Parliamo un pochino di educazione, vi va?
Se sì bene, se no, è lo stesso, ormai ho deciso.
Stamattina, sfidando la tempesta di neve che non c’era, affamata dal digiuno imposto per regolamento a chi va a fare gli esami del sangue, svegliandomi prima dell’alba perché per colpa di un manipolo di vecchietti insonni ormai è prassi consolidata che, se l’abulatorio prelievi apre alle 7, ci si mette in coda almeno per le 6, (io sono arrivata alle 6:30 e ne avevo davanti una quindicina), mi sono recata all’ospedale di Chiavari per fare il semestrale esame del sangue, praticamente l’equivalente umano del tagliando della macchina.
Assunte le sembianze di Pollicino, e seguiti pedissequamente i trattini rossi sul pavimento che dal posteggio ti conducono attraverso un dedalo di scale, corridoi e passaggi segreti all’ambulatorio, una volta arrivata (e non è facile),ritiri il numero per pagare il ticket, poi quando ti chiamano vai ti siedi e paghi, poi ti risiedi nella sala d’aspetto e aspetti il tuo turno. In tutto fanno una decina di chilometri concentrati però in un percorso di dieci metri; leggenda narra di bambini entrati per fare i vaccini pediatrici e usciti anni e anni dopo con il conteggio dei trigliceridi in mano, di alcuni mutuati poi, si sono proprio perse le tracce, spariti, svaniti nel nulla…
Un brillante metodo all’italiana, insomma. Quello che si potrebbe fare comodamente facendo una fila sola, noi siamo riusciti a elevarlo alla massima potenza e di code ne facciamo due, se poi ci metti il personale dimezzato perché oggi c’era l’allerta neve (senza neve), immaginerete benissimo la situazione potenzialmente esplosiva.
Ma andiamo ai fatti.
Già mi hanno guardato con sospetto perché entrando ho salutato, sospetti aumentati perché uscendo dall’ufficio dove si pagano i ticket, ho salutato e ringraziato gli impiegati, sospetti che hanno raggiunto il livello di guardia quando mi sono seduta e per ingannare l’attesa ho tirato fuori il telefono e ho, nell’ordine: letto il giornale, scritto qualche scemenza su Facebook, giocato a vari giochini. Ero nel mio beato mondo, a farla breve.
Non disturbavo nessuno, mi limitavo ad ascoltare con un’orecchio tutte le varie lamentele, dalla neve che non c’era a aveva promesso di esserci, alla povera infermiera che oggi era sola perché alcune colleghe hanno dato forfait e me la ridevo sotto i baffi (che comunque non ho, ci tengo a precisarlo) a sentire tutto il rosario di scemenze e luoghi comuni che copioso sgorgava dalle altrui bocche.
La scossa che ha fatto crollare la calma apparente che regnava è stata l’ignara infermiera che uscendo dall’ambulatorio ha pronunciato la parola “precedenza” e si è fatta avanti una ragazza evidentemente incinta. Musulmana pure. Apriti cielo.
La cosa che più di tutto mi ha colpito è che a sollevare gli scudi sono state le donne, ormai in avanzato stato di menopausa e va bene, ma io non credevo ai miei occhi e alle mie orecchie. Dal già sentito “vengono da noi, si,sentono padroni, ci rubano il lavoro, le case e ci passano davanti anche qui” urlato dalla fazione razzista, al “sono incinte mica moribonde” sbraitato dalle misogine, transitando per ” e non pagano nemmeno il ticket, loro hanno gli esami gratis, loro”, come lo vogliamo definire questo coro? Le invidiose fasciste?
Ho tenuto duro, barricata nel mio bozzolo, imponendomi il silenzio come regola, come un monaco trappista, ma (c’è sempre un ma) al terzo tentativo da parte della signora seduta di fianco a me di tirarmi dentro al coro, ho ceduto.
La signora molto griffata, sui settanta, che mi ha mappato centimetro dopo centimetro, che ci ha tenuto a farmi sapere che lei di solito va a fare gli esami privatamente perché “qui sa, il personale è come è”, che ha sbirciato ogni mia singola azione, che ha inveito per prima contro l’infermiera, e contro la ragazza incinta, ha sbattuto ahimè contro la sottoscritta, e quando mi ha chiesto “ma le sembra giusto che ci passi davanti?”io ho risposto seccamente sì.
Lei non paga ha voluto che le spiegassi il perché.
Perché c’è un preciso protocollo clinico secondo cui le donne incinte hanno la precedenza e la cosa non mi turba, perché la farei passare avanti io, dipendesse da me, perché se mi passa davanti un malato cronico o oncologico io non mi sento defraudata di nessun diritto, anzi mi sento anche un pochino fortunata, perché se uno ha fretta può andare privatamente e nessuno gli ruberà il posto, perché sono le 6 e mezza del mattino, sono a digiuno, ho sonno e non ho proprio voglia di partecipare a discussioni stupide. Perché se essere gentili ci costa così tanta fatica dovremmo farci un bell’esame di coscienza, non del sangue.
Questo ho detto alla signora, ma è anche quello che vorrei dire a tutti noi: perché essere gentili sembra essere così faticoso? È una delle poche cose rimaste a essere gratis, approfittiamone.
E soprattutto non fatemi arrabbiare alle 6 di mattina, reagisco male, molto male.
Autore: magdaefurio
Tempo di saldi, tempo di follia
Periodo di saldi, periodo di shopping frenetico; una vera e propria invasione di sconti, promozioni, affaroni e occasioni irrinunciabili e noi donne completamente in trance, vaghiamo di negozio in negozio alla ricerca dell’affare della stagione.
E fin qui tutto bene. Ognuno della propria follia è libero di farne ciò che vuole. Voglio dire: se a noi piace vagare in cerca di “non so cosa ma quando lo troverò lo riconoscerò al primo sguardo e una volta infilato nell’armadio porterà una nuova ventata di freschezza, rinnovandolo completamente” e se per trovarlo dobbiamo farci venire le piaghe ai piedi, e una volta trovato lo prendiamo comunque anche se noi portiamo una taglia 44 e il capo in questione è una 42, ” ma intanto ora dimagrisco”… Voglio dire: possiamo farlo, se non arrechiamo danno a nessuno, giusto?
Se ci fa stare bene costringere i nostri piedi a entrare in un 37, numero che non portiamo più dai tempi della Comunione, pur di possedere QUEL paio di scarpe e per di più scontato del 50%, tanto poi ” le porto un po’ in casa e cedono, diventando comodissime” (detto fra noi: MAI MAI MAI accaduto, se una scarpa fa male da nuova, farà male per sempre, anzi: peggiorerà)… Dicevo, se tutto questo ci rende euforiche e nessuno soffrirà per questo (escludendo la carta di credito – periodaccio per lei, poveretta), non ci dobbiamo preoccupare più di tanto, è corretto come ragionamento, o no?
È allora, perché PERCHÉ dobbiamo costringere il nostro fidanzato/compagno/marito ad accompagnarci? Perché lo obblighiamo a seguirci, in giro per negozi e poi abbiamo il coraggio di dire che lo amiamo? Perché pretendiamo da lui che sappia consigliarci se quella maglia ci sta meglio al viso in color pesca, piuttosto che color malva, perché a ben pensarci il pesca starebbe benissimo con quei pantaloni color carta da zucchero che giacciono da anni ormai in fondo all’armadio, e forse anche con la gonna pervinca. Siamo oneste: lui non ha la benché minima idea su come sono questi colori, per un uomo pesca è un frutto, malva una pianta officinale con fiori sul violetto (lo sa perché si è documentato su google stremato dalle vostre continue richieste di consulenze moda), la carta da zucchero non esiste (e ha ragione lui) e il pervinca è un colore fra il rosa e il viola e lui lo sa solo se si è appena laureato in botanica.
Minerete il vostro bellissimo rapporto se lo costringerete a dire la sua quando sarete davanti alla drammatica scelta fra due paia di scarpe A e B: lui dirà A, voi inconsciamente preferite le B, anche se a essere oneste voi avreste preferito che lui vi avesse detto “amore prendiamole entrambe, te le regalo io è già che ci sei prendi pure le borse abbinate”. Davanti a questa vostra fantasia inevasa vi monterà un insensato nervosismo, penserete che il vostro fidanzato è in realtà un taccagno che non si preoccupa minimamente di voi, litigherete, e lui giustamente penserà che siete pazze e il suo obiettivo primario sarà quello di mettersi in salvo lontano da voi.
Vedo uomini declassati al ruolo di porta-sacchetti, da non confondersi con portaborse, in quanto questo ruolo presuppone diritto di parola, diritto non concesso ai porta-sacchetti. Vedo donne sull’orlo dell’isteria inseguire l’occasione della stagione e uomini rassegnati che le seguono a ruota con la disperazione negli occhi…deve essere dura, molto dura, simulare interesse e partecipazione in qualcosa di cui non solo non ci importa un fico secco, ma anzi ci sta pure un sacco sulle palle.
Quindi, come cantava il caro Sting: if you love somebody set them free e se avete in mente una folle maratona in giro per saldi, chiamate la vostra amica e lanciatevi in centro insieme: farete felici quattro persone in un colpo solo, voi, la vostra amica, il suo partner e il vostro.
Sul dove e come occultare i vari acquisti fatti, farli entrare furtivamente in casa, farli passare come cose vecchissime “anzi vedi, nemmeno ti accorgi delle cose che indosso, non mi guardi più come prima, sei proprio uno stronzo” e ripiombare nella litigata di cui sopra, ecco, di tutti questi succosi argomenti ne parleremo la prossima volta, nel frattempo finiranno i saldi e bisognerà cominciare a rifare il guardaroba in previsione della nuova stagione.
Facciamo un discorso serio
Il 13 gennaio è stato consegnato a Jodie Foster il premio alla carriera e da allora si fa un gran parlare del suo discorso di ringraziamento; discorso in cui ribadisce la sua omosessualità e da allora: apriti cielo.
Coming out sì, coming out no, coming out perché , pagine e pagine di articoli, servizi in televisione e alla radio, un gran chiacchiericcio, ma a noi?
A noi può veramente interessare se Tizio, Caio o Semproneo sono attratti dagli uomini o dalle donne? A giudicare dal baccano dall’attenzione sollevata, si direbbe di sì….e io non lo capisco.
Non capisco cosa possa interessare, non capisco quale valore aggiunto possa dare sapere se la star di turno è omosessuale o meno.
Io che esistevano i gay credo di averlo scoperto sul dondolo nel giardino della mia cara amica Manuela, nata lo stesso anno e lo stesso mese, lei il 9 e io il 16, le nostre mamme ci hanno dato lo stesso nome, e insieme abbiamo passato credo tutti i giorni di tutte le estati dei nostri primi quindici anni di vita. Comunque, dicevamo, eravamo sul dondolo del suo giardino, sua mamma seduta in mezzo a noi leggeva una rivista femminile e a un certo punto ci ha letto ad alta voce una notizia: il celebre attore Rock Hudson si era ammalato di una rara malattia che colpisce soprattutto drogati e omosessuali. Amelia, la mamma della mia amica fu prodiga di chiare e semplici spiegazioni: drogati erano i consumatori di droghe, omosessuali coloro che amavano persone del loro stesso sesso. La rara malattia era l’Aids, ci spiegò tutto, come ci si contagiava, che conseguenze aveva, come si poteva evitare. Correva l’anno 1985, era estate e avevo tredici anni e sull’omosessualità sapevo tutto quello che c’era da sapere.
Credo sia proprio in virtù di quest’approccio così chiaro, semplice e lineare che a me non mi è mai importato nulla circa le inclinazioni sessuali di chicchessia: a me se Tiziano Ferro è gay o meno me lo fa piacere esattamente allo stesso modo, e forse, a volerla proprio dire tutta, magari lui potrebbe non avere tutta sta bramosia di diventare il nuovo porta bandiera dell’universo gay. Ognuno vive la sua vita come meglio crede.
Ma pare non sia così semplice.
“A Tizio piacciono gli uomini” molto bene, anche a me, quindi? Dobbiamo fare un proclama per qualsiasi cosa? “A Semproneo piacciono i vini rossi” e ” Caia adora le scarpe con il tacco alto”: abbiamo reso il mondo un posto migliore? Non penso. Tutt’altro.
Penso che finché c’è bisogno di appiccicare un’etichetta sulla fronte di qualcuno, o all’opposto, finché c’è qualcuno che ha bisogno di rivendicarla o ribadirla quell’etichetta, qualcosa non va.
La Chiesa li condanna, Paolo Villaggio li ha definiti ” affetti da anomalia genetica”, ora come ora pare faccia figo averne qualcuno nel giro delle proprie amicizie, io semplicemente propenderei per considerarli per quello che sono: persone. E basta. Nè martiri, nè eroi, perché finché le abitudini, gli orientamenti sessuali di chiunque valgono più delle sue azioni e dei suoi pensieri, cari miei, la strada è ancora lunga. Finché per legittimare un amore c’è bisogno di fare “coming out”, siamo ancora molto lontani da quella che definiamo “società evoluta; coming out, espressione tanto ipocrita quanto inflazionata, la tua identità sessuale buttata in prima pagina: ma perché?perche bisogna fare il doppio salto mortale dal nasconderlo all’urlarlo ai quattro venti? Aspetto fiduciosa una spiegazione, spiegazione che però sembra non arrivare, e quando in una cittadina borghese, nelle lussuose vie del centro, al passaggio di due uomini o due donne che camminano fianco a fianco, scattano ancora le gomitate o i bisbiglii di disappunto, mi rendo conto che la strada è ancora lunga.
Tirando le somme….
Ora che il fuso orario si è riallineato con quello di casa, ora che le valigie sono state svuotate e tutto è stato lavato e stirato, ora che le migliaia di foto scattate sono state selezionate, ora che siamo tornati al lavoro e i souvenir sono stati messi al loro posto, ecco ora è il momento di fare un bilancio di quello che è stato un viaggio meraviglioso.
Molti i detrattori a priori: è troppo faticoso, è troppo caro, è troppo difficile da mettere insieme, troppo poco tempo, troppe destinazioni, troppi voli, troppi Paesi, troppo tutto.
Non lo nego, io per prima ero scettica, mi sembrava impossibile riuscire a toccare tutte queste realtà in un viaggio solo. Ma si sa, il bello è poter cambiare idea. E così è stato.
Vorrei riuscire a trovare le parole per rendervi partecipi delle emozioni che questo viaggio ha tirato in ballo, ma mi sa che non ne sono capace. Comunque ci provo.
Commozione davanti alle meraviglie della Natura. Davanti a un ghiacciaio perenne, piuttosto che un tramonto polinesiano o l’esplosione di un’onda oceanica su una scogliera millenaria, non puoi fare altro che tacere e cercare di riempire gli occhi di tutta quella meraviglia.
Fascinazione nel vedere “dal vivo” ciò che hai visto solo nei libri e faticare a credere ai tuoi occhi. L’Isola di Pasqua ti riempie di queste sensazioni quasi esoteriche, respiri un’atmosfera veramente surreale. Indescrivibile e quasi mistico. Da provare.
Il Paradiso in Terra, perdere il senso del tempo e lasciarsi guidare dai ritmi naturali, riavvicinarsi alla Natura accettando le sue regole senza imporre le nostre. Inebriarsi respirando la totale assenza di smog, e sentirsi bellissime indossando un fiore come unico gioiello.
La velocità e frenesia, essere “due” in mezzo a sette milioni, meravigliarsi del loro modo di vivere, di tutte le loro cose ” le più -aggettivo a vostra scelta- del mondo”. Luci, colori, suoni, tecnologia, ma senza anima e allora capisco perché ci copiano un po’ in tutto. La moda, le grandi opere, lo stile di vita, tutto guarda a Occidente. Se loro avessero un briciolo della nostra fantasia e noi una briciola del loro ordine, sarebbe un mondo ideale. Hong Kong merita sicuramente una visita, se non altro per apprezzare la cucina di casa al rientro….
E poi la parte pratica, la sfida, il passare da un clima all’altro, da un aeroporto all’altro, l’ansia da ritiro bagagli, le nostre piccole case viaggianti che contenevano tutto il nostro mondo per 21 giorni, le discussioni sul nulla scaturite dalla stanchezza più che da altro, e dall’altro lato, le risate a crepapelle per incredibili sciocchezze. La meravigliosa sensazione di essere un team unico e di essere i protagonisti di un’esperienza unica.
Se poi ci aggiungete il non trascurabile dettaglio che il mio compagno di viaggio era l’amore della mia vita, la persona con cui, più di ogni altra, riusciamo a creare un’ atmosfera piena di risate, gioia e armonia, capirete allora perché questo viaggio aveva tutti gli ingredienti per essere indimenticabile e irripetibile.
Hong Kong:il formicaio “grandi firme”
Un mondo completamente diverso dal nostro, non dico né migliore, né peggiore, dico solo diverso.
Tutto parla della magnifica ingegnosità degli uomini, ovunque ti giri hai la dimostrazione che l’uomo sa fare grandi cose, cosa c’è di diverso rispetto a noi? Che loro le cose se le cominciano, poi le finiscono anche; che se c’è da apportare una miglioria al tessuto urbano e se per farlo devono tirare giù un palazzo, loro lo fanno (agli abitanti sfollati danno un’altra casa, mica li buttano nelle fondamenta della nuova costruzione). Hanno un rispetto del bene comune imbarazzante e un rispetto delle regole totale. Il cartello dice che devi camminare a destra? Come tante formichine ci si mette in fila sulla destra e si lascia la sinistra libera per chi va di corsa.
Un punto a favore per gli italiani: molte delle grandi opere realizzate, un tunnel sotterraneo lungo due chilometri costruito nel 1972 che collega l’isola di Hong Kong a Kowloon Penisula, la funivia infinita di Ngon Ping (per arrivare in cima ci si mette 25 minuti e si passa sopra a fiumi, laghi, montagne, colline e crepacci) che vi conduce al monastero Po Lin dove si può ammainare il Tian Tan Buddha, una statua di bronzo, raffigurante appunto un Buddha alta 26 metri, un ponte infinito che collega la città al nuovo aeroporto, bhe, cari miei, sono tutte opere fatte da ditte italiane. A voi la scelta: rappresenteranno l’eccellenza ingegneristica italiana? O semplicemente sono quelle che hanno pagato di più per aggiudicarsi l’appalto? Io voglio credere nella prima.
Cosa raccontarvi di Hong Kong? La città di per se è piccola quindi in virtù dei suoi sette milioni di abitanti, si è dovuta sviluppare verso l’alto, e gli altissimi grattacieli altro non sono che enormi condomini che ospitano migliaia di appartamenti (considerate che un appartamento medio è di circa 35 metri quadrati).
È tutto un trionfo di centri commerciali, grandi marchi (ma grandi grandi) che hanno boutiques seriali che sono prese d’assalto dal mattino alla sera e comprano come matti. Poi le cose che comprano non si sa dove e quando le mettano, considerato che non sono proprio campioni di eleganza e stile…
Non sono un popolo gentile, non chiedono permesso, non dicono grazie, non cedono il passo, niente di niente, parlano un inglese tutto loro e se non capisci: arrangiati, mica ti abbiamo chiesto noi di venire. Questo in sostanza. E qui si spiega la necessità di imporre così tante regole: hai idea di cosa succederebbe se sette milioni di maleducati venissero abbandonati a loro stessi?
Alcuni scorci sono veramente affascinanti: Aberdeen e Tao I sono due villaggi di pescatori che riportano la memoria e tempi passati, il primo a dire il vero ormai è fortemente commercializzato e a misura di turista, il secondo invece conserva ancora tutto il suo fascino. Repulse bay: ospita il Santuario di Kwun Yam, una galleria piuttosto eccentrica di divinità a cui chiedere ogni tipo di grazie e favore. Il mercato notturno di Temple Street merita sicuramente la visita che noi per motivi di tempo non siamo riusciti a fare.
Da non perdere la Simphony of Lights: uno spettacolo di luci e suoni che si ripete tutte le sere alle venti. Protagonisti di questo spettacolo sono appunto i grattaceli di Hong Kong che con le loro luci mettono in piedi una vera e propria scenografia in pieno stile “guerre stellari”. Il posto ideale per goderselo è l’Avenue of Stars, un omaggio di Hong Kong alle sue star del cinema, bellissima passeggiata che costeggia tutto il fiume, da farsi preferibilmente dal tramonto in poi.
Se devo muovere una critica a questa città è che essendo un cantiere in perenne evoluzione, manca la memoria, il fascino del tempo passato, perché come vi ho detto, loro buttano giù il vecchio e ricostruiscono, quindi è inevitabile che alcune cose vadano perdute, ed è un peccato, ma questo è lo scotto da pagare per avere a disposizione una delle città più efficienti al mondo, dove tutti sembrano avere uno scopo ben preciso, una meta prefissata che bisogna raggiungere prima che il sole tramonti.
Proprio come in un formicaio. Appunto.
Delitto al ristorante cinese
Ultimo giorno a zonzo per Hong Kong, vaghiamo così senza meta ridendo come stupidi (cosa che in questi venti giorni ci è capitata spesso), guardandoci intorno incuriositi dalla varia umanità che circola per questa città che, più la vivo, più mi sembra che assomigli a un formicaio.
Si è fatta ora di pranzo, che si fa?
Andiamo sul sicuro, un panino e via, quello con l’insegna con gli archi dorati per intendersi… Ma no, dai, è l’ultimo giorno, caliamoci nella loro realtà locale, andiamo in un ristorante dove possiamo assaggiare la vera cucina cinese, non quella che ci propinano in Italia. E così, traboccanti entusiasmo, ci mettiamo alla ricerca di un ristorante che ci ispiri. Ne troviamo uno molto carino nell’aspetto, pieno di gente che mangia entusiasta, e pure la coda fuori, ci mettiamo in coda pure noi… NON L’AVESSIMO MAI FATTO!
Per ordinare bisognava mettere le crocette sul menù di fianco alle pietanze scelte, noi ligi lo facciamo; quando arriva la nostra cameriera ci fa notare, in un inglese drammatico, che forse abbiamo ordinato un po’ troppe cose, non c’è problema, ne eliminiamo un paio.
Che il mio dramma abbia inizio.
Cominciano a portarci piatti su piatti con sopra ogni genere di cose: un piatto, due piatti, tre piatti, una zuppiera, coppette, piattini, insomma, a farla breve, nel giro di pochi minuti il nostro tavolo è pieno. Dai, diamoci dentro… inforchiamo le bacchette e via, all’attacco del primo piatto. Noodle (erano tagliatelle) con gamberi, capesante e uovo, sulla carta buonissimo, all’assaggio: drammatico, un insieme viscido ricoperto con una bava di uovo e gamberi coriacei. E tanto, tantissimo, non finisce mai. Marca male… La paura si trasforma in terrore quando assaggiamo le altre portate: dire che sono rivoltanti è brutto, diremo diplomaticamente che sono sapori e consistenze a cui noi non siamo abituati. Sembrano bocconcini di pollo, in realtà sono cubetti di non siamo riusciti a capire cosa, un insieme spugnoso, insapore e impossibile da buttare giù, e anche qui, dose per tre. Ravioli con gamberi e vermicelli: stoicamente lo finiamo. Gamberi in agrodolce con verdure: Luca la spunta. Ma si arrende.
Resto sola a combattere e la voglia di urlare e scaraventare tutto a terra si fa sempre più forte. La cameriera passa e ridacchia “stronza!” Dopo aver dato quattro stoiche cucchiaiate alla zuppa direttamente dalla zuppiera sono a un passo dal conato di vomito, non ne posso più. Il nostro tavolo è un vero e proprio campo di battaglia, io ho abbandonato tutte le regole del bon ton, ho mangiato la zuppa direttamente dalla zuppiera (piccoletta, a dire il vero – poteva indurre in confusione) e ho sparpagliato cibo dappertutto. Chiediamo il conto. Voglio uscire e basta.
Una volta varcata la soglia tiro un sospiro di sollievo: il primo che mi dice che la cucina cinese è buona e sana, io lo giuro, lo prendo a schiaffi.
Sei brutta e cattiva
Nutro forti sospetti circa la simpatia delle Neo Zelandesi.
Già parlano un inglese tutto loro dove c’è una maiuscola all’inizio del discorso e un punto alla fine, se non capisci quello ci sta in mezzo, fondamentalmente non è un problema che le riguardano.
Se poi ti capita di fare un check in per Hong Kong con una hostess che parla cino-inglese, in un aeroporto in cui è difficilissimo sia entrare che uscire, bhe auguri…
Ecco i fatti: il nostro biglietto elettronico prevede 2 pezzi di bagaglio e testa “free” ossia senza peso….prova tu se ci riesci a farglielo capire, lei voleva farci pagare, tenetevi forte 776 dollari e spicci di “extra charge”. Ok che il dollaro neozelandese è meno pesante del dollaro americano, ma resta comunque una cifra folle. A Perazzo gli si è arrotolata la lingua e a momenti la sbrana (vecchie storie di somiglianze con persone antipatiche) io a momenti svengo. Ma ecco la sua brillante soluzione: tira fuori due borse del tutto simili a quelle della Coop e ci suggerisce di riempire con gli oggetti più pesanti. Bene, e poi? E poi le imbarchiamo insieme alla valige, nella stiva. Bene, te sei matta. A salvare la situazione il manager del customer service, che il destino ha voluto che passasse di lì, legge i nostri documenti, problema risolto, bagagli imbarcati, Perazzo e io ci prostriamo davanti a lui come due gheishe riconoscenti.
Ultima domanda: si, possono avere i posti dalle uscite di sicurezza? Certo che sì, basta chiedere…e pagare 100 dollari americani. Bene, ti ho già detto che sei tutta matta? Lasciamo stare.
Lei si vendica mettendoci praticamente sulla coda dell’aereo, fila 65, ma con, cavolo che ci hai spillato quasi 800 dollari. Strega!
A seguire, controllo passaporto, controllo dogana, controllo metal detector, ispezione nella borsa… mamma mia che stress, ma alla fine l’abbiamo spuntata noi. Tiè!
Prossima fermata Hong Kong.
Facciamolo Mahu
Noi avevamo semplificato il tutto definendolo “o femminiello”…però era uno solo… Manuel. Poi si è aggiunto Danitha, poi un altro, Maheta, mi pare, e poi arriva Angelo…
Ma quanti sono?
O la Polinesia è il paradiso dell’omosessualità, oppure veramente non si spiega l’altissima concentrazione di queste figure gentili e servizievoli che abbiamo trovato nei vari hotel che abbiamo visitato. Sono assolutamente a cavallo fra il maschile e il femminile, non si possono definire donne in quanto i tratti sono palesemente maschili, non si possono definire uomini perché i modi di fare e il tono della voce sono femminili (a dire il vero, io compresa, pagherei per avere un decimo della loro grazia).
Anche il loro modo di vestire è “ibrido”: non è sfacciatamente iperfemminile come nella transessualità ma neppure costretto in abiti maschili. Quelli che abbiamo incontrato noi, indossavano un lungo pareo legato sui fianchi nei toni del beige e una camicia in fantasie floreali dove l’unico dettaglio femminile erano le maniche a sbuffo. Un fiore fra i capelli, chi li aveva acconciati in maniera femminile e chi impomatati di gel, qualcuno indossava collane di perle tahitiane per coprire il pomo d’Adamo, alcuni avevano pure un filo di trucco, altri la barba fatta di fresco. Insomma un caleidoscopico mix fra maschile e femminile.
Parlandone con un altro turista incuriosito come noi da questo strano mondo, ci viene svelato l’arcano e cioè che è nella tradizione Polinesiana allevare un figlio, normalmente il quinto o il settimo (ma non esiste una regola fissa), come se fosse una figlia era la prassi. Indosserà abiti femminili sin da piccolo e gli verrà insegnato ad accudire la casa e i bambini. Non sarà più un uomo o una donna, sarà un Mahu. Tre le ipotesi spiegare questo fenomeno: la prima è che lo facevano per preservare qualche maschio, visto le ingenti perdite nella lotta fra clan, la seconda ipotesi è che tutto sommato faceva comodo avere un aiuto domestico, la terza è che era un modo sicuro di controllare le nascite.
Una volta adulti venivano assunti nelle case dei nobili (Arii) come maggiordomi e vivevano un’esistenza più che decorosa.
A rovinare il tutto come sempre ci abbiamo pensato noi occidentali, e quando soldati e marinai sono giunti in Polinesia, il Mahu, cominciando a prostituirsi si è trasformato in Rae Rae, molto più sfacciato e femminile. E il resto è storia dei nostri giorni.
Quindi non è che in Polinesia ci siano più omosessuali che altrove, la differenza sta nel fatto che qui, per tradizione culturale non si nascondono, ma anzi vivono un’esistenza perfettamente integrata nel tessuto sociale. I Mahu vengono assunti nelle strutture turistiche perché gentili ed educati. Quindi se vi capiterà di andare in Polinesia e incontrerete un Mahu non ridacchiate alle sue spalle e non guardatelo con eccessiva curiosità, urtereste solo la sua sensibilità, come per qualsiasi essere umano.
Cose da fare a Le Taha’a
In ordine sparso:
Fare il pranzo di Natale con pesce crudo, cocco, ananas sorseggiando un cocktail
Dormire con tutte le tende aperte per essere i primi a vedere sorgere il sole
Fare il bagno dal proprio pontiletto MENTRE sorge il sole
Dimenticarsi l’esistenza del phon asciugacapelli
Dimenticarsi che esiste uno strumento che si chiama orologio
Dimenticarsi parole come: E-mail, Sms, Facebook, cellulare
Passeggiare senza meta mano nella mano
Giocare con i granchi
Scottarsi con il sole
Raccogliere conchiglie
Vedere arrivare la “bassissima marea”
Mettersi un fiore appena colto fra i capelli
Commuoversi davanti a un tramonto
Essere i soli due italiani in tutta l’isola
Parlare inglese, francese e polinesiano
Guardare arrivare un acquazzone tropicale
Fare il bagno DURANTE l’acquazzone tropicale
Eccitarsi come bambini vedendo una famiglia di mante passare a un metro da te
Bersi una birra al bancone del bar della piscina con il sedere a mollo
Bensi una birra nel patio del bungalow ridendo come scemi
Bersi una birra nel patio del bungalow sotto il diluvio ridendo come scemi
Fare snorkeling in un metro d’acqua
Fare snorkeling in un metro d’acqua con i pesci che ti circondano perché hai del pane per loro
Fare snorkeling in un metro d’acqua assediati dai pesci che ti mordicchiano le mani dove tieni il pane
Scattare mille foto sapendo benissimo che 950 verranno cancellate
Ordinare da mangiare senza sapere con precisione cosa stai ordinando
Fare commenti sugli altri ospiti dell’hotel e ridere a crepapelle tanto loro non capiscono l’italiano
Cercare una fantomatica foresta di mangrovie, non trovarla e farsi divorare dai mosquitos
Ridere ridere ridere
Abbracciarsi abbracciarsi abbracciarsi
Essere felici felici felici
Tahiti e Raiatea
Ancora con gli occhi pieni e il cuore gonfio delle meraviglie dell’Isola di Pasqua ( andateci andateci andateci), ci prepariamo a vivere la parte relax del nostro viaggio. All’aeroporto di Hanga Roa conosciamo Andrea un ragazzo di Ancona che viaggia da solo e fa un giro simile al nostro, lo incontreremo probabilmente di nuovo sul volo per Aukland. Vi faremo sapere.
Il viaggio per Raiatea si divide in due tranches: Hanga Roa- Papeete, Papeete-Raiatea. Sulla prima parte niente da raccontare, ma sulla seconda…dai su, cominciamo.
Dentro all’aeroporto incrociamo il secondo ubriaco tirato giù di peso dall’aereo del nostro viaggio, però stavolta è poco di più che una bambina, shorts fucsia e top giallo, due codini con elastici colorati e un faccino che stride miseramente con il suo stato di pesante ubriachezza. A un certo punto crolla sui divanetti nella sala d’aspetto del gate per gli imbarchi, scomposta e sgangherata come una bambola di pezza, quando la hostess la va a svegliare, dopo aver chiamato più volte il suo nome al microfono, la accompagna sull’aereo e tempo un minuto, le vediamo tornare indietro…niente aereo per lei oggi.
Partiamo da Papeete con quella che è a tutti gli effetti una corriera con le ali, sotto una tempesta di pioggia, vento, fulmini e saette, ci sono alternative? No. Appunto, saliamo.
All’orizzonte si vede che il cielo si sta rasserenando (ma poco), il tempo di prendere quota e dobbiamo fare la prima fermata: Moorea. Noi scendiamo alla prossima. L’aeroporto di Raiatea è da morire dal ridere, praticamente una striscia di terra disboscata e un garage a uso arrivi e partenze. Ma è il ritiro bagagli la vera perla: una saracinesca si alza e su un trespolo uguale a quello che nei supermercati si usa per mettere le cassette di frutta e verdura, in tempo reale, un omino prende le valige dalla stiva dell’aereo e le ce le appoggia sopra, tu prendi le tue e te ne vai.
Dopo un’ora di corriera con le ali, ci tocca mezz’ora di motoscafo, ma qui la musica comincia a cambiare: poltroncine in pelle bianca imbottite, equipaggio in divisa linda e lustra… mmmmhhhh, interessante…
A farla breve: arriviamo in Paradiso, e qui mica ti danno una collana, no no, cari miei, qui siamo passati diretti all’upgrade, una corona di fiori e foglie. Mi piace e mi adeguo. Ci viene offerta una bibita rinfrescante (sempre meglio) e una salvietta fresca imbevuta di una soluzione con un profumo paradisiaco (sempre sempre meglio). Incaricato della nostra accoglienza è Manuel detto da noi “o femminiello” inutile che vi spieghi il perché… vi do un indizio: un fiore nei capelli e un parlare tutto mellifluo e smielato (scopriremo poi però, che qui tutti parlano così… Sembrano rincretiniti, ma è bello) e la manina sempre a mezz’aria. Comunque è adorabile. Ci incamminiamo sul pontile da cui si diramano gli ingressi ai bungalow, il nostro è l’ultimo in fondo, davanti a noi solo il mare. Un posto fantastico, non si può aggiungere altro. Il nostro pontiletto privato per fare il bagno, il nostro patio privato per stare soli al fresco, il nostro solarium privato per prendere il sole come ci pare, e poi la perla: un oblò ai piedi del letto con un vetro apribile da cui possiamo guardare il fondale marino senza scomodarci, ovviamente privato pure questo.
Siamo ufficialmente insigniti della carica di Honey Mooners, a suggellare la cosa troviamo in camera un cestello di ghiaccio con champagne e cioccolatini, fuori si scatena un acquazzone pazzesco, noi ce lo godiamo dalla nostra finestra con vista sulla baia.
Benvenuti in Polinesia.
Maururu
(che vuol dire grazie in polinesiano, e per dirlo alla loro maniera, bisogna pronunciarlo con la stessa inflessione con cui Tosca Daquino ne “il ciclone” nella scena del ristorante dice “piripiiiii” – ecco bravi, avete capito, ora mettete pure giù la manina).






