No!No, e poi ancora no.

Ce lo hanno inculcato nella testa sin da piccole, prima ancora di imparare come si dice “Sì”, ci hanno insegnato che è  brutto dire di “No”, che le brave bambine sono servizievoli, gentili e sempre disponibili a dare una mano. Se dicevi un “No” per ribadire che non avevi nessuna voglia di fare una determianta cosa, come minimo ti beccavi un rimprovero “non ti rivolgi cosi a tua madre”, transitando per castighi più o meno severi, fino ad arrivare al massimo della pena: il temutissimo manrovescio con la mano sinistra, armata di fede e anello di fidanzamento che, ai tempi in cui tuo padre lo regalò a tua madre, con uno stipendio eri ancora mezzo ricco, e allora li regalavano belli grossi: praticamente un tirapugni legalizzato e scintillante.

“Tu di no a me, a TUA MADRE non lo dici”, chissà perchè poi le madri quando sono incazzate parlano in terza persona, e poi “sbammm” partiva il manrovescio assassino, con sfregio da diamante taglio brillante, carati 0.50, colore White VVSI, sulla guancia sinistra. A seguire pianto a dirotto dell’infante e senso di colpa misto terrore di aver sfregiato per sempre l’erede, della madre. Tutto finisce a tarallucci e vino, o meglio, vista la tenera età di uno dei protagonisti, a latte e biscotti. Tranne che a casa mia, dove io caparbia come un mulo, anche se avevo forse cinque anni, guardavo mia madre e, con aria di sfida, così la apostrofavo “non mi hai fatto niente”, detto fatto, in tempo zero secondi arrivava anche il dritto accompagnato dalla minaccia “come ti ho fatto io ti disfo, ne vuoi un altro?”. Devo dare atto a mia madre che in quanto a metodi educativi, non si faceva intimorire da nessuno, i miei capricci che con tutto il mondo hanno sempre funzionato – ero piuttosto brava a improvvisare scene madri di un certo livello artistico, alcune decisamente drammatiche – con mia madre non hanno mai sortito alcun effetto. Quindi con entrambe le guance timbrate dalle affusolate dita di mia madre, mi ritiravo nella mia stanza, rea di aver osato pronunciare la fatidica parola “No”. Il senso di colpa germina qui.

Man mano che cresci e affini  carattere e personalità, i nemici dei tuoi sacrosanti no, affileranno le loro armi, farcendo le loro richieste di complimenti, leccate di culo, fino i più biechi ricatti morali “…se tu mi volessi bene lo faresti”, “se tu ci tenessi a me non ti faresti pregare”, “amore, ma lo fai per me, per tua madre/padre/fratello/fidanzato/amante/marito”. Bisognerebbe essere proprio una brutta persona per non ascoltare una così gentile preghiera, e allora anche se stavi facendo per te la cosa più importante del mondo, anche se piuttosto che fare ciò che ti è stato richiesto preferiresti sfidare Pupo a un giro di roulette russa, puntandoti una rivoltella alla coscia, mestamente cedi e acconsenti. Ingoi il tuo no e fai quanto ti è stato richiesto ma sei scoglionata come un orso bruno svegliato in anticipo dal letargo, fai ciò che devi controvoglia, la cosa ti viene fatta notare e, come l’orso bruno reagisci pure, cominciando a lanciare strali e invettive. Scatenare il litigio del secolo, alle volte, è veramente un attimo.

No, no e poi ancora no. Io ci ho impiegato un discreto numero di sedute dallo psicoterapeuta, ma alla fine ci sono riuscita – ok: quasi riuscita – e quando dico un no, i miei sensi di colpa sembrano non sentirlo, perché non registro nessuna reazione. E quelle volte in cui invece si svegliano e cominciano a corrergli dietro, il mio no riesce a correre più veloce. Ma che fatica, Dio santissimo. Ma è possibile vivere così? Cosa c’è di sbagliato nel diritto di dire di no? E’ un mistero, e vi dirò di più: è un mistero tutto al femminile. Già perché non vedrete mai nessun uomo trafiggersi con le mille spade del senso di colpa; il loro equilibrio – perfetto, tra l’altro – si basa su un sistema elementare di domanda-risposta.

“Amore mio., visto che poi scendi in centro per andare in palestra, passeresti a ritirare  gli abiti pronti in tintoria?”

“No” risponderanno i più sintetici

“No, non ne ho voglia”  diranno i più generosi nel dare spiegazioni

e tu rimani lì, indecisa se arrabbiarti furiosamente o se prendere la macchina e andare tu in lavanderia, e mentre decidi il da farsi, ti metti le scarpe e cerchi le chiavi.

Fine della storia.

E vorresti arrabbiarti e infuriarti e rinfacciargli tutto quello che ti viene in mente, ma non ci riesci, perché alla fine, lui non ti ha fatto nessun torto, ha solo risposto alla domanda che tu gli hai fatto, con la risposta che per lui era la più giusta. Non ha sbagliato niente, che ci piaccia o no. Quelle di noi un po’ più ardimentose che chiederanno spiegazioni in merito, riceveranno la più disarmante delle risposte:

“ma tu non mi hai detto che era urgente, altrimenti ovvio che lo avrei fatto”

e tu resti un’altra volta con il cerino in mano. Anche stavolta ha ragione lui, e stai attenta che ti bruci pure le dita con il cerino.

Ma perchè per noi donne è così difficile imparare a dire di no? Anche quando abbiamo giornate debordanti, fitte di impegni e cose da sbrigare, se qualcuno ci chiede qualcosa, a costo di stramazzare al suolo, di no cerchiamo di non dirlo, anche se ci trilla l’occhio dallo stress. E poi, oltre al danno, intaschiamo pure la beffa, perché quando arriveremo a fine giornata, stanche, sfatte e sull’orlo della crisi di pianto, lui ci guarderà intenerito e:

“ma se ti veniva fuori un casino, bastava dire di no”

e rieccoci un’altra volta con il cerino in mano, le dita bruciacchiate, sopraffatte e sconfitte fa noi stesse. Ve lo dico io quale è la soluzione: addestrarle sin da piccole a disinnescare la bomba del senso di colpa, perché gliene lanceranno tante fra i piedi quando saranno grandi.

Si può dire di no e il mondo non implode su se stesso. Si può non aver voglia di fare una determinata cosa, si può non avere il tempo di farla, si può essere impegnati a fare altro, si può scegliere dei essere pigri ogni tanto, perché se dire di sì è un gesto di gentilezza, dire di no non vuol dire per forza essere maleducati.

E poi per un no ricevuto non è mai morto nessuno, quindi stiamo serene e facciamoci coraggio che siamo ancora in tempo per imparare a vivere come sarebbe giusto vivere: bene.

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