I dolori della giovane Magda

Oggi è successa una cosa. Leggevo serena e tranquilla la mia copia fresca di buca delle lettere di Vanity Fair, quando la mia attenzione è stata catturata da una lettera pubblicata sulla pagina di una psicologa che stimo molto: Irene Bernardini.
Una lettera che in apparenza non aveva nessun punto in comune con la mia vita, ma è andata a toccare qualcosa, forse alcune parole usate dalla lettrice, che come le dita allungate su una tastiera sono andate a sfiorare qualche tasto e io mi sono riconosciuta in quelle note. Si parlava di separazione e di quanto sia difficile gestire non tanto i vari stati d’animo che la separazione comporta, ma piuttosto di quanto sia difficile ritrovare un equilibrio che non sia solo apparente, ma reale, necessario per gestire il nuovo assetto.
Metabolizzare una separazione è un percorso lento, chi dice che si è ripreso in un batter d’occhi mente spudoratamente, o mentiva spudoratamente prima, quando era sposato.
Fate questo gioco con me.
Immaginate di investire tutte le energie e risorse vostre e del vostro partner nella costruzione di un grande edificio partendo dalle fondamenta per arrivare al più piccolo dettaglio estetico, tipo le fioriere sui terrazzi. Immaginate ora di traslocare tutta la vostra intera esistenza dentro a questo edificio, immaginate la gioia e soddisfazione nel vedere che le cose crescono e si arricchiscono: pensate di essere quasi arrivati alla meta, ma poi sul più bello, l’edificio comincia a scricchiolare, sempre di più, sempre di più, fino ad arrivare alla decisione finale: bisogna demolirlo. Delusione, dolore, rabbia. Questa può rappresentare la prima fase di una separazione qualsiasi. Poi arriva la seconda parte, quella in cui, secondo me, io e il mio ex marito siamo stati particolarmente bravi: la fase dello smantellamento vero e proprio di quella che è stata la nostra vita insieme.
Passata la fase del dolore acuto, quello ognuno deve gestirselo da solo per conto proprio, e lì sì che a tenerti in vita sono i sentimenti peggiori che un essere umano possa provare; ecco superata questa fase noi due siamo stati di una delicatezza incredibile. Potevamo far saltare per aria il nostro edificio con una esplosione pazzesca, seminando macerie dappertutto in un raggio di mille chilometri, invece no, con calma abbiamo messo tante micro cariche e insieme abbiamo fatto partire il detonatore, un’esplosione controllata, nessun ferito, nessun danno a terzi. Poi ognuno si è raccolto i suoi cocci ed è andato per la sua strada.
Certo che non è stata una cosa veloce, ci sono voluti nove mesi per elaborare la cosa, mesi in cui abbiamo mantenuto noi l’ordine degli psicologi di Genova: ognuno aveva il suo psicologo personale e poi la terapista di coppia, mesi in cui pensavamo di lavorare alla ricostruzione della nostra vita, mentre, del tutto inconsciamente ci stavamo mettendo in forze per la rottura definitiva. Per tornare alla metafora di cui sopra, stavamo cercando le forze, il coraggio e il tempismo per arrivare insieme a mettere le mani sul detonatore e a farlo saltare, anche questa volta insieme. Siamo stati bravissimi nella gestione dei tempi, questo intendo dire, abbiamo saputo aspettare che le cose si sedimentassero e noi avessimo il tempo di riacquisire la lucidità e serenità necessarie per affrontare tutti i passi che una separazione comporta, senza schiamazzi, urli e litigi che intanto non servono a niente.
L’immagine che mi è rimasta in mente siamo io e lui che entriamo sorridenti in tribunale con un avvocato solo per entrambi per firmare la separazione e altrettanto sorridenti usciamo, ma uno ha girato a destra e l’altro a sinistra. Fine.
E da lì è cominciata la ripresa, e secondo me non è nemmeno un caso se nel giro di un po’ di mesi ho incontrato Luca, se l’avessi incrociato prima probabilmente non lo avrei visto in quanto il mio orizzonte era ancora coperto dalle macerie residue, e in tutta onestà non avevo nemmeno voglia di imbastire un rapporto nuovo di zecca; mi sono presa il tempo necessario per fare piazza pulita e ricostruire me stessa, e solo allora ho riconosciuto il suo sguardo. Lo sguardo che amo così tanto.
Il resto è storia nota: il desiderio di non rinunciare alla riconquistata libertà, surclassato dalla voglia di stare con lui, di condividere con lui quanto più tempo e spazio mi fosse possibile. Lui che con calma si è conquistato tutta la mia fiducia sopportando quella che io ora ho capito essere la coda della tempesta: gli sbalzi d’umore, un pianto improvviso, quella sottile malinconia che talvolta mi si dipingeva in viso, e lui saldo come una roccia non si è mai spostato di un millimetro, sempre al mio fianco, anche quando starmi a fianco era tutt’altro che facile.
Quindi, per concludere, in risposta a tutti quelli che quando hanno saputo che mi risposavo hanno commentato più o meno così “Ma chi te lo fa fare?” “Una volta non ti è bastato?” “Bisogna proprio averne voglia”, rispondo che il destino per metà ti capita, ma l’altra metà te la crei, quindi questa seconda chance è stata sì una botta di fortuna in quanto tutto è accaduto in maniera improvvisa e inaspettata, ma anche forse il frutto del buon lavoro svolto prima. Ecco, forse me lo sono anche meritato un uomo come Luca, e in cuor mio sapevo che se avessi saputo aspettare, prima o poi sarebbe arrivato.
Ho avuto fiducia nella vita e sono stata ampiamente ripagata.

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6 pensieri riguardo “I dolori della giovane Magda

    1. Ci sei passata pure tu? Anche tu una reduce del Vietnam? Spero proprio di no…sono cose di cui si farebbe volentieri a meno, però capitano. La bella notizia è che le esperienze dolorose si superano, la brutta è che per superarle bisogna rompersi un pochino tutte le ossa. Ma se applichiamo una delle massime preferite da mia nonna Maria (grande donna di una saggezza imbarazzante) che sarebbe poi questa ” il Signore non mette sulla nostra schiena una croce più pesante di quella che possiamo sopportare” alla fine si tratta solo di rischi calcolati… Certo, bisogna crederci, e non arrendersi.
      Un abbraccio e un sorriso.
      Manu

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