Il cliente ha sempre ragione. Anche quando straparla.

A novembre sono vent’anni esatti che faccio questo lavoro, il lavoro più bello del mondo, fatto di contatto umano, di empatia, di molti sorrisi e tantissima pazienza.

E poi ci sono i clienti, vere fucine di autentiche perle, strafalcioni memorabili, grazie ai quali io e le mie colleghe ci siamo assicurate anni e anni di autentiche risate. Oggi ne voglio condividere qualcuno con voi. Buona lettura.

“Ha un blister da giorno?” “Forse voleva dire blazer?” “E io che ho detto?”

Per la serie armature medioevali: Dopo i colli a lancia, c’è chi vuole quelli a freccia….attendiamo il modello a balestra, il collo a ghigliottina, ormai è decisamente out. Sapevatelo.

Per la sicurezza personale, si comincia a girare armati…. Sarà per questo che mi hanno chiesto una giacca con i revolver …(secondo me la voleva con i revers, ma rimane tuttora il beneficio del dubbio)

Le maniche a reclam hanno sbaragliato la concorrenza delle vetuste a raglan.

Per lo stratega del tradimento invece, la soluzione è questa: “me ne dia due identici, ma in taglie diverse, così non mi sbaglio quando parliamo dei regali con entrambe”. Ma complimetoni!!

E poi per le indecise che vogliono una gonna a ruota ma dritta, un pantalone stretto ma non aderente, un maglione che tenga caldo ma che non mi faccia sudare…. Abbiamo un mago in zona? Tornerebbe utile.

“Vorrei vedere una polo chiara”

“Certo signora, cosa ne pensa di questa bianca? va bene?”

“La preferirei più chiara…quella lì blu è perfetta”. E caló il silenzio in negozio.

Ma si sa, il cliente ha sempre ragione anche quando entra nel negozio già sprofondato nelle tenebre e tutte noi già con giacca e borsa in spalla e esordisce “è mica già chiuso?” a cui fa da controcanto al mattino, stessa situazione ma “è mica già aperto?”. “ma no, che dice, le stavamo solo organizzando un benvenuto a sorpresa”

Però poi ti chiedono una maglia con le maniche a Batman e allora gli perdoni tutto, perché se te la chiedevano a pipistrello, sarebbe stato decisamente più prevedibile. Per non parlare di quella volta che hai dovuto fare la dog sitter mentre il cliente in camerino si provava una maglia, oppure hai dovuto badare ad un bambino urlante convinto di essere Flash Gordon e quindi saettante da un angolo all’altro del negozio.

Ma é il nostro lavoro e lo facciamo con impegno e passione.

Quando lavoravo in un negozio di calzature, un giorno una cliente mi chiese se le facevo vedere un paio di scarpe con i tacchi a squillo…Molto bene. Volentieri!

E sempre in quel periodo, una signora, in un qualsiasi giorno di inizio settimana, mi chiese il prezzo di un paio di scarpe, e poi serena mi disse “bene, le vengo a provare sabato, quando mi faccio il bagno”…ooookkei, vaaa bene….

Ho dovuto fare irruzione in camerini dove una coppia un po’ hot si stava, diciamo…accoppiando in senso biblico “signooooraa….disturbo? le passo gli altri capi che voleva provare…” mentre le mie colleghe di allora erano sdraiate per terra, morte dal ridere.

E siccome io lavoravo nei negozi quando ancora si poteva fumare, una signora ben pensò che la mia mano tesa altro non era che un improvvisato portacenere. Non è stato un bel momento.

Ho dovuto letteralmente sottrarre alla furia assassina di una madre il proprio figlio di due, massimo tre anni, reo di essersi infilato nella nostra vetrina e aver seminato panico e distruzione….alle volte credo che se non fossi intervenuta, ora non sarebbe quel bel figliolo che invece è.

C’è spazio pure per l’anziano ingrifato, che a bruciapelo mi disse “a me piace far l’amore anche più volte al giorno, ma mia moglie non ne ha più voglia. Lei sarebbe mica disponibile?” vi faccio notare che la moglie era li a un metro da lui

E per ora mi fermo qui, ma sappiate che non è ancora finita..

Una piccola storia tenera tenera

Distrattamente rimetto il telefono nel cassetto dopo aver controllato la posta, i messaggi e aggiornato le mille chat su WhatsApp, alzo lo sguardo e mi ritrovo davanti un omino piccolo piccolo, molto pallido in volto, un po’ in là con gli anni, dipinta in viso un’espressione che a priori non sapevo decodificare, penso fra me e me “Mioddio stavolta è tosta, povera te”.

Modalità sorrisone “On”

“Buongiorno posso aiutarla?”

“Buongiorno. Una domanda, ma avete cambiato lo staff del negozio? Perché non vedo la ragazza che normalmente mi serviva”

Mi rendo conto di essere un po’ stizzita – ti dovrai accontentare di me, caro mio, fattene una ragione-cominciamo male.

“Avrei bisogno di un paio di polo, una chiara e una scura, taglia XL”

Le sceglie con facilità – vuoi vedere che ci scappa una bella vendita?

“Dopo avrei bisogno anche di due paia di pantaloni, ma i pantaloni per me sono una cosa un po’ complicata”

Si solleva un lembo della polo e con delicatezza si sfiora il lato sinistro dell’addome, mi guarda e mi dice “vedi, non posso schiacciare qui, dove c’è la stomia per la dialisi”.

Dal lei è passato al tu

“ho proprio bisogno di comprarmi delle cose nuove perché quelle che indosso sono impresentabili, sono dimagrito molto e la sarta ha rimediato come poteva, stringendomi tutto l’armadio, ma sono sempre in disordine e sono un po’ stufo. Devo darmi una risistemata”

Questo sconosciuto mi ha mischiato le carte in tavola, da scontroso e ostile, si sta rivelando gentile e timido, gli sorrido, ma con gli occhi questa volta, e partiamo alla disperata ricerca di un pantalone, che purtroppo si rivelerà infruttuosa. Ha difficoltà a rimettersi le scarpe, mi accuccio e con il calzascarpe lo faccio io per lui. Provo una gran tenerezza, perché vive le sue difficoltà di movimento con estremo imbarazzo, si intuisce che dietro all’aspetto un po’ goffo si nasconde una persona distinta e raffinata. E i muri fra di noi sono crollati.

Mentre si prova un giubbotto primaverile mi ripete che ha bisogno di vestiti nuovi, perché “l’ultimo anno non è stato un anno facile” che ha avuto tante cose PURTROPPO a cui pensare “sai, prima venivo con mia moglie a fare compere, ma ora…” e lascia cadere il discorso…si incupisce. Porta il giubbotto alla cassa, gli chiedo se ha la tessera fidelity, “e no, mia moglie l’avrà messa da qualche parte e non la troverò mai più”

Si fa di nuovo triste

“è stato un anno proprio difficile, sai?”, sarà la decima volta che me lo dice, provo una specie di dolore empatico, pover’uomo, in un anno ha dovuto affrontare la malattia sua, quella di sua moglie, e pure la sua morte, e io vorrei regalargli un momento lieve, frivolo e leggero, ma allo stesso tempo non vorrei sembrargli ruffiana nella mia gentilezza.

Invece è lui a sorprendermi

“fossi un bel giovanotto biondo, alto e con gli occhi azzurri, non me la chiederesti la tessera, e il mio nome te lo ricorderesti benissimo” ride di gusto.

Mi serve un assist perfetto

“ma lei E’ un bel giovanotto alto, biondo e con gli occhi azzurri”

“e tu sei un’adorabile bugiarda”

Ora anche a lui sorridono gli occhi.

Si fa di nuovo serio.

“davvero, sii onesta per favore: non mi hai venduto cose che posso sembrare ridicolo, cioè non sembro uno di quei vecchi che vogliono sembrare giovani a tuti i costi, vero? Ti prego, perché io mi posso affidare solo a te, non ho più nessuno a cui chiedere un parere. Sono rimasto solo e non sono nemmeno capace di vestirmi, pensava a tutto lei.”

Gli si incrina la voce.

“la vita è strana, ero io quello spacciato, e invece io sono ancora al mondo e lei se n’è andata in pochi mesi. E mi ha lasciato solo”

Poi si riaccende e sorride.

“ti rendi conto? mi ha piantato qui, nonostante io sia alto, biondo e con gli occhi azzurri. Ma come hai detto che ti chiami?”

“ma non gliel’ho ancora detto, ero persa nei suoi occhi azzurri”-rido- “Comunque mi chiamo Manuela. E sono contenta di averla conosciuta. Spero di rivederla presto, anche solo per fare due parole”

Gli porgo il sacchetto con i suoi acquisti, lui mi prende la mano e mi dice “posso?” e mi fa il baciamano

“hai riempito la giornata di un vecchio malato e solo. Grazie”

Prende il sacchetto e si allontana.

E mentre sorrido sento gli occhi pungere un pochino , in silenzio ripiego tutto, riordino il negozio e torno alla realtà.

 

Ricominciamo…buon anno da Magda.

Buon anno a tutti, ragazzi! Avete festeggiato adeguatamente la fine del vecchio 2016, per spalancare le braccia al nuovo che avanza? Se la risposta è sì, bravi, se la risposta è no, non dannatevi l’anima, avete ancora 364 giorni per mettervi in pari.

2017 anno dispari: personalmente ho avuto sempre un po’ di antipatia per gli anni dispari, tanto è vero che se faccio un secondo mente locale e guardo indietro, mi accorgo subito che la maggior parte delle magagne che mi sono picchiate sulla testa sono accadute tutte in anni dispari, parimenti, le cose belle, a partire dall’anno di nascita in poi, tutte in anni pari. Quindi per quel che mi riguarda, intendo partire un pochino in sordina, una sana diffidenza, che alle volte partire carichi di debordante entusiasmo, è la strada migliore per rimanere delusi.

Per quel che mi riguarda vorrei che fosse un anno un po’ più spirituale, vorrei trovare il tempo, la voglia e la fiducia nelle mie capacità, per portare a termine un paio di progetti che mi stanno piuttosto a cuore; così se il 2016 è stato l’anno consacrato alle fatiche (e soddisfazioni) sportive, vorrei che il 2017 si prendesse la briga di aiutarmi a raggiungere altre soddisfazioni, delle quali però non parlo per scaramanzia… E voi avete fatto la lista dei vostri buoni propositi? Chi volete essere e come vorreste diventare nei prossimi 365 giorni? Siete tipi da marcia di mantenimento, ossia che tutto resti esattamente così come è, oppure siete di quelli che se non vengono costantemente pungolati dalle novità, si annoiano e si spengono? Comunque, siate come volete essere, coltivate la vostra essenza, e se necessario, eliminate pure qualche erbaccia che vi toglie ossigeno, ma siate gentili nel farlo, perché la gentilezza è una dote che vi porterà fortuna. Vi do un altro piccolo consiglio, una cosa da fare che vi regalerà immediato benessere, ma è anche una delle cose più difficili da fare in assoluto: chiedete scusa. Non importa che sia una questione di stato, alle volte basta anche una parola sbagliata per ferire una persona, o averla trascurata un pochino, o un gesto a cui voi non avete dato nessun peso, ma che ha fatto male a qualcuno. Ecco: scusatevi, spiegate, chiarite. Sarà come sciogliere quel nodo al tubo che non faceva arrivare acqua alla pianta, e invece, come per magia quella pianta rifiorirà. E siete voi la piantina in oggetto, se non lo avevate capito.

Buon anno allora, e mi raccomando: non fate i buoni, siatelo. Che è molto più difficile.

 

 

NYCM: “la corsa a cui partecipano solo i buoni”

E’ inutile, non passa, non scende, non svanisce. Sono rientrata nella mia vita di tutti i giorni, fatta di routine lavoro-casa-amici-casa-lavoro e, nonostante siano passati più di dieci giorni, le sensazioni che ho provato correndo la maratona di New York non accennano a passare. Luca mi aveva avvisata in tempi non sospetti, dicendomi che questa esperienza mi avrebbe arricchito un bel po’, però io non immaginavo così tanto.

Il punto è che per la prima volta in via mia, non riesco a trasformare in parole una sensazione, o meglio, uno stato d’animo che sento dentro di me in maniera molto chiara e nitida. E così accade che, quando gli amici mi chiedono “allora come è stato?” io come risposta spalanco gli occhi, apro le braccia, carico il sorriso e riesco solo a dire che “è stato enorme”. Banale, mi rendo conto. Se penso che all’inizio del mio percorso da runner, odiavo correre da sola perché non ero capace a trovare il mio ritmo, mi sembra impossibile, perché invece ora adoro correre in solitudine, perché nel mio incedere solitario, entro in contatto con quella parte di me un po’più intima e meno cazzara, che non tutti conoscono (non ci crederete ma, su alcune cose, io sono estremamente timida e riservata), ma che c’è, esiste e quando corro le lascio prendere il controllo della situazione. Ed è proprio questa Manuela un po’ meno caciarona che si è goduta la maratona. E’ lei che si è commossa nello sfiorare la grinta e la ferrea determinazione di un non vedente che correva di fianco a lei, affidandosi totalmente a quattro angeli custodi che incessantemente gli suggerivano dove andare. E così il pensiero scivolava nella direzione di quelli che mi dicono “io non corro perché il mio fisico non ce la fa”: vergognatevi, siete sani come pesci, dovreste correre come lepri, perché se lo fa lui che sostanzialmente lo fa al buio, voi proprio non avete scuse… E vorresti fermarti , fargli i complimenti, dargli una pacca sulla spalla dirgli “sei un eroe”…anzi no, questo l’ho fatto e i cinquecento metri successivi li ho fatti tutti in versione salice piangente, e nelle cuffiette l’orchestra di Morricone che suonava un pezzo della colonna sonora di Nuovo cinema Paradiso (tema d’amore per Nata – ascoltatelo vi prego) ha aggiunto pathos ad una situazione già bella carica.

E’ sempre questa Manuela quella che ha corso un tratto di First Avenue con davanti un gruppo di ragazze con addosso una maglietta con scritto “Brandon (1976-2016) sarebbe stato bello un mondo senza cancro”. Allora le emozioni vanno a bussare a quella parte di cuore dove riposa tranquilla la tua amica che per tanto che abbia combattuto contro il cancro, non è riuscita a sconfiggerlo, e decidi che correre un pezzetto con lei al tuo fianco è una bellissima idea, anche se fa un po’ male. Così come quando distrattamente pensi a cosa penserebbe tuo padre se avesse modo di sapere cosa stai facendo oggi, lui che era perfettamente conscio della tua avversione per tutto ciò che stimolasse le ghiandole sudoripare… Sarebbe pieno di orgoglio, e quindi diamogli un senso a questo orgoglio paterno: gambe in spalla e via, che chi si ferma è perduto. Poi alzo gli occhi, mi guardo intorno e mi viene in mente un pensiero bellissimo, mi  prometto di ricordarlo e appena torno in albergo lo scrivo, così non lo perdo, ma invece come spesso mi accade, è come se tutti questi pensieri, frasi, poesie, embrioni di racconti, diventassero benzina per le mie gambe e nutrimento per la mia testa. Svaniscono, ed è un vero peccato, perché alcuni erano veramente molto intensi e pieni di colori vibranti. Tornano a far parte di quell’energia che li ha creati,  e io devo assolutamente escogitare il modo per fermarli, o di farli tornare indietro.

Vista da fuori sono una ragazza sorridente che corre, dentro invece è il marasma più completo, la mente va dove vuole, il cuore spalanca e chiude porte e finestre incessantemente: il risultato è che io perdo il controllo, felice che ciò accada. E’ per questo che resto dell’idea che la corsa è uno sport solitario, perché se in mezzo a tutto questo bailamme ci metti pure una persona a cui devi la giusta considerazione, è inevitabile fare un macello. E poi dovresti stare a spiegare perché stai sorridendo, perché ti sei commossa, perché hai la pelle d’oca. Troppe spiegazioni, lasciamo stare, e ci vediamo al traguardo. E quando sono in questa sorta di trance, capirete bene che quarantadue chilometri di stimoli continui, sono per la sottoscritta veramente ma veramente tanti. I bambini che ti danno il cinque per un “extra boost power”, la signora che passerà buona parte della giornata sulla strada con un cesto di caramelle da offrire a noi runners: declino gentilmente l’offerta, perché una parte di me pensa che potrebbe non essere un’idea grandiosa correre mangiando una caramella – se poi mi va di traverso e soffoco? meglio non correre rischi inutili. E poi ci sono i fidanzati che aspettano le fidanzate, le fidanzate che aspettano i fidanzati, mamme che aspettano figli e figli che aspettano le mamme, tutti che si sgolano e sbracciano e sembrano tutti tarantolati da quanto si danno da fare per far sentire la loro presenza, ed è questa poi la vera onda che ti travolge e trascina per chilometri e chilometri, perché non ce la fai proprio a sentirti solo, sei uno in mezzo a tanti ma, in mezzo a quei tanti, senti di far parte di un tutto ben definito e concreto. Ti aspetti che da un momento all’altro  tutti comincino a chiamarti con il tuo nome, perché ti sembra quasi ovvio che qualche decina di migliaia di persone perfettamente sconosciute lo conoscano.

Questo è lo spirito della Maratona di New York. E’ calore, è forza, è la faccia più bella del genere umano, siamo io e te che siamo due perfetti sconosciuti e corriamo fianco a fianco, incoraggiandoci l’un l’altro, è la ragazza con le stampelle che non si perde d’animo e con una fatica che credo non si possa nemmeno immaginare, arriverà al traguardo sconfiggendo il suo mostro personale. E’ l’obeso che già al decimo chilometro è sfiancato dalla fatica ma non si ferma, indossa una maglietta con scritto “sto cambiando la mia vita, incoraggiami” e allora intorno a lui si forma un drappello di runners che lo accompagneranno per un pezzo, ai quali se ne sostituiranno altri e poi altri ancora e non correrà mai solo, e ci speri proprio che lui arrivi al traguardo sano e salvo. Non mi dimenticherò mai nemmeno della nonna decisamente in là con gli anni che corre (e correva sul serio) con addosso il mantello di Wonder Woman con stampate sopra le foto dei nipoti e le dediche che loro avevano scritto per lei in occasione della sua partecipazione alla maratona, era magnifica: grinta da vendere e sorriso sereno.

Se fossi una bambina e dovessi scrivere un tema sulla maratona di New York, mi piacerebbe scrivere così “è la corsa a cui partecipano solo i buoni”, perché un po’ lo penso veramente, ma da adulta quale sono, mi rendo anche conto che esprimere un giudizio così assoluto non è comunque corretto, voglio dire, sicuramente fra i partecipanti ci sarà senza dubbio un marito fedifrago o una ragazza che ha rubato il fidanzato alla sua migliore amica…Sta di fatto che da quando ho fatto il mio debutto nel mondo della corsa, posso tranquillamente affermare di aver conosciuto solo belle persone, persone dal sorriso luminoso e in grado di trasmettere grande tranquillità, anche in un momento di grande fatica fisica come può essere appunto una maratona. E ora che siamo arrivati in fondo a questo racconto, credo finalmente di sapervi spiegare molto chiaramente il perché la maratona susciti così tanto fascino: correre, ma soprattutto, preparare una maratona ti insegna a non avere paura. Prendete una penna e un foglio. Tracciate una riga orizzontale, e all’origine di quella linea tracciatene una verticale: il vostro allenamento corre sulla linea orizzontale, mentre la vostra capacità di introspezione corre su quella verticale e le due cose sono legate in maniera proporzionale, ossia, più aumenta la distanza percorsa più inevitabilmente aumenterà la vostra capacità andare in profondità dentro voi stessi. Piccole distanze, piccole introspezioni, grandi distanze, grandi introspezioni: anche perché quando corri in compagnia di te stesso per due, tre, quattro ore, ne devi trovare per forza di argomenti di conversazione in solitaria, ed è proprio in quel momento che impari a conoscerti e, quando arrivi in fondo, si possono scoprire cose bellissime: io ho avuto la conferma di avere una determinazione che sospettavo (speravo) di avere, ma che non avevo mai messo così duramente alla prova, ora sono sicurissima di averla, ora so che se desidero fermamente una cosa sono assolutamente in grado di ottenerla, e non ho paura di sacrificare molti aspetti della mia vita sul suo altare. E la cosa bella, quella che più di tutto non mi stanco di ripetere, è che tutti noi possiamo farlo, anche te che mi dici che non riesci a correre per più di due chilometri. Coraggio, traccia anche tu le tue due linee e poi comincia a percorrerle, io correrò al tuo fianco.

Magda got the NYCM

Esattamente una settimana fa, mentre qui in Italia vi apprestavate a vivere un tranquillo pomeriggio come tanti io, in una splendida mattina piena di sole, mi apprestavo a correre “La maratona”per eccellenza. Io una settimana fa ero  New York. Come sono arrivata a questo traguardo, francamente non lo saprei dire, forse tutto è cominciato con la mezza maratona sulla Muraglia Cinese, ma questa sarebbe solo la spiegazione razionale, mentre credo che ci siano altre motivazioni meno tangibili e più profonde, che mi hanno spinto  verso un’impresa del genere. Prima fra tutte: dimostrare a me stessa che se lo voglio posso ribaltare tutte le mie certezze.

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SuperMagda vs “la cliente esperta in 100 grammi”

Entrano in negozio alle 19.20, due innocue e deliziose signore un po’ agée  che si guardano intorno con il fare stranito di chi non sa bene dove è, e perché si trova lì. Una sarà venti chili bagnata, l’altra, per dire, l’amica di venti chili se l’è mangiata per colazione. Cercano una giacca che sia assolutamente impermeabile e, cito: “leggera, leggera, leggera”. Dal basso della mi ventennale esperienza (sono umile) capisco al volo che si tratta di una missione suicida, ma le due signore sono simpatiche e allora indosso l’elmetto di ordinanza e mi lancio nella battaglia. L’attenzione della signora cade su un piumino leggero, un primo peso da attacco stagione, quello che ora tutti conoscono come “100 grammi”.

Con occhio esperto me lo prende dalle mani con annessa gruccia di legno massiccio, che già da sola pesa mezzo chilo, lo soppesa e mi dice critica “ma questo non pesa 100 grammi,  questo pesa ben di più” “Nooo!!”- in cuor mio penso – “eccone un’altra con ‘sta fissa dei 100 grammi netti”. La butto sul ridere “eh signora, ma qui bisogna considerare anche la tara dell’attaccapanni” ma lei non raccoglie la battuta e rimane immobile sulla sua posizione da consumatrice esperta.

Perché lei ce l’ha un piumino che se lo metti sulla bilancia pesa 100 grammi precisi. Provo a spiegarle che “100 grammi” è un modo di dire, le racconto tutta la storia del 100 grammi, dai tempi in cui Aspesi e Moncler lo misero sul mercato, che era caro come il fuoco perché erano piumini imbottiti con il sottopiuma del petto dell’oca, e che il peso 1oo grammi era appunto il peso dell’imbottitura per una tg 40/42 (la signora indosserà a occhio una 54, quindi hai voglia a metterne di piume, piumine e piumette lì dentro per riscaldarla tutta), niente da fare, la signora è irremovibile. Cortesemente ci salutiamo e la mia mente vola ad circa due anni fa quando una signora mi fece la stessa richiesta…

“Buongiorno signora, posso aiutarla?”

“Sì grazie, io stavo cercando un piumino “100 grammi”

Come alla signora di cui sopra le faccio vedere i modelli che abbiamo disponibili, come alla signora di sopra le racconto la tiritera dei 100 grammi dai tempi della ruota quadrata, fino ai giorni nostri, perché è il nostro lavoro e lo facciamo con professionalità, preparazione  e cognizione di causa, però stavolta la signora mi interrompe e piccata sentenzia:

“Signorina, mi sa che lei si sbaglia, perché 100 grammi non è il peso totale dell’imbottitura, ma piuttosto, e se lei fosse informata lo saprebbe, 100 grammi si riferisce al peso delle piume per centimetro quadrato”

Le sopracciglia mi schizzano fuori dalla testa, dentro di me scoppio in una risata a crepapelle che stento a celare, e sulla mia bocca fiorisce un sorriso satanico.

“Ma certo signora, sarà come dice lei, la mia sarà stata un’informazione sbagliata. Capita. Mi scusi.”

Non soddisfatta dal mia ammissione di colpa, sentenzia:

” Eeehhh, ma non dovrebbe accadere, lei dovrebbe sapere cosa vende, essere informati è  FON-DA-MEN-TALE” (scandito e sillabato)

La signora prova due o tre cose e poi si congeda con la frase di rito:

“Ci faccio un pensiero, tanto so che c’è”

Mentre esce provo a immaginarla la signora mentre indossa una giacca che pesa 100 grammi per centimetro quadrato: perfettamente incuneata nell’asfalto fino all’altezza della vita, schiacciata dal peso di una giacchina che a naso, facendo due calcoli approssimativi, potrebbe pesare circa una tonnellata. Ma lei era l’esperta, e io una povera commessa improvvisata e disinformata.

E come sempre più spesso accade, il mio pensiero è andato a coloro che queste bizzarre signore ce le hanno in casa come mogli, mamme e suocere…e mi verrebbe da abbracciarli tutti e sussurragli “coraggio”. Poi mi tolgo il mantello da supereroe e me ne torno alle mie faccende come se niente fosse successo.

 

da Brangelina a Bradexit…siamo tutte un po’ Jennifer

Non ci sono più certezze da ieri sera.

Hanno dato l’annuncio ufficiale. Lo faranno per davvero…Angelina e Brad divorziano.

Lei bellissima, algida, donna coraggiosa e madre perfetta, ma diciamolo, con un equilibrio psicologico pari a quello che posso avere io su un tacco 12 dopo una serata particolarmente ben riuscita. Lui figo da paura, sogno erotico di un’intera generazione di sgallettate con le piume ora un po’ bianche, che come se non bastasse, si rivela marito devoto, padre modello, personaggio pubblico impegnato nelle cause civili, simpatico, divertente, brillante e grande amico di George Clooney e Matt Damon, che fa sempre curriculum. E figo, sì l’ho già detto, ma lo ridico, perché lui è figo al quadrato, una perfetta equazione fisica esponenziale: la sua figaggine si eleva alla “n”  con andamento direttamente proporzionale agli anni che passano.

Ci siamo innamorate di Brad nel lontano 1991 guardando “Thelma e Louise”: una notte bollente con lui, e se al mattino scoprivamo che in cambio lui ci aveva rubato tutto quello che avevamo, come ha fatto alla bella Thelma, pazienza, tanto alla vita non avremmo potuto chiedere nulla di più. E da lì, non ci siamo più riprese e non lo abbiamo più dimenticato.

Pare che il motivo del divorzio siano “divergenze inconciliabili” sul modo di crescere i figli, ma poi basta scavare un pochino (pochissimissimo) più in profondità nel mondo del gossip, per scoprire che Angelina dice che non ne poteva più di Brad che si ammazzava di canne, beveva come una spugna e, pare, avesse anche un rapporto difficile con l’acqua e il sapone. Ci vogliamo credere? Brad, il nostro Brad, dipinto come un sudicio ubriacone, bolso e cannaiolo? No, no e no. E lei, che ci è sempre stata un po’ sulle palle perché ha rubato il marito alla nostra amica Jennifer Aniston, ora ci sta ulteriormente antipatica.

Già sei nata stramba (dai, va detto) ma strafiga, come se non bastasse sei una delle attrici più pagate e potenti di Hollywood, impegnatissima nel sociale, poi ti prendi come marito Brad Pitt, che ai tempi del fattaccio era sposato con Jennifer “l’amica di tutte”(vogliamo parlare di quando, ai tempi di “Friends” tutte, e ripeto TUTTE, chiedevamo al parrucchiere di farci  i capelli alla “Jennifer”?), non puoi anche avere la pretesa di starci simpatica, e men che meno pensare di aver diritto anche ad un solo pizzico di solidarietà femminile. Alcune cose alle ragazze della mia generazione non si toccano, tra queste: i Duran Duran, George Clooney ai tempi di “E.R”, e Brad. Giù le mani.

Proprio come quando, nella vita reale, la bella di turno che ruba il fidanzato o il marito ad una nostra amica, viene bollata per sempre con la lettera “Z” (devo spiegare?) e, sulla riva del fiume si assiste a veri e propri raduni di amiche o anche solo simpatizzanti della povera fidanzata o moglie abbandonata, tutte sedute fiduciose ad aspettare che passi il cadavere della donnaccia… Riesci anche solo a immaginare la hola da stadio che si crea quando il cadavere tanto atteso, mestamente sfila sotto gli sguardi assetati di vendetta?

Così è andata, cara Angelina. Poi tu hai anche la “colpa” di essere fantamilionaria, quindi non hai diritto neppure un pizzico di compassione di natura, diciamo così, economica:”poverina, come farà a conciliare il lavoro, con i figli, a pagare l’affitto e le bollette, e il dentista per sei figli: hai idea della spesa?” Ma va…alla peggio prenderà una villa che invece di sei piscine (una per figlio), ne avrà solo tre e i pargoli faranno i turni per fare a gara di tuffi. E se fosse vero che il nostro eroe altro non è che un ubriacone strafatto? Confesso, io mi vergogno anche solo a pensarlo, e comunque, quando stava con Jen scoppiava di salute, quindi, se fosse vero, la colpa sarà sicuramente di Angelina che gli ha reso la vita un inferno, e lui si è consolato come può. Poverino.

E’ il prezzo da pagare. Erano talmente belli insieme, i protagonisti della favola perfetta, prima l’incontro, poi la fatidica scelta di stare insieme, poi i bimbi e i bimbi, e i bimbi e ancora bimbi e poi altri bimbi, adottati, fatti in casa, di tutti i colori ma perfettamente abbinati fra loro e tutti amati alla stessa maniera, poi il matrimonio con il vestito tempestato di disegni fatti dalle creature, poi la malattia di lei e lui che la sosteneva in tutti i modi, sempre schierati l’uno di fianco all’altra, sia nella realtà che nella finzione cinematografica. Storia d’amore mitica, se non fosse che poi il finale ci ha riportato tutte con i piedi per terra. E lei che era quasi riuscita a sdoganarsi dal ruolo di rubamariti, si ritrova prepotentemente nella parte della moglie cattiva che l’unica cosa che vuole è sottrarre i figli al loro papà adducendo delle miserabili scuse…Ma noi non ci caschiamo, carina…

Perché lui è Brad, e quindi ha l’immunità perpetua da ogni colpa. Perché se fosse stato un altro personaggio dello spettacolo che però non è degno delle nostre simpatie tutte al femminile, si sarebbe trovato tante di quelle croci scagliate addosso che non ne avete nemmeno idea. Lui ora è di nuovo libero di tornare a casa da noi dopo averle suonate e prese di santa ragione in “Fight club”, lui è l’invincibile Achille in “Troy” e anche se i denigratori ci hanno voluto far credere che le sue muscolosissime gambe erano il gentile omaggio di una controfigura, noi su quei quadricipiti ci abbiamo fantasticato non poco. Lui è l’indimenticabile ira e vendetta in “Seven”, insomma lui è lui. E non si tocca.

E ora lasciatemi andare, devo andare a mettere in fresco una magnum di champagne. Diamo una festa stasera, io qualche milione di ragazze tutte fra i trentacinque e i cinquant’anni  e se riesce a liberarsi da alcuni impegni, pare che Jennifer ci raggiungerà appena possibile. Perché in un colpo solo giustizia è stata fatta (per la nostra amica Jen che ha sofferto così tanto), e tutte noi possiamo ricominciare a fantasticare su Brad. E, dettaglio non trascurabile, Brad nei sogni (almeno nei miei) si lava tantissimo e profuma di buonissimo. Ed è il marito che tutte avremmo voluto avere, ma Angelina ce lo aveva soffiato.

Fino ad ora.