Siate sorridenti
Vi renderà simpatici
Siate simpatici
Vi renderà amabili
Siate amabili
Vi renderà sereni
Siate sereni
Vi renderà gentili
Siate gentili
Vi renderà generosi
Siate generosi
Vi renderà altruisti
Siate altruisti
Vi farà sentire bene
Stare bene
Vi metterà in pace con voi stessi
Essere in pace con voi stessi
Vi renderà sorridenti
….e qui ricomincia il giro…
Magda, hai voluto la bicicletta? Mo’ pedala…
Devo fare una doverosa premessa: devo scrivere questo post da in piedi.
Perché vi domanderete voi.
Provate voi a fare 20 chilometri di pista ciclabile in mezzo ai boschi, dopo esattamente 26 (leggi: VENTISEI) anni che non salite su una mountain bike e poi ne riparliamo. Sicuramente in piedi appoggiati al bancone di un bar…
Il trip furiano pro-bike è cominciato il suo primo giorno di ferie quando, sbattendo gli occhioni, mi ha chiesto se lo accompagnavo in macchina da un rivenditore di mountain bike, perché voleva dare un’occhiata, per farsi un’idea, e solo se ne trovava una perfetta che faceva al caso suo, la avrebbe comprata.
Mi sarei dovuta insospettire quando l’ho visto vestirsi: Luca si mette la polo con il colletto in piedi anche per tagliare il prato, invece quel giorno si è presentato con t-shirt da lavori pesanti, pantaloncino da sport, scarpa da ginnastica al posto delle infradito di ordinanza da aprile a settembre. In poche parole lui sapeva che sarebbe tornato a casa con una mountain bike nuova fiammante sotto il sederino.
Un piccolo inciso: l’autostrada quella mattina era piacevolmente deserta andando verso Sestri Levante dal casello di Lavagna. Un relax…nemmeno una macchina, e io che dicevo a Luca “ma che poco traffico che c’è, si vede che i vacanzieri sono tutti già arrivati a destinazione”…io non potevo immaginare che due gallerie dietro un’auto andava in fiamme e l’autostrada era stata chiusa. Mi spiace per i proprietari dell’auto e per quanti ne hanno avuto un qualche disagio, ma noi abbiamo viaggiato da dio.
Ovviamente la bici dei suoi sogni c’era, ovviamente l’abbiamo comprata e Luca felice come un bambino è partito pedalando di gran carriera alla volta di casa, e da quel momento non ha più smesso. Peggio di Forrest Gump quando ha cominciato a correre.
La mountain bike che aveva prima di questa (quella in teoria destinata a me) giaceva sgonfia e acciaccata nel capanno degli attrezzi, e io dormivo sonni tranquilli.
Fino a ieri.
Il punto è che ti mandano sempre dei segnali. Sabato guardava dei video su You tube, mica dei video porno (magari), piuttosto dei video su come risincronizzare il cambio di una bici ferma da tempo, tutto spiegato per filo e per segno. Inoltre, ieri mattina, alla Coop nel carrello della spesa ha buttato furtivamente una bomboletta di lubrificante spray per catene e ingranaggi…avrei dovuto capirlo, in modo da non essere colta di sorpresa quando dopo pranzo mi ha proposto a bruciapelo “andiamo a sistemare la TUA bici?” Io NON HO bici.
Errore: da quel preciso istante ce l’ho.
Avevo ancora una speranza: le ruote sgonfie, magari per colpa dell’usura del tempo, erano danneggiate e quindi irrecuperabili…macchè, maledette, è bastato dare due vigorosi colpetti alla pompetta e via, ringalluzzite come non mai…ma magari il cambio è ballerino e quindi pericoloso…niente da fare…Luca sa fare tutto, ora so che sa anche aggiustare i cambi Shimano a tremila rapporti, che io non so fare funzionare, come scopriremo fra poco.
Con un sorriso grandioso mi guarda e mi dice “allora, andiamo?” In quel preciso istante capisco che non ho scampo, giusto il tempo di un paio di scene isteriche perché lui non vuole abbassarmi il sellino e io non salgo su una bici se non tocco in terra almeno con la punta delle dita, poi finalmente, davanti alla minaccia di un ammutinamento, si arrende e abbassa la mia sella.
Possiamo partire, e che il Signore mi assista.
Le prime pedalate mi servono per capire come funziona il cambio e comunque me lo dimenticherò subito dopo ogni volta. È inutile, ci sono cose che il cervello di una donna non memorizza affatto, e il funzionamento di un cambio Shimano è una di queste, a seguire la regola del fuorigioco a calcio e poi il concetto di “tutto sotto” quando ti danno le indicazioni per aiutarti a posteggiare la macchina.
Il secondo chilometro lo passo a cercare di darmi una spiegazione plausibile circa il fatto del perché io sia appollaiata su un sellino scomodissimo, aggrappata a un manubrio snodatissimo, in una posizione scomodissima, proprio il giorno in cui dovrei pensare solo a riposare le mie stanche membra.
I chilometri a seguire sono un misto di sentimenti contrastanti: una parte di me si sta divertendo (escludendo la parte che poggia sul sellino, lì è tutto “pessimo e fastidio”), un’altra è piena d’amore persa nella contemplazione di quel gigante che pedala davanti a me, felice come un bambino, solo perché stiamo facendo un giro in bici insieme, un’altra ancora è cieca di rabbia per la fatica che sta facendo e quel gigante che pedala davanti a lei vorrebbe buttarlo nel fiume, lui e le bici.
E poi c’è la parte prevalente: quella che pedala, pedala, pedala, cercando di non cadere fra i rovi prima, nel fiume durante, sotto una macchina poi, quella che cercando di affrontare una salitina, nel tentativo di cambiare rapporto fa saltare la catena e non sa che pesci prendere, quella che quando Luca con gli occhi pieni di stelline della felicità le dice “andiamo fino a San Martino del Vento, la salita è un PO’ dura ma il panorama è fantastico” invece di dirgli “vai vai, che io ti aspetto a valle” si fa la salita spingendo la sua bici giacchè le le gambe non ne vogliono più sapere di pedalare, ma lui ha un sorriso troppo grande per mandarlo al diavolo e questa dannata mountain bike la spingeresti anche in cima all’Everest pur di tenere acceso quel sorriso.
Abbiamo pedalato per un totale di venti chilometri (lo so sono pochi, ma io vi ripeto che erano centomila anni che non salivo su una mountain bike) su una pista ciclabile dove in alcuni tratti era interdetto il passaggio alle biciclette (!), dove per proseguire il percorso, bisognava percorrere alcuni tratti in contromano rispetto alla circolazione stradale, dove ad un certo punto devi tagliare in pieno un incrocio e speriamo che la morte cicchetta non abbassi lo sguardo proprio in quel momento, altrimenti: “addio mondo”. Alcuni chilometri di sterrato, altri invece lastricati di ghiaietta che a ogni singola pietruzza non vi ripeto gli anatemi che ho lanciato, altri tratti erano belli lisci d’asfalto, che lo so che non è poetico, ma è un toccasana per sederini poco allenati.
A casa ho fatto il computo dei danni, praticamente una strage:
-ciocche nelle dita delle mani non abituate a tenere stretto un manubrio
-sedere in fiamme (e non solo lui…)
-schiena a pezzi che ci vorranno anni prima che torni a posto
-collo bloccato che ogni volta che provavo a girare la testa era una sinfonia di scricchiolii
-braccia indolenzite
-gambe in fiamme
-lividi dappertutto
Un grande applauso a Luca che ha ignorato tutti i miei numerosi mugugni, disinnescando così ogni possibile nascente discussione e garantendoci una domenica divertente, perché io lo so che quando sono in difficoltà divento insopportabile.
Una standing ovation a me che ho vinto la mia pigrizia e ho portato a casa il risultato.
Lo rifaremo, lo so, anche perché Luca mi ha comprato il caschetto, i guanti e i pantaloncini imbottiti: ha anticipato ogni mio possibile tentativo di sabotaggio. Mi ha fregato.
Non ho scampo.
Tanti auguri Magda!
“Din Doooon” suona il campanello – chi sarà?- mi domando fra me e me, la risposta arriva rapida “siamo i tuoi 41 anni, aprici spontaneamente, altrimenti sfondiamo la porta e non avrai scampo”.
Non mi piace avere 41 anni, primo perché non mi piace l’aspetto estetico del numero in sé, avendo io da sempre una naturale propensione per i numeri pari, a parte il 7 che è il mio numero fortunato, che è dispari, ma è un numero primo, e quindi ha una sua unicità, e quindi va bene.
Arrivano, meschini, dopo i 40, soglia catartica dove tutti si aspettano la svolta, consapevolezze nuove e il raggiungimento di chissà quali obiettivi, destinati a rimanere per sempre soffocati nel cono d’ombra di questo gigante anagrafico che sarebbero poi gli “anta”, gli “antuno” non se li fila nessuno.
E poi, il vero guaio, è che io non me li sento per niente.
Io mi percepisco come se ne avessi trenta-qualcosa, ma roba di poco conto, tutto il tempo a mia disposizione, energie al top, pagine e pagine di vita ancora da scrivere, praticamente una pischelletta. E invece….
E invece, dopo il terribile colpo nell’ala infertomi dai 40, i 41 sono la conferma dell’inarrestabile processo di declino ormai innescato.
A 39 anni e 364 giorni 23 ore e 59 secondi, ci vedevo benissimo, allo scoccare della mezzanotte fra il 15 e il 16 agosto 2012, mi si sono annullate di colpo una manciata di diottrie, e credo di poter affermare che un’altra manciata si è polverizzata ieri sera, sempre a mezzanotte, mentre facevo il primo di una lunga serie di brindisi.
Morale: il libro, il giornale, l’i-pad, tutto insomma, per essere messo bene a fuoco dalla sottoscritta deve essere costantemente allontanato dal mio naso, la distanza è variabile, dipende dalla grandezza del catattere.
Vogliamo spendere due parole sui tempi di recupero “post-bagordi”?
Fino ai 30 potevo anche tirare dritto senza toccare il letto, potevo tirare l’alba e poi andare diretta la lavoro, giusto una doccia e via: fresca come una rosa. Poi però, il tempo di recupero diventa direttamente proporzionale agli anni che passano, fino ad arrivare al punto tragico che basta slittare di un paio di ore l’orario della nanna, e il giorno dopo ti presenti al mondo come la vittima di un’aggressione a mano armata: occhi rossi, occhiaie nere, colorito livido-quasi-verde, umore nero, mal di testa, mal di schiena, mal di gambe, mal di tutto. Se poi oltre ad andare a letto tardi, ti corichi con un paio di bicchieri in corpo, addio….la gente penserà che sei arrivata alle ultime battute della tua esistenza minata nelle fondamenta da chissà quale malattia dal nome impronunciabile.
Un disastro.
Il metabolismo (bastardo! bastardo! bastardo!) fino a ieri grande alleato, lentamente rallenta, e così mentre prima potevi mangiare qualsiasi cosa e non succedeva niente di niente, ora basta ingurgitare un’oliva e inevitabilmente ti ritrovi con un chilo in più che non se ne andrà mai e poi mai, anzi chiamerà le forze alleate e si moltiplicheranno a dismisura senza che tu te ne accorga fino al giorno in cui, guardandoti allo specchio, l’immagine riflessa non sarà quella del giunco sottile a cui eri assuefatta da anni, ma quella di un carrarmato sovietico.
Avevo due braccia affusolate e sottili, ora mi ritrovo con due braccia che se allungo un manrovescio a qualcuno, lo tramortisco, non ho mai avuto un grammo di pancia: ora ho pancetta, fianchetti, cicce morbide dappertutto, che d’accordo, fanno femmina, ma a me un po’ meno femmina non mi dispiaceva affatto.
Qualche lato positivo c’è, datemi giusto il tempo di farmeli venire in mente e ve li dico. Scherzi a parte, mi piaccio molto di più, sono più sicura di me stessa e alcuni lati del mio caratteraccio, ora che sono stati un po’ limati dal passare degli anni, mi piacciono da morire: sono sincera, paziente e disponibile all’ascolto, e mi piace pure l’ironia con cui affronto situazioni e persone difficili: prima avrei imbarcato acqua da tutte le parti, ora cavalco le onde con più tranquillità.
All’opposto, ho meno filtri, parto diretta come un missile terra-aria quando mi arrabbio e dico quello che penso anche quando magari, uno furbo terrebbe la bocca chiusa. Ma pazienza, nessuno è perfetto.
Ce ne faremo una ragione tutti.
Sono un’ingorda della vita: vorrei averne tanta tanta tanta a disposizione, non rivorrei indietro i miei 20(troppe insicurezze) e nemmeno i 30(troppe aspettative), vorrei piuttosto che il tempo si fermasse qui, in questo tempo, con questo stato d’animo, con questi progetti, con questo presente.
Sarebbe perfetto se per ogni granello di sabbia che cade nella clessidra, un dio magnanimo e simpatico ce ne ributtasse dentro un badile, perché quarant’anni è una bella età, si raccolgono i primi frutti di quanto seminato, senza però perdere l’entusiasmo per scoprire e seminare nuovi terreni. È la consapevolezza del tempo che passa a fare paura, è vedere i nostri genitori diventare vecchi, e i nostri figli diventare grandi, tutto cambia, mentre noi ci sentiamo sempre gli stessi ragazzi di qualche anno fa.
Oggi compio 41 anni: ho il corpo di una femmina, lo sguardo di una donna e lo stato d’animo di una ragazzetta. Non è poi così male.
Ieri al supermercato per passare con il carrello in un corridoio stretto ho detto a un ragazzo forse ventenne “fai attenzione, sposta il piede perché altrimenti rischi che con la ruota del carrello io ti amputi tutte le dita”, il suo amico se ne è uscito con questa frase “io da una donna come lei me le farei amputare”, mi è uscito un gran sorriso mentre gli dicevo “potrei essere vostra madre”. E me ne sono andata, me li sono ritrovati dietro in coda alla cassa:
“Ma perché quanti hanni ha?”
“41 domani”
“Auguri signora, è proprio una bella donna, fortunato suo marito”
E mi ha fatto il baciamano.
Avere 41 anni non è poi così male.
Ecco.
“Cielo! Siamo ricchi….e adesso che si fa?”
L’altra sera, dopo cena, mentre eravamo “abbarbonati” sul tappeto (abbiamo un divano bellissimo e comodissimo, ma il tappeto ha tutto un altro sapore, un richiamo irresistibile), tutti intenti a rosicchiare il nostro ghiacciolo post- cena, Luca se ne salta fuori con una domanda delle sue: cosa faresti se fossimo colti da improvvisa ricchezza?
Incredibile, ma non ho saputo rispondere…
Si fa presto a dire “ricchezza”: quanto ricchi?
Ricchi da poter tranquillamente smettere di contare il denaro, che intanto ce n’è e sempre ce ne sarà, oppure ricchi da poter vivere sereni senza rinunciare a niente ma, tuttavia, senza stravolgere le nostre abitudini, o ancora, ricchi da poter mettere il libretto di lavoro in un blocco di cemento a pronta e poi lanciarlo in mare?
A me piace questa: “ricchi da potersi permettere di rincorrere tutti i nostri sogni, raggiungerli, realizzarli e farne di nuovi”. Così mi piace un sacco. Perché un sogno può essere anche una cosa stupida, che non comporti necessariamente un notevole esborso di denaro, ma che magari necessita di tempo e attenzione, e noi siamo sempre di corsa, e il nostro sogno se ne resta lì , tutto solo, a morire di freddo.
E così dopo alcuni viaggi in scooter Chiavari-Portofino andata e ritorno, passati a riflettere, sono riuscita a formulare un elenchino di cose che mi piacerebbe fare, di cose che mi piacerebbe poter acquistare e di “imprese” che mi piacerebbe portare a termine.
Siccome non siamo alle selezioni di Miss Italia, non troverete cose tipo “portare la pace in tutto l’Universo” e “eliminare la fame nel mondo”, ovviamente cercherei di rendermi utile in qualche modo, ma siccome la beneficenza si fa ma non si dice (è così inelegante e squallido autoincensarsi per aver fatto qualcosa di buono per il prossimo), non lo verreste mai a sapere. E poi questo è un blog semi-serio-quasi-stupido, mentre la beneficenza è una cosa serissima, che merita di essere trattata adeguatamente e nelle sedi appropriate.
Ma bando alle ciance.
Se domani mi sveglio che sono ricca, potrebbe succedere che:
– compriamo tre case: una a New York, una a Londra e una a Parigi, quella a New York la vorrei direttamente su Central Park, quella a Londra a Covent Garden o Chelsea, quella a Parigi, scusatemi se è poco, ma Le Marais potrebbe essere perfetto. Potendo continuare a sognare ingaggerei Philippe Stark per arredarle. Tre case, tre stili diversissimi. E le basi per la nostra vita da giramondo sono gettate.
– girerei in lungo e in largo l’Africa, con un aereo atterriamo a Johannesburg e poi si vedrà.
– in un casale in piena campagna, magari una casa colonica nella Maremma, aprirei un piccolo hotel de charme, dove il tempo non esiste, con un ristorante favoloso, ovviamente stellato, cucchiaiato, forchettato, ma con non più di trenta coperti. Un’oasi di pace e piacere. Per me e i miei ospiti.
– nel casale di cui sopra ci sarebbe spazio per il mio allevamento di Labrador e la regina indiscussa sarebbe Tabata.
– ogni mia casa avrebbe uno studio per me e uno per Luca, nel mio studio con vetrata panoramica scriverei i miei libri. Potrei anche vincere il premio Strega, e anche il premio Bancarella come talentuosa scrittrice emergente.
– potrei finalmente valutare di fare quel viaggio al Polo Nord su una rompighiaccio inseguendo l’aurora boreale (ma anche se non dovessi diventare ricca, prima o poi lo farò)
-sulla via del ritorno dal Polo Nord si potrebbe attraversare il Tibet, prolungando verso la Muraglia Cinese e poi giù giù giù verso l’Australia, e poi già che siamo giù non vuoi vedere anche l’aurora australe?
-tornare a casa e sincerarsi che tutti stiano bene, sistemare due cosine e poi ripartire, attraversare tutti gli oceani, magari in barca a vela. Ovviamente avrei fatto tempestivamente un corso e sarei una navigatrice esperta, ma mi organizzerei anche con un equipaggio di tutto rispetto:sono o non sono milionaria?
– alla faccia di chi dice che è da sfigate arricchite mi regalerei una (ma anche due) Birkin fatta su misura per me (ma anche questo so che prima o poi arriverà. Io so aspettare)
-vizierei tutte le persone a me care.
– il mio shopping sarebbe intercontinentale: a New York le scarpe, a Parigi i vestiti da sera (sono milionaria, nonché scrittrice di successo e moglie di un importante business man: abbiamo una vita mondana vivacissima) a Milano il prêt à porter per tutti i giorni, per i dettagli estrosi si va a Londra.
– ogni due anni dovrei rifare il passaporto perché le pagine per i visti sono sempre troppo poche.
– dovremmo anche trovare il tempo per andare in Giappone e fare quei corsi di Feng Shui , Ikebana e Sushi che ci incuriosiscono tanto, e magari valutare di comprare una casa anche là.
– vogliamo parlare dei libri fotografici che raccontano tutti i nostri viaggi?
E poi, cos’altro?
Beh poi sarebbe fantastico se ci toccassero in dono tutte quelle cose che ,purtroppo, non c’è ricchezza che tenga: una buona stella che brilli felice sulle nostre teste garantendoci salute, amore e armonia, per noi e quelli a cui vogliamo bene. Perché senza queste tre, puoi essere anche il più ricco della Terra ma faresti comunque ben poca strada.
E poi quel guizzo, quel lampo negli occhi che si accende ogni volta che pensiamo di organizzare qualcosa, fosse anche solo una pizza fra amici, e la sua mano da stringere, anche quando saremo vecchi e rimbambiti; io so che sarò una vecchia rimbambita molto estrosa e difficile da gestire, potrei decidere di avere i capelli rossi anche a cent’anni – intendo arrivarci e non scherzo affatto.
Ma per questo non serve essere ricchi, e non è affatto un sogno, ma è realtà. Dateci solo un po’ di tempo, e vi faccio vedere io di che pasta sono fatti Magda e Furio.
“Non aprite a quell’ormone!”
Tutto ha inizio con un brufolo: QUEL brufolo.
Ieri sera sei andata a dormire e non c’era, al mattino appena sveglia, ti guardi allo specchio e eccolo lì, bello rosso, dolorante al tatto, incancellabile, come direbbe la Pausini, piazzato tronfio su una guancia o in zona mento.
È l’inizio della fine, da quel preciso momento noi donne non siamo più responsabili delle nostre azioni, a governarci da adesso in avanti, sono una folla di ormoni impazziti, che a piacimento loro ci fanno schizzare l’umore dalle stelle alle stalle, senza preavviso e senza criterio.
Possiamo diventare delle iene furiose, o dei gattini indifesi e piagnucolosi, il più delle volte tutte e due le cose, un mix di umori altalenanti, polemiche e petulanti, quello che fino a ieri andava bene, ora è uno schifo. Perché? Perché sì. E basta.
Gli uomini non possono capire, possono solo tentare di sopportare e sperare che passi presto, nei casi più disperati, difendersi. Avere in casa una donna in piena Pms, è un po’ come avere in casa Linda Blair quando interpretava Regan MacNeil nel film L’esorcista: c’è da avere paura. Già, perché litigare con una donna in questo periodo del mese, può scatenare in lei forze oscure e malefiche di cui nemmeno lei conosce l’esistenza, può dirvi le peggio cose; da quella boccuccia che fino a ieri dispensava baci e parole d’amore, ora possono uscire nefandezze di ogni genere e tipo, roba da far impallidire anche il più rude scaricatore di porto.
Poi, proprio come nel film, Linda Blair ruotava la testa di 360 gradi e lanciava fontane di vomito verde, la nostra posseduta dall’ormone, dopo aver vomitato sul proprio compagno un fiume di insulti, al minimo accenno da parte sua di tentare di difendersi, ecco che parte con il pianto a dirotto, la valle di lacrime, la disperazione che culmina con un delirio tipo “tunonmiaminonmihaimaicapitosonocosìtristeeeee”. Follia, ma ci vuole pazienza, passerà, passa tutti i mesi, passerà anche questa volta.
In quei giorni diventiamo capaci di tutto anche dal punto di vista alimentare: dolce e salato insieme senza neanche un sorso d’acqua in mezzo, sacchetti di patatine formato famiglia sbranate in pochi minuti, vasi di Nutella da chilo aggrediti a colpi di cucchiaio, bistecche di brontosauro divorate senza pietà, che se fossimo nella Savana pure i leoni avrebbero paura di avvicinarsi, per non parlare della caccia al carboidrato, l’unico temporaneo antidoto agli sbalzi di umore. Una faticaccia infinita.
Ho visto uomini che dopo essersi documentati su come arginare il problema, e trovata nel magnesio la possibile cura, hanno cercato di somministrarne di nascosto alle loro mogli (pare -PARE- faccia miracoli), peccato per alcuni che, colti sul fatto dalla propria compagna, non li hanno più trovati, altri sono diventati gay stanchi di sopportare le periodiche angherie.
Luca ha trovato un rimedio tutto suo. Al minimo accenno da parte mia di un possibile delirio, mi ignora, smette di parlarmi, mi abbandona alla mia temporanea follia fatta di rabbia cieca e sorda che non trova sfogo. Così mi ritrovo a vagare per casa rimuginando su pensieri assurdi, con lo sguardo torvo, e lui se ne va a dormire come se niente fosse. Devo ammetterlo, quando fa così lo odio con tutte le mie forze, però funziona, perché non trovando il modo di innescare la miccia, devo farmela passare, non ci sono altre soluzioni.
Una mia amica è ancora più strana, lei infatti comincia a filosofeggiare sulla vita, per arrivare alla conclusione che tanto è tutto inutile, che siamo di passaggio su questa Terra e che nessuno è eterno, che moriremo tutti e inevitabilmente davanti a un pensiero così catastrofico le parte una crisi di pianto torrenziale. La troveremo una settimana dopo, solare e positiva come se niente fosse. Questo TUTTI i mesi di tutti gli anni, fino a quando non arriverà la menopausa a liberarci tutte (anche se ho come idea che nemmeno quello è un periodo granché tranquillo, ricordo come fosse ieri inverni gelidi con le finestre spalancate perché mia mamma aveva le caldane: lei in maniche corte e noi con la broncopolmonite).
Ci vuole pazienza, ci hanno disegnato così e non possiamo farci niente, lasciateci sbollentare per bene nel nostro brodo, e come si fa con i matti (mi rendo conto che il paragone non è fra i più felici) lasciateci sbattere la testa nei nostri muri virtuali finché non torniamo savie spontaneamente.
Si tratta di avere giusto un poco di pazienza e poi quei gatti rognosi che vi soffiano contro mostrando unghie e denti, torneranno a essere mici affettuosi che fanno le fusa. Tenete duro, ce la potete fare.
The color run: Una giornata tutta colorata
Ci siamo! Oggi è il gran giorno: 27 luglio.
Alcuni diranno “echissenefrega” altri invece diranno “dai dai racconta come è andata”.
Ormai lo sapete tutti, per scelta di vita, ignorerò i partecipanti alla prima categoria, quindi escluderò: i tristi, i noiosi, quelli che se la tirano, quelli che se la portano menata da casa, quelli con il bacchetto infilato nel sedere e gli invidiosi. Praticamente rimaniamo in quattro gatti, ma siamo i migliori.
Finita la premessa, andiamo al racconto di una giornata MERAVIGLIOSA, infatti vi pare possibile che noi ci accontentassimo di partecipare a una corsa e basta? Nooooo!
Noi ci siamo fatti PRIMA una splendida giornata di mare e sole in uno dei mille e bellissimi stabilimenti balneari di Marina di Pietrasanta, con tanto di pranzetto dei campioni: insalatina di polpo pomodorini e olive, spaghetti ai frutti di mare e sorbetto al mandarino, il tutto annaffiato da una birra media gelata. Poi un bel bagnetto in mare, anche se per arrivare a non toccare abbiamo dovuto camminare millemila metri verso il largo. Dopo il bagno, una bella siesta, e poi alle 16 è cominciata la vestizione, con la maglietta e il pettorale che siamo andati a ritirare preventivamente al mattino dopo una lunga passeggiata sulla battigia.
Dopo avere ritirato il kit della gara, noncurante della temperatura africana, mi sono vista costretta a fare un po’ di shopping: tutù multicolore, braccialetti, occhiali da sole a tema, polsino porta telefono, maglietta ricordo: totale 88 euro. Mi do sempre delle grandissime soddisfazioni.
Si parte.
Lungo la strada che porta al The run color village, incrociamo altre magliette “The run color” ma queste sono tutte colorate, ci sono i gialli, gli arancione, i fucsia e i viola, scopriremo dopo che loro sono gli “sparacolore” ossia le persone armate di bottiglie piene di polvere colorata che ci spruzzeranno addosso al nostro passaggio.
Man mano che ci avviciniamo le t-shirt candide aumentano, siamo veramente in tanti, alcuni indossano parrucche colorate, altri sono organizzati in gruppi, memorabili i “The pussy doctors” (ginecologi?).
C’è musica, tanta musica, tantissimi sorrisi, molta voglia di fare festa che contagia tutti, ci sono un sacco di famiglie con bambini (ma quanto corrono i bambini?? Vogliamo parlarne?). C’è condivisione, anche perché siamo tutti vestiti nella stessa identica maniera, tutti uguali, dall’avvocato in vacanza nella villa di famiglia, al ragazzo squattrinato in tenda. Bello.
Ore 18: ci avviciniamo allo “start”, un ragazzo ci spiega per bene le regole, che si tratta di una corsa non competitiva, quindi non ci sono né vincitori né vinti, bisogna rispettare tutti, i veloci e i lenti, i grandi e i piccoli, e poi la regola più importante, e anche la più bella: sorridere sorridere sorridere.
A dire la verità siamo un po’ delusi: non ci hanno dato il kit di colori, ma poco prima della partenza c’è una pioggia di buste, giusto per vedere come funzionano. E 3…2…1…Paff! Succede che sono tutta viola, in faccia sulla maglia, persino sulla lingua. Francesca è anche un po’ gialla, Luca idem, Marco pure, scoppiamo a ridere.
Ma non è tempo di perversi in chiacchiere: si parte. Davanti a noi un papà corre tenendo il figlio per mano, una mamma da la carica ad una bimba un po’ pigra, un gruppo di ragazzi inglesi segue tre ragazze con dei ridottissimi shorts verde smeraldo, ma credo che a loro interessi di più il contenuto che non il colore degli shorts…In lontananza si intravede una nube arancione, il primo blocco colore, si sente musica e risate, ok tocca a noi è veniamo risucchiati in un mondo arancione: la gente ai lati della strada ci guarda e sorride, io non riesco a immaginarmi, mi basta vedere Luca, che sembra un mandarino con gli occhiali da sole.
Fa caldo, molto caldo, la cosa più difficile è sopportare la temperatura decisamente alta. Il percorso si snoda, e ora stiamo correndo sulla spiaggia, circondati da un variegato pubblico in costume che scatta foto e batte le mani. Il magnanimo proprietario dello stabilimento balneare che attraversiamo ci invita a bagnarci la testa “o bellini, bagnatevi il capo che altrimenti la corsa la si finisce in ospedale” (il tutto detto con un fantastico accento toscano).
Finalmente un po’ d’ombra, si corre lungo un viale alberato, ed eccolo là: il fucsia. Nel frattempo il nostro gruppo si è diviso, gli uomini allenati sono partiti, io e Francesca, diciamo che ci godiamo un po’ di più il percorso, soffermandoci a scherzare con una bambina prima, e con il fotografo della corsa poi (ex atleta zavorrato di macchine fotografiche, che a un certo punto fa come Beep Beep e sparisce all’orizzonte).
Il moto d’orgoglio scatta quando ci supera una che sembra Barbie Scema: bionda tinta tutta rifatta, con tette enormi e pantaloncini oro, corre sculettando al punto che agli uomini che la guardano viene in automatico il torcicollo. Scatta lo sguardo di intesa fra me e Francesca: dietro a questa mai! E accompagnate da un’immaginaria marcia trionfante la superiamo e ci lanciamo dentro al fucsia. Raggiungiamo l’amico fotografo e lo superiamo, a lei fa male un ‘anca e a me il piede sinistro, sembriamo il gatto e la volpe versione multicolor-sgangherata, ci dicono che siamo oltre la metà del percorso, e giallo sia!
Ora vi do un suggerimento: mai e poi mai entrare in una nube di colore dove vi sparano polvere colorata addosso, con la bocca aperta perché state ridendo. È proprio un’idea stupida. Credo che anche le mie tonsille sono gialle, e poi santo cielo, la squadra gialla è veramente accanita: bastaaa, pietà, fermatevi!
Ormai siamo impastate nel colore: il colore, l’acqua che ci siamo tirate e il sudore hanno creato una patina bellissima a vedersi, ma credo praticamente indelebile. Ci vorranno mesi per tornare normali.
Il viola è l’ultimo ostacolo: il colpo di grazia. Ancora adesso mentre scrivo ho tracce di viola sotto le unghie.
Giusto il tempo di riunirci con i rispettivi mariti, che per ingannare l’attesa forse si sono pure bevuti un caffè, e poi mano nella mano tagliare il traguardo. Sorridenti, felici come bambini, ci battiamo il cinque con altri partecipanti.
Ma ora acqua, acqua, acqua, sete sete sete. Ce l’abbiamo fatta!
Sotto al palco comincia la festa: finalmente ci danno il kit colore per la “color blast”. Cos’è la color blast? Ve lo dico subito.
Musica a tutto volume, conto alla rovescia e allo zero TUTTI TUTTI TUTTI i partecipanti lanciano in aria la loro busta colorata: un’esplosione di colori che a pioggia cade sulle nostre teste. C’è chi si bacia, chi si abbraccia, chi on riesce a smettere di ridere. Non abbiamo nemmeno un centimetro quadrato di pelle che non sia colorato.
Tornando allo stabilimento balneare, un signore incrociandoci ci ha così apostrofati “Maremma colorata”con quella cadenza simpatica che mette in automatico di buon umore.
Tuffo in mare così conciati per togliere la più grossa (scarsissimi risultati) e poi docce bollenti e strofinare. Alla fine….più o meno, sembravano di nuovo persone serie. Cena tutti e quattro insieme a Pietrasanta, e poi a casa.
Un plauso infinito all’ospitalità e gentilezza toscana, tutti sono stati con noi gentili e disponibili, gente allegra che niente ha a che spartire con i musi lunghi che pullulano dalle nostre parti, ergo: organizzare una The color run qui in Riviera è fantasia allo stato puro. Noi dalle nostre parti, il divertimento non lo sappiamo coltivare, anzi ci da pure fastidio.
Eppure, eppure quelle tremila facce colorate che hanno corso per le vie di Marina di Pietrasanta erano proprio belle, eravamo belli: per un pomeriggio siamo tornati tutti bambini.
Un consiglio: partecipate alle prossime edizioni. Quanto a noi, non è detto che non si replichi.
Tutte le info su http://www.thecolorrun.it
Chiedimi se…
Chiedimi se sono felice,
Ma chiedimelo in uno di quei giorni in cui
Niente è andato come avrebbe dovuto.
Chiedimelo al mattino
Appena sveglia
Quando sono scorbutica e intrattabile
Chiedimi se sono felice
In una giornata in cui
Tutto è in salita
Tutto è fatica
Tutto è difficile
Chiedimi se sono felice
Quando sono arrabbiata con te
Quando non ci capiamo
Quando casa diventa troppo piccola
Per contenerci entrambi
Chiedimi se sono felice
Ma non in un giorno di sole
Chiedimelo sotto il diluvio
Quando non sono asciutti nemmeno i pensieri
Chiedimelo quando non è scontato che dica sì
Quando mille parole si possono intromettere
Quando sono di fretta
Quando non ho voglia di parlare
Chiedimi se sono felice
E poi rispondi tu
Perché tu sai la risposta
E nell’oceano di parole
Dentro cui spesso mi immergo
Pescane una e falla tua
Sarà quella giusta, lo so.
Sì.
Magda e Furio e la contaminazione delle parti
Sta accadendo una cosa preoccupante.
In maniera tanto inconsapevole quanto inesorabile, in Luca si è innescato un processo di “manuelizzazione”. Sono spiazzata.
Prima il nostro equilibrio si basava su dicotomie classiche:
– ordine vs disordine
– puntualità vs ritardi cronici
– programmazione vs improvvisazione
– organizzazione vs caos
Tutto procedeva sui binari sereni della normalità, quando improvvisamente, lui comincia a dare segni “da me”. Che so, è convinto di avermi detto una cosa e invece scopriamo dopo un po’ che l’ha solo pensata dentro di sè; io addirittura immagino intere frasi, e poi mi convinco di averle dette, ed è per questo che quando spiego una cosa il più delle volte i più non capiscono un accidente di niente.
Qualche sera fa si è dimenticato una luce accesa: cribbio, quella è la mia specialità, ora arriva lui bel bello e mi copia…ma, ti pare? Abbiamo anche sostituito tutte le lampadine mettendole a led, in modo che il postino non si arroventasse le mani ogniqualvolta ci consegnava la bolletta della luce. Ero bravissima, in ogni stanza che visitavo lasciavo una luce accesa, come le mollichine di Pollicino. Luca poteva ricostruire i miei movimenti facendo la strada a ritroso spegnendo gli interruttori di casa che incontrava via via. Bei tempi, ora le spengo tutte, capita anche che deambuli al buio, così non le accendo e non corro il rischio di dimenticarmele accese, presto mi cadranno i mignoli dei piedi a furia di sbattere dappertutto, ma d’altronde nella vita non si può avere proprio tutto.
Dimenticarmi qualcosa, per me era assolutamente la norma, era divertente uscire di casa, arrivare dallo scooter e dover tornare indietro a prendere le chiavi, e poi il telefono, e poi la giacca, e poi le chiavi del negozio: sono arrivata alla cifra record di quattro andirivieni, sotto lo sguardo di compatimento di mio suocero. Ora accade che se al mattino se non gli faccio l’inventario delle cose che gli servono, lui ne lascia metà a casa: Luca le hai prese le chiavi dell’ufficio? L’orologio? Il cellulare? La testa???
E poi ci sono i neologismi, le parole inventate, gli strafalcioni: pensavo di essere in regime di monopolio, e invece no, ora anche lui ogni tanto dice cose senza senso e io mi faccio certe risate, alla facciazza sua e di quando mi prendeva in giro! Ha scoperto il mio segreto: dire, fare e pensare qualche scemenza rende simpatici, perché ci rende umani…visto il mio talento, io sono umanissima. Qualche giorno fa ha rovesciato sul tavolo quasi metà cena, non ricordo con precisione come è andata, so solo che a un certo punto dal suo piatto è partito un lapillo di cibo: “benvenuto nel meraviglioso mondo di Manuela, dove tutto è possibile, anche quando ti sembra che nulla di strano possa accadere”. Grandi risate e grande soddisfazione da parte mia, che con nonchalance ho commentato così “sometimes happens, don’t worry” , visto io come so essere magnanima?
Così accade che mentre io sto diventando brava in termini di efficienza, organizzazione e puntualità (anche se intendo tenermi ampi spazi di peggioramento), praticamente mentre io sto diventando come lui, lui sta diventando QUASI come me, il quasi me lo tengo stretto perché io ci tengo a essere l’anello sgangherato della catena.
Una sorta di teoria dei vasi comunicanti, una meravigliosa contaminazione che ci porta a migliorare il nostro già buono equilibrio. Io mi impegno a essere un poco più organizzata e efficiente e nello stesso tempo lui capisce che si vive bene anche senza essere costantemente al cento per cento, anzi.
Una volta durante una discussione, ok, una bella litigata, lui mi aveva detto che quando non avevo idea di come comportarmi, dovevo prendere spunto Tabata, il mio cane, che quindi da quel momento in poi è diventata il mio mentore (aveva anche detto Tabata era molto più brillante di me, ma in realtà mi ha fatto un gran complimento perché Tabata l’ho educata io, a ahh – espressione di sbeffeggio). Devo dire che la cosa ha funzionato, funzionato a tal punto che vuoi vedere che anche lui ora viene nel nostro carruggio ?(via, per chi non è della Liguria).
Segnatevi questa perla di saggezza: “quando non sapete cosa fare, cosa dire, come comportarvi, imitate il vostro cane, fate quello che farebbe lui”. Funziona alla grande, fidatevi!
Ma no! Fermi, dove andate? Non è necessario che ora vi mettiate a correre dietro a tutte le palline colorate che vedete in giro, anche se qualche volta buttarvi a pancia per aria e farvi fare i grattini vi renderà istantaneamente e irresistibilmente adorabili, oltre a essere oltremodo godurioso.
Come dite? Volete sapere se l’ho fatto? Non ve lo dirò mai…
Run Magda, run! (Waiting for Color Run)
Sabato 27 giugno, Marina di Pietrasanta, ore 18:30: si terrà la prima Color Run italiana. Cos’è la Color Run? In due parole: una cosa bellissima!
Ora entro nel dettaglio: si tratta di una 5 chilometri non competitiva, a sfondo benefico dove in buona sostanza, a ogni chilometro che fai ti sparano addosso della polvere colorata, quindi, cinque chilometri cinque colori e alla fine, quando tutti hanno tagliato il traguardo, comincia la festa vera e propria, infatti solo in quel momento tutti i partecipanti potranno lanciare il “kit di colore” che alla partenza ti consegnano insieme ad una maglietta candida come la neve, dando così il via ad una vera e propria esplosione di colori. Il tutto a tempo di musica.
Quando Luca me l’ha proposto, ho immediatamente risposto di sì: io ero una di quelle bambine che si spalmava le tempere colorate sulle mani, e che colorava sui muri (all’ennesima sberla, ho deciso di smettere), quindi, potevo io farmi scappare l’occasione di essere autorizzata a sporcarmi di colore dappertutto a quarant’anni suonati? Ma figuriamoci!
Dovrò correre e io odio correre, ma so che ce la farò.
Ho anche cominciato ad allenarmi, e devo ammettere che, nonostante la mia inattività perenne e costante, sì faccio un po’ di Pilates, ma non sono così scorretta, il Pilates non è allenamento è tonificazione (però forse è plausibile: il Pilates ha risvegliato i muscoli dal loro letargo, e quindi loro hanno cominciato a funzionare. Potrebbe essere), mi sono stupita di me stessa.
L’altra sera, al primo allenamento, le gambe andavano bene, al nostro micro gruppo (noi due)si è persino aggregato un tipo che correva tutto solo, che ci ha fatto i complimenti “si vede che siete allenati, correte bene, anche lei (IO!) ha una bella corsa”. Mi sono gasata tantissimo, e a costo di morirci sul lungo Entella, non potevo mollare.
È stato gratificante, e mi è anche piaciuto (mi stupisco di me stessa mentre lo dico) e domani lo farò ancora, e anche nei giorni a venire, in modo da arrivare al 27in grado di recitare per cinque chilometri la parte della runner.
Che a dirla tutta, mi sa che la corsa per i partecipanti alla Color Run sia un pretesto, per la serie “dobbiamo inventarci una scusa per fare festa” e l’hanno trovata, infatti alla corsa, che non essendo competitiva ha già spiegato tutto, sono ammessi tutti dai bimbi (anche piccolissimi con passeggino al seguito) agli anziani, ci si può conciare come si vuole, poi, cito il regolamento “siate gentili con chi è più lento (leggi: io) e divertitevi. Tagliare il traguardo è importante, ma mica perché ti danno una medaglia: solo perché poi si fa festa.
E noi due adoriamo far festa. Abbiamo anche provato a coinvolgere gli amici, ma pare che l’idea di farsi coprire di colori correndo, abbia entusiasmato solo noi due (e qualche altra centinaia di migliaia di persone in giro per il mondo) che, come dice romanticamente il mio maritino “i colori ce li abbiamo dentro” e ci piace da morire metterci alla prova in cose sempre nuove e un po’ folli. Per fare le persone serie abbiamo tutta la vita, io per il momento non ho ancora voglia di indossare i panni della sciura vecchia inside, voglio divertirmi, conoscere gente nuova e fare cose nuove. Voglio avere qualcosa da raccontare ai miei nipoti quando sarò vecchia e rimbambita ma sempre con i capelli rossi.
Quindi, se posso permettermi di darvi un consiglio, provate anche solo a guardare un video di questa manifestazione, inserite su un motore di ricerca, o su YouTube le parole Color Run, vi si spalancherà un mondo di colori, lasciateli entrare, che non succede niente di pericoloso. Credetemi.
Ultima considerazione:se provavano a organizzarla qui in Liguria, o meglio: entro le mura del Tigullio, avrebbero usato solo due colori: il grigio e il nero, ma poi figurati se dalle nostre parti un comune accettava questa manifestazione: mi sembra di sentirli i mugugni “sporcano, fanno rumore, sai che traffico, ecc ecc”; siamo veramente di una tristezza inarrivabile. E allorasapete che c’è: c’è che se il divertimento non viene da noi, noi andiamo da lui. E tanti saluti a tutti.
Magda e Furio e la festa in pareo
Facciamo un accordo.
La prossima volta che Luca mi propone di organizzare una festa, io ve lo comunico e voi mi fate leggere più e più volte questo post, fino a quando non cambio idea.
L’ultima in ordine di tempo l’abbiamo fatta sabato scorso, il 13 luglio, tema della festa “festa in pareo”come suggerisce il tema, unico requisito richiesto per gli invitati era che indossassero un pareo. Idea bellissima, lo ammetto. Idea non mia, ovviamente, giacché io non ho questi guizzi di creatività, io sono il braccio, Luca la mente, ormai lo sanno tutti.
L’organizzazione di una festa a casa nostra sfiora per durata di tempo, una gravidanza canina: circa due mesi dal livello embrionale (cioè quando nella testa di Luca scatta una scintilla) al travaglio con parto a seguire (quando svuotiamo l’ultima lavapiatti delle 1000 che facciamo).
In mezzo c’è:
Decidere quante persone invitare
Decidere chi invitare
Decidere cosa fare da mangiare
Decidere cosa fare da bere
Decidere che musica di sottofondo mettere
Decidere quando farla
Una volta decisa la data e definito quanti e chi siamo, comincia il lavoro vero e proprio. Pianificato il menù, bisogna fare la lista della spesa e il tutto tenendo d’occhio le previsioni meteo che non si sa mai, e cercando di arginare il padrone di casa che ha sempre paura che i nostri amici da noi muoiano di fame e sete.
Quindi l’avventura caraibica della festa in pareo è cominciata venerdì, il programma doveva essere questo:
Sveglia presto e corsetta sul fiume io, lui e Tabata.
Colazione
“Gita” ad Acqui perché quel giorno operano Merirose al ginocchio
Spesa
Spignattare
Nanna
Invece è andata così:
Sveglia presto (confermata)
Tabata si strappa un’ unghia della zampa posteriore sinistra (sangue e drammi)
Veterinario d’urgenza (hanno aperto la clinica apposta per noi: 90 euro)
Corsa a casa, corsa ad Acqui. Intervento perfetto, mamma in botta piena: strafatta, vomito su vomito e deliri vari.
Spesa
Casa – feste Tabata- ferita si riapre- laghi di sangue- veterinario- medicazione-casa.
Vorrei piangere tutte le mie lacrime
Spignattare
Devo convenirne, la preparazione notturna delle cibarie è stata rilassante, quando mai mi ricapita di preparare bignè a mezzanotte (tutto a mano, mica quelli pronti), assaggiando sangría e sbaciucchiandoci come adolescenti davanti ai fornelli? (Sempre con cane al seguito, zoppo ma entusiasta: anche lei ama la sangria).
Il giorno della festa ho: pulito casa, preparato gli ultimi impasti, coadiuvato lo chef, nonché mastro fochista (previsto anche barbecue), sono andata dall’estetista perché avevo le gambe oramai felpate e col cavolo che mi metto in pareo in queste condizioni, medicato Tabata, impiattato millemila finger, cotto focacce e focaccine, tagliato metri di salame, fritto crocchette di baccalà, acceso migliaia di candeline, varie ed eventuali. C’è stato un momento in cui contemporaneamente seguivo la cottura in forno delle focacce al formaggio, cuocevo le crocchette e i paccheri nella friggitrice, preparavo i contorni per i kebab affettando pomodori e cipolle ad una velocità da amputazione dita e svuotato la lavapiatti…ecco in quel momento ho seriamente desiderato di essere in pareo su una spiaggia deserta in compagnia di Mister Mojito, Madame Sangria e Mademoiselle Corona: noi quattro soli, però.
All’ultimo minuto mi sono avvolta in un pareo, raccolta i capelli alla bella e meglio, e via: che la festa abbia inizio.
Il menù tirato giù dal Pera è questo (ditemi voi se è a rischio decesso causa fame):
– focaccia alla genovese (fatta in casa) e salame
-bignè ripieni di crema al salame
-gazpacho
-insalata di polpo
-spuma di mozzarella con pomodorini confit
-focaccia al formaggio (fatta in casa)
– crocchette di baccalà
-paccheri ripieni di crema di speck, impanati e fritti
-una specie di kebab fatto in casa che Luca non so dove ha scovato la ricetta
-asado cotto magistralmente nel barbecue da Luca e Henry
-pasticceria mignon
-28 mojiti
– litri di sangria
Dimenticavo la chicca: con le canne di bambù del giardino, abbiamo costruito tutto l’ambaradan per una vera e propria gara di limbo, ma considerato che eravamo satolli pieni come uova, abbiamo desistito…però noi eravamo pronti anche a quello.
Momento magico della giornata: verso le 18 è arrivato Enzo con una borsa frigo piena di Corona belle fresche, e tracannarmene una con la fettina di lime inclusa, mentre il barbecue cominciava a scoppiettare, è stato veramente meraviglioso.
Momento magico bis: vedere i miei amici che si divertono, perfettamente a loro agio e ridere tutti insieme alla luce di mille candeline.
Note di colore:
Anche Tabata era in pareo, è un cane festaiolo lei.
Se volete un sottofondo musicale non fate toccare a Bulvio l’i-pad altrimenti: addio musica.
Se avete un amico amante della palestra e quindi con muscolatura sviluppata, sarà interessante notare come gli altri normodotati lo guardino con lo stesso sospetto con cui si guarda qualcuno affetto da una malattia misteriosa.
Le donne molto incinte indossano il pareo con stile, meglio però se due, altrimenti il rischio nudità è dietro l’angolo.
Le donne molto incinte del secondo figlio bevono mojito e sangría e mangiano pure il salame (al primo piuttosto si fanno uccidere)
La musica caraibica è una palla mostruosa, meglio molto meglio bere mojito ascoltando del buon blues.
Mai arrendersi davanti a un temporale mattutino estivo: nemmeno se tuona e diluvia. Festa bagnata, festa fortunata.









