NYCM: “la corsa a cui partecipano solo i buoni”

E’ inutile, non passa, non scende, non svanisce. Sono rientrata nella mia vita di tutti i giorni, fatta di routine lavoro-casa-amici-casa-lavoro e, nonostante siano passati più di dieci giorni, le sensazioni che ho provato correndo la maratona di New York non accennano a passare. Luca mi aveva avvisata in tempi non sospetti, dicendomi che questa esperienza mi avrebbe arricchito un bel po’, però io non immaginavo così tanto.

Il punto è che per la prima volta in via mia, non riesco a trasformare in parole una sensazione, o meglio, uno stato d’animo che sento dentro di me in maniera molto chiara e nitida. E così accade che, quando gli amici mi chiedono “allora come è stato?” io come risposta spalanco gli occhi, apro le braccia, carico il sorriso e riesco solo a dire che “è stato enorme”. Banale, mi rendo conto. Se penso che all’inizio del mio percorso da runner, odiavo correre da sola perché non ero capace a trovare il mio ritmo, mi sembra impossibile, perché invece ora adoro correre in solitudine, perché nel mio incedere solitario, entro in contatto con quella parte di me un po’più intima e meno cazzara, che non tutti conoscono (non ci crederete ma, su alcune cose, io sono estremamente timida e riservata), ma che c’è, esiste e quando corro le lascio prendere il controllo della situazione. Ed è proprio questa Manuela un po’ meno caciarona che si è goduta la maratona. E’ lei che si è commossa nello sfiorare la grinta e la ferrea determinazione di un non vedente che correva di fianco a lei, affidandosi totalmente a quattro angeli custodi che incessantemente gli suggerivano dove andare. E così il pensiero scivolava nella direzione di quelli che mi dicono “io non corro perché il mio fisico non ce la fa”: vergognatevi, siete sani come pesci, dovreste correre come lepri, perché se lo fa lui che sostanzialmente lo fa al buio, voi proprio non avete scuse… E vorresti fermarti , fargli i complimenti, dargli una pacca sulla spalla dirgli “sei un eroe”…anzi no, questo l’ho fatto e i cinquecento metri successivi li ho fatti tutti in versione salice piangente, e nelle cuffiette l’orchestra di Morricone che suonava un pezzo della colonna sonora di Nuovo cinema Paradiso (tema d’amore per Nata – ascoltatelo vi prego) ha aggiunto pathos ad una situazione già bella carica.

E’ sempre questa Manuela quella che ha corso un tratto di First Avenue con davanti un gruppo di ragazze con addosso una maglietta con scritto “Brandon (1976-2016) sarebbe stato bello un mondo senza cancro”. Allora le emozioni vanno a bussare a quella parte di cuore dove riposa tranquilla la tua amica che per tanto che abbia combattuto contro il cancro, non è riuscita a sconfiggerlo, e decidi che correre un pezzetto con lei al tuo fianco è una bellissima idea, anche se fa un po’ male. Così come quando distrattamente pensi a cosa penserebbe tuo padre se avesse modo di sapere cosa stai facendo oggi, lui che era perfettamente conscio della tua avversione per tutto ciò che stimolasse le ghiandole sudoripare… Sarebbe pieno di orgoglio, e quindi diamogli un senso a questo orgoglio paterno: gambe in spalla e via, che chi si ferma è perduto. Poi alzo gli occhi, mi guardo intorno e mi viene in mente un pensiero bellissimo, mi  prometto di ricordarlo e appena torno in albergo lo scrivo, così non lo perdo, ma invece come spesso mi accade, è come se tutti questi pensieri, frasi, poesie, embrioni di racconti, diventassero benzina per le mie gambe e nutrimento per la mia testa. Svaniscono, ed è un vero peccato, perché alcuni erano veramente molto intensi e pieni di colori vibranti. Tornano a far parte di quell’energia che li ha creati,  e io devo assolutamente escogitare il modo per fermarli, o di farli tornare indietro.

Vista da fuori sono una ragazza sorridente che corre, dentro invece è il marasma più completo, la mente va dove vuole, il cuore spalanca e chiude porte e finestre incessantemente: il risultato è che io perdo il controllo, felice che ciò accada. E’ per questo che resto dell’idea che la corsa è uno sport solitario, perché se in mezzo a tutto questo bailamme ci metti pure una persona a cui devi la giusta considerazione, è inevitabile fare un macello. E poi dovresti stare a spiegare perché stai sorridendo, perché ti sei commossa, perché hai la pelle d’oca. Troppe spiegazioni, lasciamo stare, e ci vediamo al traguardo. E quando sono in questa sorta di trance, capirete bene che quarantadue chilometri di stimoli continui, sono per la sottoscritta veramente ma veramente tanti. I bambini che ti danno il cinque per un “extra boost power”, la signora che passerà buona parte della giornata sulla strada con un cesto di caramelle da offrire a noi runners: declino gentilmente l’offerta, perché una parte di me pensa che potrebbe non essere un’idea grandiosa correre mangiando una caramella – se poi mi va di traverso e soffoco? meglio non correre rischi inutili. E poi ci sono i fidanzati che aspettano le fidanzate, le fidanzate che aspettano i fidanzati, mamme che aspettano figli e figli che aspettano le mamme, tutti che si sgolano e sbracciano e sembrano tutti tarantolati da quanto si danno da fare per far sentire la loro presenza, ed è questa poi la vera onda che ti travolge e trascina per chilometri e chilometri, perché non ce la fai proprio a sentirti solo, sei uno in mezzo a tanti ma, in mezzo a quei tanti, senti di far parte di un tutto ben definito e concreto. Ti aspetti che da un momento all’altro  tutti comincino a chiamarti con il tuo nome, perché ti sembra quasi ovvio che qualche decina di migliaia di persone perfettamente sconosciute lo conoscano.

Questo è lo spirito della Maratona di New York. E’ calore, è forza, è la faccia più bella del genere umano, siamo io e te che siamo due perfetti sconosciuti e corriamo fianco a fianco, incoraggiandoci l’un l’altro, è la ragazza con le stampelle che non si perde d’animo e con una fatica che credo non si possa nemmeno immaginare, arriverà al traguardo sconfiggendo il suo mostro personale. E’ l’obeso che già al decimo chilometro è sfiancato dalla fatica ma non si ferma, indossa una maglietta con scritto “sto cambiando la mia vita, incoraggiami” e allora intorno a lui si forma un drappello di runners che lo accompagneranno per un pezzo, ai quali se ne sostituiranno altri e poi altri ancora e non correrà mai solo, e ci speri proprio che lui arrivi al traguardo sano e salvo. Non mi dimenticherò mai nemmeno della nonna decisamente in là con gli anni che corre (e correva sul serio) con addosso il mantello di Wonder Woman con stampate sopra le foto dei nipoti e le dediche che loro avevano scritto per lei in occasione della sua partecipazione alla maratona, era magnifica: grinta da vendere e sorriso sereno.

Se fossi una bambina e dovessi scrivere un tema sulla maratona di New York, mi piacerebbe scrivere così “è la corsa a cui partecipano solo i buoni”, perché un po’ lo penso veramente, ma da adulta quale sono, mi rendo anche conto che esprimere un giudizio così assoluto non è comunque corretto, voglio dire, sicuramente fra i partecipanti ci sarà senza dubbio un marito fedifrago o una ragazza che ha rubato il fidanzato alla sua migliore amica…Sta di fatto che da quando ho fatto il mio debutto nel mondo della corsa, posso tranquillamente affermare di aver conosciuto solo belle persone, persone dal sorriso luminoso e in grado di trasmettere grande tranquillità, anche in un momento di grande fatica fisica come può essere appunto una maratona. E ora che siamo arrivati in fondo a questo racconto, credo finalmente di sapervi spiegare molto chiaramente il perché la maratona susciti così tanto fascino: correre, ma soprattutto, preparare una maratona ti insegna a non avere paura. Prendete una penna e un foglio. Tracciate una riga orizzontale, e all’origine di quella linea tracciatene una verticale: il vostro allenamento corre sulla linea orizzontale, mentre la vostra capacità di introspezione corre su quella verticale e le due cose sono legate in maniera proporzionale, ossia, più aumenta la distanza percorsa più inevitabilmente aumenterà la vostra capacità andare in profondità dentro voi stessi. Piccole distanze, piccole introspezioni, grandi distanze, grandi introspezioni: anche perché quando corri in compagnia di te stesso per due, tre, quattro ore, ne devi trovare per forza di argomenti di conversazione in solitaria, ed è proprio in quel momento che impari a conoscerti e, quando arrivi in fondo, si possono scoprire cose bellissime: io ho avuto la conferma di avere una determinazione che sospettavo (speravo) di avere, ma che non avevo mai messo così duramente alla prova, ora sono sicurissima di averla, ora so che se desidero fermamente una cosa sono assolutamente in grado di ottenerla, e non ho paura di sacrificare molti aspetti della mia vita sul suo altare. E la cosa bella, quella che più di tutto non mi stanco di ripetere, è che tutti noi possiamo farlo, anche te che mi dici che non riesci a correre per più di due chilometri. Coraggio, traccia anche tu le tue due linee e poi comincia a percorrerle, io correrò al tuo fianco.

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Magda e Furio e la festa in pareo

Facciamo un accordo.
La prossima volta che Luca mi propone di organizzare una festa, io ve lo comunico e voi mi fate leggere più e più volte questo post, fino a quando non cambio idea.
L’ultima in ordine di tempo l’abbiamo fatta sabato scorso, il 13 luglio, tema della festa “festa in pareo”come suggerisce il tema, unico requisito richiesto per gli invitati era che indossassero un pareo. Idea bellissima, lo ammetto. Idea non mia, ovviamente, giacché io non ho questi guizzi di creatività, io sono il braccio, Luca la mente, ormai lo sanno tutti.
L’organizzazione di una festa a casa nostra sfiora per durata di tempo, una gravidanza canina: circa due mesi dal livello embrionale (cioè quando nella testa di Luca scatta una scintilla) al travaglio con parto a seguire (quando svuotiamo l’ultima lavapiatti delle 1000 che facciamo).
In mezzo c’è:
Decidere quante persone invitare
Decidere chi invitare
Decidere cosa fare da mangiare
Decidere cosa fare da bere
Decidere che musica di sottofondo mettere
Decidere quando farla
Una volta decisa la data e definito quanti e chi siamo, comincia il lavoro vero e proprio. Pianificato il menù, bisogna fare la lista della spesa e il tutto tenendo d’occhio le previsioni meteo che non si sa mai, e cercando di arginare il padrone di casa che ha sempre paura che i nostri amici da noi muoiano di fame e sete.
Quindi l’avventura caraibica della festa in pareo è cominciata venerdì, il programma doveva essere questo:
Sveglia presto e corsetta sul fiume io, lui e Tabata.
Colazione
“Gita” ad Acqui perché quel giorno operano Merirose al ginocchio
Spesa
Spignattare
Nanna
Invece è andata così:
Sveglia presto (confermata)
Tabata si strappa un’ unghia della zampa posteriore sinistra (sangue e drammi)
Veterinario d’urgenza (hanno aperto la clinica apposta per noi: 90 euro)
Corsa a casa, corsa ad Acqui. Intervento perfetto, mamma in botta piena: strafatta, vomito su vomito e deliri vari.
Spesa
Casa – feste Tabata- ferita si riapre- laghi di sangue- veterinario- medicazione-casa.
Vorrei piangere tutte le mie lacrime
Spignattare
Devo convenirne, la preparazione notturna delle cibarie è stata rilassante, quando mai mi ricapita di preparare bignè a mezzanotte (tutto a mano, mica quelli pronti), assaggiando sangría e sbaciucchiandoci come adolescenti davanti ai fornelli? (Sempre con cane al seguito, zoppo ma entusiasta: anche lei ama la sangria).
Il giorno della festa ho: pulito casa, preparato gli ultimi impasti, coadiuvato lo chef, nonché mastro fochista (previsto anche barbecue), sono andata dall’estetista perché avevo le gambe oramai felpate e col cavolo che mi metto in pareo in queste condizioni, medicato Tabata, impiattato millemila finger, cotto focacce e focaccine, tagliato metri di salame, fritto crocchette di baccalà, acceso migliaia di candeline, varie ed eventuali. C’è stato un momento in cui contemporaneamente seguivo la cottura in forno delle focacce al formaggio, cuocevo le crocchette e i paccheri nella friggitrice, preparavo i contorni per i kebab affettando pomodori e cipolle ad una velocità da amputazione dita e svuotato la lavapiatti…ecco in quel momento ho seriamente desiderato di essere in pareo su una spiaggia deserta in compagnia di Mister Mojito, Madame Sangria e Mademoiselle Corona: noi quattro soli, però.
All’ultimo minuto mi sono avvolta in un pareo, raccolta i capelli alla bella e meglio, e via: che la festa abbia inizio.
Il menù tirato giù dal Pera è questo (ditemi voi se è a rischio decesso causa fame):
– focaccia alla genovese (fatta in casa) e salame
-bignè ripieni di crema al salame
-gazpacho
-insalata di polpo
-spuma di mozzarella con pomodorini confit
-focaccia al formaggio (fatta in casa)
– crocchette di baccalà
-paccheri ripieni di crema di speck, impanati e fritti
-una specie di kebab fatto in casa che Luca non so dove ha scovato la ricetta
-asado cotto magistralmente nel barbecue da Luca e Henry
-pasticceria mignon
-28 mojiti
– litri di sangria

Dimenticavo la chicca: con le canne di bambù del giardino, abbiamo costruito tutto l’ambaradan per una vera e propria gara di limbo, ma considerato che eravamo satolli pieni come uova, abbiamo desistito…però noi eravamo pronti anche a quello.

Momento magico della giornata: verso le 18 è arrivato Enzo con una borsa frigo piena di Corona belle fresche, e tracannarmene una con la fettina di lime inclusa, mentre il barbecue cominciava a scoppiettare, è stato veramente meraviglioso.

Momento magico bis: vedere i miei amici che si divertono, perfettamente a loro agio e ridere tutti insieme alla luce di mille candeline.

Note di colore:
Anche Tabata era in pareo, è un cane festaiolo lei.
Se volete un sottofondo musicale non fate toccare a Bulvio l’i-pad altrimenti: addio musica.
Se avete un amico amante della palestra e quindi con muscolatura sviluppata, sarà interessante notare come gli altri normodotati lo guardino con lo stesso sospetto con cui si guarda qualcuno affetto da una malattia misteriosa.
Le donne molto incinte indossano il pareo con stile, meglio però se due, altrimenti il rischio nudità è dietro l’angolo.
Le donne molto incinte del secondo figlio bevono mojito e sangría e mangiano pure il salame (al primo piuttosto si fanno uccidere)
La musica caraibica è una palla mostruosa, meglio molto meglio bere mojito ascoltando del buon blues.
Mai arrendersi davanti a un temporale mattutino estivo: nemmeno se tuona e diluvia. Festa bagnata, festa fortunata.

Metti un sabato di trekking fra i boschi e la nebbia…

Io non capisco una cosa: perché quando a Luca vengono le idee più bizzarre trova sempre un folto gruppetto di amici che invece di ignorarlo e passare oltre, gli danno retta? Pazienza io che sono legata a lui nella buona e cattiva sorte, e quindi non ho scelta, ma loro che possono mettersi in salvo, perché non lo fanno?
Questa è la premessa. Ora i fatti.
Prendete un tranquillo sabato di metà giugno, che si fa per renderlo degno di nota? Si decide di andare al Santuario di Montallegro, sulle alture dietro a Rapallo. Wow, che bello, grande idea!
Sì, ma a piedi.
Un minuto di silenzio.
Perché io in teoria avrei avuto la giustificazione, lavoravo quel giorno, ma quando ho visto il messaggio mandato ai nostri amici su Messanger, invece di starmene zitta, muta e ferma, ho scritto di getto “veniamo anche io e la Tabata, mi cambio il turno e siamo a posto”. Luca mi ha così risposto “guarda che non ce la fate”, a quel punto è diventata una questione di orgoglio: io DOVEVO andare a Montallegro a piedi, fosse anche stata l’ultima cosa che facevo da viva, e la Tabata doveva venire con me, conscia del fatto che lei dall’alto dei suoi 10 anni ce l’avrebbe fatta benissimo, io, boh, speriamo, vedremo, chissà…
Un problema si è posto subito, vogliamo forse chiamarlo segno del destino?: io non ho zainetti da scampagnata; borse, borsine, borsette quante ne volete, ma zaini no, ero carente. Ero perché il mio amore ha provveduto subito comprandomi il mio primo Eastpak (a quarant’anni suonati, un record di cui vado anche un po’ fiera, perché sarà comodo, funzionale e indistruttibile, ma bello no, il bello è un’altra cosa). Lo ha scelto in un bel fucsia segnaletico, così butta caso che finisco in una scarpata, trovare il corpo sarà più facile, sicuramente si vedrà anche dall’alto, casomai servisse l’elicottero vista l’impervietà del sentiero. Quando si dice “pensiero positivo”…
Sveglia alle 7 in punto, zainetti preparati la sera prima, colazione e abbigliamento da esperti camminatori. Un unico dubbio mi tormenta ancora adesso: perché, avendo a disposizione due paia di scarpe da trekking super professional comprate per il viaggio di nozze, quindi praticamente nuove, abbiamo optato per indossare delle scivolosissime scarpe da ginnastica? O meglio, perché quando mi son venute in mente le scarpe da trekking, ho chiesto un parere a Luca? Potevo ignorarlo? E invece niente da fare, mi sono fidata ciecamente di lui, e le mie scarpe The North Face le rimpiangerò in più di un’occasione.
Tabata felice e fremente, io speranzosa di farcela, Luca in piena metamorfosi, sta diventando Furio a tutti gli effetti. La nostra combriccola è così composta: noi tre, La Faraona, La Laurina, Enrico, e La Maestra Barbara.
E via, si parte all’avventura, accompagnati da un clima a dir poco ostile, infatti più saliamo più aumenta la foschia, il sentiero che doveva per larghi tratti essere panoramico, ce lo dobbiamo immaginare, infatti aldilà degli alberi regna il nulla più totale.
Arrivo previsto a destinazione per le ore 12:00. Tabata dà subito prova del suo vigore nominandosi capo squadra, infatti è sempre saldamente in testa al gruppo, noi umani la seguiamo annaspando per alcuni tratti in evidente debito di ossigeno, ma con l’umore bello alto, umore che non cede nemmeno quando mi concedo qualche bel scivolone per terra, seguita poi a giro dalle altre fanciulle, ma niente di che, siamo ancora tra voi.
Arrivati al Passo dell’Anchetta il sorriso si spegne un attimo sui nostri bei faccini dalle guance rosse per la fatica: giusto il tempo di prendere coscienza del fatto che ci aspetta una salita molto ripida e dissestata, non a caso detta “il tagliere”, a seguire un sentiero in discesa costellato di pietre scivolose (la Manu cadde qui la prima volta), per finire con un sentierino largo dieci centimetri, forse quindici, ai lati costellato di rovi e ragnatele.
Siamo sporchi, bagnati, pieni di graffi e un po’ affaticati, questo per quel che riguarda noi umani; Tabata è scodinzolante, allegra e baldanzosa, quando, quasi all’improvviso, spunta dalla nebbia, lui, il Santuario, la nostra meta. Missione compiuta.
In un momento di estasi religiosa decido di entrare in chiesa, mi metto giusto la giacca per essere un poco più decente vista la sacralità del luogo…Ma come mai sento questo rumore di chiavistelli e lucchetti? Mi giro verso l’ingresso e noto che è inequivocabilmente chiuso. Grazie signora custode che ci hai visto arrivare, sette anime spuntate dal nulla nella nebbia, e che hai sentito quello che avevo intenzione di fare, e in pieno stile “torta di riso finita” mi hai chiuso la porta sul naso, grazie grazie grazie!
Quando si dice la carità cristiana, lo spirito di fratellanza, “aprite le porte a Cristo e al suo gregge”….Ma non è finita quì.
Decidiamo di tornare in funivia, andiamo a fare i biglietti e il personale addetto praticamente ci ride in faccia: “la funivia non va a causa delle condizioni metereologiche precarie”, ma è solo un pochino di foschia…Gentilmente -si fa per dire- ci indicano il sentiero a scendere, gambe in spalla e andare.
Un’ora di cammino su dei ciottoli che fanno un male alle piante dei piedi quasi inimmaginabile (avessi le mie scarpe tecniche, sai che goduria, e invece a ogni passo è un santo che cade dal calendario), se poi ci aggiungiamo che a causa della pendenza le punte delle dita prendono a testate la punta delle scarpe, i dolorini sparsi a causa della caduta di prima, due cani arrabbiatissimi che sembrava ci volessero mangiare vivi a tutti e la Tabata che rispondeva colpo su colpo, La Faraona che a momenti ci finisce veramente giù dal sentiero rischiando un volo di qualche metro e di massacrare delle piante di zucchine novelle, seguita a ruota dalla Maestra Scaroni, però i giudici hanno decretato che la sua caduta per quanto meno rocambolesca fosse, era decisamente più elegante; quindi è lei la vincitrice del trofeo “caduta del giorno”.
Mi è toccato anche fare pipì “en plein air” perché me la sono inutilmente tenuta per non perdere la funivia, e non avevo altra scelta, se non quella di un potenziale blocco renale, quindi o così o così, mentre mio marito che dovrebbe farmi da scudo umano, mi guarda e sghignazza, l’infame…
Per non farsi mancare niente, abbiamo scoperto nostro malgrado che davanti a ben tre bivi, nonostante avessimo seguito pedissequamente le indicazioni dei passanti, siamo riusciti a sbagliare strada e a farci ridere dietro dagli abitanti della zona, oltre ad allungare la via del ritorno.
Ma alla fine l’abbiamo spuntata noi, certo, sul treno che ci riportava a Chiavari la gente ci guardava con il ribrezzo dipinto in volto da tanto eravamo sporchi, certo, cominciavamo a sentire ogni tipo di dolore fisico, certo, puzzavamo come cimici pestate, anche se Luca spruzzava del deodorante a destra e a manca, peggiorando per quanto impossibile potesse sembrare, la situazione.
Però è stato bello, abbiamo chiacchierato e riso molto, abbiamo condiviso cibo e bevande nel pieno rispetto dello “stile del pellegrino”, al nostro passaggio la gente ci salutava, anche perché con ogni probabilità non avranno visto nessun altro oltre a noi. Abbiamo immaginato bellissimi paesaggi perché non si vedeva niente oltre al nostro naso, insomma una bella dieci chilometri in mezzo al bosco che se fosse un po’ più curato sarebbe sicuramente ancora più bella, fra salite discese e pezzi in piano che erano un vero toccasana per le gambe.
Il giorno dopo quando mi sono svegliata mi sarei sparata, ci ho messo tre giorni a riprendermi, anche lavarmi i denti era dolorosissimo, sedermi una tortura e le braccia erano costellate da graffi e morsicature di insetti, mi sono spuntati lividi un po’ ovunque, camminavo come Robocop perché avevo le gambe dure, mi facevano male entrambe le caviglie e ogni singolo movimento mi è costato uno sforzo sovrumano: ma lo rifarei subito.
Quasi subito…
Vabbè no dai, subito subito no…
Settimana prossima…
Dieci giorni…
E ma poi fa troppo caldo….
Ok, poi ci mettiamo d’accordo…
“Tim, informazione gratuita: l’utente da voi selezionato non è al momento raggiungibile, o potrebbe avere il terminale spento”
TUTUTUTUTUTUTUTUTUT….