Magda got the NYCM

Esattamente una settimana fa, mentre qui in Italia vi apprestavate a vivere un tranquillo pomeriggio come tanti io, in una splendida mattina piena di sole, mi apprestavo a correre “La maratona”per eccellenza. Io una settimana fa ero  New York. Come sono arrivata a questo traguardo, francamente non lo saprei dire, forse tutto è cominciato con la mezza maratona sulla Muraglia Cinese, ma questa sarebbe solo la spiegazione razionale, mentre credo che ci siano altre motivazioni meno tangibili e più profonde, che mi hanno spinto  verso un’impresa del genere. Prima fra tutte: dimostrare a me stessa che se lo voglio posso ribaltare tutte le mie certezze.

-4 mesi di allenamento

-1300 chilometri percorsi

-4,5 chili persi

-2 paia di scarpe da running consumate

-gran parte del mio tempo libero votato alla causa

-mi sono allenata con un dito ingessato, sotto il sole cocente e sotto il diluvio universale.

Ho temuto più volte di non farcela, una fascite plantare odiosa mi ha fatto perdere quasi un mese di allenamento, un piriforme decisamente ostile ha cercato in tutti i modi di farmi demordere, il caldo estivo, la pressione bassa e le levatacce mattutine si sono coalizzate contro di me. Ma non ho mollato. E alla fine l’ho spuntata io.

 

E alla fine eccomi qua: un puntino rosso e turchese in mezzo a più di 60.000 puntini, precisamente io sono il puntino 66791…un puntino emozionato, felice, carico di adrenalina, che ha passato buona parte del volo verso New York a interrogarsi se si fosse allenato abbastanza, se forse poteva fare di più. Dubbi fugati ieri, quando alla conferenza di Pizzolato e Linus, organizzata dal nostro tour operator, ho scoperto di essere fra i più allenati del nostro gruppo. Infatti quando Pizzolato ha chiesto quanti di noi avessero corso almeno 50 chilometri a settimana, ad alzare la manina eravamo nemmeno in dieci su centinaia di persone. La maggior parte non aveva mai superato i 25 km in allenamento. Pazzi. Comunque non ha più importanza, sono qui nel mio coral, quando finirà l’inno americano (inciso: intorno a me sono tutti in silenzio con la mano sul petto) ci saranno i colpi di cannone, e poi sarà ciò che deve essere. Boom!!!!

Il primo nodo in gola mi sale quando a pochi minuti dal via i primi a incitarci sono due marines, poi ci saranno degli operai che lavorano sul Ponte di Verrazzano, poi i tantissimi poliziotti addetti alla sicurezza e poi tutte le migliaia di persone a bordo strada che si sgolano come pazzi al nostro passaggio. Ho pensato più volte che deve essere bellissimo per chi corre, trovare lungo il percorso il suo personale fan club, ho visto molti runners correre ad abbracciare qualcuno, sorridergli di quel sorriso pieno e vero di una gioia condivisa. Ho letto decine e decine di cartelli, fatti da sconosciuti per altri sconosciuti, alcuni erano bellissimi, e mi dicevo ” questo te lo devi ricordare” ma, inevitabilmente lo dimenticavo subito. Uno mi è rimasto impresso “corri bambina che a Central park Brad Pitt ti sta spettando con una cioccolata calda”: da sola ho riso tantissimo, anche se occhio e croce non ero neanche a metà, e quindi non c’era proprio niente da ridere.

L’abbraccio caldo di Brooklin fa da contraltare al gelo del quartiere ebraico: nessuno a fare il tifo, anzi, al nostro passaggio ci voltavano letteralmente le spalle. Incrocio lo sguardo di una ragazza, avrà neanche trent’anni e quattro bambini  (loro invece sì che si guardano intorno curiosi), sembriamo le abitanti di due galassie lontanissime, io colorata come un sacchetto di coriandoli, lei vestita come una castagna anni ’50. Alzo il volume delle mie cuffiette, direttamente dalla colonna sonora di Flashdance “Maniac” mette il turbo alle mie gambe “Ciao ciao castagna ultrafertile, ci si vede in un’altra vita. Forse”. Si avvicina la fine della prima metà di gara, attraversiamo il ponte di Pulaski, ed entriamo nel distretto del Queens, lascio su questo ponte l’antipatica sensazione di essere un po’ scarica che rende la mia corsa un po’ pesante e con Tina Turner che mi canta “The best” nelle orecchie, riparto di slancio.

Ed eccolo laggiù il temutissimo ponte di Queensboro: in salita, dei grattaceli infatti si vede solo la metà in alto, attraversato da un vento gelido che soffia da sud e che mi picchia in testa, per fortuna ho la mia fascia legata al polso un secondo prima di lasciare la camera stamattina, quasi più per vezzo che per altro, me la calo sulle orecchie e approfitto della discesa per sciogliere le gambe, e via verso Manhattan dove mi coglie quella meravigliosa sensazione di benessere che non so dire se sto correndo o se sono morta e già in Paradiso. Corro lungo tutta la First Avenue (interminabile), al km 30 tracanno un gel energetico, attraverso il ponte Madison, l’ultimo ponte della corsa, ci infiliamo in Harlem giù per Fifth avenue, e quando riconosco gli alberi di Central park, realizzo che sono arrivata al 23 miglio, ne mancano solo altri 3 e 195 metri, e poi chissà cosa succede.

Le mie gambe accelerano, hanno fretta di arrivare al traguardo, quando giro dal Columbus Circle manca veramente poco, supero lo sconosciuto che ho usato come leprotto per tenere il passo, lui non lo sa, ma mi è stato di grande aiuto. Mi saluta battendomi un cinque “don’t stop girl, you got it”. Gli ultimi 800 metri credo di averli fatti volando: se non mi si fossero scaricati tutti gli arnesi elettronici, sarei veramente curiosa di vedere il tempo in cui li ho percorsi, e poi finalmente il cartello “-200 mt”, percorsi quasi tutti con le lacrime agli occhi e con un sorriso gigante stampato in faccia, non sento più la fatica, sento solo delle scosse di adrenalina che dai piedi arrivano in testa e ritornano giù. Il traguardo è ora alle mie spalle. Una signora mi mette la medaglia al collo e mi dice “you look so sexy! are you sure you got the marathon?”. In effetti mi sento benissimo, fortissima e fighissima, praticamente sono trasfigurata dalla felicità.

Un minuto dopo arriva anche Luca, ci abbracciamo fortissimo con le nostre due medaglie che tintinnano scontrandosi l’una contro l’altra. E’ un momento perfetto: un cerchio che si chiude, tutta la fatica fatta in questi ultimi mesi ha improvvisamente il senso che non riuscivo a dargli a priori. Ce l’ho fatta!!! Ne è valsa la pena? 42 volte sì…e 195 metri.

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