…e poi l’uomo inventò la bici elettrica.

Lo senti dietro di te, alle tue spalle, il sibilo della morte? E’ come un fischio ma più silenzioso, è un “ppppfffffffff” che arriva veloce e da lontano, devi essere scaltro a spostarti perché, se ti travolge, per te è finita.

Per fortuna riesci a scansarti, la morte per oggi non ti avrà: ti è solo passata di fianco e ti ha pure superato, ora la puoi vedere nitidamente dritta in faccia: ha le sembianze di una tranquilla signora di mezza età, con la piega fatta di fresco, ben vestita e dall’aspetto molto curato; si direbbe completamente innocua, se non fosse per quel dettaglio inquietante: è seduta su una bici elettrica. Anzi no, non è seduta, è appollaiata proprio sul sellino di una fiammante bici elettrica, con il busto leggermente inclinato indietro, rigida e insicura, ignara di quello che sta facendo, di dove sta andando e di come lo raggiungerà. Lei va, convinta di essere Laura Ingalls nel telefilm “La casa nella prateria”, quando Laura con il suo bel calessino trainato da un mite cavallo andava a zonzo per sconfinate praterie deserte, ma tu balorda di una svaporata sei su un lungo fiume largo neanche due metri e se non impari a usare i freni e il buonsenso ci ammazzi tutti. Continua a leggere “…e poi l’uomo inventò la bici elettrica.”

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Educational Cruise Channel

Stranezze e stramberie del variegato popolo dei croceristi.
-I distributori di acqua. E loro utilizzo e funzionamento.
C’è una cosa a bordo che è la cartina tornasole del crocerista avvezzo rispetto al neofita: la macchinetta che distribuisce l’acqua e il ghiaccio. Questa macchina non reca istruzioni particolari, l’utilizzo è intuitivo, appoggi il bicchiere e un sensore fa partire acqua e ghiaccio come se piovesse. Alla prima crociera ci si incastrano tutti, sembra di assistere a un remake di “2001 Odissea nello spazio” quando le scimmie incuriosite si mettono in cerchio a studiare un monolite nero, senza capire di cosa si tratti. Tanto è vero che un’ arzilla signora non più giovanissima, è arrivata a dedurre che si trattasse di un comodo e pratico lavamani messo inspiegabilmente nel reparto bibite del buffet, e così, mentre tutti noi eravamo in coda per riempire il nostro bicchiere, lei si è data una bella rinfrescatina alle manine.
– Gli ascensori, questi sconosciuti.
Altro banco di prova sono gli ascensori della nave. In poche parole: quando chiami l’ascensore ( e ce ne sono quindici per piano, non uno) bisogna prestare attenzione se sta salendo o scendendo, cosa che si evince dalla freccia posta sopra e sotto alla pulsantiera: se sale si accende quella in alto, se scende, quella in basso. È chiaro? E soprattutto per chiamarlo è sufficiente schiacciare una volta sola il pulsante, senza accanirsi con pigiate ripetute sempre più violente, perché l’ascensore non ce l’ha con voi, e quindi: perché lo odiate così tanto?
Chiarito l’uso, non resta che andare a trarre in salvo quel gruppo di persone che stanno spendendo tutte le loro vacanze rinchiuse dentro, vagando errabonde da un piano all’altro senza sapere dove vanno e perché ci vanno. Vedono arrivare un ascensore e ci saltano dentro, ma, magari, dovevano solo scendere di un piano, e l’ascensore sta salendo all’undicesimo, facendo tappa a tutti  i piani intermedi caricando e scaricando carovane di persone. Morale: tempo stimato per scendere di un piano circa 15 secondi, tempo effettivo un paio d’ore….
– Le escursioni: quando una toilette può diventare l’incubo ricorrente di una guida.
Tutti pronti per sbarcare, numerino adesivo con indicato il proprio pullman, biglietto dell’escursione alla mano. Si parte. Quando si arriva davanti al sito archeologico oggetto della visita, la guida ci spiega per bene tutto quanto. Finita la spiegazione, chiede speranzosa “Ci sono domande?” risposta, all’unisono: “dove sono i bagni?” È incredibile, ma il ritmo di ogni escursione è scandito dalle urgenze minzionali di qualcuno. Siamo sbarcati da poco più di un’ora da una nave che nasconde toilette in ogni angolo, ma è possibile che tutti hanno la spia per il troppo pieno già accesa? Deboli di vescica questi croceristi…
– I furbetti del quartierino, ossia il peggio del peggio della “malaitalianità”.
In ordine sparso:
– la signora capitolina che non vuole indossare il giubbino di salvataggio per l’esercitazione a bordo per le prove di abbandono nave (Concordia docet), perché tanto “Se tratta solo d’un esercizio, e io nun me lo metto, ecco” e tu vaglielo a spiegare che è obbligatoria. Il marito, tutto bardato di arancione, in un angolo, silenziosamente spera….
– quelli che “intanto noi ci intrufoliamo”.
Il loro scopo nella vita è passare avanti, tagliare la fila, buggerare qualcuno. Clamorose e degne di nota le due signore anzianotte che, al momento dello sbarco a Savona, con relativo ritiro bagagli, il tutto organizzato alla perfezione da Costa con un sistema di etichette colorate, cioè: la sera prima ti fanno trovare in cabina delle etichette colorate da attaccare ai bagagli (rosso, verde, arancione, blu ecc ecc); a ogni colore è abbinato orario di discesa. E’ sufficiente farsi trovare all’orario corrispondente al proprio colore in  un determinato punto della nave e stop. Finito, semplicissimo.
Cosa hanno pensato le due signore? Di imbucarsi in un gruppo diverso dal loro “perché tanto, quando se ne accorgono, mica ce rimandano indietro…”. Delle signore si sono perse le tracce, nulla di grave, ma è l’atteggiamento che da fastidio…perchè se tutti ragionassimo come loro, ogni sbarco avverrebbe nel caos più totale. Ci sono due regole da seguire. Seguile e basta, si chiama “comportarsi civilmente”.
-quelli che “in guerra e al buffet tutto è lecito”.
Abbiamo visto gente litigare per un anello di totano fritto, padri di famiglia organizzare vere e proprie imboscate al vicino di tavolo, piazzando i figli, la moglie e la suocera in posti da lui ritenuti strategici al fine di arrivare primi davanti alle lasagne. Abbiamo visto (e riso fino alle lacrime) incauti commensali spalmare gaudenti la pasta wasabi (PICCANTISSIMA, ne basta la punta di un coltello) su fette di pane come fosse burro, e abbiamo condiviso il momento di ilarità con i cuochi e i camerieri, che votati per dovere al silenzio, si sono ben guardati dal fermare quei golosi disinformati, ma si vedeva dai loro occhi che dentro di loro stavano esplodendo risate incontenibili.
Per non parlare poi della composizione dei piatti al buffet: alla base antipasti e insalate varie, sopra la pasta o il riso o entrambi. Sopra sopra, i secondi di pesce, di carne, di quello che passa il convento. Sopra sopra sopra gli affettati e i formaggi. sopra sopra sopra sopra a mo’ di ciliegina sulla torta o il pane o un frutto. Schiacciato a lato il dolce o i dolci. Disgustose e ipercaloriche torri di Babele, di cui verrà mangiata solo una minima parte perché “Tutto ha lo stesso sapore” – ma che strano, pensa, se tu fai stare un pranzo di cinque portate su un piatto di venti centimetri di diametro, poi non capirai nemmeno più cosa stai mangiando – Che stranezza! Bisognerebbe che ci costringessero a mangiare tutto quello che mettiamo sul piatto (come faceva mia mamma), vedi poi se non ci stai più attento a quello che ci metti sopra… Uno spreco di cibo veramente fastidioso, immorale, direi.
-Gli ammutinati del pullman. Altrimenti noti come bastian contrari, mai contenti, rompipalle.
Sono quelli che se il programma della gita prevede di andare a destra, si lamentano perché loro volevano andare a sinistra; sono quelli che se la guida non li porta subito a bere un caffè minacciano la crisi isterica, quelli che se a bordo l’aria condizionata è accesa hanno troppo freddo e lo fanno notare, l’autista, gentilmente, spegne l’aria e loro, tempo cinque minuti (cronometrati) hanno caldo. Quelli che “…parlo a nome di tutti” – “machittelhachiesto”-, i supersimpatici sempre con la battuta pronta e spesso fuoriluogo, che, a metà escursione hanno fatto il vuoto intorno a loro; quelli che mentre la guida spiega, e in questa crociera non erano stupidate, considerato che siamo stati ad Atene, Olimpia, Efeso e Gerusalemme, sghignazzano, scherzano e fanno un baccano infernale o telefonano a casa (ignorando il fatto non trascurabile, che una telefonata di cinque minuti costa come il trapianto di un rene) per far sapere a tutti, a casa e sul pullman, che stanno bene, che si stanno divertendo un sacco, che è tutto molto bello,che il tempo è buono e di salutare tanto i nonni, gli zii, i nipoti, tutti i parenti fino al terzo grado e per buona misura, pure i vicini di casa.
Per ora mi fermo…Ma non finisce qui! Mitico Corrado.
(fine prima parte – segue)

 

Magda vintage.

Vedo i bambini di oggi, quelli intorno ai nove dieci anni, e mi spiace dirlo, ma mi sembrano rimbambiti. Frignoni (e a Roma direbbero pure frEgnoni), viziati, imbranati, ancora totalmente dipendenti dai genitori, uno strazio.
Poi di colpo la mente cambia scenario, e mi viene in mente la mia infanzia, quando alla stessa età di questi marmocchi, io, ma non solo io, TUTTI eravamo decisamente più svegli.
Non avevamo telefonini, computer, consolle per i video game, avevamo una bicicletta, una casa dove spesso si invitavano gli amici e la voce, tanta voce.
Mi ricordo che la prassi era questa: si usciva di casa e si andava a suonare il campanello dell’amico o dell’amica, ma prima ancora del suono del citofono, il nostro arrivo, mio in questo caso, era annunciato da “Stefaniaaaaaaa, scendiiiii!” Urlato a gran voce sotto il suo terrazzo. Tempo un paio di minuti e Stefania, la mia compagna di avventure faceva capolino da dietro il portone. E ci aspettava un lungo pomeriggio di giochi, che erano vere e proprie avventure, tipo, andare a cercare i gattini che le varie micie del quartiere scodellavano qua e là, inventarsi fantomatici passaggi segreti da fare in bicicletta, ci infilavamo nei garage dei vari condomini, affrontando discese, tante volte concluse con ginocchia e gomiti sanguinanti, ma non era un dramma, si risaliva sulle bici, la mia era rossa e quella della Stefy verde, me lo ricordo nitidamente, si andava dai giardinetti dove c’era una fontanella, una passata con l’acqua e via, pronte a ripartire.
Per merenda, andavamo da Berto e Carmen, il negozio di paese, ci facevamo un panino con la mortadella, senza un soldo, solo una frase “ha detto mamma di segnare” e loro tiravano fuori un quaderno e prendevano nota. Era tutto semplice.
Ricordo che capitava spesso che mia mamma mi mandasse a fare la spesa, di anni forse ne avevo anche meno, forse sei, mi scriveva su un foglietto cosa comprare, mi dava i soldi che io mettevo nel mio borsellino di perline rosa con catenella dorata per appenderlo al polso, ed ero felice come non mai perché mi sentivo grande. Tornavo a casa con la sporta della spesa e il mio borsellino con il resto che il più delle volte finiva nel mio salvadanaio come ricompensa.
Per un Natale mi avevano regalato un grembiule come quelli che usava mamma, ma più piccolo, da bimba: rosa con un fiorellino rosso ricamato sulla tasca messa a destra e tutta orlata di pizzo Sangallo, mi piaceva metterlo e aiutare nelle faccende di casa; mi piaceva pulire il bagno e passare la lucidatrice anche se pesava più di me, oppure stirare le cose più semplici, o aiutare in cucina anche se una volta ho sfondato lo sportello del forno perché mi ci ero seduta sopra e saltellavo….non hanno reagito benissimo quella volta i miei genitori, anche perché abbiamo dovuto cambiare la cucina…
Poche regole ma insindacabili, nessuno osava trasgredirle: non dare confidenza agli sconosciuti, e ovviamente non accettare niente da loro. In caso di situazione sospetta raggiungere il primo adulto che passa e spiegare quello che stava accadendo, se non si conosceva nessuno bisognava raggiungere il primo uomo in divisa, fosse stato anche lo spazzino o il prete, per me erano divise e basta.
Se ci lasciavano da soli in casa non dovevamo aprire a nessuno, nel caso suonassero alla porta guardare prima dallo spioncino, se suonavano al citofono dovevamo prima affacciarci dal terrazzo e guardare chi fosse e in caso di viso conosciuto andare a rispondere al citofono, prima di aprire dovevamo avvisare la nostra vicina di casa (la nostra adorata Tata) e con lei aspettavamo l’ospite. Se non si conosceva chi suonava, non si rispondeva, non si apriva e si chiudeva bene la porta mettendo tanto di cricchetto.Io avevo cinque sei anni e mio fratello tre in più, e non avevamo paura di stare da soli in casa, anzi ci faceva sentire più grandi, più forti e più uniti.
A dieci anni prendevo la corriera da sola per andare a Chiavari a fare ginnastica artistica, sapevo che durante il viaggio dovevo stare vicino al bigliettaio o all’autista e non dare confidenza a nessuno, sapevo a che fermata scendere e la strada da fare per arrivare alla palestra; ma non era un dramma, era normale farlo.
Ora non sanno nemmeno andare in bagno da soli..
A tavola si stava composti e si mangiava tutto quello che ci veniva messo sotto al naso, i capricci erano proibiti (certe sberle…) e finito di pranzare si aiutava a sparecchiare, riordinare la cucina (odiavo asciugare i piatti, le posate e le pentole) e si faceva il caffè per papà, con la moka, perché le macchinette espresso ai tempi erano roba da ricchi.
Se si andava in giro per negozi si stava vicino alla mamma, ovviamente in silenzio e altrettanto ovviamente senza toccare niente (in caso contrario erano le sberle di cui sopra),e se si doveva comprare qualcosa per noi figli, si comprava quello che piaceva alla mamma…solo una volta mi ricordo di essere uscita di corsa dal negozio con ai piedi un paio di scarpe che mi piacevano troppo e lei era invece indecisa, non potevo correre rischi, ho camminato sul marciapiede in modo da sporcare le suole e la mamma è stata costretta a comprarle. Il suo sguardo era furente, ma ne è valsa la pena. Promettevo bene già da piccola.
Quando eravamo con i nonni o i parenti dovevamo essere ancora più educati e composti del solito, altro che nonni in balia di nipoti schizofrenici, le mie nonne erano brave e buone ma quello che dicevano loro era legge, vangelo, verità assoluta, nessuno osava sfidare le ire delle nonne. Si rispettavano gli anziani di casa, mica come adesso, che vengono trattati come dei ritardati mentali.
Qualcuno potrà obiettare che si diventava grandi a suon di sberle, a onor del vero devo dire che io ne ho prese proprio poche e non mi hanno ucciso, eppure ero una bambina piuttosto vivace, semplicemente sapevo stare al mio posto e i vizi non erano ammessi così come i capricci: se era sì era sì subito, e se invece era no era no e basta, senza tanti ma e senza tanti se.
Fine della storia.

Magda e i “giovani imprenditori”

Santa Margherita Ligure è in stato di assedio, in questi giorni si svolge l’annuale congresso dei giovani industriali di Confindustria, o meglio “il congresso annuale dei figli di papà” , perché se questi giovanotti che avranno al massimo 30 anni rappresentano la realtà imprenditoriale italiana, tenendone in mano le redini, qualcosa non mi torna.
Sembrano più che altro degli studenti in gita, non fosse per l’abito grigio di ordinanza e il pass appeso al collo, esibito con immotivato orgoglio, già perché non mi volete mica far credere che siete tutti dei self made men? Molto più semplicemente siete stati molto fortunati a nascere nella famiglia con il cognome giusto, quindi non prendiamoci in giro.
Sono certa che in Italia ci siano delle eccellenze imprenditoriali, e sono altrettanto certa che chi lavora veramente, non viene a farsi un week-end a Santa Margherita a parlare di niente e a risolvere ancora meno atteggiandosi come se tutti fossero gli artefici di un ipotetico nuovo “miracolo italiano”, anche perché stiamo ancora aspettando l’esito del primo.
Ma la cosa che più di tutto mi lascia perplessa è l’atteggiamento di questi individui, che definire pieni di boria è comunque riduttivo.
Vado con l’aneddoto? Ok, vado.
Ieri il ristorante di fianco al negozio, qui a Portofino, aveva un tavolo di sei di questi “giovani imprenditori” quattro ragazzi e due ragazze, il più grande avrà avuto forse trent’anni, e tralasciando il maleducatissimo gesto di costringere tutto il personale ad aspettare i tuoi comodi fino alle quattro del pomeriggio, quando tutti gli altri tavoli sono stati sgombrati e intorno a voi non c’è nessuno, a farmi alzare il pelo è stato il modo con cui si rivolgevano alla signore che servivano ai tavoli (tra parentesi: una è la proprietaria del ristorante, quindi sei doppiamente sfigato). Davano loro del tu, non le guardavano negli occhi quando si rivolgevano a loro, mai un grazie e mai un sorriso. Cafoni con la patente e il certificato di autenticità. Imbarazzanti.
Quando si sono alzati, ovviamente non hanno ringraziato, ovviamente per pagare ci hanno messo un secolo perché il Pos sputava indietro le carte di credito (mi vuoi forse dire che papà non ti ha fatto l’accredito della paghetta?) e ovviamente hanno finto stupore -ma come siamo gli ultimi?- hanno chiesto dove fosse la boutique di Louis Vuitton e si sono avviati con le loro camicie azzurre che spiccavano fra le mise turistiche che avevano intorno.
Sorvoliamo sul look delle signorine, ne parleremo poi a parte con un post dedicato a loro. Quello che mi preme adesso è la mancanza di educazione, stile e classe. Un imprenditore dovrebbe conoscere il valore del lavoro e quindi rispettare quello degli altri, o sono io che sbaglio?
Dovrebbe trattare con gentilezza tutti, dovrebbe conoscere le buone maniere o non gliele hanno insegnate? A maggior ragione se consideriamo che ha avuto la fortuna di frequentare le migliori scuole e i salotti buoni dell’economia nazionale.
Non dovrebbe lanciare uno sguardo del tipo “ti piacerebbe eh, venire via con me?” alla commessa sulla porta del negozio che ti sta guardando -io- ma non sai cosa pensa, meschino, altrimenti faresti il giro largo…
Mi sono sentita a disagio per loro, ancora evidentemente ancorati al luogo comune che se guadagno più di te, allora valgo anche più di te, e allora posso dire e fare ciò che voglio. Menti piccole i nostri giovani imprenditori e non sarà certo uno stupido convegno in una ridente località della Riviera ad allargarle e a far si che qualcosa in questo Paese cambi.

Un sorriso salverà il mondo

L’avete notato anche voi? Stiamo diventando un Paese di pazzi.
Sempre di corsa, sempre arrabbiati, sempre con il ringhio pronto…fossimo animali avremmo il pelo sempre dritto sulla schiena, pronti all’attacco.
Soprattutto per strada, indipendentemente dal mezzo che stai guidando, non puoi avere la minima esitazione che subito partono i clacson, i gestacci e le urla. E santo cielo.
Ho fatto la stessa riflessione domenica scorsa tornando a casa dal lavoro. Ero in autostrada e ad un certo punto mi sono accorta che stavo cominciando ad andare un po’ troppo veloce: ma perché? Dove volevo arrivare con cinque minuti di anticipo?a casa, dove c’erano Furio e Tabata che mi aspettavano. Pensando a loro ho rallentato, meglio arrivare un po’ dopo ma arrivare sani e salvi. Me li immaginavo con le loro faccette belle, ho sentito l’armonia e la pace di casa, e come per incanto, correre in autostrada mi è sembrata una cosa stupida. Ho alzato il volume dell’autoradio, ho cercato una canzone cantereccia e mi son fatta una bella cantata fino a casa, velocità massima 110 chilometri, mentre sulla mia sinistra era tutto uno sfrecciare, fare i fari per chiedere strada e attaccarsi alla macchina davanti che se per disgrazia chi guida starnutisce, l’incidente domenicale è servito.
Idem in scooter. Stamattina un tipo pur di superarmi si stava per portare via la mia spalla sinistra e pur di tagliare per primo chissà quale traguardo immaginario, ha fatto dei numeri da brivido su una strada, la Pagana per chi conosce i nostri posti, già nota ai militi delle ambulanze del 118.
Ma perché tutta questa fretta? È così fondamentale arrivare tre minuti prima mettendo a repentaglio la tua incolumità e quella di chi ti sta intorno? Siamo forse nella Savana, dove al mattino quando ti svegli, non importa se sei leone o gazzella, l’importante è che tu corra?
Sapete che c’è? C’è che stiamo diventando peggio dei leoni e delle gazzelle e di tutti gli animali in genere.
Intorno a me io vedo prepotenze di ogni tipo e spesso contro chi è più debole. Un tale l’altro giorno a momenti fa venire un infarto ad una persona anziana con tanto di bastone che attraversava la strada sulle strisce pedonali: rea del fatto di essere un po’ lenta, le ha scaricato addosso una serie di strombazzate di clacson, si è presa uno spavento poveretta. E lui, il cretino, che si guardava intorno a cercare sguardi di approvazione: minchia, guarda come sono figo. Sei il re degli sfigati se proprio vuoi saperlo, idiota!
Altro giro, altra corsa, un classico: le poste. Una signora anziana è stata presa a male parole dall’impiegata perché la signora era un po’ sorda e non capiva quello che doveva fare. Però li non ci ho visto più e sono intervenuta a difesa della signora che nel frattempo era anche andata in confusione. All’impiegata maleducata ho chiesto perché non facesse la prepotente anche con me, lei si è giustificata dicendo che è un lavoro frustrante (!) e che di clienti come la signora gliene capitano a decine e alla lunga snervano. Prova andare a spaccare pietre e poi ne riparliamo, e augurati di arrivarci all’età della signora, miracolata dello Stato che non sei altro.
GRRRRRRRRRRR!
È questo che manca: il provare a mettersi nei panni del prossimo, provare a guardare la stessa situazione ma dalla sua prospettiva. Non siamo più capaci a essere gentili. Stiamo diventando poveri, ma non per colpa della crisi economica, poveri di spirito e avari di sorrisi. Brutti.
Pensare che è così bella la gentilezza, con uno sforzo minimo potete cambiare la giornata a qualcuno, e cosa ancor più bella, sappiate che la gentilezza è contagiosa. Se voi siete stati gentili con qualcuno, lui avrà voglia di esserlo con qualcun altro e via di seguito, il circolo virtuoso è stato innescato: DA VOI! Non è fantastico? Non vi fa sentire bene? Non vi fa venire voglia di sorridere? Ed è magnifico far sorridere la gente, io mi sono resa conto di quanto sia bello, portando a spasso il mio cane Tabata. Io non so di quale misterioso potere sia dotata (forse è solo molto buffa, ma io preferisco credere che abbia di suo un muso che sembra sorridere sempre), sta di fatto che al suo passaggio la gente sorride e la conoscono tutti. Bellissimo.
Ultima cosa: salutate. Anche se non siete sicuri di conoscerla o meno la persona che incrociate, voi salutatela, non le dovete mica allungare 50 euro, caso in cui forse una riflessione val la pena farla: il saluto è gratis, quindi che vi vi frega? Sganciate un bel sorriso e salutate, nella peggiore delle ipotesi verrete ignorati, in questo caso non rimaneteci male, lo sfigato è quello che è così misero da non poter nemmeno rispondere a un saluto, ma in tutti gli altri casi verrete contraccambiati.
Il sorriso e la gentilezza sono universali e non passano mai di moda, stanno bene a tutti e arricchiscono le persone senza però impoverire nessuno in contropartita, quindi, perché non provare?
Io me lo sono imposta come regola tempo fa e ormai è diventata un’abitudine, qualcuno penserà che sono strana, ma la maggioranza pensa, spero, che sono una persona gentile e sorridente e simpatica, in pace con il mondo.
Vi pare poco?
A me no.

Avanti il prossimo

Parliamo un pochino di educazione, vi va?
Se sì bene, se no, è lo stesso, ormai ho deciso.
Stamattina, sfidando la tempesta di neve che non c’era, affamata dal digiuno imposto per regolamento a chi va a fare gli esami del sangue, svegliandomi prima dell’alba perché per colpa di un manipolo di vecchietti insonni ormai è prassi consolidata che, se l’abulatorio prelievi apre alle 7, ci si mette in coda almeno per le 6, (io sono arrivata alle 6:30 e ne avevo davanti una quindicina), mi sono recata all’ospedale di Chiavari per fare il semestrale esame del sangue, praticamente l’equivalente umano del tagliando della macchina.
Assunte le sembianze di Pollicino, e seguiti pedissequamente i trattini rossi sul pavimento che dal posteggio ti conducono attraverso un dedalo di scale, corridoi e passaggi segreti all’ambulatorio, una volta arrivata (e non è facile),ritiri il numero per pagare il ticket, poi quando ti chiamano vai ti siedi e paghi, poi ti risiedi nella sala d’aspetto e aspetti il tuo turno. In tutto fanno una decina di chilometri concentrati però in un percorso di dieci metri; leggenda narra di bambini entrati per fare i vaccini pediatrici e usciti anni e anni dopo con il conteggio dei trigliceridi in mano, di alcuni mutuati poi, si sono proprio perse le tracce, spariti, svaniti nel nulla…
Un brillante metodo all’italiana, insomma. Quello che si potrebbe fare comodamente facendo una fila sola, noi siamo riusciti a elevarlo alla massima potenza e di code ne facciamo due, se poi ci metti il personale dimezzato perché oggi c’era l’allerta neve (senza neve), immaginerete benissimo la situazione potenzialmente esplosiva.
Ma andiamo ai fatti.
Già mi hanno guardato con sospetto perché entrando ho salutato, sospetti aumentati perché uscendo dall’ufficio dove si pagano i ticket, ho salutato e ringraziato gli impiegati, sospetti che hanno raggiunto il livello di guardia quando mi sono seduta e per ingannare l’attesa ho tirato fuori il telefono e ho, nell’ordine: letto il giornale, scritto qualche scemenza su Facebook, giocato a vari giochini. Ero nel mio beato mondo, a farla breve.
Non disturbavo nessuno, mi limitavo ad ascoltare con un’orecchio tutte le varie lamentele, dalla neve che non c’era a aveva promesso di esserci, alla povera infermiera che oggi era sola perché alcune colleghe hanno dato forfait e me la ridevo sotto i baffi (che comunque non ho, ci tengo a precisarlo) a sentire tutto il rosario di scemenze e luoghi comuni che copioso sgorgava dalle altrui bocche.
La scossa che ha fatto crollare la calma apparente che regnava è stata l’ignara infermiera che uscendo dall’ambulatorio ha pronunciato la parola “precedenza” e si è fatta avanti una ragazza evidentemente incinta. Musulmana pure. Apriti cielo.
La cosa che più di tutto mi ha colpito è che a sollevare gli scudi sono state le donne, ormai in avanzato stato di menopausa e va bene, ma io non credevo ai miei occhi e alle mie orecchie. Dal già sentito “vengono da noi, si,sentono padroni, ci rubano il lavoro, le case e ci passano davanti anche qui” urlato dalla fazione razzista, al “sono incinte mica moribonde” sbraitato dalle misogine, transitando per ” e non pagano nemmeno il ticket, loro hanno gli esami gratis, loro”, come lo vogliamo definire questo coro? Le invidiose fasciste?
Ho tenuto duro, barricata nel mio bozzolo, imponendomi il silenzio come regola, come un monaco trappista, ma (c’è sempre un ma) al terzo tentativo da parte della signora seduta di fianco a me di tirarmi dentro al coro, ho ceduto.
La signora molto griffata, sui settanta, che mi ha mappato centimetro dopo centimetro, che ci ha tenuto a farmi sapere che lei di solito va a fare gli esami privatamente perché “qui sa, il personale è come è”, che ha sbirciato ogni mia singola azione, che ha inveito per prima contro l’infermiera, e contro la ragazza incinta, ha sbattuto ahimè contro la sottoscritta, e quando mi ha chiesto “ma le sembra giusto che ci passi davanti?”io ho risposto seccamente sì.
Lei non paga ha voluto che le spiegassi il perché.
Perché c’è un preciso protocollo clinico secondo cui le donne incinte hanno la precedenza e la cosa non mi turba, perché la farei passare avanti io, dipendesse da me, perché se mi passa davanti un malato cronico o oncologico io non mi sento defraudata di nessun diritto, anzi mi sento anche un pochino fortunata, perché se uno ha fretta può andare privatamente e nessuno gli ruberà il posto, perché sono le 6 e mezza del mattino, sono a digiuno, ho sonno e non ho proprio voglia di partecipare a discussioni stupide. Perché se essere gentili ci costa così tanta fatica dovremmo farci un bell’esame di coscienza, non del sangue.
Questo ho detto alla signora, ma è anche quello che vorrei dire a tutti noi: perché essere gentili sembra essere così faticoso? È una delle poche cose rimaste a essere gratis, approfittiamone.
E soprattutto non fatemi arrabbiare alle 6 di mattina, reagisco male, molto male.