Il 13 gennaio è stato consegnato a Jodie Foster il premio alla carriera e da allora si fa un gran parlare del suo discorso di ringraziamento; discorso in cui ribadisce la sua omosessualità e da allora: apriti cielo.
Coming out sì, coming out no, coming out perché , pagine e pagine di articoli, servizi in televisione e alla radio, un gran chiacchiericcio, ma a noi?
A noi può veramente interessare se Tizio, Caio o Semproneo sono attratti dagli uomini o dalle donne? A giudicare dal baccano dall’attenzione sollevata, si direbbe di sì….e io non lo capisco.
Non capisco cosa possa interessare, non capisco quale valore aggiunto possa dare sapere se la star di turno è omosessuale o meno.
Io che esistevano i gay credo di averlo scoperto sul dondolo nel giardino della mia cara amica Manuela, nata lo stesso anno e lo stesso mese, lei il 9 e io il 16, le nostre mamme ci hanno dato lo stesso nome, e insieme abbiamo passato credo tutti i giorni di tutte le estati dei nostri primi quindici anni di vita. Comunque, dicevamo, eravamo sul dondolo del suo giardino, sua mamma seduta in mezzo a noi leggeva una rivista femminile e a un certo punto ci ha letto ad alta voce una notizia: il celebre attore Rock Hudson si era ammalato di una rara malattia che colpisce soprattutto drogati e omosessuali. Amelia, la mamma della mia amica fu prodiga di chiare e semplici spiegazioni: drogati erano i consumatori di droghe, omosessuali coloro che amavano persone del loro stesso sesso. La rara malattia era l’Aids, ci spiegò tutto, come ci si contagiava, che conseguenze aveva, come si poteva evitare. Correva l’anno 1985, era estate e avevo tredici anni e sull’omosessualità sapevo tutto quello che c’era da sapere.
Credo sia proprio in virtù di quest’approccio così chiaro, semplice e lineare che a me non mi è mai importato nulla circa le inclinazioni sessuali di chicchessia: a me se Tiziano Ferro è gay o meno me lo fa piacere esattamente allo stesso modo, e forse, a volerla proprio dire tutta, magari lui potrebbe non avere tutta sta bramosia di diventare il nuovo porta bandiera dell’universo gay. Ognuno vive la sua vita come meglio crede.
Ma pare non sia così semplice.
“A Tizio piacciono gli uomini” molto bene, anche a me, quindi? Dobbiamo fare un proclama per qualsiasi cosa? “A Semproneo piacciono i vini rossi” e ” Caia adora le scarpe con il tacco alto”: abbiamo reso il mondo un posto migliore? Non penso. Tutt’altro.
Penso che finché c’è bisogno di appiccicare un’etichetta sulla fronte di qualcuno, o all’opposto, finché c’è qualcuno che ha bisogno di rivendicarla o ribadirla quell’etichetta, qualcosa non va.
La Chiesa li condanna, Paolo Villaggio li ha definiti ” affetti da anomalia genetica”, ora come ora pare faccia figo averne qualcuno nel giro delle proprie amicizie, io semplicemente propenderei per considerarli per quello che sono: persone. E basta. Nè martiri, nè eroi, perché finché le abitudini, gli orientamenti sessuali di chiunque valgono più delle sue azioni e dei suoi pensieri, cari miei, la strada è ancora lunga. Finché per legittimare un amore c’è bisogno di fare “coming out”, siamo ancora molto lontani da quella che definiamo “società evoluta; coming out, espressione tanto ipocrita quanto inflazionata, la tua identità sessuale buttata in prima pagina: ma perché?perche bisogna fare il doppio salto mortale dal nasconderlo all’urlarlo ai quattro venti? Aspetto fiduciosa una spiegazione, spiegazione che però sembra non arrivare, e quando in una cittadina borghese, nelle lussuose vie del centro, al passaggio di due uomini o due donne che camminano fianco a fianco, scattano ancora le gomitate o i bisbiglii di disappunto, mi rendo conto che la strada è ancora lunga.
Tirando le somme….
Ora che il fuso orario si è riallineato con quello di casa, ora che le valigie sono state svuotate e tutto è stato lavato e stirato, ora che le migliaia di foto scattate sono state selezionate, ora che siamo tornati al lavoro e i souvenir sono stati messi al loro posto, ecco ora è il momento di fare un bilancio di quello che è stato un viaggio meraviglioso.
Molti i detrattori a priori: è troppo faticoso, è troppo caro, è troppo difficile da mettere insieme, troppo poco tempo, troppe destinazioni, troppi voli, troppi Paesi, troppo tutto.
Non lo nego, io per prima ero scettica, mi sembrava impossibile riuscire a toccare tutte queste realtà in un viaggio solo. Ma si sa, il bello è poter cambiare idea. E così è stato.
Vorrei riuscire a trovare le parole per rendervi partecipi delle emozioni che questo viaggio ha tirato in ballo, ma mi sa che non ne sono capace. Comunque ci provo.
Commozione davanti alle meraviglie della Natura. Davanti a un ghiacciaio perenne, piuttosto che un tramonto polinesiano o l’esplosione di un’onda oceanica su una scogliera millenaria, non puoi fare altro che tacere e cercare di riempire gli occhi di tutta quella meraviglia.
Fascinazione nel vedere “dal vivo” ciò che hai visto solo nei libri e faticare a credere ai tuoi occhi. L’Isola di Pasqua ti riempie di queste sensazioni quasi esoteriche, respiri un’atmosfera veramente surreale. Indescrivibile e quasi mistico. Da provare.
Il Paradiso in Terra, perdere il senso del tempo e lasciarsi guidare dai ritmi naturali, riavvicinarsi alla Natura accettando le sue regole senza imporre le nostre. Inebriarsi respirando la totale assenza di smog, e sentirsi bellissime indossando un fiore come unico gioiello.
La velocità e frenesia, essere “due” in mezzo a sette milioni, meravigliarsi del loro modo di vivere, di tutte le loro cose ” le più -aggettivo a vostra scelta- del mondo”. Luci, colori, suoni, tecnologia, ma senza anima e allora capisco perché ci copiano un po’ in tutto. La moda, le grandi opere, lo stile di vita, tutto guarda a Occidente. Se loro avessero un briciolo della nostra fantasia e noi una briciola del loro ordine, sarebbe un mondo ideale. Hong Kong merita sicuramente una visita, se non altro per apprezzare la cucina di casa al rientro….
E poi la parte pratica, la sfida, il passare da un clima all’altro, da un aeroporto all’altro, l’ansia da ritiro bagagli, le nostre piccole case viaggianti che contenevano tutto il nostro mondo per 21 giorni, le discussioni sul nulla scaturite dalla stanchezza più che da altro, e dall’altro lato, le risate a crepapelle per incredibili sciocchezze. La meravigliosa sensazione di essere un team unico e di essere i protagonisti di un’esperienza unica.
Se poi ci aggiungete il non trascurabile dettaglio che il mio compagno di viaggio era l’amore della mia vita, la persona con cui, più di ogni altra, riusciamo a creare un’ atmosfera piena di risate, gioia e armonia, capirete allora perché questo viaggio aveva tutti gli ingredienti per essere indimenticabile e irripetibile.
Hong Kong:il formicaio “grandi firme”
Un mondo completamente diverso dal nostro, non dico né migliore, né peggiore, dico solo diverso.
Tutto parla della magnifica ingegnosità degli uomini, ovunque ti giri hai la dimostrazione che l’uomo sa fare grandi cose, cosa c’è di diverso rispetto a noi? Che loro le cose se le cominciano, poi le finiscono anche; che se c’è da apportare una miglioria al tessuto urbano e se per farlo devono tirare giù un palazzo, loro lo fanno (agli abitanti sfollati danno un’altra casa, mica li buttano nelle fondamenta della nuova costruzione). Hanno un rispetto del bene comune imbarazzante e un rispetto delle regole totale. Il cartello dice che devi camminare a destra? Come tante formichine ci si mette in fila sulla destra e si lascia la sinistra libera per chi va di corsa.
Un punto a favore per gli italiani: molte delle grandi opere realizzate, un tunnel sotterraneo lungo due chilometri costruito nel 1972 che collega l’isola di Hong Kong a Kowloon Penisula, la funivia infinita di Ngon Ping (per arrivare in cima ci si mette 25 minuti e si passa sopra a fiumi, laghi, montagne, colline e crepacci) che vi conduce al monastero Po Lin dove si può ammainare il Tian Tan Buddha, una statua di bronzo, raffigurante appunto un Buddha alta 26 metri, un ponte infinito che collega la città al nuovo aeroporto, bhe, cari miei, sono tutte opere fatte da ditte italiane. A voi la scelta: rappresenteranno l’eccellenza ingegneristica italiana? O semplicemente sono quelle che hanno pagato di più per aggiudicarsi l’appalto? Io voglio credere nella prima.
Cosa raccontarvi di Hong Kong? La città di per se è piccola quindi in virtù dei suoi sette milioni di abitanti, si è dovuta sviluppare verso l’alto, e gli altissimi grattacieli altro non sono che enormi condomini che ospitano migliaia di appartamenti (considerate che un appartamento medio è di circa 35 metri quadrati).
È tutto un trionfo di centri commerciali, grandi marchi (ma grandi grandi) che hanno boutiques seriali che sono prese d’assalto dal mattino alla sera e comprano come matti. Poi le cose che comprano non si sa dove e quando le mettano, considerato che non sono proprio campioni di eleganza e stile…
Non sono un popolo gentile, non chiedono permesso, non dicono grazie, non cedono il passo, niente di niente, parlano un inglese tutto loro e se non capisci: arrangiati, mica ti abbiamo chiesto noi di venire. Questo in sostanza. E qui si spiega la necessità di imporre così tante regole: hai idea di cosa succederebbe se sette milioni di maleducati venissero abbandonati a loro stessi?
Alcuni scorci sono veramente affascinanti: Aberdeen e Tao I sono due villaggi di pescatori che riportano la memoria e tempi passati, il primo a dire il vero ormai è fortemente commercializzato e a misura di turista, il secondo invece conserva ancora tutto il suo fascino. Repulse bay: ospita il Santuario di Kwun Yam, una galleria piuttosto eccentrica di divinità a cui chiedere ogni tipo di grazie e favore. Il mercato notturno di Temple Street merita sicuramente la visita che noi per motivi di tempo non siamo riusciti a fare.
Da non perdere la Simphony of Lights: uno spettacolo di luci e suoni che si ripete tutte le sere alle venti. Protagonisti di questo spettacolo sono appunto i grattaceli di Hong Kong che con le loro luci mettono in piedi una vera e propria scenografia in pieno stile “guerre stellari”. Il posto ideale per goderselo è l’Avenue of Stars, un omaggio di Hong Kong alle sue star del cinema, bellissima passeggiata che costeggia tutto il fiume, da farsi preferibilmente dal tramonto in poi.
Se devo muovere una critica a questa città è che essendo un cantiere in perenne evoluzione, manca la memoria, il fascino del tempo passato, perché come vi ho detto, loro buttano giù il vecchio e ricostruiscono, quindi è inevitabile che alcune cose vadano perdute, ed è un peccato, ma questo è lo scotto da pagare per avere a disposizione una delle città più efficienti al mondo, dove tutti sembrano avere uno scopo ben preciso, una meta prefissata che bisogna raggiungere prima che il sole tramonti.
Proprio come in un formicaio. Appunto.
Delitto al ristorante cinese
Ultimo giorno a zonzo per Hong Kong, vaghiamo così senza meta ridendo come stupidi (cosa che in questi venti giorni ci è capitata spesso), guardandoci intorno incuriositi dalla varia umanità che circola per questa città che, più la vivo, più mi sembra che assomigli a un formicaio.
Si è fatta ora di pranzo, che si fa?
Andiamo sul sicuro, un panino e via, quello con l’insegna con gli archi dorati per intendersi… Ma no, dai, è l’ultimo giorno, caliamoci nella loro realtà locale, andiamo in un ristorante dove possiamo assaggiare la vera cucina cinese, non quella che ci propinano in Italia. E così, traboccanti entusiasmo, ci mettiamo alla ricerca di un ristorante che ci ispiri. Ne troviamo uno molto carino nell’aspetto, pieno di gente che mangia entusiasta, e pure la coda fuori, ci mettiamo in coda pure noi… NON L’AVESSIMO MAI FATTO!
Per ordinare bisognava mettere le crocette sul menù di fianco alle pietanze scelte, noi ligi lo facciamo; quando arriva la nostra cameriera ci fa notare, in un inglese drammatico, che forse abbiamo ordinato un po’ troppe cose, non c’è problema, ne eliminiamo un paio.
Che il mio dramma abbia inizio.
Cominciano a portarci piatti su piatti con sopra ogni genere di cose: un piatto, due piatti, tre piatti, una zuppiera, coppette, piattini, insomma, a farla breve, nel giro di pochi minuti il nostro tavolo è pieno. Dai, diamoci dentro… inforchiamo le bacchette e via, all’attacco del primo piatto. Noodle (erano tagliatelle) con gamberi, capesante e uovo, sulla carta buonissimo, all’assaggio: drammatico, un insieme viscido ricoperto con una bava di uovo e gamberi coriacei. E tanto, tantissimo, non finisce mai. Marca male… La paura si trasforma in terrore quando assaggiamo le altre portate: dire che sono rivoltanti è brutto, diremo diplomaticamente che sono sapori e consistenze a cui noi non siamo abituati. Sembrano bocconcini di pollo, in realtà sono cubetti di non siamo riusciti a capire cosa, un insieme spugnoso, insapore e impossibile da buttare giù, e anche qui, dose per tre. Ravioli con gamberi e vermicelli: stoicamente lo finiamo. Gamberi in agrodolce con verdure: Luca la spunta. Ma si arrende.
Resto sola a combattere e la voglia di urlare e scaraventare tutto a terra si fa sempre più forte. La cameriera passa e ridacchia “stronza!” Dopo aver dato quattro stoiche cucchiaiate alla zuppa direttamente dalla zuppiera sono a un passo dal conato di vomito, non ne posso più. Il nostro tavolo è un vero e proprio campo di battaglia, io ho abbandonato tutte le regole del bon ton, ho mangiato la zuppa direttamente dalla zuppiera (piccoletta, a dire il vero – poteva indurre in confusione) e ho sparpagliato cibo dappertutto. Chiediamo il conto. Voglio uscire e basta.
Una volta varcata la soglia tiro un sospiro di sollievo: il primo che mi dice che la cucina cinese è buona e sana, io lo giuro, lo prendo a schiaffi.
Bo Innovation
Beh, il mio primo post non poteva che trattare un argomento culinario, e quindi eccomi qui per raccontarti una serata “estrema”.
Estrema perché il payoff di “Bo innovation” è “extreme chinese cuisine”, e almeno inizialmente ci aveva un po’ intimoriti – diciamolo, estremo e cinese nella stessa frase non tranquillizzerebbe nessuno – però con un pizzico di coraggio e tanta curiosità abbiamo deciso di provare questa esperienza.
Arriviamo con un po’ di anticipo rispetto alla prenotazione, siamo stati più bravi del previsto a trovare il locale che si trova sull’isola di Hong Kong vicino alla metro di Wan Chai, quindi il maître spiazzato dal nostro anticipo ci sistema in un tavolino di fuori, purtroppo però a fine serata i funghi a gas non riusciranno a contrastare la brezza e “fuggiremo” quanto prima per evitare di congelare completamente.
La carta prevede solamente tre tipi di menù degustazione, scegliamo il “tasting menu” meno articolato, che comprende già sette antipasti, un piatto principale e un paio di dessert.
Iniziamo con il “giardino morto”, a prima vista assomiglia ad una zolla di terremo con su qualche ramoscello (in realtà sono funghi enoki passati all’azoto liquido) e un vermicello fritto, poggiati su un letto di “terra” fatta da polvere di porcini disidratati, che nasconde la zolla di spuma al lime.

Sul sentore di fungo proseguiamo con il secondo assaggio, “Morel” noodle di spugnole con qualche fungo e prosciutto iberico.
Foie gras mui choy è la portata successiva, non chiedetemi cosa voglia dire… Non lo so… Il cameriere sollecitato a parlare più lentamente ha proseguito imperterrito alla stessa velocità, in sostanza è una fetta di foie gras al naturale piastrato con un gelato… Mui choy 😉 non mi ha fatto impazzire ma non sono un amante del foie gras, al contrario Manuela ne era entusiasta.
Il merluzzo invece con una gelatina di zafferano, crema al miso e alghe disidratate mi ha interessato, tutti gli ingredienti insieme hanno creato un’armonia incredibile, in particolare le alghe hanno bilanciato splendidamente il piatto che altrimenti sarebbe stato sovrastato dallo zafferano.

Ma ora veniamo al “molecolar”, il cameriere ci porge un cucchiaio con all’interno una sfera gelatinosa all’aspetto, ci chiede di chiudere gli occhi e assaggiare il boccone in una sola volta, lo assecondiamo incuriositi. Appena schiacciamo la sfera si schiude e rilascia un intingolo meraviglioso, una sorta di brodo molto sapido, credo – ma il cameriere parla sempre più velocemente – che si tratti di una sorta di raviolo tipico cinese servito in brodo ma al contrario, il brodo è il ripieno di questo raviolo molecolare.

Dopo una capasanta quelchel’è… Buona ma dopo il raviolo, mi sembra quasi scontata… Arriva un altro piattino che ci ha colpito molto, il “tomato”, un trittico formato da un pomodorino, una specie di oliva… È un enigmatico marshmallow.
Il pomodorino ci spiegano viene lasciamo 45 minuti in immersione nel pat chun, una specie di aceto zuccherato, ci consigliano di mangiarlo con le mani perché è molto “juicy” e sicuramente con le bacchette lo avrei pataccato sulla camicia…
Il pomodorino è incredibile, da spugna ha assorbito il condimento e lo restituisce quasi come la sfera molecolare di prima. Assaggiamo poi l’oliva fermentata che viene fritta e servita con una misteriosa tapenade, e infine assaggiamo questo curioso marshmallow che racchiude un liquido verde, sembra basilico, il gusto nel complesso ci è familiare, sembra quasi un piatto di casa nostra, se non fosse per le diverse ed inaspettate consistenze.

È il momento dei piatti principali, Manuela ha scelto un pollo long jiang con riso (Acquerello per la cronaca) ed io i gamberi rossi.
Nel complesso ottimi piatti, ma abituati ai fuochi artificiali iniziali siamo rimasti un po’ delusi, però nessuna lamentela.
Proseguiamo con un assaggio di dessert e i petit dim-sum che accompagnano un piccolo the freddo, questi ultimi non ci sono piaciuti particolarmente, un mix dolce, salato e umame che non ha brillato per i nostri gusti.
Due parole con lo chef Alvin Leung e via prima di congelare.
La serata è stata sicuramente da ricordare con piatti e sapori sicuramente inusuali ma allo stesso modo familiari, la cucina cinese estrema si è rivelata una divertente sopresa.
Ora a dormire… Che domani si va da Nobu…
Sei brutta e cattiva
Nutro forti sospetti circa la simpatia delle Neo Zelandesi.
Già parlano un inglese tutto loro dove c’è una maiuscola all’inizio del discorso e un punto alla fine, se non capisci quello ci sta in mezzo, fondamentalmente non è un problema che le riguardano.
Se poi ti capita di fare un check in per Hong Kong con una hostess che parla cino-inglese, in un aeroporto in cui è difficilissimo sia entrare che uscire, bhe auguri…
Ecco i fatti: il nostro biglietto elettronico prevede 2 pezzi di bagaglio e testa “free” ossia senza peso….prova tu se ci riesci a farglielo capire, lei voleva farci pagare, tenetevi forte 776 dollari e spicci di “extra charge”. Ok che il dollaro neozelandese è meno pesante del dollaro americano, ma resta comunque una cifra folle. A Perazzo gli si è arrotolata la lingua e a momenti la sbrana (vecchie storie di somiglianze con persone antipatiche) io a momenti svengo. Ma ecco la sua brillante soluzione: tira fuori due borse del tutto simili a quelle della Coop e ci suggerisce di riempire con gli oggetti più pesanti. Bene, e poi? E poi le imbarchiamo insieme alla valige, nella stiva. Bene, te sei matta. A salvare la situazione il manager del customer service, che il destino ha voluto che passasse di lì, legge i nostri documenti, problema risolto, bagagli imbarcati, Perazzo e io ci prostriamo davanti a lui come due gheishe riconoscenti.
Ultima domanda: si, possono avere i posti dalle uscite di sicurezza? Certo che sì, basta chiedere…e pagare 100 dollari americani. Bene, ti ho già detto che sei tutta matta? Lasciamo stare.
Lei si vendica mettendoci praticamente sulla coda dell’aereo, fila 65, ma con, cavolo che ci hai spillato quasi 800 dollari. Strega!
A seguire, controllo passaporto, controllo dogana, controllo metal detector, ispezione nella borsa… mamma mia che stress, ma alla fine l’abbiamo spuntata noi. Tiè!
Prossima fermata Hong Kong.
Facciamolo Mahu
Noi avevamo semplificato il tutto definendolo “o femminiello”…però era uno solo… Manuel. Poi si è aggiunto Danitha, poi un altro, Maheta, mi pare, e poi arriva Angelo…
Ma quanti sono?
O la Polinesia è il paradiso dell’omosessualità, oppure veramente non si spiega l’altissima concentrazione di queste figure gentili e servizievoli che abbiamo trovato nei vari hotel che abbiamo visitato. Sono assolutamente a cavallo fra il maschile e il femminile, non si possono definire donne in quanto i tratti sono palesemente maschili, non si possono definire uomini perché i modi di fare e il tono della voce sono femminili (a dire il vero, io compresa, pagherei per avere un decimo della loro grazia).
Anche il loro modo di vestire è “ibrido”: non è sfacciatamente iperfemminile come nella transessualità ma neppure costretto in abiti maschili. Quelli che abbiamo incontrato noi, indossavano un lungo pareo legato sui fianchi nei toni del beige e una camicia in fantasie floreali dove l’unico dettaglio femminile erano le maniche a sbuffo. Un fiore fra i capelli, chi li aveva acconciati in maniera femminile e chi impomatati di gel, qualcuno indossava collane di perle tahitiane per coprire il pomo d’Adamo, alcuni avevano pure un filo di trucco, altri la barba fatta di fresco. Insomma un caleidoscopico mix fra maschile e femminile.
Parlandone con un altro turista incuriosito come noi da questo strano mondo, ci viene svelato l’arcano e cioè che è nella tradizione Polinesiana allevare un figlio, normalmente il quinto o il settimo (ma non esiste una regola fissa), come se fosse una figlia era la prassi. Indosserà abiti femminili sin da piccolo e gli verrà insegnato ad accudire la casa e i bambini. Non sarà più un uomo o una donna, sarà un Mahu. Tre le ipotesi spiegare questo fenomeno: la prima è che lo facevano per preservare qualche maschio, visto le ingenti perdite nella lotta fra clan, la seconda ipotesi è che tutto sommato faceva comodo avere un aiuto domestico, la terza è che era un modo sicuro di controllare le nascite.
Una volta adulti venivano assunti nelle case dei nobili (Arii) come maggiordomi e vivevano un’esistenza più che decorosa.
A rovinare il tutto come sempre ci abbiamo pensato noi occidentali, e quando soldati e marinai sono giunti in Polinesia, il Mahu, cominciando a prostituirsi si è trasformato in Rae Rae, molto più sfacciato e femminile. E il resto è storia dei nostri giorni.
Quindi non è che in Polinesia ci siano più omosessuali che altrove, la differenza sta nel fatto che qui, per tradizione culturale non si nascondono, ma anzi vivono un’esistenza perfettamente integrata nel tessuto sociale. I Mahu vengono assunti nelle strutture turistiche perché gentili ed educati. Quindi se vi capiterà di andare in Polinesia e incontrerete un Mahu non ridacchiate alle sue spalle e non guardatelo con eccessiva curiosità, urtereste solo la sua sensibilità, come per qualsiasi essere umano.
Cose da fare a Le Taha’a
In ordine sparso:
Fare il pranzo di Natale con pesce crudo, cocco, ananas sorseggiando un cocktail
Dormire con tutte le tende aperte per essere i primi a vedere sorgere il sole
Fare il bagno dal proprio pontiletto MENTRE sorge il sole
Dimenticarsi l’esistenza del phon asciugacapelli
Dimenticarsi che esiste uno strumento che si chiama orologio
Dimenticarsi parole come: E-mail, Sms, Facebook, cellulare
Passeggiare senza meta mano nella mano
Giocare con i granchi
Scottarsi con il sole
Raccogliere conchiglie
Vedere arrivare la “bassissima marea”
Mettersi un fiore appena colto fra i capelli
Commuoversi davanti a un tramonto
Essere i soli due italiani in tutta l’isola
Parlare inglese, francese e polinesiano
Guardare arrivare un acquazzone tropicale
Fare il bagno DURANTE l’acquazzone tropicale
Eccitarsi come bambini vedendo una famiglia di mante passare a un metro da te
Bersi una birra al bancone del bar della piscina con il sedere a mollo
Bensi una birra nel patio del bungalow ridendo come scemi
Bersi una birra nel patio del bungalow sotto il diluvio ridendo come scemi
Fare snorkeling in un metro d’acqua
Fare snorkeling in un metro d’acqua con i pesci che ti circondano perché hai del pane per loro
Fare snorkeling in un metro d’acqua assediati dai pesci che ti mordicchiano le mani dove tieni il pane
Scattare mille foto sapendo benissimo che 950 verranno cancellate
Ordinare da mangiare senza sapere con precisione cosa stai ordinando
Fare commenti sugli altri ospiti dell’hotel e ridere a crepapelle tanto loro non capiscono l’italiano
Cercare una fantomatica foresta di mangrovie, non trovarla e farsi divorare dai mosquitos
Ridere ridere ridere
Abbracciarsi abbracciarsi abbracciarsi
Essere felici felici felici
Tahiti e Raiatea
Ancora con gli occhi pieni e il cuore gonfio delle meraviglie dell’Isola di Pasqua ( andateci andateci andateci), ci prepariamo a vivere la parte relax del nostro viaggio. All’aeroporto di Hanga Roa conosciamo Andrea un ragazzo di Ancona che viaggia da solo e fa un giro simile al nostro, lo incontreremo probabilmente di nuovo sul volo per Aukland. Vi faremo sapere.
Il viaggio per Raiatea si divide in due tranches: Hanga Roa- Papeete, Papeete-Raiatea. Sulla prima parte niente da raccontare, ma sulla seconda…dai su, cominciamo.
Dentro all’aeroporto incrociamo il secondo ubriaco tirato giù di peso dall’aereo del nostro viaggio, però stavolta è poco di più che una bambina, shorts fucsia e top giallo, due codini con elastici colorati e un faccino che stride miseramente con il suo stato di pesante ubriachezza. A un certo punto crolla sui divanetti nella sala d’aspetto del gate per gli imbarchi, scomposta e sgangherata come una bambola di pezza, quando la hostess la va a svegliare, dopo aver chiamato più volte il suo nome al microfono, la accompagna sull’aereo e tempo un minuto, le vediamo tornare indietro…niente aereo per lei oggi.
Partiamo da Papeete con quella che è a tutti gli effetti una corriera con le ali, sotto una tempesta di pioggia, vento, fulmini e saette, ci sono alternative? No. Appunto, saliamo.
All’orizzonte si vede che il cielo si sta rasserenando (ma poco), il tempo di prendere quota e dobbiamo fare la prima fermata: Moorea. Noi scendiamo alla prossima. L’aeroporto di Raiatea è da morire dal ridere, praticamente una striscia di terra disboscata e un garage a uso arrivi e partenze. Ma è il ritiro bagagli la vera perla: una saracinesca si alza e su un trespolo uguale a quello che nei supermercati si usa per mettere le cassette di frutta e verdura, in tempo reale, un omino prende le valige dalla stiva dell’aereo e le ce le appoggia sopra, tu prendi le tue e te ne vai.
Dopo un’ora di corriera con le ali, ci tocca mezz’ora di motoscafo, ma qui la musica comincia a cambiare: poltroncine in pelle bianca imbottite, equipaggio in divisa linda e lustra… mmmmhhhh, interessante…
A farla breve: arriviamo in Paradiso, e qui mica ti danno una collana, no no, cari miei, qui siamo passati diretti all’upgrade, una corona di fiori e foglie. Mi piace e mi adeguo. Ci viene offerta una bibita rinfrescante (sempre meglio) e una salvietta fresca imbevuta di una soluzione con un profumo paradisiaco (sempre sempre meglio). Incaricato della nostra accoglienza è Manuel detto da noi “o femminiello” inutile che vi spieghi il perché… vi do un indizio: un fiore nei capelli e un parlare tutto mellifluo e smielato (scopriremo poi però, che qui tutti parlano così… Sembrano rincretiniti, ma è bello) e la manina sempre a mezz’aria. Comunque è adorabile. Ci incamminiamo sul pontile da cui si diramano gli ingressi ai bungalow, il nostro è l’ultimo in fondo, davanti a noi solo il mare. Un posto fantastico, non si può aggiungere altro. Il nostro pontiletto privato per fare il bagno, il nostro patio privato per stare soli al fresco, il nostro solarium privato per prendere il sole come ci pare, e poi la perla: un oblò ai piedi del letto con un vetro apribile da cui possiamo guardare il fondale marino senza scomodarci, ovviamente privato pure questo.
Siamo ufficialmente insigniti della carica di Honey Mooners, a suggellare la cosa troviamo in camera un cestello di ghiaccio con champagne e cioccolatini, fuori si scatena un acquazzone pazzesco, noi ce lo godiamo dalla nostra finestra con vista sulla baia.
Benvenuti in Polinesia.
Maururu
(che vuol dire grazie in polinesiano, e per dirlo alla loro maniera, bisogna pronunciarlo con la stessa inflessione con cui Tosca Daquino ne “il ciclone” nella scena del ristorante dice “piripiiiii” – ecco bravi, avete capito, ora mettete pure giù la manina).
Rapanui
Tre chilometri e ottocento metri, poi basta che il pilota vada lungo, ti ritrovi in mare e hai percorso l’isola in tutta la sua larghezza. Una pista, due aerei al giorno, un rullo per il ritiro bagagli, nessun controllo passaporto, nessuna dogana, niente di niente.
Ci viene incontro una elegante signora che ci porge due collane di fiori come benvenuto, è Marite, la nostra guida privata che ci porterà in giro per l’Isola e c’è ne svelerà i suoi segreti.
Marite guida un fuoristrada in maniera agghiacciante, parla, si distrae, saluta dal finestrino e manda baci a tutti, ci racconterà poi che è dal 1976 che vive sull’isola e che conosce praticamente tutti i suoi cinquemila abitanti, accende la radio e canta, ha un’eleganza nei modi che le perdoni tutto, anche il fatto che a momenti per salutare un passante, perde il controllo del veicolo e prende in pieno un marciapiede. Noi moriamo dallo spavento, lei se la ride.
Molliamo letteralmente al volo i bagagli in hotel e partiamo alla scoperta della cava dove venivano tagliate le pietre per scolpire i Maoi. La cava chiude alle 18, che a dirla tutta sono passate da un pezzo, lei dice che se è destino che noi vediamo i Maoi oggi, la cava Rano Raraku sarà ancora aperta. Fatto sta che è aperta. E Marite ci comincia a parlare di karma, e noi cominciamo a crederle….
La magia di quest’isola è anche questa: il tempo si ferma, e nel suo silenzio, nella grandiosità del Pacifico e delle sue onde, nella bellezza delle sue forme scolpite nella roccia lavica, nelle mandrie di cavalli lasciati allo stato libero, nei declivi dolci delle colline verdi, l’aria calda ma pulita, tutto il nostro essere sembra rigenerarsi. Un posto che invoca il silenzio, un posto veramente magico.
Come un’incantatrice di serpenti, Marite irretisce il guardiano del sito archeologico, mentre a noi spiega il giro che dobbiamo fare, cosa guardare e come, il resto della storia ce lo racconterà dopo in macchina. Ok. Adesso, come posso raccontarvi in maniera plausibile la sensazione che abbiamo provato davanti a queste statue in pietra che fino a due secondi prima avevamo visto solo nei documentari? Esatto non ci sono parole, fascinazione, paura e mistero, un brivido mentre scatti la prima foto, perché ti sembra quasi impossibile che tu sia li, è tutto troppo bello.
Risaliamo in macchina un paio di curve sgangherate e finalmente ci siamo, stiamo per entrare nel sito più conosciuto dell’Isola di Pasqua, le sue statue Moai hanno fatto il giro del mondo in lungo e in largo, e ora loro sono li, vista l’ora tarda, solo per noi. Benvenuti a Ahu Tongariki con i suoi 15 giganteschi Moai. A me viene il nodo in gola e mi sento le gambe molli, Luca ha gli occhi sgranati e continua a scattare foto, Marite ci racconta tutta lo loro storia (ve la risparmio, nel caso, c’è internet) ed è proprio in questo posto che ti viene in mente la parola: esoterico. Siamo nel 2012 ma in questo sito il tempo ha perso ogni sua valenza, potremmo essere in un anno qualsiasi, il panorama sarebbe identico così come le sensazioni che scatena.
A malincuore torniamo in hotel, la cena ci attende. A dire il vero siamo in netto ritardo sull’orario – ritmi polinesiani – ammicca Marite, e non sembra affatto preoccupata. Ha ragione lei, anche questa volta… diavolo di karma positivo.
A preoccupare me, invece, è un gigantesco insetto che a mia insaputa mi passeggia fra i capelli e quando decise di librarsi in volo, il suo “bzzzzzz” mi fa fare un salto sulla sedia, faccio quasi cadere per terra tutto quello che era sul tavolo, la cameriera mi dice che non è pericoloso, e chissenefrega, è nero, peloso, ha le ali è grosso e soggiornava nei miei capelli, direi che può bastare. In camera mi avvolgo nella zanzariera: meglio essere prudenti.
La mattina del 24 Marite ci viene a prendere puntuale: è tutta in fibrillazione perché è la Vigilia di Natale, ci parla di sua figlia e sua nipote, con la scusa che dobbiamo bere molto ci porta nel supermarket più antico dell’isola, (in verità doveva prenotate le fragole per la cena della vigilia… furbona di una Marite). Finita la spesa ci catapulta nella storia di Rapa Nui: la leggenda dell’Uomo Uccello e tutti i suoi luoghi: la grotta Ana Kai Tangata, il Villaggio di Orongo e il cratere del vulcano Rano Kau con un diametro di 1.6 kilometri, ora è un lago di acqua dolce ed è veramente impressionante. Così come è impressionante la scogliera dove si svolgeva la competizione fra i temerari che ambivano al potere sull’isola, una parete verticale frastagliatissima che scendevano a rotta di collo, poi dovevano nuotare per circa un chilometro nell’Oceano, ovviamente feriti (perchè feriti? ma l’avete vista la parete da cui sono scesi?) quindi perdevano sangue e quindi circondati dagli squali. Arrivati finalmente sullo scoglio dove si trovava il nido, il primo arrivato prendeva l’uovo e si rifaceva tutta la tiritera a ritroso: Oceano, squali, scogliera (stavolta in salita). Il primo arrivato dava diritto alla sua famiglia di governare sull’isola per un intero anno. Trascorso l’anno, altro giro altra corsa, con buona pace del povero uccello che gli rubavano tutte le uova. La giornata trascorre fra siti archeologici pazzeschi e piattaforme cerimoniali di varie epoche, il tutto spiegato in una lingua tutta speciale: l’itafragnolo, un mix perfetto di italiano, francese, spagnolo.
Proprio nel posteggio di uno di questi siti scopriamo di avere bucato, Marite non fa una piega: molla macchina e chiavi ad altre due guide e ci accompagna nella nostra visita. Quando torniamo scopriamo che la macchina è fuori uso, non solo ha bucato ma ha piegato pure un fantomatico braccetto (vuoi vedere che il marciapiede di ieri…), calma e ritmi polinesiani, saliamo su un altro pulmino di turisti e arriviamo dritti dritti al luogo del pranzo. Grande Marite, che non si scompone davanti a niente.
La giornata purtroppo (ma purtroppo veramente) volge al termine, giusto, il tempo di una sosta su una spiaggia di sabbia bianca per bere insieme una bibita fresca e conoscersi un po’ meglio. E poi il gran finale: visita a Ahu Akivi, sito archeologico ubicato nel centro dell’isola, luogo circondato di leggende relative ai suoi sette Moai (storie di occhi veri e finti).
Baci e abbracci, lasciamo Marite ai suoi festeggiamenti natalizi, noi con le nostre collanine di conchiglie al collo, partiamo alla volta dell’aeroporto, cenone della vigilia a bordo. Quando atterriamo a Thaiti è ancora la vigilia di Natale, magie del fuso orario.







