…e non dite mai più “Tu non puoi capire”

Mi presento. Mi chiamo Manuela e, dando un po’ i numeri, la mia vita si può più o meno, sintetizzare così:
-42 anni
-1 marito
-1 ex-marito
-1 cane
-1 mamma
-1 fratello
-10 amici indispensabili
-0 figli
Già zero figli.
“Oooooohhhhh” stupore in sala, bocche e occhi spalancati, la suspence è palpabile “chissà cosa avrà da dirci ora”.
Niente. Non ho figli perché è andata così.
Ho vissuto due vite, una per fortuna la sto ancora vivendo adesso, e spero che sia lunghissima e, in tutte e due le mie vite, gli eventi hanno preso una spiega tale che la voce “figli” nella mia agenda l’ho dovuta spostare tante di quelle volte per continui cambiamenti di programma che, a furia di scrivere, cancellare e riscrivere, dopo un po’ ho smesso di scrivere questa voce a penna (che brutte quelle righe sulla pagina bianca), per una più agevole matita e gomma, e poi dopo la matita, mi sono stufata e ho proprio deciso di non scriverla più.
Senza drammi e tragedie.
Durante il mio primo matrimonio, ero giovane, idealista e romantica, sognavo la famiglia cuore: due cuori, una villetta (la capanna era troppo low profile), un cane e due/tre figli. Le cose sono andate leggermente in maniera diversa: divorzio, villetta venduta, cane in affido congiunto con il mio ex-marito, e mentre tutti scodellavano figli che una padella di pop-corn scoppiettanti sul fuoco fatica a tenere il ritmo delle nascite, io mi leccavo le ferite e, con le scarse energie che avevo e la ancor più scarsa pazienza di cui disponevo (ne avevano abusato un po tutti in quel periodo), mi mettevo all’opera per ricostruirmi una vita e, soprattutto, una nuova identità che mi calzasse un po’ meglio di quella di mogliettina premurosa e mamma dell’anno.
Capirete quindi che, garantirmi una discendenza era l’ultimo dopo l’ultimo dei miei pensieri.
Ho cambiato casa, taglio di capelli, mi sono fatta qualche tatuaggio nuovo, ho sfruttato qualche buona occasione lavorativa che il mio status di “single di rimbalzo” mi ha servito su un piatto d’argento, anche se una deliziosa collega, mi fece notare che, quell’occasione mi era stata offerta proprio perché, cito testualmente “tu sei sola e non hai nessuno che ti aspetta a casa” -deliziosa personcina, vero?E già, lo penso anche io. Ovviamente anche in questo periodo la voce figli era oggettivamente fuori luogo.
E poi con viva e vibrante soddisfazione (l’ho già sentita….) mi sono buttata dentro alla mia nuova vita. E ho incontrato lui, l’amore (vero) della mia vita, anche lui amante dei viaggi, affamato di nuove esperienze, fecondissimo di sogni e ambizioni e curiosità. Abbiamo girato in largo e in lungo il mondo reale e quello dei sogni, abbiamo seminato progetti, dobbiamo scrivere libri e dipingere quadri, abbiamo una lista delle cose da fare lunga qualche metro, e cavolo, non ce ne vogliate a male e non considerateci mostri egoisti ma la voce figli non sappiamo proprio dove scriverla: prima o dopo il giro d’Italia in automobile? o quando torniamo dal nostro viaggio sulla linea dell’Equatore? e poi vogliamo andare a Santiago de Compostela a piedi, e una gravidanza o un bimbo piccolo male si conciliano con ottocento chilometri a piedi con uno zaino in spalla…
E così travolti da questo vortice edonistico, la nostra spinta alla genitorialità si è spenta, anche grazie al panorama sconfortante che fa da scenario al nostro presente. E le primavere alle mie spalle sono diventate quarantadue.
Facciamo un po’ due conti, caro il mio bel figliolo. Se nascessi quest’anno io e tuo padre torneremmo a essere una coppia libera fra…facciamo venticinque anni? Molto bene, io avrei sessantasette anni: una donna anziana, i miei sogni e le mie ossa avrebbero due dita di ruggine sopra, e così, tu, invece di goderti la tua gioventù di giovane aperto e cosmopolita, come avresti tutto il diritto di fare, ti ritroveresti a fare da badante ai tuoi anziani genitori. Riflettici: una galera per tutti, ti pare? Quindi, amiamoci tanto ora, amiamoci a tal punto da lasciarci tutti liberi di correre incontro alla vita che desideriamo; tu hai diritto a una coppia di genitori giovani, brillanti e pieni di energie, e noi valigie grandi e passaporti pieni di timbri. Affare fatto.
Ora resta una cosa da fare. La più complicata.
Ora devo persuadere tutte quelle donne “figli-munite” che una donna può essere paurosamente felice e realizzata anche se non ha un passeggino da spingere. Quelle donne che, quando si immaginano una donna senza figli, la vedono piangente e “a metà”; quelle che “una donna si può sentire realizzata e completa SOLO con la maternità” e, quando parlano delle loro fatiche con una donna che non ha figli, spesso lasciano le frasi a metà e poi con un sospiro, tirano fuori il jolly: tu non puoi capire, tu non hai figli.
Mi va il sangue alla testa. Ma cosa vuol dire “tu non puoi capire”? Non sono mica scema, io posso capire, immaginare, essere empatica, condividere. E gli scenari si moltiplicano.
Potrei anche dire “infatti a me non me ne può fregar di meno delle tue notti insonni e delle tue titaniche fatiche” oppure sei tu, mamma, che non puoi capire che la donna che hai davanti, ha impiegato tante di quelle energie a dare il colpo di reni che l’ha rimessa in piedi, che ora di fatiche non ne vuole più sentire parlare, oppure la donna che hai davanti sta soffrendo le pene dell’inferno perché pur di diventare mamma, venderebbe l’anima sua e quella di suo marito al Diavolo o, molto più verosimilmente, ad un bravo ginecologo che realizzi il suo desiderio. Oppure non è che non può capire, capisce benissimo, ma non può fare molto altro, se non alzare le spalle e dire “sì è vero, non capisco”.
Quindi prendete il vostro “tu non puoi capire” e mettetevelo in tasca e provate poi a tirarlo fuori quando, davanti ad un diabetico azzannerete una succulenta fetta di torta, o davanti ad una persona paralizzata deciderete di elencare i piaceri di una bella e corroborante corsa al parco, o davanti ad un cieco aprirete l’album delle foto della vostra ultima meravigliosa vacanza, o davanti ad una persona presa da mille cose da fare vi ignorerà completamente, e aspettate le reazioni. Potrebbe essere illuminante.
E non rimaneteci troppo male quando troverete che vi risponderà per le rime e, davanti al vostro laconico “tu non puoi capire” vi risponderà con un sereno e sorridente “hai voluto la bicicletta? Mo’ti tocca pedalare per circa vent’anni se sei fortunata” oppure, se lo beccate in una giornata no, potrebbe andarvi peggio, e sentirvi dire “anche tu non puoi capire, io non avrò figli, ma tu non hai neuroni”: che è peggio.

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