“Posso dare un’occhiata?”

Chi mi conosce lo sa, lavoro a contatto con il pubblico, il lavoro più bello del mondo, ma anche il più snervante, perché unitamente alle cose che vendiamo, ci tocca spesso fare quella che una mia cara amica, omonima nonché collega, chiama “psicologia della domenica”.
Siamo bestie strane, quando entriamo in un negozio pretendiamo il massimo dell’educazione, il sorriso più largo, la simpatia più contagiosa, gentilezza al limite della prostrazione, ma raramente, ripaghiamo con la stessa moneta. E più il negozio è grande, più vasta è la clientela, più la gente, sotto la copertura dell’anonimato, si sente autorizzata a fare quello che gli pare.
E’ dal ’97 che faccio questo lavoro, posso dire di averle viste, se non tutte, quasi: mi è toccato di partecipare ad accoppiamenti furtivi nei camerini (solo con l’udito, si intende) quando lavoravo per un marchio di abbigliamento femminile; mi è toccato placcare la cliente mariuola quando vendevo gioielli in argento, mi è toccato partecipare ad interessanti discussioni circa l’igiene personale quando vendevo scarpe “signorina vengo sabato, perché almeno ho appena fatto il bagno”. Ho sedato liti fra clienti per un ultimo irrinunciabile capo in saldo, son corsa dietro a clienti che il capo, diciamo così, non lo volevano pagare; ho soccorso vecchiette a un passo dal collasso, complice una figlia scema che portava nonna in giro il giorno dello Sbarazzo ( agosto, 100 gradi all’ombra, una densità di cento persone a metro quadro). Ho servito mariti, che con la moglie al telefono, facevano provare il regalo per lei all’amante, e tutti fieri mi strizzavano l’occhietto, e poi ne compravano uno per la cornuta e uno per la concubina “…sa, così non mi sbaglio”.
Ho lanciato parecchi accidenti che, se ne tornano indietro, anche solo la metà, sono una donna morta: a quelli che entrano in negozio facendo finta di non vederti curva con il bastone in mano e il secchio, si fanno un giro minuziosissimo del negozio, e mentre escono, perché tanto questi non comprano, trillano “ooooohhhh, scuuuuuusaaaaaa, non avevo visto che stavi lavando e il pavimento è bagnato”, spaccartelo sulla schiena il bastone, e poi soffocarti con lo straccio, intriso di alcool, e darti fuoco, e poi aspirare le tue ceneri con il Folletto di ordinanza.
Stramaledire per tre o quattro generazioni a venire quelli che, con le luci spente, te e i tuoi colleghi già con giacche e borse addosso, ti chiedono innocenti “ è forse chiuso?” no asino, stiamo aspettando l’autobus…a proposito: È stata dolorosa la lobotomia?
Poi ci sono quelli che pensano che i loro figli/figlie abbiano vinto il premio “pisello d’oro”/”gnagnetta di platino” e invece di prenderli a sberloni li venerano, e, in negozio li guardano mentre si provano le cose (con uno scazzo imbarazzante) con la stessa adorazione con cui io guardavo il poster dei Duran Duran… che pena, e neanche un grazie. Anzi il più delle volte li trattano a pesci in faccia, e te che vorresti intervenire, ma non puoi. Che poi questi sono i bambini, ora cresciuti, che da piccini correvano a destra e a manca, leccavano vetri e imbrattavano specchi, seminavano caos e distruzione in negozio, e i loro genitori, invece che legarli e venderli al migliore offerente come schiavi, li apostrofavano con un “smettila che altrimenti la signora si arrabbia”, ma io non mi arrabbio, io ti compatisco…
E che dire di quelli che fanno i piacioni, quelli che la “commessa è una preda facile”, quelli che tu “serve una mano?” e loro pronti “…e non solo quella”…quanta pazienza che ci vuole.
Ecco ora che sapete cosa realmente ci passa per la testa, quando entrate nei negozi, applicate la stessa regola che io insegno ai colleghi neo-assunti: comportatevi esattamente come vorreste che gli altri si comportassero con voi. Sorridete, parlate, interessatevi realmente a chi avete davanti.
La spocchia, l’ipocrisia, la maleducazione sono terribilmente fuori moda, e vi renderanno indimenticabili. Vostro malgrado.
Chi c’è da servire adesso?

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