Capo Horn

Per non farci mancare niente.
Cabina 410 , la Stella Australis é un nave deliziosa, piccolina, intima e raccolta; ci immaginavamo un’infornata di reduci del Vietnam, quello più informa con una gamba sola e il deambulatore, quando scopriamo con stupore che l’età media si aggira intorno ai 50 anni e la presenza di italiani, come d’abitudine, massiccia. Arrendiamoci, siamo il prezzemolo del mondo.
Un dettaglio che a me ha colpito molto: a bordo siamo, in tutto, ventuno nazioni e quando a cena ci hanno chiesto di cantare “tanti auguri a te” per la più piccola passeggera imbarcata che festeggiava i suoi quattro anno e ognuno l’ha fatto nella propria lingua, beh a me un pochino di pelle d’oca é venuta, ma riconosco anche che è un periodo che io mi commuovo per niente.
Con un piccolo briefing ci introducono, la mitica escursione a “Cabo de Hornos”… bellissima non vedo l’ora, solo un unico vincolo: le condizioni del mare che se sarà troppo agitato, a Cabo de Hornos si incontrano due Oceani, il Pacifico e l’Atlantico, che non sono propriamente come l’Aveto e l’Entella, e se verranno quindi meno le condizioni di sicurezza, il Capitano potrebbe non dare il via alle operazioni di sbarco. Il pensiero non ci sfiora nemmeno.
Detto fatto, ci svegliamo che la nave sembra il battello del Luna Park, si balla che é un piacere, rollio e beccheggio, non manca niente, spruzzi che arrivano fino al quarto ponte, gente attrezzata di tutto punto con tanto di giubbotti di salvataggio di ordinanza indossati ( per lo sbarco sfumato a Capo Horn, non per il mare, che poi vi preoccupate) che vomita in ogni angolo, me compresa. Credo di morire, mai, ribadisco mai, stata così male, sono devastata, a un certo punto crollo. Al risveglio il mare pare essersi dato una regolata, io sto meglio, ma al primo segnale di rollio, mi fiondo in reception e prendere una mitica pastiglietta ( tanto ne hanno a secchiate). Giornata recuperata.
Capo Horn lo vedrò nelle fotografie che ha scattato Luca sul ponte della nave…. Che amarezza.
Altro giro altra corsa, al pomeriggio si sbarca a Baia Wulaia, che sbarcare dalla nave è già tutto un programma: bisogna bardarsi di tutto punto, giacca impermeabile, pantaloni impermeabili, scarpe da trekking, pile, berretto, guanti, triplo,calzino e a concludere l’opera il giubbino di salvataggio: siamo oltremodo ridicoli, ma s’ha da fare, tantovale arrendersi subito. Ci issano sui gommoni con livelli di grazia che oscillano dal pachiderma alla libellula ubriaca, dimenticavo: piove e tira vento. Yuppie!!!
Scopriamo, a nostre spese, che l’escursione definita “livello medio” è in realtà un percorso impervio in salita, reso ancora più ostile dal fango fino alle caviglie, pietre scivolose e pozzanghere. Attraverseremo ponticelli nel bosco veramente deliziosi se non fosse che subito dopo per risalire bisogna letteralmente aggrapparsi a delle funi legate agli alberi e chi non lo fa, semplicemente cade e precipita nel fango.
Alla prima salita ne abbiamo persi tre (i più furbi? Il dubbio ancora, mi tormenta), alla seconda un geniaccio in jeans prende un allungone che a momenti arriva dritto al mare, risultato: fradicio e sporco di fango ovunque. Alle terza pure la guida si è arrotata in terra sbattendo il sedere scolpito a botte di tortellini bolognesi (la nonna emigrata era appunto di Bologna) fatti però a Ushuaia, dettagli. L’umore fra noi sopravvissuti è tuttavia alto, anche quando la guida ci racconta leggende incestuose di fratelli trasformati in picchi perché si sono baciati.. mah.. vai a capire, ciò che lei trova romantico a me fa venire i brividi, sarà una questione di punti di vista, oppure lei, è figlia unica e quindi non sa di cosa parla. Ci mostra e spiega ogni singola fogliolina, ogni singola bacca, ogni singolo tronco d’albero, brava, niente da dire, ma un pochino pesantuccia, però è giovane ed entusiasta, non possiamo deluderla, continuiamo a mostrare un interesse degno delle giovani marmotte… come siamo bravi a fingere. E siamo ancora più bravi a scendere quando scopriamo che ci daranno a scelta, o della cioccolata calda o whiskey on the rocks, sai ci sono ben 2 gradi…
Si torna a bordo, e in quella che ormai ho capito essere la crociera dei personaggi incredibili, vuoi non metterci un “gommonista” (lo so che non esiste questa parola, ma rende, quindi prendetela per buona) cabarettista, che prima finge di aver finito il carburante e lancia un “may-day”, poi finge di raggiungere la nave sbagliata, poi simula una perdita di memoria e, davanti alla nostra, tira dritto, e se la ride che è un piacere. Però è simpatico e quindi ridiamo tutti.
Per concludere l’opera, al rientro per toglierci il fango di dosso ci hanno lavato con la manichetta dell’acqua, quella che hanno usato anche nel film “Rambo”, e poi finalmente raggiungiamo la nostra cabina.
Riscaldati, lavati, asciugati e profumati è arrivato il momento della rivincita morale: aperitivo. Open bar = Birra (sì ma mica una) + patatine + olive + nuovi amici. Un’equazione perfetta.

Ushuaia

Arrivo a Ushuaia credo, il 19 dicembre, forse é martedì…
Lasciamo l’Hotel Madero al mattino presto, ad accompagnarci all’aeroporto un tale che Furio a confronto é un improvvisato: apposito arnese per appendere gli occhiali da vista, apposito appendigiacca agganciato al sedile, apposito porta cellulare. Per caricare le valige fa tre o quattro prove di incastri, ma alla fine partiamo e arriviamo puntuali all’aeroporto di Ezeisa, nel frattempo ci hanno cambiato volo e aeroporto, ma non importa: noi siamo viaggiatori, mica turisti e l’imprevisto non ci fa paura (si si…)
Ci accoglie una fila in-ter-mi-na-bi-le per il check in: un serpentone di persone e bagagli da una parte, i singoli check in point dall’altra, e in mezzo un sorte di Caronte versione hostess che con il supporto di un fogliettino ciancicato in mano, sostanzialmente chiama i viaggiatori per alzata di mano. Un delirio.
La coda però ci permette di guardarci intorno e così parte l’analisi del turista: una ragazza incinta, con un passeggino con un bimbo piccolo dentro, zaino in spalla e una valigia grande più di lei al seguito e non fa una piega, serena e tranquilla aspetta (in tutti i sensi) il suo turno. Caronte quando la vede quasi la sgrida perché non ha usufruito della precedenza cui il suo stato le da diritto, lei sorride come a dire “sono incinta mica storpia”.
Coppia con felpa di Abercrombie uguale, bagaglio a mano uguale, valige nuove: potremmo tranquillamente essere io e Luca, infatti sono italiani, e qui scatta la riflessione numero due: ma perché noi italiani quando dobbiamo prendere un aereo ci vestiamo come se fosse domenica e stessimo per uscire per andare a messa? È un mistero, ma è proprio così.
A seguire: varie umanità che imbarcano qualsiasi cosa, dal generatore di corrente, alla ragazza che sembra tenere in mano un cartone con dentro una pizza da asporto, al nonno con nipote che non si riesce a capire cosa stia trasportando, sta di fatto che manda quasi in tilt l’intero aeroporto. C’è una grossa fetta di ultracentenari che immaginiamo essere i nostri compagni di viaggio in crociera (speriamo di no!), viaggiano da soli o in coppia silenziosi, composti e fieri, nella mia testa ho deciso che sono dei reduci del Vietnam, Marines che ne hanno viste di tutti i colori, stoici e vigorosi, nemmeno l’incedere inesorabile del tempo sembra scalfirli.
Caronte, dopo aver chiamato tutti i passeggeri per tutte le destinazioni del Sud America, finalmente chiama il volo 1878 per Ushuaia, sono le 7.05 il volo parte alle 7.45, noi siamo un poco impazienti, lei non fa una piega… speriamo abbia ragione lei… Al check in ci fermano: eccesso di peso, c’è da pagare la differenza. Perfetto e di quanto sarebbe questa differenza: 2 chili. Due chili??? Ehi, dico a te, brutta idiota di hostess, rischi di farmi perdere un aereo fondamentale, per solo due chili? Ribellarsi é inutile… più che perdere l’aereo, temo il vulcano Luca al mio fianco: potrebbe cominciare a eruttare da un momento all’altro. Difficile mantenere la calma, i minuti passano e noi siamo qui impalati ad aspettare il nostro turno per pagare 50 pesos, circa 4 euro, di peso extra. Ma l’ottimismo, insieme alla calma è la virtù dei forti e nel giro di pochi minuti, siamo a bordo dopo aver superato un controllo documenti surreale, infatti dovevi mettere cintura, passaporto, telefono e iPad, direttamente sul rullo, senza cestini e una volta superata la prova “raggi x” venivano sputati fuori dal rullo e se non eri pronto a raccogliere tutto al volo, (e io non lo ero) si infilavano nei rulletti trasportatori e cadevano inesorabilmente per terra: bam fa il telefono, toc fa l’iPad, frrrrrr fa la cintura che sembra una lasagnetta che esce dalla macchina per far la pasta. Comunque, non è il momento di perdersi in dettagli, arraffo tutto al volo e via… si sale sull’aereo, nel frattempo il vulcano Luca si è spento… Meno male…
A bordo scopriamo che l’aereo farà uno scalo a Trelew, ridente neanche tanto, località turistica argentina, un aeroporto costruito nel nulla: una pista di atterraggio/decollo in pura terra battuta, un container a uso biglietteria/ check in/ dogana/ bar e l’ultimo che esce chiuda la porta.
Lo spuntino che ci propinano a bordo è a dir poco agghiacciante: un box di cartone contenente vari campioni di jung-food, si spazia dai salatini gusto pizza, ai wafer ricoperti di cioccolato, transitando su una merendina drammaticamente dolce, fino a raggiungere le vette del sublime con una barretta all’italianissimo gusto cappuccino… per buttare giù tutto in soccorso viene un succo di frutta all’albicocca. Se a bordo c’erano dei diabetici, li avremo sulla coscienza per sempre. Altra bizzarra abitudine: distribuiscono i box e dopo esattamente cinque minuti cinque, passano a ritirare i vuoti; ho visto gente strafogarsi o nascondere gli snack in tasca e nelle borse pur di non contrariare la giunonica hostess. Dopo lo strafogarsi entra in ballo il sonno comatoso… sarà la glicemia alle stelle, vai a sapere. Dietro di noi una sosia di Sandra Mondaini russa come una locomotiva, al richiamo risponde un vecchietto davanti a noi che sembra un trattore, una signora davanti a me danneggerà irrimediabilmente i miei menischi reclinando senza alcun preavviso il suo sedile. I passeggeri dall’altro lato del corridoio sono più composti: una ragazza non si capisce se dorme o medita, un ragazzo sui trenta è precipitato in coma appoggiando la fronte al sedile di fronte, sarà un risveglio pieno di dolore il suo. Quanto a noi: Carramba che sorpresa! La nostra vicina di sedile è nientemeno che la sosia di Loredana Lecciso, ma la versione simpatica. Proveremo anche a parlare, con risultati improbabili, considerato che il mio esame di spagnolo all’università è stato “se le chiedo – donde estas la salida- cosa le sto chiedendo?” “dove è l’uscita”. Stop. Esame superato.
Però sorridiamo entrambe, lo considero un buon segnale. Atterriamo a Trelew, scendono e salgono alcuni invasati del trekking estremo, e al momento del decollo, tutti belli legati, personale di bordo idem, ma non partiamo. Non capisco… Semplice: un signore sull’ottantina è entrato in toilette esattamente nello stesso istante in cui ci si preparava per il decollo, stoppa tutto, finché lui non esce non si può decollare. Sembra di essere a bordo dell’aereo più pazzo del mondo!
Me ne convinco definitivamente quando scopriamo che l’aeroporto di Ushuaia altro non è che una baita tutta in legno: pavimenti, muri, soffitti tutto legno; un unico ambiente per arrivi e partenze, e per completare il quadro mettiamoci pure il personale che ci lavora vestito come i folletti di Babbo Natale, e voilà, siamo a posto.
Bienvenido a Ushuaia, romanticamente detta “il culo del mondo”.

Il passaporto scomparso

Eppure ce l’avevano detto: Buenos Aires è una città bellissima, cosmopolita, ricca di storia e interessi, MA i turisti sono spesso bersaglio di scippi e furti.
Detto fatto. Stamattina dopo una dormita secolare e una pantagruelica colazione, ci prepariamo per fare il tour della città quando un piccolo dubbio accompagnato da relativo senso di angoscia, si impossessa della sottoscritta: ma dove è il mio passaporto?
A seguire il panico. In rapida successione:
Rovescia la stanza: niente.
Disfa le valige ( tutte): niente.
Corri in reception dove il giorno prima il passaporto è stato registrato, e chiedi aiuto prima in italiano, poi in spagnolo, poi in inglese: niente.
Il passaporto che ieri è entrato in hotel, oggi è sparito…
Cosa si fa? Dopo la crisi isterica intendo….
Luca mi consola: beh, dai, ci rimpatriano e fine dei giochi…
Io al solo pensiero, mi viene da buttarmi nel Rio della Plata e sperare che ci sia in giro qualche coccodrillo affamato e che faccia di me il suo pranzo.
Chiamo in Italia, mi dicono di chiamare subito in ambasciata, chiamo e mi finisce il credito, scendiamo in reception: di quattro non ne fanno uno, aiuto inutile e svogliato. Sequestro un telefono, compongo numeri a caso…mi viene da piangere, sono disperata… E qui arriva in soccorso il primo angelo della giornata ( ce ne saranno tanti, per chi ci crede). Una centralinista del call center dell’ambasciata mi spiega che lei fa partire solo messaggi di aiuto generici e che non c’è nessun operatore che può aiutarmi…messa al corrente della mia situazione ( la parola magica è “viaggio di nozze”) però mi dice di chiamare un certo numero e di non rivelare mai la fonte, qualora qualcuno me l’avesse mai chiesta.
Chiamo…scopro così di aver chiamato la segreteria del Console Italiano dell’Ambasciata italiana. L’angelo numero due mi spiega cosa fare e dove andare, e prova a tranquillizzarmi…su quest’ultima prova fallisce…solo Dio in persona forse poteva riuscirci.
Alle 9, appuntamento in reception con l’angelo numero 3: Aleyandro, la nostra guida per il tour privato della città. Gli raccontiamo i fatti, lui non fa una piega e ci prende per mano.
Primo passo denuncia di furto al commissariato di polizia più vicino all’ambasciata, mette in atto alcuni escamotage per velocizzare il tutto, mi fa da interprete, firma con me, per lui un’illustre sconosciuta, il verbale di denuncia, ci accompagna in Ambasciata con la promessa di,aspettarci fuori ( e lo farà veramente!)
In Ambasciata pare che gli angeli si siano dati appuntamento ( a parte quelli italiani contattati da Buenos Aires, loro avevano finito il turno). Il primo, si attiva in tutti i modi possibili, ma c’è da aspettare un’ora per un nullaosta dall’Italia…e aspettiamo…
Annunciata da una musica celestiale arriva lei, la creatura più meravigliosa del firmamento che dice “facciamole un passaporto nuovo con procedura d’urgenza, l’autorizzo io” e tutti si danno da fare per il mio passaporto nuovo di zecca. Un intero Consolato sta lavorando per me, mi viene da piangere dal sollievo, dalla gioia, dalla gratitudine: ce l’abbiamo fatta.
Mentre stringo tra le mani il mio passaporto ci viene incontro una signora gentile, dice che ci vuole salutare perché ha saputo siamo di Chiavari e lei tanti anni fa ha vissuto a Chiavari in Via Nino Bixio, dietro le lenti degli occhiali si vede che ha gli occhi lucidi.
Usciamo dall’Ambasciata con una strana sensazione addosso: se il nostro viaggio può continuare lo dobbiamo solo a queste persone straordinarie, che uscendo un pochino dal loro ruolo ordinario, hanno messo insieme una squadra fantastica che ha raddrizzato una situazione drammatica nel giro di due ore…da soli non ce l’avremmo mai fatta.
Mi sono rimaste appiccicate addosso le parole del funzionario “per un connazionale in difficoltà, facciamo questo e altro”… Questo ci hanno detto a Buenos Aires, mi domando se in Italia ci avrebbero detto la stessa frase.
Ora andiamo a berci una cerveza e a buttarmi in piscina. Hasta luego.

Qui comincia l’avventura….

Domenica 16 dicembre ore 23 (credo) siamo a Madrid.
Vogliamo parlare di mezzi di trasporto? E parliamone.
Decidiamo per la partenza intelligente. Le condizioni meteo sono critiche? Niente panico, noi raggiungeremo Malpensa in treno, ottenendo così un duplice risultato (perché ogni tanto parlo come Furio? ).
Il primo: non metteremo nessuno per strada in macchina, noi compresi, in modo da non correre rischi inutili.
Il secondo: viaggiamo comodi e tranquilli.
Segnatevi le parole COMODI e TRANQUILLI
Biglietti di prima classe prenotati in congruo anticipo, bene, arriva l’Intercity per Milano Centrale: carrozze di prima classe TUTTE fuori servizio…Assistiamo all’esplodere dell’ira funesta della visonata ( dotata di pelliccia di visone degno di un glorioso ” Vacanze di Natale”, ma di quelli che sbancavano i botteghini n.d.r) signora Delfina, una agguerrita non più giovanissima, che di rinunciare al confort della sua Prima classe non ne vuole sentire parlare, e come risarcimento danni vuole a scelta, o lo scalpo del controllore o, in alternativa, una tartare dei suoi testicoli.
Noi tapini, mesti mesti, occupiamo un posto non nostro in seconda classe e passeremo gran parte del viaggio a ballare il valzer dei posti prenotati ( spostarsi da un posto all’altro in base a chi sale e reclama il suo posto numerato e regolarmente prenotato).
Pare esista una fantomatica carrozza 5 che accoglie tutti i possessori del biglietto di “prima”, sarà soppalcata, o avrà una specie di Stargate, perché altrimenti non si spiega come sia possibile stivare tutta quella gente in una sola carrozza, e tutti quelli che salgono vi vengono prontamente dirottati. Noi, comunque, non ci fidiamo e non abbandoniamo il nostro avamposto con vista sui nostri bagagli.
Arriviamo a Milano Centrale, per raggiungere Malpensa bisogna cambiare e prendere un altro treno che però oggi non circola, causa sciopero personale dell’Orsa; serve un’alternativa e anche piuttosto rapidamente, ma ce la facciamo: si va in pullman.
La sensazione é un po’ quella di essere in balia di questi strani figuri che smistano turisti ignari prima su un pullman poi sul l’altro e il prezzo per il biglietto varia in base al Paese di origine….i,giapponesi a tutt’oggi credo siano quelli che pagano il biglietto più caro, e nessuno sa perché, loro compresi, ma loro si sa, sono educati, sorridono e non protestano.
Raggiungiamo il Terminal 1, totalmente, completamente, assolutamente avvolto nella nebbia più compatta che io abbia mai visto: non c’è niente da dire, sono proprio dei bei posti dove vivere, prima di suicidarsi per la malinconia che ti assale e non ti molla più. Ma bando alle ciance, bisogna partire.
Ci mettiamo in fila per il check-in. Catturano la nostra attenzione una famigliola peruviana con un numero spropositato di bagagli, noi ne abbiamo contati almeno una dozzina e ha fatto fare talmente tanti giri di cellophane a ogni singola valigia da farle perdere ogni sembianza di bagaglio, per tramutarsi ai nostri occhi, in tanti bozzoli di Cocoon. Ridiamo come stupidi al pensiero che”nonna Ataualpa imbozzolata” quando verrà scaricata a destinazione, sarà una bambina, mentre gli stinchi di Luca continuano a essere presi a carrellate dalle “cugine Ataualpa” che, meschine, non hanno capito che per far fermare il carrello bisogna abbassare la maniglia e non scagliarlo addosso alle persone…
Ok. Let’s go, next stop: Madrid. Basta che te lo credi. Siamo già seduti in aereo, motori accesi, hostess in postazione, tutto pronto e…. Buio pesto. Un blackout totale a bordo per guasto a un generatore.Ma niente e nessuno intaccherà il nostro buonumore….forse.
Alla fine partiamo con una mezzoretta di ritardo, ma decolliamo, il clima a bordo é caraibico ( secondo me l’aria condizionata é fuori uso), atterriamo a Madrid in tempo per prendere l’aereo per Buenos Aires, al gate un tizio attira la nostra attenzione, é ubriaco fradicio, completamente boracciado, così lo ha definito la hostess: l’amico si intrufola nel tunnel per salire a bordo, la hostess lo nota, lo richiama indietro, lui la ignora, lei avvisa la sicurezza, la sicurezza sale a bordo e sotto lo sguardo attonito di noi viaggiatori gli intima di scendere, lui si rifiuta, chiamano la Polizia e a quel punto, l’ubriaco si convince a scendere, anche perché erano in quattro e piuttosto determinati.
Non dovrebbe succedere altro, ma nel dubbio ingoio una bella pasticca di valeriana e dormo dieci ore di fila.
Ci vediamo a Buenos Aires.