripudio di buoni sentimenti, poi però, a un certo punto si è infilata in un bazar e ne abbiamo perse le tracce nel sollievo generale.
Ultima tappa, il muro del pianto. Di nuovo ci dividono, uomini da una parte e donne dall’altra, io mi sono portata carta e penna, con Luca facciamo i nostri bigliettini da incastonare nel muro, e ci avviciniamo. Un momento di preghiera e poi nell’ardua impresa di incastrare il mio bigliettino ne faccio cadere un tir, ma Gesù vede e provvede e non si ferma certo davanti ad un errore di forma, no? A dir la verità mi son sentita un po’ fuori posto lì, mi sembrava di mancare di rispetto a quanti si recano al Muro per pregare anche intere ore in una specie di trans religiosa, un ragazza quasi sbatteva per terra, ma nessuno sembrava preoccuparsene, vai a capire…
E qui si conclude la nostra giornata a Gerusalemme, non immaginavo proprio che ci avrebbe lasciato addosso così tante emozioni, è stata un’esperienza forte e intensa, bella. Da provare, assolutamente.