“Lo hai mai fatto in Cina?”

“E tu lo hai mai fatto in Cina?””Ah no, perché se non lo hai mai fatto non puoi proprio immaginare di cosa io stia parlando…”

Tutto in Cina diventa strano, anche le cose più ovvie, come andare in bagno, lavarsi i denti, mangiare e tentare di pagare per farlo. Persino io che mi sono sempre atteggiata come una viaggiatrice smart, ho dovuto mettere alla prova in più di un’occasione le mie capacità di adattamento. E forte del proverbio “ciò che non ammazza fortifica”, posso tranquillamente affermare di essere uscita da questa esperienza decisamente più forte.

Ma andiamo con ordine.

In Cina cucinano dappertutto, per le strade, sulla soglia di casa, dentro casa, fuori dai negozi, cucinano dappertutto e qualunque cosa. Ora, se hai coraggio, e non ti angoscia mangiare cose di cui non riesci a fare nessuna attribuzione di genere, accomodati che sei nel tuo e in bocca al lupo, se come noi invece, hai optato per qualcosa di più convenzionale, si va alla ricerca di un ristorante. Le insegne per ovvi motivi, non ci sono di nessun aiuto, non resta che fare alla maniera degli antichi: si entra, si guarda e se l’istinto di scappare non riesce ad avere il sopravvento, ci si siede a tavola. A gesti si dice in quanti siamo, a gesti si ordina da bere, a gesti si indica sul menù quello che si vuole mangiare, senza l’ambizione di una spiegazione circa quello che di lì a breve ci verrà portato al tavolo. I tavoli sono tutti rotondi con al centro un disco girevole su cui si poggiano i piatti di portata, e facendo girare il disco ogni commensale si serve. E fin qui, tutto bene.

Un dubbio ancora mi attanaglia: perché se chiedi due cose e te ne portano a decine? senza mai cambiare piatto, e senza portare mai via i piatti di portata vuoti, semplicemente sul disco girevole si fanno composizioni di piatti sempre più ardite, veri e proprio castelli di piatti, di cui il più delle volte ignoriamo il contenuto. Ed è così che un gruppo di occidentali, con espressioni in viso che variano dallo sgomento al divertito, dal terrorizzato allo scettico, ammucchiano su un minuscolo piattino qualsiasi cibo alla disperata ricerca di un sapore plausibile, il tutto maneggiando in maniera totalmente inesperta un paio di bacchette. Ho visto gente disposta a impegnare i gioielli di famiglia pur di avere in cambio una forchetta. Alcuni le usano come le posate: una nella mano destra e una nella mano sinistra, con una si cerca di bloccare il boccone, e poi con l’altra lo si infilza senza pietà. Altri le tengono talmente strette da procurarsi dei crampi alle mani, altri in preda a vere a proprie crisi di nervi le hanno spezzate a metà o gettate in terra. Risultato: a fine pasto, giacciono sul tavolo (ma anche sotto) tante di quelle bacchette da poter organizzare un torneo di shangai, la tovaglia, se presente, è pronta per essere gettata in un falò salvifico, e il nostro gruppo di occidentali si alzerà da tavola praticamente sbronzo, perché, altra stranezza, la birra costa meno dell’acqua, e quindi giù bottiglie di birra come se fossimo a Monaco di Baviera all’Octoberfest. invece siamo in Cina, a Jixian, un minuscolo paesello (secondo i loro standard) di campagna che conta 500.000 anime, e non abbiamo idea di cosa abbiamo mangiato, e soprattutto non possiamo prevedere quali conseguenze avrà, se ne avrà, sul nostro apparato digerente. Io a essere onesta, non posso dire di avere mangiato male, ma neanche bene, ho mangiato: mi basta. E ho bevuto molta birra, il che aiuta non poco a rendere il contesto più tollerabile se non addirittura piacevole, il tutto spendendo cifre veramente irrisorie: dagli otto ai dodici euro a coppia. Però, quanto è difficile pagare. E noi avevamo pure il jolly: la guida che parlava in cinese, altrimenti credo che qualcuno di noi sarebbe ancora laggiù, disperso nella campagna. Spiego.

– Occidente: numero coperti + elenco delle pietanze e delle bibite. Si fa la somma e si divide alla romana. Si raccolgono i soldi, si paga. Fine. tempo stimato: 5 minuti

– Oriente (o almeno dove siamo capitati noi, poi magari, per quel che ne sappiamo , nel resto della Cina sono velocissimi a far di conto) La guida e proprietario parlano fra di loro ( la guida è visibilmente stranita) e la proprietaria ride – oddio probabilmente riderei anche io se avessi la stessa calcolatrice parlante che ha lei – schiaccia tutti i tasti della calcolatrice e questa emette ogni tipo di suono possibile e immaginabile. E lei continua a ridere. Ed è già passato un quarto d’ora. Nel frattempo, i commensali seduti agli altri tavoli ci hanno fatto un miliardo di fotografie, ci hanno offerto da bere in cambio di un selfie con loro, e i passanti hanno pure registrato parecchi video per immortalare la pacifica invasione da parte di un drappello di italiani. Il nostro tavolo è semplicissimo: in quattro abbiamo preso tutti le stesse identiche cose, che in base a non so quale criterio prima costano 180, poi 200, e alla fine 160 Yuan, ( in una occasione ci hanno anche restituito dei soldi!!! boh…gente strana questi musi gialli…) ce la caviamo con una mezzoretta di conteggi, risate della proprietaria e sproloqui della calcolatrice. Nel frattempo io mi sono addormentata seduta al tavolo. Ci diranno poi i ragazzi degli altri tavoli che loro per pagare ci hanno impiegato quasi due ore….

Finalmente in hotel, ci prepariamo per andare a dormire. La stanza non è la suite del Plaza, ma neanche la peggior stanza del peggior hotel di Caracas, ci si accontenta, basta non soffermarsi troppo sulla presenza di un pettine per terra dietro la porta del bagno, un paio di ciabatte non nostre che fanno capolino da sotto il letto, le tende rammendate in stile Rambo, bruciature di sigaretta e macchie di dubbia provenienza sulla moquette, la doccia che come apri l’acqua si allaga il bagno e qualche capello sparpagliato ad arte qua e là, proprio come i petali di rose in Polinesia…forse è il loro modo di darci il benvenuto, forse. E poi un paio di perle: tenetevi forte.

L’acqua dei rubinetti non è potabile, ricordatevi quindi di usare le apposite bottigliette d’acqua potabile presenti nella stanza e che non vi venga mai in mente di fare come a casa che per sciacquarvi i denti vi attaccate al rubinetto come cammelli dopo che hanno viaggiato giorni in mezzo al deserto: con ogni probabilità il vostro corpo verrebbe invaso all’istante da miliardi di batteri a cui lui non è abituato. Che la gastroenterite del secolo sia con voi. Ed ecco l’assist perfetto per la perla numero due: di fianco al water c’è un delizioso cestino, dove un cartello attaccato al muro vi invita a gettare lì dentro la carta igienica usata…ho letto e riletto il cartello mille volte, ho sperato si trattasse di un errore di trascrizione prima, di traduzione mia dopo, niente da fare, è proprio così. Vietato buttare carta igienica nel water, il rischio è di intasare tutta la rete fognaria dell’intera Cina. Inutile dire che in due giorni io e Luca abbiamo consumato la quantità di carta igienica che a casa consumiamo in una settimana, perché ad ogni utilizzo (diciamo così) ne conseguiva un impacchettamento occultatore degno delle tecniche di bendaggio di un imbalsamatore di mummie egizie…

Tutto questo però sbiadisce miseramente davanti alla più estrema delle esperienze che ho fatto in Cina.

Accomodatevi e prendetevi qualcosa da sgranocchiare, perché il racconto merita.

Giorno della Maratona, fa freschetto in altura, sono agitata da morire, a farla breve: devo fare pipì. Sì, ma dove?

ipotesi a) bagni chimici nuovi fiammanti ma devo fare una coda chilometrica.

ipotesi b) bagni pubblici in muratura molto puliti ma con una coda ancora più chilometrica

ipotesi c) in un angolo dietro agli spalti della piazza dove c’è la linea di partenza, noto che da un bunker in cemento senza porte e senza finestre, continuano a entrare e uscire a un buon ritmo, delle ragazze armate di fazzoletti di carta. Mi insospettisco e mi avvicino. Avevo intuito giusto: è una toilette pubblica, molto pubblica, pubblicissima. Dentro alla stanza non c’è niente, solo un gradino in fondo con cinque buchi in fila, scegli il tuo buco e via, quando la natura chiama bisogna rispondere. Così eravamo come nelle barzellette che cominciano con “…c’erano una cinese, un’italiana, due australiane e un’americana che stringendo fra i denti un pacchetto di kleenex facevano pipì gioiosamente insieme” e a rendere il momento ancora più indimenticabile il commento della mia “vicina di buco” una delle due australiane, che guardandomi si mette a ridere e dice “great experience, great great experience” e poi si tira su i pantaloncini e non la rivedrò mai più. Sta di fatto che se fossi la protagonista di un reality sulle capacità di adattamento, in questo momento avrei un punteggio altissimo, salva e fuori da ogni possibile nomination: la beniamina del pubblico. Ma invece sono Manuela che dopo aver bevuto mille litri di acqua in quel bagno dopo dovrà tornarci, ma una volta rotto il ghiaccio niente fa più paura, senza contare che la seconda volta avevo pure la medaglia al collo e quindi mi sentivo fierissima.

Ho mangiato un ghiacciolo che credevo essere al limone e invece era sostanzialmente acqua e zucchero, ho bevuto succo d’arancia caldo a colazione perché, evidentemente, hanno pensato che, visto che noi occidentali facciamo colazione con una bevanda calda, in mancanza del caffè, il succo d’arancia poteva essere una valida alternativa. Ho cercato di comunicare a gesti, salvo scoprire poi, che il gesto che per noi ha un certo significato, per loro ne ha uno completamente diverso. Ho visto cucinare una padellata di uova e pulcini che erano ancora dentro alle uova che non avrei mangiato nemmeno sotto tortura, però ho anche preso parte ad una cerimonia del the elegante e raffinata. Quando finalmente mi ero decisa e convinta che avrei assaggiato gli scorpioni fritti in uno dei tanti mercati rionali in giro per Pechino, purtroppo dovevamo rientrare in hotel e non c’era più tempo.

Bisognerà tornare prima o poi per mettere questo ultimo tassello e completare così il nostro quadro cinese, e chissà da qui ad allora, magari, ci sarà permesso di buttare la carta igienica nel water….

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