Magda vive.

Magda se ne è andata. Si è chiusa in bagno, ha tirato giù il coperchio del water, si è seduta e ha pronunciato la sua frase mito “non ce la faccio piùùùù” e poi ha preso la sua strada. In barba a Furio, ad Antonluca e Antongiulio, al vibrione e alle votazioni che, se non fosse stato per il diritto di voto, lei e la sua bizzarra famiglia non avrebbero mai intrapreso quel viaggio verso Roma che ce l’ha fatta conoscere e amare.

Magda è entrata ufficialmente nella mia vita nel 2011: io e Luca stavamo caricando le valigie in macchina per partire per uno dei nostri viaggi e, mentre  io le butto a caso nel portabagagli,  lui senza proferire verbo, le scarica tutte e le rimette dentro in maniera che tutto sia in perfetto ordine e la macchina  perfettamente assettata. Poi si gira, mi guarda e sorridendo mi apostrofa così :”Magda, per l’amor di Dio fermati! No, non si dispongono i bagagli dentro una macchina così. Eh, tesoro… quando compi questa operazione devi sempre tenere presente di comporre un mosaico, ogni cosa deve combaciare con l’altra, deve essere come un puzzle né più né meno”. Una folgorazione: ma lui è veramente Furio e allora io sono Magda, la SUA Magda. Un brivido mi corre lungo la schiena, rileggo in un lampo tutti i suoi comportamenti bizzarri, metodici e ordinati, e poi di fianco a lui ci sono io: la cazzara innamorata di lui e mi scappa da ridere. Tutto è partito da lì, l’idea di questo blog, della pagina Facebook, dell’ I-pad che mi ha regalato lui con incisa dietro la scritta “Magda tu mi adori?”

E ora Magda non c’è più. Che poi ad essere del tutto onesti, Irina Sanpiter, ha fatto pace con Magda solo di recente. In una sua intervista nel 2011, ha confessato che questo personaggio l’aveva come intrappolata, e nemmeno lei stessa aveva capito subito la potenza che Magda aveva dentro. E in effetti così è. Ogni donna è stata, è, o sarà almeno una volta nella vita Magda, apparentemente debole e sottomessa agli umori del marito, ma in realtà un vero carro armato di femminile pazienza. Volendone fare un aforisma diremmo che “ci vuole una grande forza per apparire deboli”.

Siamo oneste, quante volte messe davanti all’ennesimo bizzarro quanto fastidioso atteggiamento del nostro partner, avremmo voluto che si materializzasse davanti a noi un bagno dentro il quale rinchiuderci e urlare “non ce la faccio piùùù!!”, ma poi, manco a dirlo, il bagno non è comparso, e dopo un paio di minuti necessari per smaltire l’istinto omicida, siamo tornate le dolci fanciulle che hanno fatto innamorare a suo tempo la nostra croce e delizia: Furio. Magda è campionessa mondiale di fedeltà, sogna di scappare con un affascinante musicista sconosciuto incrociato all’autogrill, salvo poi pentirsi di quel fulmineo pensiero, esattamente come noi quando, durante un litigio con il marito millantiamo di andarcene per non tornare mai più, e mentre lui animato da nuove speranze, immagina il suo imminente futuro da scapolo, noi cerchiamo rifugio nell’incavo della sua ascella, e anche se fino a poco fa lo avremmo preso a badilate nella schiena, ora siamo lì al sicuro, nell’unico posto dove vogliamo stare. Anche se la sua ascella è crollata da un pezzo.

Furio che la mette alla prova e Magda che, come un partigiano nascosto nei cespugli, combatte la sua battaglia a colpi  termos latte, termos acqua e limone, succhi di frutta, sandwich al burro, sandwich al prosciutto, sandwich allo stracchino, binocoli, documenti e manopole del gas in posizione orizzontale, ma non molla il colpo, femminile baluardo di una famiglia che la mette alle strette, figli compresi ma lei non cade, al limite alza gli occhi al cielo e sospira, perfettamente padrona di sé. Prova ad abbozzare una fuga, millantando malesseri e stress a vario titolo, ma quando Furio le fa notare che sarebbe un pessimo esempio per i loro figli, rinuncia. Donna, moglie e mamma così rassicurante nel suo completo beige, non sarebbe stato lo stesso se il suo tailleur anni ’70 fosse stato rosso, se i suoi capelli fossero stati lisci. Pensi ad una ipotetica Magda e la immagini così come è: non troppo bella ma  neanche brutta, non magra ma nemmeno rotonda, non appariscente, ma nemmeno una donna che passa inosservata: Magda è esattamente come ci immaginiamo noi stesse nella maggior parte dei  casi.

E’ per questo che Magda siamo noi nella nostra parte più intima e nascosta: la calma apparente in superficie mentre sotto il magma  bollente circola a fiumi, e il colpo di coda è in agguato, così come ci lascia intendere il finale del film: Furio fuori del seggio elettorale con Antongiulio e Antonluca tenuti per mano, ad aspettare invano che Magda esca dalla cabina elettorale. Ma Magda ha tagliato la corda, alla fine ha vinto lei, anche se la stessa Irina alla domanda “Provi ad immaginare un finale per Magda” ha così risposto “Guardi, Magda sarebbe stata con Raoul al massimo una notte e senza fare sesso. Poi sarebbe tornata da Furio e dai figli”. E in fin dei conti è così che ci piace immaginare che siano andate le cose, perché a noi discepole di Magda piace l’equilibrio e l’ordine; davanti al moto di ribellione di sua moglie, Furio si sarebbe ravveduto, e vissero tutti felici e contenti.

Ma Magda questa volta non tornerà. Ci ha lasciato in dote la sua dolcezza, il suo sguardo languido, e tutto il suo bagaglio di emozioni occultato allo sguardo distratto del marito da un sipario di calma apparente. Magda non pretende, Magda non si ribella, Magda non urla, non si arrabbia e non sbatte le porte dietro cui si nasconde per sfogare la sua rabbia. Magda è la brava ragazza che vive dentro di noi, ed è per questo che ci mancherà, anche se per ritrovarla basterà schiacciare “play” e rivedere per la milionesima volta il film che ce l’ha fatta conoscere e amare subito e tantissimo: “Bianco, rosso e verdone”.

R.I.P Irina, alla fine Magda ce l’ha fatta.

 

Annunci

Fuori piove.

“Manuuuu, puoi salire in mansarda?”

Salgo in mansarda fra uno sbuffo e l’altro e davanti a me vedo Luca sdraiato sul pavimento a naso in su, con gli occhi spalancati, tipici di chi sta per proporre qualcosa di unico e irrinunciabile.

“sdraiati qui di fianco a me, che ascoltiamo la pioggia”

E così, fra lo stendino per i panni e le scarpe da trekking sempre in disordine , ce ne stiamo lì,  sul pavimento della nostra mansarda a sentire le gocce di pioggia battere sul vetro della finestra sul tetto, ridiamo senza motivo, che se ci pensi sono le risate migliori.

Sono certa che l’amore sia questo. La semplicità di starsene lì, senza fare niente e senza aspettarsi niente, come un gatto sul calorifero, o un cane nella sua cuccia.

E a chi poi si immagina un crescendo di amplessi consumati nudi e crudi nell’intervallo di spazio fa il pavimento e il tetto, dico ancor prima di iniziare: fermatevi subito, che rischiate di rimanere delusi.  E poi in mansarda ci sono i caloriferi chiusi, fa un freddo assassino, io non ci penso nemmeno per un minuto a togliermi anche un solo strato di felpa/pile/flanella.

Ma c’è forse nudità più audace e coraggiosa dell’abbassare completamente le proprie difese? Disarmarsi completamente, buttare tutte le armi sul tavolo, come due duellanti stanchi di combattere, mostrarsi in tutta la nostra vulnerabilità di esseri totalmente imperfetti. L’amore non giudica. L’amore accoglie.

In un mondo dove tutti parlano, l’amore ascolta, con gli occhi spalancati, come un bambino quando gli racconti una storia pazzesca.

L’amore sa essere saggio e lungimirante come un veterano della vita, ma è anche impulsivo e testardo come quegli adolescenti che pensano di conoscere la vita e di poterla insegnare a tutti.

In lontananza si sentono i primi tuoni.

“Avvicinati un po’, dai”

“Ma hai paura?”

“No che non ho paura, ma da più vicini è più bello”

Sopra di noi sta venendo giù il mondo, si direbbe il temporale perfetto, ma qui, protetta dal tetto e da noi due, regna la tranquillità. Vorrei dirti tante cose in momenti come questo, ma poi taccio: perché aggiungere le parole quando non servono? E allora ti guardo, e spero che tu non te ne accorga subito, perché poi sbuffi e mi prendi in giro, mentre io vorrei proprio che nessuno interrompesse questo momento, nemmeno tu.

“Lo senti Manu come è perfetto il ritmo delle gocce che battono sul vetro?”

“Sì, lo sento” affondo il viso nell’incavo del tuo braccio e sto lì, a un passo dal pianto, con il cuore pieno di emozioni e  vorrei trattenerle tutte, per donartele quando saremo stanchi e quando tutto ci sembrerà un po’ piatto e banale.

Poi alzo lo sguardo e incrocio il tuo, e mi rendo conto che la perfezione esiste. La perfezione è questo momento: due sguardi che si incrociano in un preciso istante, come se fossero guidati da una entità misteriosa. Ti abbraccio e ti do un piccolo bacio nel triangolo di pelle fra gli occhi, proprio all’attaccatura del naso, e so che tu lo detesti, ma tant’è è più forte di me.

Fuori ha smesso di piovere. In casa nostra splende il sole.

 

 

C’era una volta un cane magico…

Un gesto semplice, quotidiano, fatto senza pensare, come avvolgere una crosta di parmigiano nella pellicola per rimetterla in frigo, ed ecco prepotente, la mancanza travolgermi. Sarà che oggi è una piovigginosa e umida serata di novembre, sarà quell’atmosfera fatta di zuppa di legumi calda, felponi casalinghi un po’ sformati, ma stasera Tabata, più che in altre sere, da cinque mesi a questa parte, manca.

Non ho scritto una parola di quel giorno, alcuni forse se lo aspettavano, ma non l’ho fatto, non mi venivano le parole, come un fiume troppo impetuoso che fatica a scorrere nel suo letto, così erano (sono?) i miei sentimenti pensando a Tabata. “Il dolore per diventare melodia, ha bisogno di tempo” credo che lo stesso concetto si possa riferire anche per la parola scritta: c’è voluto tempo per mettere in ordine tutte le parole che mi vengono in mente se penso al 26 di maggio, il giorno più doloroso e tuttavia più sublime del mio lungo percorso con Tabata.

Ma ora posso farlo, ora ci riesco. Ora il dolore sordo è diventato una favola bella; c’è voluto tempo, ma alla fine ci sono riuscita. Un periodo difficile, a marzo abbiamo scoperto che Tabata era gravemente malata, un brutto tumore invasivo e aggressivo si è insinuato nel nostro ménage fatto di amore e coccole e, volenti o nolenti, abbiamo dovuto accoglierlo, decidendo che ogni giorno in più era un regalo. Non è stato facile stare a guardare il nostro adorato cagnolone accusare ogni singolo colpo che la malattia le infieriva, ma lei da super cane generoso quale era, ci regalava comunque il suo sguardo felice, la sua coda a frullino, il suo desiderio di esserci, anche quando alzarsi per venirci a fare le feste, era uno sforzo che faticava a nascondere. Un lento declino, oserei dire dolce, senza strappi, un piccolo dettaglio in meno ogni giorno in modo da non togliere niente alla nostra quotidianità in maniera brutale, l’abbiamo accompagnata giorno dopo giorno, assecondando il suo essere, dalla passeggiata via via più breve, alla sua pappa via via più morbida e facile  da mangiare, alla sua cuccia, sempre più imbottita, perché Tabata non doveva soffrire, nemmeno un giorno, nemmeno un minuto. Nemmeno mai. Non se lo meritava, e questa era la promessa che le ho fatto, e che sono riuscita a mantenere.

Si dice che il tuo cane ti faccia capire quando è il momento di lasciarlo andare, io non avevo idea di cosa significasse questa cosa, fino a quella mattina…

Una notte difficile, fatta di risvegli continui, di sospiri, di sangue. Al mattino siamo provati, Tabata la più stanca di tutti, sdraiata su un fianco, il suo respiro è affannato, le esce un po’ di sangue dalla bocca. Mi siedo di fianco a lei, gli occhi negli occhi e le domando – ma lo sto chiedendo a lei o a me? – “Dimmi la verità, Tabata sei stanca?” lei alza la testa e me la appoggia sulla gamba e fa un lunghissimo sospiro. Eccola la risposta di cui avevo tanto sentito parlare ma che non riuscivo a comprendere a fondo fino a quel momento. Le ore dopo sono state un susseguirsi di telefonate, di accordi con il veterinario, di cuori spezzati ma estremamente lucidi, di carezze, di baci, di fazzoletti che non ci sono mai quando servono.

Tabata se n’è andata con la stessa delicata dolcezza con cui è entrata nella mia vita, l’ultima carezza che le ho fatto è riuscita a raccogliere il suo ultimo respiro, ha chiuso i suoi occhi guardando i miei che le sorridevano, così come le hanno sempre sorriso in tutti questi anni. Siamo riusciti a chiudere il suo cerchio lasciando fuori il dolore. Abbiamo mantenuto la promessa, ed è per questo che anche se con dolore, non c’è rimpianto. Ed è per questo che la sua è una favola bella.

E proprio come nelle favole belle, il lieto fine esiste. Esiste perché Tabata continua a farci sorridere ogni volta che ci succede qualcosa di strambo, ogni volta che incrociamo un altro cane per strada, ogni volta che scherziamo sul fatto che lei vive ancora con noi, nella sua piccola scatoletta di legno con seduto sopra il suo pupazzo, perché io, colpevolmente, non ho mai trovato il momento giusto per liberarla consegnandola al suo habitat preferito: il mare. Lo faremo, lo so, arriverà quel giorno in cui ci sveglieremo e non ci sarà bisogno di aggiungere altro, aspetteremo l’ora del tramonto poi prenderemo le biciclette e raggiungeremo una spiaggia un po’ defilata. Una volta lì le sue ceneri si fonderanno con il mare, abbiamo tenuto il suo osso di gomma: consegneremo al mare anche lui, così lei giocherà con i delfini, con le sirene, con tutte le creature marine che avranno la fortuna incontrarla, felice, gioiosa…viva. E noi ci berremo una birra pensando a lei, e a tutto quello che lei ha fatto per noi.

Viva come vivo è il suo ricordo che prepotente si è risvegliato stasera per colpa (o merito) di una crosta di formaggio che fino all’anno scorso conservavamo per lei, perché la facevano impazzire. Cinque mesi ci sono voluti per trasformare la sua mancanza in una melodia che alleviasse il cuore piuttosto che affliggerlo. Perché Tabata era ed è questo: una musica lieve, una rima buffa, il sole disegnato da un bambino, la gioia che generosamente ci ha donato che, come un filone aureo sembra non esaurirsi.

Tabata era Tabata. Punto, non c’è molto altro da aggiungere. Mia nipote Alice, da piccina diceva che Tabata era un cane magico. Forse come sempre accade, i bambini vedono un po’ più distante di noi adulti. E hanno ragione loro.

da Brangelina a Bradexit…siamo tutte un po’ Jennifer

Non ci sono più certezze da ieri sera.

Hanno dato l’annuncio ufficiale. Lo faranno per davvero…Angelina e Brad divorziano.

Lei bellissima, algida, donna coraggiosa e madre perfetta, ma diciamolo, con un equilibrio psicologico pari a quello che posso avere io su un tacco 12 dopo una serata particolarmente ben riuscita. Lui figo da paura, sogno erotico di un’intera generazione di sgallettate con le piume ora un po’ bianche, che come se non bastasse, si rivela marito devoto, padre modello, personaggio pubblico impegnato nelle cause civili, simpatico, divertente, brillante e grande amico di George Clooney e Matt Damon, che fa sempre curriculum. E figo, sì l’ho già detto, ma lo ridico, perché lui è figo al quadrato, una perfetta equazione fisica esponenziale: la sua figaggine si eleva alla “n”  con andamento direttamente proporzionale agli anni che passano.

Ci siamo innamorate di Brad nel lontano 1991 guardando “Thelma e Louise”: una notte bollente con lui, e se al mattino scoprivamo che in cambio lui ci aveva rubato tutto quello che avevamo, come ha fatto alla bella Thelma, pazienza, tanto alla vita non avremmo potuto chiedere nulla di più. E da lì, non ci siamo più riprese e non lo abbiamo più dimenticato.

Pare che il motivo del divorzio siano “divergenze inconciliabili” sul modo di crescere i figli, ma poi basta scavare un pochino (pochissimissimo) più in profondità nel mondo del gossip, per scoprire che Angelina dice che non ne poteva più di Brad che si ammazzava di canne, beveva come una spugna e, pare, avesse anche un rapporto difficile con l’acqua e il sapone. Ci vogliamo credere? Brad, il nostro Brad, dipinto come un sudicio ubriacone, bolso e cannaiolo? No, no e no. E lei, che ci è sempre stata un po’ sulle palle perché ha rubato il marito alla nostra amica Jennifer Aniston, ora ci sta ulteriormente antipatica.

Già sei nata stramba (dai, va detto) ma strafiga, come se non bastasse sei una delle attrici più pagate e potenti di Hollywood, impegnatissima nel sociale, poi ti prendi come marito Brad Pitt, che ai tempi del fattaccio era sposato con Jennifer “l’amica di tutte”(vogliamo parlare di quando, ai tempi di “Friends” tutte, e ripeto TUTTE, chiedevamo al parrucchiere di farci  i capelli alla “Jennifer”?), non puoi anche avere la pretesa di starci simpatica, e men che meno pensare di aver diritto anche ad un solo pizzico di solidarietà femminile. Alcune cose alle ragazze della mia generazione non si toccano, tra queste: i Duran Duran, George Clooney ai tempi di “E.R”, e Brad. Giù le mani.

Proprio come quando, nella vita reale, la bella di turno che ruba il fidanzato o il marito ad una nostra amica, viene bollata per sempre con la lettera “Z” (devo spiegare?) e, sulla riva del fiume si assiste a veri e propri raduni di amiche o anche solo simpatizzanti della povera fidanzata o moglie abbandonata, tutte sedute fiduciose ad aspettare che passi il cadavere della donnaccia… Riesci anche solo a immaginare la hola da stadio che si crea quando il cadavere tanto atteso, mestamente sfila sotto gli sguardi assetati di vendetta?

Così è andata, cara Angelina. Poi tu hai anche la “colpa” di essere fantamilionaria, quindi non hai diritto neppure un pizzico di compassione di natura, diciamo così, economica:”poverina, come farà a conciliare il lavoro, con i figli, a pagare l’affitto e le bollette, e il dentista per sei figli: hai idea della spesa?” Ma va…alla peggio prenderà una villa che invece di sei piscine (una per figlio), ne avrà solo tre e i pargoli faranno i turni per fare a gara di tuffi. E se fosse vero che il nostro eroe altro non è che un ubriacone strafatto? Confesso, io mi vergogno anche solo a pensarlo, e comunque, quando stava con Jen scoppiava di salute, quindi, se fosse vero, la colpa sarà sicuramente di Angelina che gli ha reso la vita un inferno, e lui si è consolato come può. Poverino.

E’ il prezzo da pagare. Erano talmente belli insieme, i protagonisti della favola perfetta, prima l’incontro, poi la fatidica scelta di stare insieme, poi i bimbi e i bimbi, e i bimbi e ancora bimbi e poi altri bimbi, adottati, fatti in casa, di tutti i colori ma perfettamente abbinati fra loro e tutti amati alla stessa maniera, poi il matrimonio con il vestito tempestato di disegni fatti dalle creature, poi la malattia di lei e lui che la sosteneva in tutti i modi, sempre schierati l’uno di fianco all’altra, sia nella realtà che nella finzione cinematografica. Storia d’amore mitica, se non fosse che poi il finale ci ha riportato tutte con i piedi per terra. E lei che era quasi riuscita a sdoganarsi dal ruolo di rubamariti, si ritrova prepotentemente nella parte della moglie cattiva che l’unica cosa che vuole è sottrarre i figli al loro papà adducendo delle miserabili scuse…Ma noi non ci caschiamo, carina…

Perché lui è Brad, e quindi ha l’immunità perpetua da ogni colpa. Perché se fosse stato un altro personaggio dello spettacolo che però non è degno delle nostre simpatie tutte al femminile, si sarebbe trovato tante di quelle croci scagliate addosso che non ne avete nemmeno idea. Lui ora è di nuovo libero di tornare a casa da noi dopo averle suonate e prese di santa ragione in “Fight club”, lui è l’invincibile Achille in “Troy” e anche se i denigratori ci hanno voluto far credere che le sue muscolosissime gambe erano il gentile omaggio di una controfigura, noi su quei quadricipiti ci abbiamo fantasticato non poco. Lui è l’indimenticabile ira e vendetta in “Seven”, insomma lui è lui. E non si tocca.

E ora lasciatemi andare, devo andare a mettere in fresco una magnum di champagne. Diamo una festa stasera, io qualche milione di ragazze tutte fra i trentacinque e i cinquant’anni  e se riesce a liberarsi da alcuni impegni, pare che Jennifer ci raggiungerà appena possibile. Perché in un colpo solo giustizia è stata fatta (per la nostra amica Jen che ha sofferto così tanto), e tutte noi possiamo ricominciare a fantasticare su Brad. E, dettaglio non trascurabile, Brad nei sogni (almeno nei miei) si lava tantissimo e profuma di buonissimo. Ed è il marito che tutte avremmo voluto avere, ma Angelina ce lo aveva soffiato.

Fino ad ora.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Lo hai mai fatto in Cina?”

“E tu lo hai mai fatto in Cina?””Ah no, perché se non lo hai mai fatto non puoi proprio immaginare di cosa io stia parlando…”

Tutto in Cina diventa strano, anche le cose più ovvie, come andare in bagno, lavarsi i denti, mangiare e tentare di pagare per farlo. Persino io che mi sono sempre atteggiata come una viaggiatrice smart, ho dovuto mettere alla prova in più di un’occasione le mie capacità di adattamento. E forte del proverbio “ciò che non ammazza fortifica”, posso tranquillamente affermare di essere uscita da questa esperienza decisamente più forte.

Ma andiamo con ordine. Continua a leggere ““Lo hai mai fatto in Cina?””

Magda’s revolution 

Ho letto tempo fa, da qualche parte, che siamo esseri in costante mutamento, nati per evolverci e, in un contesto ideale, tendenti al miglioramento. Una di quelle belle frasi che decidi di giocarti per sfoderare una conversazione brillante, al bar con gli amici durante un aperitivo, quando vuoi impressionare tutti con la tua dialettica farcita di filosofia zen. Ma poi tutto muore lì.E sui binari della normalità puoi proseguire tranquillo la tua esistenza senza il minimo scossone, fino all’ultimo dei tuoi giorni….la calma tranquillità di un fiume che procede tranquillo fino al mare, nel suo letto, senza mai una rapida, o una curva improvvisa.

Ma… Continua a leggere “Magda’s revolution “

Magda e il suo primo Premio Letterario

Metti che per una serie di bizzarre circostanze favorevoli ti ritrovi a partecipare ad un premio letterario, il Premio Letterario Nazionale “Enrico Trione – Una fiaba per la montagna”.

Metti  che per partecipare a questo concorso tu debba scrivere una fiaba che abbia come argomento “il Tre” “…presente nelle fiabe come filo conduttore degli intrecci nella composizione degli scenari, nella successione progressiva o progredente dei fatti narrati, nell’efficacia degli aiutanti magici…”

Continua a leggere “Magda e il suo primo Premio Letterario”

Tra moglie e marito non mettere il…CrossFit

“Uh sì che bello, facciamolo dai!!” Trilla la mogliettina entusiasta, garrula e felice”Ma guarda che si fa un sacco di fatica, niente a che vedere con la tua zumba” Prova a riportarla alla realtà il marito preoccupato per questa inattesa esplosione di entusiasmo.

“E poi io ci tengo, voglio fare questo Crossgym, FitCross, FitGym…insomma, quel che è con te, anche se sarà faticoso. Mi impegnerò”perentoria e irremovibile, mette un punto alla discussione, senza nemmeno distogliere lo sguardo dalle unghie perfette che si sta limando con la stessa cura con cui Bernini ha rifinito il colonnato di Piazza San Pietro Continua a leggere “Tra moglie e marito non mettere il…CrossFit”

Expo 2015: golose curiosità.

Cammina cammina cammina, Magda e Furio finalmente arrivarono dentro a Expo 2015.Prima impressione a caldo: è immensa!

Fortuna che noi ci siamo presi due giorni per visitarla al meglio, il primo giorno abbiamo optato per un ingresso serale: al costo di 5 euro, dalle 19 fino alle 23, puoi vagare in lungo e in largo, se poi ci metti pure una leggera brezza serale, il connubio è veramente piacevole. Il secondo giorno invece abbiamo fatto il biglietto giornaliero, siamo entrati alle 10 circa e ce ne siamo andati sfatti di stanchezza e libagioni varie alle 22.

Continua a leggere “Expo 2015: golose curiosità.”

Magda e Furio all’Expo – a voi un antipastino sfizioso.

Magda e Furio sono andati in trasferta all’Expo. Una maratona di due giorni, organizzata con precisione quasi militare, per poter gustare in maniera il più esaustiva possibile, i mille spunti e suggerimenti che questa manifestazione offre.

Non intendo tediarvi con la descrizione dei padiglioni dei vari Stati partecipanti e, tantomeno entrare in inutili polemiche “Expo sì, Expo no. Io ci vado, io no” e affini. Ognuno si tenga il suo punto di vista, che intanto io non sono qui per convincere nessuno, e poi a dirla tutta, non ne ho nemmeno voglia.

La prima cosa che salta agli occhi è che funziona tutto. E qui già l’italiano mugugnone incassa il primo duro colpo. Si arriva agevolmente con la metropolitana, i biglietti si possono prendere in anticipo on line, ma anche per chi arriva all’ultimo minuto, la coda alle casse scorre via rapida. I controlli di sicurezza all’ingresso sono minuziosissimi: praticamente sono uguali in tutto e per tutto a quelli che si fanno in aeroporto, ma anche qui ci si può organizzare in anticipo evitando (parlo a noi donne) di trascinarci dietro la borsa di Mary Poppins, impariamo dai nostri amici maschi: viaggiamo leggere, anche perché con il caldo, molto caldo, la vostra la vostra borsa peserà sulla spalla come un’incudine, e a nessuno piace camminare trascinandosi dietro un’incudine…

Quindi le regole di base sono:

-pianificare la giornata

-abbigliamento anti-caldo, ma guardatevi allo specchio prima di uscire: vi siete cambiate dopo che avete finito di fare i mestieri in casa? Mi raccomando, perché io ho visto in giro tante Luise che “cominciano presto, finiscono presto e di solito non puliscono il water…”

-scarpe comode: sandali, ballerine, scarpe da ginnastica, la scelta è ampia, quindi se potete evitate le infradito di gomma che vi indurranno a trascinarvi i piedi, mezzi dentro la ciabatta e mezzi fuori, e dopo nemmeno mezz’ora avrete i piedi tali e quali a quelli che aveva mio nonno quando andava a zappare scalzo nei campi, ma mentre lui era nobilissimo sporco della sua fatica, voi togliete pure il nobile: non vi si può guardare. E basta. Le flip flop di gomma si possono usare solo al mare, in piscina, in palestra e a casa, in tutte le altre occasioni in cui si usano, in un mondo giusto, dovrebbe essere prevista una sanzione.

E poi c’è la regola di base che vi deve accompagnare per tutta la giornata: fate finta di non essere italiani. Quindi, rispettate le code, evitate di vagare per il decumano come se foste afflitti da labirintite cronica: la gente che vi sta intorno ha tutto il diritto di godersi come voi la giornata senza che voi gli tagliate la strada ad ogni metro o, peggio ancora, gli sbattiate contro perché avete cambiato direzione all’ultimo secondo.

Non fate “toc toc” con il pugnetto rovesciato su tutte le strutture dei vari padiglioni per verificarne solidità, accuratezza delle finiture e qualità dei materiali: non siete Calatrava e nemmeno l’ingegner Cane….e ieri o c’era un pullman di ingegneri civili sguinzagliato all’Expo, oppure non si spiega il dilagante fenomeno di uomini di mezza età in pantalone lungo, mocassino, camicia a mezza manica e marsupio saldamente legato in vita che, appunto, gironzolava qua e là facendo “toc toc” con il pugnetto. A seguire commenti positivi o scuotimenti del capo. Per onor di cronaca vi dico che gli scuotimenti hanno battuto alla grande i commenti positivi, c’era da scommetterci.

Siete ad una esposizione mondiale sul cibo, provate per un solo giorno ad abbandonare le vostre monolitiche convinzioni gastronomiche fatte di pizza Margherita e salumi Beretta, provate qualcosa di nuovo e diverso, magari poi scoprite che vi piace pure.

Decoro please. Anche se fa caldo, cercate per quanto possibile di mantenere un decoro: evitate i bivacchi e i pic-nic improvvisati nel bel mezzo del decumano, cercate di non stravaccarvi come balene spiaggiate e moribonde, le isole dell’acqua non sono docce e il fatto che nessuno vi dica niente non vuol dire che tutto vi sia concesso. Impariamo dai giapponesi: compostezza, eleganza e dignità, anche nelle situazioni più estreme.

Non vi dico di applicare alla lettera il comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso”, ma nemmeno di sfracellargli la pazienza con comportamenti molesti per quanto inconsapevoli: spintoni, spallate, pestate di piedi, cercare di passare avanti sempre e comunque, urlare come indiavolati per ricongiungersi con i propri compagni di ventura sparpagliati qua e là.

Insomma non facciamoci riconoscere da tutti, uniamo le nostre forze e sfatiamo i luoghi comuni che affliggono noi italiani da sempre.

Fatte le debite premesse e raccomandazioni, possiamo entrare.

(Ma ve lo racconto nel prossimo post)