1 settembre 2009. Mio padre e il suo primo e unico viaggio in elicottero.

“Perché se non mi vuoi aiutare e se hai di meglio da fare, fai pure”Queste sono state le ultime parole che ho detto a mio padre, le ultime che gli ho urlato al telefono, il capriccio, l’ennesimo, di una figlia amata e viziatissima. Ricordo di avergli riattaccato il telefono in faccia, perché noi figli ci divertiamo talvolta a essere crudeli, intanto lo avrei chiamato il giorno dopo facendo la preziosa e la finta tonta, e tutto sarebbe tornato come prima.

Mai valutazione fu più sbagliata. Andavo a dormire senza sapere che la mia vita, esattamente dal giorno dopo, non sarebbe stata mai più la stessa. Andavo a dormire che ero ancora figlia, il giorno dopo sarei diventata adulta, in otto ore di sonno stava rannicchiato il cambiamento epocale più significativo di tutta la mia vita.
San Michele di Pagana, ore9:30 di martedì 1 settembre 2009.

Un elicottero del 118 si sta sollevando in volo nel momento preciso in cui io con il mio scooter passo attraverso il borgo in direzione Portofino, alle 10 devo aprire il negozio, sarà sicuramente un sub che si è sentito male durante un’immersione. Speriamo nulla di troppo grave, e proseguo.
Portofino, ore 10:05

Chiamate perse 2 -papà.

Penso che anche questa volta ha funzionato, vedi è lui a fare il primo passo, prova a chiamarmi per fare pace. Desidero tanto sentire la sua voce. Lo chiamo, dai.

Non risponde.

Richiamo.

Non risponde (uffa, accidenti ai papà sordi)

Nel frattempo il cellulare squilla. È mio fratello “ti hanno chiamato con il telefono di papà?”

“Sì, perché?”

“Manu sei seduta?”

“No, perché?” Ho una strana morsa al cuore, sento la paura, ma non so ancora perché la sto sentendo.

“Papà ha avuto un brutto incidente sul lavoro, è caduto da un albero che stava potando e lo stanno portando con l’elicottero del 118 al San Martino”

Il cuore mi si gela nel petto. Non era un sub, era mio padre, se fossi passata dieci minuti prima lo avrei visto, mi sarei fermata e ora sarei con lui. È il primo aereo che prende in vita sua, mi sarebbe piaciuto essere con lui. Il resto della conversazione sono pensieri sconnessi, la mente sta mettendo in moto tutti i sensi, l’unico pensiero che mi gira in testa è “Manuela, devi pensare e agire velocemente”. Chiudo la chiamata con mio fratello.

Ho bisogno di sapere. Come faccio? Io chiamo il 118.

Mi risponde una voce gentile ma ferma, gli spiego la situazione, gli snocciolo i dati di mio padre, mi identifico come sua figlia senza lasciare il minimo dubbio, cerco conferme “È vivo?” “Sì” “È in gravi condizioni?” “Signora, mi capisca, io più di tanto non posso dire, comunque era incosciente quando lo abbiamo caricato sull’elicottero, due arresti cardiaci, sospette lesioni spinali, lo abbiamo intubato, di più non posso dire. La saluto”.

Manuela devi pensare velocemente: la mamma, devi raggiungerla prima di qualsiasi altra persona o telefonata.

Chiamo il mio responsabile, spiego la situazione, mi faccio mandare una sostituta, appena la mia collega arriva parto come un razzo: Portofino – Lavagna in 25 minuti, una corsa folle, mentre guido penso che non posso dire a mamma come stanno realmente le cose, mi studio una versione più edulcorata “papà ha avuto un piccolo incidente ed è al San Martino”, può funzionare, e intanto guadagno minuti. Mentre salgo le scale chiamo la zia, sorella di mio padre, le dico di venire a casa nostra perché dobbiamo partire di corsa per Genova perché papà ha avuto un incidente sul lavoro: mia zia è una tipa tosta, sembra capire perfettamente che non è il momento di fare domande, si limita a fare quello che io le dico di fare. Perfetto.

Il primo crack al cuore lo sento quando la mamma mette la busta porta posate nella borsa “perché papà vuole mangiare con le sue” e mentre lei mi dice queste cose io devo far finta di non sapere che la vita di mio padre è appesa ad un sottilissimo filo, e forse, anzi, sicuramente, le posate non gli servono ad un fico secco. Ma questa è una delle tante volte in cui dovrò essere forte per tutte e due: la mente deve pensare velocemente, il fisico deve essere forte, non è il momento di piangere.

Arriviamo a Genova, un viaggio surreale fatto di silenzi e mezze frasi, poi nel posteggio davanti all’ingresso del Pronto Soccorso mi rendo conto che devo preparare mia mamma ad incassare il colpo più forte che la vita le abbia mai assestato: papà non è ferito, è gravissimo, non sappiamo nemmeno se è vivo o morto, se è tutto intero, se è cosciente. Niente, non sappiamo niente, quello che è andato in onda fino ad ora era solo un teatrino per proteggerla da un dolore che avrei voluto evitarle, ma che purtroppo non posso portare avanti.

Non ce lo fanno nemmeno vedere, la situazione è troppo critica, è in coma farmacologico, intubato, con le vertebre cervicali tutte (TUTTE) fratturate con uscita di materia midollare, trauma cranico con versamento interno non operabile per ridurlo, due arresti cardiaci superati grazie all’intervento del personale del 118.

Le mie gambe sono di creta, le mie ginocchia si piegano, sento un dolore sordo ovunque, ogni cellula del mio corpo è dolore puro. Non è possibile, QUESTA non è la mia vita. E nonostante il mio corpo e il mio cuore siano trafitti da mille spade, devo continuare a pensare velocemente. Di quel pomeriggio mi resta una sola immagine: io e mio fratello che fumiamo nervosamente l’uno di fianco all’altra, davanti a noi una donna spaventata e spaesata: nostra madre. Sento prepotente la necessità di proteggerla, a me, a noi, ci penserò dopo. Ora l’urgenza è lei.

Cerchiamo di tranquillizzarla, la riporto a casa con il borsone da viaggio che aveva preparato con le cose per mio padre stretto in grembo, mi sembra piccolissima, povera mamma. È lei spiegarmi che papà quella mattina è uscito in scooter per raggiungere il deposito dei mezzi del suo datore di lavoro, quindi chiamo Tizio per chiedergli di vederci nel suo posteggio mezzi, quando arrivo non mi da nemmeno il tempo di spiegargli come sta papà, mi fredda subito dicendo che ha sentito il suo avvocato e che seguiranno la linea difensiva della “caduta accidentale”, gli faccio notare in amicizia (perché era un amico) che forse sta correndo un po’ troppo, che forse bisogna vedere come si evolve la cosa, che forse domani papà si sveglia e tutto sarà miracolosamente a posto. Lo invito alla calma, ma dentro di me, nel profondo dell’anima sento che qualcosa non quadra. Sento nitida e forte la sensazione che dovrò essere scudo per mia mamma e spada per difendere mio padre.

Quando finalmente a sera inoltrata raggiungo casa mia, da sola, mi sciolgo in un pianto disperato e silenzioso, non mi sembra possibile che un uomo stamattina sia uscito di casa fischiettando per andare a lavorare e che ora, dodici ore dopo, quello stesso uomo giaccia in un letto del reparto di rianimazione del San Martino, e soprattutto, in questo folle disegno, non mi sembra possibile che quell’uomo sia mio padre.
Questa è la cronaca del giorno 1 settembre 2009, il giorno in cui i miei occhi hanno cominciato a guardare il mondo sotto una luce diversa, il giorno in cui i miei occhi hanno smesso per sempre di essere gli occhi di una figlia per diventare gli occhi di un’adulta. Il giorno in cui mi sono resa conto che più dei lupi, bisogna temere i lupi travestiti da agnelli, e che prima impari a riconoscerli, prima impari a proteggerti e a difenderti.

E questa è stata una delle tante verità che mi ha insegnato mio padre.

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