Tutti sul Monte Penna – seconda parte –

La strada si snoda liscia, e a me sembra di sfogliare un album di fotografie e in tutte le fotografie ci sei tu, davanti o dietro l’obiettivo, ma ci sei.
Su questo rettilineo ci avevi fatto vedere le pernici, che delusione fu per me apprendere che altro non erano che uccelli come tanti, io, nella mia mente di bambina, avevo deciso che le pernici per una strana assonanza, altro non erano che parenti lontane dei simpatici procioni…fu una delusione terribile scoprire che invece di una morbida pelliccia, avevano delle piumacce, e di un brutto colore pure.
Seguendo sulla strada siamo passati davanti a quell’albero di ciliegie, per raccoglierle ti eri sporto talmente tanto dalla ringhiera che hai perso il portafoglio e ci siamo dovuti ingegnare per recuperarlo, per me e Angelo una goduria infinita: doppia avventura, da soli noi tre. Già, perché le cose che facevamo con te senza mamma avevano il gusto del proibito: con te potevamo arrampicarci sulle rocce più alte, saltare nei fiumi, io in particolare saltavo anche nei formicai (con le ovvie conseguenze), quando c’eri tu potevamo fare tutte quelle cose che, quando eravamo soli con mamma, non ci era consentito fare. Tanto alla peggio si arrabbiava con te, ma lo sapevi benissimo anche tu: mamma non si arrabbia mai. Non è capace e noi tutti ci abbiamo sempre marciato sopra alla grande.
Siamo passati davanti anche a quello strapiombo da cui si gode di un panorama mozzafiato, peccato solo che tu per farne stare il più possibile nella foto a momenti, a furia di “fate un passo indietro, ancora uno, ancora uno… e uno” ci fai precipitare tutti nella scarpata, tirava un vento che me lo ricordo ancora adesso, così come mi ricordo la stretta mortale con cui mamma ci teneva stretti a me e a Angelo per paura che chissà cosa ci potesse portare via. Devo ricordarmi di cercarla quella foto.
Finalmente dopo vari bivi imboccati a caso, siamo arrivati alla partenza del sentiero, devo riconoscere che i miei ricordi non mi sono stati di nessun aiuto, perché quando i contorni della realtà si accavallano a quelli dei ricordi, tutti i posti diventano uguali, seppur diversissimi. E anche se avessi dei ricordi vivissimi, sai quante cose possono essere cambiate in trent’anni, solo una cosa è rimasta uguale: la foresta del Penna.
Luca mi ha preso in giro tutto il giorno, perché , mentre gli raccontavo delle nostre avventure, l’unico aggettivo che mi è venuto in mente è stato “maestosa”. Potranno aver ristrutturato, spostato, modificato strade, rifugi, campi da bocce e posteggi, ma di certo non possono aver spostato gli alberi, loro sono gli stessi di allora, solo un pochino più alti e questa consapevolezza mi ha emozionato, gli alberi di oggi sono i nostri alberi di allora.
Sono a mio agio nei boschi, merito tuo anche questo, che ci hai insegnato a non averne paura, ma a osservarlo, da buon alpino ci hai insegnato a leggere sia i segnali messi dall’uomo, ma anche quelli messi lì dalla natura: una pietra particolare, un ruscello, un ramo spezzato, tutto può essere utile per ritrovare la via della discesa, se dovesse capitare di perderla.
Ho anche trovato dei funghi, velenosissimi credo, e come mi hai insegnato tu quando mi ripetevi “guarda bene, apri bene gli occhi, vedrai che ce ne sono altri” così ho fatto, e usando il bastone “con delicatezza, Manuela” ho spostato le foglie e ce n’erano altri , ma siccome “dal bosco non si prende ciò che non serve”, li ho lasciati tutti dove erano, anche perché se con quei funghi ci facevo un sugo sono praticamente certa che ora io e Luca saremmo dalle tue parti…
Avessi visto papà lo stupore di Luca quando ho rimediato due bastoni da due rami spezzati per aiutarci nella salita, un colpo secco usando il ginocchio come leva, e il gioco è fatto. Siamo saliti, saliti, saliti, poi a dirtela tutta, quando ho visto segnato sugli alberi “A5”, ho intuito che avevamo sbagliato sentiero, il nostro doveva essere un “A1”, ossia un sentierino da dilettanti facile facile, mentre un “A5” è un sentiero con parti rocciose e parti ferrate che necessitano di esperienza e attrezzatura specifica (mi sono documentata sui codici del CAI al ritorno, così la prossima volta non sbagliamo più), e quindi non era proprio possibile proseguire; se poi ci aggiungi che Luca soffre di vertigini e avevamo con noi Tabata, ci siamo dovuti arrendere.
Però ho notato questo: mentre Luca era innervosito dalla situazione, io ero tranquillissima, anche perché eravamo sul Penna e non sull’Himalaya, avevamo ancora molte ore di luce a disposizione, pochi viveri, è vero, ma prima di arrivare al grado di denutriti, parecchi chili di ciccia da smaltire, e asso nella manica: Tabata!
Voglio dire, Tabata TECNICAMENTE è un cane, e i cani hanno un portentoso senso dell’orientamento, certo, ragionando per immagini se pensi a un cane nel bosco che ti viene a salvare, ti viene in mente:
a) un San Bernando che mite e paziente ti “dice” seguimi e ti porta al sicuro.
b) un pastore tedesco che con germanica sicurezza ti “dice” si va di là, e in tre secondi sei al rifugio.
Noi avevamo a disposizione un buffo labrador che con “quello” sguardo ci avrebbe detto “proviamo di quà….no di là….no scendiamo….no ora saliamo” e zigzagando per il bosco, ci avrebbe tratto forse in salvo….basta non avere fretta.
Tutto ma proprio tutto, quel pomeriggio mi ha parlato di te, dalla mia mania, tale e quale alla tua, di scattare fotografie nei momenti meno adatti: Luca che aveva fame e voleva arrivare alla macchina e io che invece gli chiedevo “fermati, voltati, sorridi, guardami”, credo mi abbia detestato, ma io le foto le ho scattate lo stesso.
Quando poi mi sono resa conto di essere vicinissima alla vetta, mi sono allontanata, o meglio, lui e Tabata si sono seduti ad aspettarmi, mentre io mi sono incaponita a cercare possibili punti per salire ma era veramente impossibile, ma per quei quindici minuti siamo stati soli io e te…Ho mangiato le more selvatiche, ho guardato i fiori che sbocciano negli anfratti rocciosi, ho sorriso molto e mi sono commossa altrettanto, perché so che se ci fossi stato tu sulla vetta del Penna ci saremmo arrivati per la strada giusta al primo colpo, avrei potuto tentare una arrampicata spericolata perché tu avresti saputo tranquillizzare Luca e Tabata ti avrebbe seguito adorante con quello sguardo che aveva solo per te.
Poi come consuetudine, una bella sosta al Miravalle in paese per rifocillarsi, deviando per il Pastificio Chiesa dove, una sempre uguale signora Delia (ma quanti anni avrà?) mi ha incartato una torta meringata che di meringa non ha proprio niente, ma è mortalmente buona, e poi giù al caseificio a fare incetta di formaggi e yogurt della Val d’Aveto.Ti saresti divertito come un matto e so che saresti stato entusiasta all’idea di unirti a noi. Ma come ti ho già detto:c’eri.
C’eri quando il sole filtrava attraverso i rami e illuminava macchie di sottobosco. C’eri quando Tabata si è messa a saltellare in quel rigagnolo e io e Luca non riuscivamo a dirle di smettere, tanto era bello guardarla. C’eri nel silenzio interrotto dalle nostre risate. C’eri nella pace e serenità che i boschi e un paesaggio montano, hanno il potere di infondermi fino alla radice dell’anima. C’eri in quella smania che avevo di trovare cose che i miei occhi avevano già visto, ma trent’anni prima e che mi emozionava riconoscere.
Una giornata indimenticabile, passato e presente si sono intrecciati e ingarbugliati nel mio cuore e nei miei pensieri, un sacco di emozioni. Tutte belle.
Santo Stefano è questo, è il tempio dei ricordi, forse è per questo che ci appare bellissimo e irrinunciabile, è il custode fedele dei ricordi più cari.
È uno scrigno che magicamente si apre ogni volta che lo raggiungo, e la donna di quarant’anni di oggi, cammina per le viuzze del paese tenendo per mano una bambina con il fazzoletto in testa e le ginocchia sempre sbucciate.

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“Tutti sul Monte Penna” (trent’anni dopo)

…allunghiamo un secondo questa cinghietta qua, fissiamo bene questa, clicchete, clacchete, et voilà: siamo pronti per partire.
Monte Penna arriviamo.
Formazione delle grandi occasioni: Manu Luca e Tabata, tutti e tre con il proprio zainetto, io il mio Eastpack fucsia, Luca sobriamente in grigio, e Tabata con una sella da cani con tasche nere con disegnati tanti piccoli ossetti. Un amore, vale la pena perdersi nei boschi solo per guardare lei e quanto è deliziosa. Perplessa, ma deliziosa.
Secondo me da Arcaplanet quando siamo usciti orgogliosi dei nostri acquisti, hanno stappato una bottiglia: quando mai gli ricapitano due idioti che in un colpo solo comprano: uno zainetto da cane, una piscinetta per il suddetto (che scopriremo poi, ha paura di entrarci), elegante guinzaglio beige con applicata madaglietta fucsia a forma di cuore e le crocchette ma quelle light, da cane adulto, consigliate dal veterinario che, a conti fatti, ci costerebbe meno nutrirla a filetto….
Ma soprassediamo, anche se le nostre incursioni da Arcaplanet meriterebbero più spazio.
Del Monte Penna si diceva.
In preda a una specie di trance alpina, la sera prima ho preparato gli zaini, ignorando il fatto che il Penna è poco più alto di un pandoro, ho messo dentro: pantaloni impermeabili (potrebbe piovere), giacca imbottita (potrebbe precipitare la temperatura fino allo zero), spray anti zanzare, burro cacao, acqua come se partissimo per la traversata del deserto (ignorando il fatto che da quelle parti è tutto un tripudio di fontane e fontanelle), macchina fotografica, binocolo, un pile per Luca (che come tutti sanno gira in maniche corte anche d’inverno e quindi totalmente inutile) e calze di ricambio per me, polo di scorta per lui. Non chiedetemi il perché di questo delirio, in compenso, per non smentirmi: scorte alimentari ZERO. Giusto qualche fetta biscottata, le crocchette della Tabata, e una piccola pizzetta avanzata da una voglia improvvisa venuta a Luca lungo la strada.
Carichi di un notevole ottimismo si parte.
Prima tappa: farmacia.
Io soffro il mal d’auto, e quindi mi doto di ogni possibile rimedio, stavolta si va sul classico con la Xamamina, però, quasi quasi….mi avvicino alla farmacista e sottovoce le chiedo se ha i braccialetti magnetici.
Sottovoce perché ho paura che Luca possa sentire e darmi una botta di credulona, paura infondata visto e considerato che è chiuso in macchina con l’aria condizionata al massimo, la radio accesa, un cane, due pizzette e coca cola: in questo momento lui non sa che io esisto, è nel suo Nirvana privato, un uomo felice. Li compro e mi avvio verso la macchina.
Cintura allacciata, pronti partenza via.
Luca si troverà come compagna di viaggio una strana con due polsini con all’interno due pallette che devono essere posizionate in un preciso punto del polso affinché possano stimolare il punto preciso che blocca la nausea. A trovarlo il punto: palmo rivolto in alto, il mignolo deve scivolare sotto la mano, e anulare, medio e indice sono appoggiati sul polso, proprio a un passo da dove finisce l’indice, ecco il punto magico. Ci piazzo sopra la pallina (che ogni tanto dovrò ricordarmi di strufugnare) e, a questo punto, io e il mal d’auto non abbiamo più niente da dirci. Maledetto compagno di avventura per tanti troppi anni….ma ora ho i miei super braccialetti, non mi avrai più. Mai più.
E così mentre io mi godo il mio non-mal-d’auto, alla guida, un galvanizzato Luca per l”impresa portata a termine il giorno prima (è andato a Santo Stefano in bicicletta:un miliardo di chilometri in salita), mi fa la radiocronaca in diretta di ogni singola curva, ogni salita, ogni panorama, ogni-qualsiasi-cosa che ha percorso, e per rendere il tutto più colorito, lo fa imitando la voce di Aldo Rock, un tipo che ogni tanto interviene a Radio Deejay e parla di triatlon, maratone, e altre cose che io sudo e fatico solo a sentirne parlare. La Tabata, comoda nel suo sedile posteriore, si gode il viaggio insieme a noi.
Comunque sappiate che i bracciali magnetici funzionano alla grandissima, quando arriviamo a Santo Stefano sono fresca come una rosa, allegra e baldanzosa, in altre circostanze sono arrivata bianca come uno straccio, a un passo dal pianto isterico e con un unico desiderio: morire subito.
Piccolo spuntino, un saluto ad alcuni amici, pit-stop canino, e via: che l’avventura inizi.
Luca mi chiede se conosco la strada.
Certo che la conosco, ci sono stata mille volte sul Penna…trent’anni fa, ma per sicurezza mi sono fatta spiegare la strada da mia mamma che ai tempi aveva più o meno la mia età attuale, e quindi i suoi sono ricordi attendibili. Ma in tutta onestà voi vi fidereste a chiedere indicazioni a una persona il cui senso dell’orientamento è prossimo allo zero assoluto, e rischia di perdersi anche dentro casa sua?
Ma soprattutto vi fidereste di chiedere indicazioni su un sentiero alpino a una strana stranissima che le arrampicate sul Penna le faceva con la gonna di jeans a tubo, un vezzoso foulard messo a fascia in testa e le zeppe alte un palmo? Leggenda narra che io in quelle circostanze la ripudiassi, prendendo per mano un’amica di famiglia, con abiti consoni alla situazione, e esordiendo con una frase così: “ecco tu sei la mia mamma di scalata”. Ridevano tutti divertiti, una bambina adorabile e simpatica…a me l’unica cosa che mi interessava era riportare la pelle a casa, e anche se la mia mamma era super trendy e ultra gnocca, non mi garantiva il risultato. E io non sono il tipo di persona che corre rischi inutili, nè ora, nè allora.
E così quando al primo bivio, alla domanda “da che parte giro?, Luca si è sentito rispondere dalla sottoscritta “bhò, prova di qua”, deve aver capito all’istante che la giornata si prospettava essere indimenticabile.

Fine prima parte.

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Magda, hai voluto la bicicletta? Mo’ pedala…

Devo fare una doverosa premessa: devo scrivere questo post da in piedi.
Perché vi domanderete voi.
Provate voi a fare 20 chilometri di pista ciclabile in mezzo ai boschi, dopo esattamente 26 (leggi: VENTISEI) anni che non salite su una mountain bike e poi ne riparliamo. Sicuramente in piedi appoggiati al bancone di un bar…
Il trip furiano pro-bike è cominciato il suo primo giorno di ferie quando, sbattendo gli occhioni, mi ha chiesto se lo accompagnavo in macchina da un rivenditore di mountain bike, perché voleva dare un’occhiata, per farsi un’idea, e solo se ne trovava una perfetta che faceva al caso suo, la avrebbe comprata.
Mi sarei dovuta insospettire quando l’ho visto vestirsi: Luca si mette la polo con il colletto in piedi anche per tagliare il prato, invece quel giorno si è presentato con t-shirt da lavori pesanti, pantaloncino da sport, scarpa da ginnastica al posto delle infradito di ordinanza da aprile a settembre. In poche parole lui sapeva che sarebbe tornato a casa con una mountain bike nuova fiammante sotto il sederino.
Un piccolo inciso: l’autostrada quella mattina era piacevolmente deserta andando verso Sestri Levante dal casello di Lavagna. Un relax…nemmeno una macchina, e io che dicevo a Luca “ma che poco traffico che c’è, si vede che i vacanzieri sono tutti già arrivati a destinazione”…io non potevo immaginare che due gallerie dietro un’auto andava in fiamme e l’autostrada era stata chiusa. Mi spiace per i proprietari dell’auto e per quanti ne hanno avuto un qualche disagio, ma noi abbiamo viaggiato da dio.
Ovviamente la bici dei suoi sogni c’era, ovviamente l’abbiamo comprata e Luca felice come un bambino è partito pedalando di gran carriera alla volta di casa, e da quel momento non ha più smesso. Peggio di Forrest Gump quando ha cominciato a correre.
La mountain bike che aveva prima di questa (quella in teoria destinata a me) giaceva sgonfia e acciaccata nel capanno degli attrezzi, e io dormivo sonni tranquilli.
Fino a ieri.
Il punto è che ti mandano sempre dei segnali. Sabato guardava dei video su You tube, mica dei video porno (magari), piuttosto dei video su come risincronizzare il cambio di una bici ferma da tempo, tutto spiegato per filo e per segno. Inoltre, ieri mattina, alla Coop nel carrello della spesa ha buttato furtivamente una bomboletta di lubrificante spray per catene e ingranaggi…avrei dovuto capirlo, in modo da non essere colta di sorpresa quando dopo pranzo mi ha proposto a bruciapelo “andiamo a sistemare la TUA bici?” Io NON HO bici.
Errore: da quel preciso istante ce l’ho.
Avevo ancora una speranza: le ruote sgonfie, magari per colpa dell’usura del tempo, erano danneggiate e quindi irrecuperabili…macchè, maledette, è bastato dare due vigorosi colpetti alla pompetta e via, ringalluzzite come non mai…ma magari il cambio è ballerino e quindi pericoloso…niente da fare…Luca sa fare tutto, ora so che sa anche aggiustare i cambi Shimano a tremila rapporti, che io non so fare funzionare, come scopriremo fra poco.
Con un sorriso grandioso mi guarda e mi dice “allora, andiamo?” In quel preciso istante capisco che non ho scampo, giusto il tempo di un paio di scene isteriche perché lui non vuole abbassarmi il sellino e io non salgo su una bici se non tocco in terra almeno con la punta delle dita, poi finalmente, davanti alla minaccia di un ammutinamento, si arrende e abbassa la mia sella.
Possiamo partire, e che il Signore mi assista.
Le prime pedalate mi servono per capire come funziona il cambio e comunque me lo dimenticherò subito dopo ogni volta. È inutile, ci sono cose che il cervello di una donna non memorizza affatto, e il funzionamento di un cambio Shimano è una di queste, a seguire la regola del fuorigioco a calcio e poi il concetto di “tutto sotto” quando ti danno le indicazioni per aiutarti a posteggiare la macchina.
Il secondo chilometro lo passo a cercare di darmi una spiegazione plausibile circa il fatto del perché io sia appollaiata su un sellino scomodissimo, aggrappata a un manubrio snodatissimo, in una posizione scomodissima, proprio il giorno in cui dovrei pensare solo a riposare le mie stanche membra.
I chilometri a seguire sono un misto di sentimenti contrastanti: una parte di me si sta divertendo (escludendo la parte che poggia sul sellino, lì è tutto “pessimo e fastidio”), un’altra è piena d’amore persa nella contemplazione di quel gigante che pedala davanti a me, felice come un bambino, solo perché stiamo facendo un giro in bici insieme, un’altra ancora è cieca di rabbia per la fatica che sta facendo e quel gigante che pedala davanti a lei vorrebbe buttarlo nel fiume, lui e le bici.
E poi c’è la parte prevalente: quella che pedala, pedala, pedala, cercando di non cadere fra i rovi prima, nel fiume durante, sotto una macchina poi, quella che cercando di affrontare una salitina, nel tentativo di cambiare rapporto fa saltare la catena e non sa che pesci prendere, quella che quando Luca con gli occhi pieni di stelline della felicità le dice “andiamo fino a San Martino del Vento, la salita è un PO’ dura ma il panorama è fantastico” invece di dirgli “vai vai, che io ti aspetto a valle” si fa la salita spingendo la sua bici giacchè le le gambe non ne vogliono più sapere di pedalare, ma lui ha un sorriso troppo grande per mandarlo al diavolo e questa dannata mountain bike la spingeresti anche in cima all’Everest pur di tenere acceso quel sorriso.
Abbiamo pedalato per un totale di venti chilometri (lo so sono pochi, ma io vi ripeto che erano centomila anni che non salivo su una mountain bike) su una pista ciclabile dove in alcuni tratti era interdetto il passaggio alle biciclette (!), dove per proseguire il percorso, bisognava percorrere alcuni tratti in contromano rispetto alla circolazione stradale, dove ad un certo punto devi tagliare in pieno un incrocio e speriamo che la morte cicchetta non abbassi lo sguardo proprio in quel momento, altrimenti: “addio mondo”. Alcuni chilometri di sterrato, altri invece lastricati di ghiaietta che a ogni singola pietruzza non vi ripeto gli anatemi che ho lanciato, altri tratti erano belli lisci d’asfalto, che lo so che non è poetico, ma è un toccasana per sederini poco allenati.
A casa ho fatto il computo dei danni, praticamente una strage:
-ciocche nelle dita delle mani non abituate a tenere stretto un manubrio
-sedere in fiamme (e non solo lui…)
-schiena a pezzi che ci vorranno anni prima che torni a posto
-collo bloccato che ogni volta che provavo a girare la testa era una sinfonia di scricchiolii
-braccia indolenzite
-gambe in fiamme
-lividi dappertutto
Un grande applauso a Luca che ha ignorato tutti i miei numerosi mugugni, disinnescando così ogni possibile nascente discussione e garantendoci una domenica divertente, perché io lo so che quando sono in difficoltà divento insopportabile.
Una standing ovation a me che ho vinto la mia pigrizia e ho portato a casa il risultato.
Lo rifaremo, lo so, anche perché Luca mi ha comprato il caschetto, i guanti e i pantaloncini imbottiti: ha anticipato ogni mio possibile tentativo di sabotaggio. Mi ha fregato.
Non ho scampo.

“Cielo! Siamo ricchi….e adesso che si fa?”

L’altra sera, dopo cena, mentre eravamo “abbarbonati” sul tappeto (abbiamo un divano bellissimo e comodissimo, ma il tappeto ha tutto un altro sapore, un richiamo irresistibile), tutti intenti a rosicchiare il nostro ghiacciolo post- cena, Luca se ne salta fuori con una domanda delle sue: cosa faresti se fossimo colti da improvvisa ricchezza?
Incredibile, ma non ho saputo rispondere…
Si fa presto a dire “ricchezza”: quanto ricchi?
Ricchi da poter tranquillamente smettere di contare il denaro, che intanto ce n’è e sempre ce ne sarà, oppure ricchi da poter vivere sereni senza rinunciare a niente ma, tuttavia, senza stravolgere le nostre abitudini, o ancora, ricchi da poter mettere il libretto di lavoro in un blocco di cemento a pronta e poi lanciarlo in mare?
A me piace questa: “ricchi da potersi permettere di rincorrere tutti i nostri sogni, raggiungerli, realizzarli e farne di nuovi”. Così mi piace un sacco. Perché un sogno può essere anche una cosa stupida, che non comporti necessariamente un notevole esborso di denaro, ma che magari necessita di tempo e attenzione, e noi siamo sempre di corsa, e il nostro sogno se ne resta lì , tutto solo, a morire di freddo.
E così dopo alcuni viaggi in scooter Chiavari-Portofino andata e ritorno, passati a riflettere, sono riuscita a formulare un elenchino di cose che mi piacerebbe fare, di cose che mi piacerebbe poter acquistare e di “imprese” che mi piacerebbe portare a termine.
Siccome non siamo alle selezioni di Miss Italia, non troverete cose tipo “portare la pace in tutto l’Universo” e “eliminare la fame nel mondo”, ovviamente cercherei di rendermi utile in qualche modo, ma siccome la beneficenza si fa ma non si dice (è così inelegante e squallido autoincensarsi per aver fatto qualcosa di buono per il prossimo), non lo verreste mai a sapere. E poi questo è un blog semi-serio-quasi-stupido, mentre la beneficenza è una cosa serissima, che merita di essere trattata adeguatamente e nelle sedi appropriate.
Ma bando alle ciance.
Se domani mi sveglio che sono ricca, potrebbe succedere che:
– compriamo tre case: una a New York, una a Londra e una a Parigi, quella a New York la vorrei direttamente su Central Park, quella a Londra a Covent Garden o Chelsea, quella a Parigi, scusatemi se è poco, ma Le Marais potrebbe essere perfetto. Potendo continuare a sognare ingaggerei Philippe Stark per arredarle. Tre case, tre stili diversissimi. E le basi per la nostra vita da giramondo sono gettate.
– girerei in lungo e in largo l’Africa, con un aereo atterriamo a Johannesburg e poi si vedrà.
– in un casale in piena campagna, magari una casa colonica nella Maremma, aprirei un piccolo hotel de charme, dove il tempo non esiste, con un ristorante favoloso, ovviamente stellato, cucchiaiato, forchettato, ma con non più di trenta coperti. Un’oasi di pace e piacere. Per me e i miei ospiti.
– nel casale di cui sopra ci sarebbe spazio per il mio allevamento di Labrador e la regina indiscussa sarebbe Tabata.
– ogni mia casa avrebbe uno studio per me e uno per Luca, nel mio studio con vetrata panoramica scriverei i miei libri. Potrei anche vincere il premio Strega, e anche il premio Bancarella come talentuosa scrittrice emergente.
– potrei finalmente valutare di fare quel viaggio al Polo Nord su una rompighiaccio inseguendo l’aurora boreale (ma anche se non dovessi diventare ricca, prima o poi lo farò)
-sulla via del ritorno dal Polo Nord si potrebbe attraversare il Tibet, prolungando verso la Muraglia Cinese e poi giù giù giù verso l’Australia, e poi già che siamo giù non vuoi vedere anche l’aurora australe?
-tornare a casa e sincerarsi che tutti stiano bene, sistemare due cosine e poi ripartire, attraversare tutti gli oceani, magari in barca a vela. Ovviamente avrei fatto tempestivamente un corso e sarei una navigatrice esperta, ma mi organizzerei anche con un equipaggio di tutto rispetto:sono o non sono milionaria?
– alla faccia di chi dice che è da sfigate arricchite mi regalerei una (ma anche due) Birkin fatta su misura per me (ma anche questo so che prima o poi arriverà. Io so aspettare)
-vizierei tutte le persone a me care.
– il mio shopping sarebbe intercontinentale: a New York le scarpe, a Parigi i vestiti da sera (sono milionaria, nonché scrittrice di successo e moglie di un importante business man: abbiamo una vita mondana vivacissima) a Milano il prêt à porter per tutti i giorni, per i dettagli estrosi si va a Londra.
– ogni due anni dovrei rifare il passaporto perché le pagine per i visti sono sempre troppo poche.
– dovremmo anche trovare il tempo per andare in Giappone e fare quei corsi di Feng Shui , Ikebana e Sushi che ci incuriosiscono tanto, e magari valutare di comprare una casa anche là.
– vogliamo parlare dei libri fotografici che raccontano tutti i nostri viaggi?
E poi, cos’altro?
Beh poi sarebbe fantastico se ci toccassero in dono tutte quelle cose che ,purtroppo, non c’è ricchezza che tenga: una buona stella che brilli felice sulle nostre teste garantendoci salute, amore e armonia, per noi e quelli a cui vogliamo bene. Perché senza queste tre, puoi essere anche il più ricco della Terra ma faresti comunque ben poca strada.
E poi quel guizzo, quel lampo negli occhi che si accende ogni volta che pensiamo di organizzare qualcosa, fosse anche solo una pizza fra amici, e la sua mano da stringere, anche quando saremo vecchi e rimbambiti; io so che sarò una vecchia rimbambita molto estrosa e difficile da gestire, potrei decidere di avere i capelli rossi anche a cent’anni – intendo arrivarci e non scherzo affatto.
Ma per questo non serve essere ricchi, e non è affatto un sogno, ma è realtà. Dateci solo un po’ di tempo, e vi faccio vedere io di che pasta sono fatti Magda e Furio.

The color run: Una giornata tutta colorata

Ci siamo! Oggi è il gran giorno: 27 luglio.
Alcuni diranno “echissenefrega” altri invece diranno “dai dai racconta come è andata”.
Ormai lo sapete tutti, per scelta di vita, ignorerò i partecipanti alla prima categoria, quindi escluderò: i tristi, i noiosi, quelli che se la tirano, quelli che se la portano menata da casa, quelli con il bacchetto infilato nel sedere e gli invidiosi. Praticamente rimaniamo in quattro gatti, ma siamo i migliori.
Finita la premessa, andiamo al racconto di una giornata MERAVIGLIOSA, infatti vi pare possibile che noi ci accontentassimo di partecipare a una corsa e basta? Nooooo!
Noi ci siamo fatti PRIMA una splendida giornata di mare e sole in uno dei mille e bellissimi stabilimenti balneari di Marina di Pietrasanta, con tanto di pranzetto dei campioni: insalatina di polpo pomodorini e olive, spaghetti ai frutti di mare e sorbetto al mandarino, il tutto annaffiato da una birra media gelata. Poi un bel bagnetto in mare, anche se per arrivare a non toccare abbiamo dovuto camminare millemila metri verso il largo. Dopo il bagno, una bella siesta, e poi alle 16 è cominciata la vestizione, con la maglietta e il pettorale che siamo andati a ritirare preventivamente al mattino dopo una lunga passeggiata sulla battigia.
Dopo avere ritirato il kit della gara, noncurante della temperatura africana, mi sono vista costretta a fare un po’ di shopping: tutù multicolore, braccialetti, occhiali da sole a tema, polsino porta telefono, maglietta ricordo: totale 88 euro. Mi do sempre delle grandissime soddisfazioni.
Si parte.
Lungo la strada che porta al The run color village, incrociamo altre magliette “The run color” ma queste sono tutte colorate, ci sono i gialli, gli arancione, i fucsia e i viola, scopriremo dopo che loro sono gli “sparacolore” ossia le persone armate di bottiglie piene di polvere colorata che ci spruzzeranno addosso al nostro passaggio.
Man mano che ci avviciniamo le t-shirt candide aumentano, siamo veramente in tanti, alcuni indossano parrucche colorate, altri sono organizzati in gruppi, memorabili i “The pussy doctors” (ginecologi?).
C’è musica, tanta musica, tantissimi sorrisi, molta voglia di fare festa che contagia tutti, ci sono un sacco di famiglie con bambini (ma quanto corrono i bambini?? Vogliamo parlarne?). C’è condivisione, anche perché siamo tutti vestiti nella stessa identica maniera, tutti uguali, dall’avvocato in vacanza nella villa di famiglia, al ragazzo squattrinato in tenda. Bello.
Ore 18: ci avviciniamo allo “start”, un ragazzo ci spiega per bene le regole, che si tratta di una corsa non competitiva, quindi non ci sono né vincitori né vinti, bisogna rispettare tutti, i veloci e i lenti, i grandi e i piccoli, e poi la regola più importante, e anche la più bella: sorridere sorridere sorridere.
A dire la verità siamo un po’ delusi: non ci hanno dato il kit di colori, ma poco prima della partenza c’è una pioggia di buste, giusto per vedere come funzionano. E 3…2…1…Paff! Succede che sono tutta viola, in faccia sulla maglia, persino sulla lingua. Francesca è anche un po’ gialla, Luca idem, Marco pure, scoppiamo a ridere.
Ma non è tempo di perversi in chiacchiere: si parte. Davanti a noi un papà corre tenendo il figlio per mano, una mamma da la carica ad una bimba un po’ pigra, un gruppo di ragazzi inglesi segue tre ragazze con dei ridottissimi shorts verde smeraldo, ma credo che a loro interessi di più il contenuto che non il colore degli shorts…In lontananza si intravede una nube arancione, il primo blocco colore, si sente musica e risate, ok tocca a noi è veniamo risucchiati in un mondo arancione: la gente ai lati della strada ci guarda e sorride, io non riesco a immaginarmi, mi basta vedere Luca, che sembra un mandarino con gli occhiali da sole.
Fa caldo, molto caldo, la cosa più difficile è sopportare la temperatura decisamente alta. Il percorso si snoda, e ora stiamo correndo sulla spiaggia, circondati da un variegato pubblico in costume che scatta foto e batte le mani. Il magnanimo proprietario dello stabilimento balneare che attraversiamo ci invita a bagnarci la testa “o bellini, bagnatevi il capo che altrimenti la corsa la si finisce in ospedale” (il tutto detto con un fantastico accento toscano).
Finalmente un po’ d’ombra, si corre lungo un viale alberato, ed eccolo là: il fucsia. Nel frattempo il nostro gruppo si è diviso, gli uomini allenati sono partiti, io e Francesca, diciamo che ci godiamo un po’ di più il percorso, soffermandoci a scherzare con una bambina prima, e con il fotografo della corsa poi (ex atleta zavorrato di macchine fotografiche, che a un certo punto fa come Beep Beep e sparisce all’orizzonte).
Il moto d’orgoglio scatta quando ci supera una che sembra Barbie Scema: bionda tinta tutta rifatta, con tette enormi e pantaloncini oro, corre sculettando al punto che agli uomini che la guardano viene in automatico il torcicollo. Scatta lo sguardo di intesa fra me e Francesca: dietro a questa mai! E accompagnate da un’immaginaria marcia trionfante la superiamo e ci lanciamo dentro al fucsia. Raggiungiamo l’amico fotografo e lo superiamo, a lei fa male un ‘anca e a me il piede sinistro, sembriamo il gatto e la volpe versione multicolor-sgangherata, ci dicono che siamo oltre la metà del percorso, e giallo sia!
Ora vi do un suggerimento: mai e poi mai entrare in una nube di colore dove vi sparano polvere colorata addosso, con la bocca aperta perché state ridendo. È proprio un’idea stupida. Credo che anche le mie tonsille sono gialle, e poi santo cielo, la squadra gialla è veramente accanita: bastaaa, pietà, fermatevi!
Ormai siamo impastate nel colore: il colore, l’acqua che ci siamo tirate e il sudore hanno creato una patina bellissima a vedersi, ma credo praticamente indelebile. Ci vorranno mesi per tornare normali.
Il viola è l’ultimo ostacolo: il colpo di grazia. Ancora adesso mentre scrivo ho tracce di viola sotto le unghie.
Giusto il tempo di riunirci con i rispettivi mariti, che per ingannare l’attesa forse si sono pure bevuti un caffè, e poi mano nella mano tagliare il traguardo. Sorridenti, felici come bambini, ci battiamo il cinque con altri partecipanti.
Ma ora acqua, acqua, acqua, sete sete sete. Ce l’abbiamo fatta!
Sotto al palco comincia la festa: finalmente ci danno il kit colore per la “color blast”. Cos’è la color blast? Ve lo dico subito.
Musica a tutto volume, conto alla rovescia e allo zero TUTTI TUTTI TUTTI i partecipanti lanciano in aria la loro busta colorata: un’esplosione di colori che a pioggia cade sulle nostre teste. C’è chi si bacia, chi si abbraccia, chi on riesce a smettere di ridere. Non abbiamo nemmeno un centimetro quadrato di pelle che non sia colorato.
Tornando allo stabilimento balneare, un signore incrociandoci ci ha così apostrofati “Maremma colorata”con quella cadenza simpatica che mette in automatico di buon umore.
Tuffo in mare così conciati per togliere la più grossa (scarsissimi risultati) e poi docce bollenti e strofinare. Alla fine….più o meno, sembravano di nuovo persone serie. Cena tutti e quattro insieme a Pietrasanta, e poi a casa.
Un plauso infinito all’ospitalità e gentilezza toscana, tutti sono stati con noi gentili e disponibili, gente allegra che niente ha a che spartire con i musi lunghi che pullulano dalle nostre parti, ergo: organizzare una The color run qui in Riviera è fantasia allo stato puro. Noi dalle nostre parti, il divertimento non lo sappiamo coltivare, anzi ci da pure fastidio.
Eppure, eppure quelle tremila facce colorate che hanno corso per le vie di Marina di Pietrasanta erano proprio belle, eravamo belli: per un pomeriggio siamo tornati tutti bambini.

Un consiglio: partecipate alle prossime edizioni. Quanto a noi, non è detto che non si replichi.

Tutte le info su http://www.thecolorrun.it

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Magda e Furio e la contaminazione delle parti

Sta accadendo una cosa preoccupante.
In maniera tanto inconsapevole quanto inesorabile, in Luca si è innescato un processo di “manuelizzazione”. Sono spiazzata.
Prima il nostro equilibrio si basava su dicotomie classiche:
– ordine vs disordine
– puntualità vs ritardi cronici
– programmazione vs improvvisazione
– organizzazione vs caos
Tutto procedeva sui binari sereni della normalità, quando improvvisamente, lui comincia a dare segni “da me”. Che so, è convinto di avermi detto una cosa e invece scopriamo dopo un po’ che l’ha solo pensata dentro di sè; io addirittura immagino intere frasi, e poi mi convinco di averle dette, ed è per questo che quando spiego una cosa il più delle volte i più non capiscono un accidente di niente.
Qualche sera fa si è dimenticato una luce accesa: cribbio, quella è la mia specialità, ora arriva lui bel bello e mi copia…ma, ti pare? Abbiamo anche sostituito tutte le lampadine mettendole a led, in modo che il postino non si arroventasse le mani ogniqualvolta ci consegnava la bolletta della luce. Ero bravissima, in ogni stanza che visitavo lasciavo una luce accesa, come le mollichine di Pollicino. Luca poteva ricostruire i miei movimenti facendo la strada a ritroso spegnendo gli interruttori di casa che incontrava via via. Bei tempi, ora le spengo tutte, capita anche che deambuli al buio, così non le accendo e non corro il rischio di dimenticarmele accese, presto mi cadranno i mignoli dei piedi a furia di sbattere dappertutto, ma d’altronde nella vita non si può avere proprio tutto.
Dimenticarmi qualcosa, per me era assolutamente la norma, era divertente uscire di casa, arrivare dallo scooter e dover tornare indietro a prendere le chiavi, e poi il telefono, e poi la giacca, e poi le chiavi del negozio: sono arrivata alla cifra record di quattro andirivieni, sotto lo sguardo di compatimento di mio suocero. Ora accade che se al mattino se non gli faccio l’inventario delle cose che gli servono, lui ne lascia metà a casa: Luca le hai prese le chiavi dell’ufficio? L’orologio? Il cellulare? La testa???
E poi ci sono i neologismi, le parole inventate, gli strafalcioni: pensavo di essere in regime di monopolio, e invece no, ora anche lui ogni tanto dice cose senza senso e io mi faccio certe risate, alla facciazza sua e di quando mi prendeva in giro! Ha scoperto il mio segreto: dire, fare e pensare qualche scemenza rende simpatici, perché ci rende umani…visto il mio talento, io sono umanissima. Qualche giorno fa ha rovesciato sul tavolo quasi metà cena, non ricordo con precisione come è andata, so solo che a un certo punto dal suo piatto è partito un lapillo di cibo: “benvenuto nel meraviglioso mondo di Manuela, dove tutto è possibile, anche quando ti sembra che nulla di strano possa accadere”. Grandi risate e grande soddisfazione da parte mia, che con nonchalance ho commentato così “sometimes happens, don’t worry” , visto io come so essere magnanima?
Così accade che mentre io sto diventando brava in termini di efficienza, organizzazione e puntualità (anche se intendo tenermi ampi spazi di peggioramento), praticamente mentre io sto diventando come lui, lui sta diventando QUASI come me, il quasi me lo tengo stretto perché io ci tengo a essere l’anello sgangherato della catena.
Una sorta di teoria dei vasi comunicanti, una meravigliosa contaminazione che ci porta a migliorare il nostro già buono equilibrio. Io mi impegno a essere un poco più organizzata e efficiente e nello stesso tempo lui capisce che si vive bene anche senza essere costantemente al cento per cento, anzi.
Una volta durante una discussione, ok, una bella litigata, lui mi aveva detto che quando non avevo idea di come comportarmi, dovevo prendere spunto Tabata, il mio cane, che quindi da quel momento in poi è diventata il mio mentore (aveva anche detto Tabata era molto più brillante di me, ma in realtà mi ha fatto un gran complimento perché Tabata l’ho educata io, a ahh – espressione di sbeffeggio). Devo dire che la cosa ha funzionato, funzionato a tal punto che vuoi vedere che anche lui ora viene nel nostro carruggio ?(via, per chi non è della Liguria).
Segnatevi questa perla di saggezza: “quando non sapete cosa fare, cosa dire, come comportarvi, imitate il vostro cane, fate quello che farebbe lui”. Funziona alla grande, fidatevi!
Ma no! Fermi, dove andate? Non è necessario che ora vi mettiate a correre dietro a tutte le palline colorate che vedete in giro, anche se qualche volta buttarvi a pancia per aria e farvi fare i grattini vi renderà istantaneamente e irresistibilmente adorabili, oltre a essere oltremodo godurioso.
Come dite? Volete sapere se l’ho fatto? Non ve lo dirò mai…

Run Magda, run! (Waiting for Color Run)

Sabato 27 giugno, Marina di Pietrasanta, ore 18:30: si terrà la prima Color Run italiana. Cos’è la Color Run? In due parole: una cosa bellissima!
Ora entro nel dettaglio: si tratta di una 5 chilometri non competitiva, a sfondo benefico dove in buona sostanza, a ogni chilometro che fai ti sparano addosso della polvere colorata, quindi, cinque chilometri cinque colori e alla fine, quando tutti hanno tagliato il traguardo, comincia la festa vera e propria, infatti solo in quel momento tutti i partecipanti potranno lanciare il “kit di colore” che alla partenza ti consegnano insieme ad una maglietta candida come la neve, dando così il via ad una vera e propria esplosione di colori. Il tutto a tempo di musica.
Quando Luca me l’ha proposto, ho immediatamente risposto di sì: io ero una di quelle bambine che si spalmava le tempere colorate sulle mani, e che colorava sui muri (all’ennesima sberla, ho deciso di smettere), quindi, potevo io farmi scappare l’occasione di essere autorizzata a sporcarmi di colore dappertutto a quarant’anni suonati? Ma figuriamoci!
Dovrò correre e io odio correre, ma so che ce la farò.
Ho anche cominciato ad allenarmi, e devo ammettere che, nonostante la mia inattività perenne e costante, sì faccio un po’ di Pilates, ma non sono così scorretta, il Pilates non è allenamento è tonificazione (però forse è plausibile: il Pilates ha risvegliato i muscoli dal loro letargo, e quindi loro hanno cominciato a funzionare. Potrebbe essere), mi sono stupita di me stessa.
L’altra sera, al primo allenamento, le gambe andavano bene, al nostro micro gruppo (noi due)si è persino aggregato un tipo che correva tutto solo, che ci ha fatto i complimenti “si vede che siete allenati, correte bene, anche lei (IO!) ha una bella corsa”. Mi sono gasata tantissimo, e a costo di morirci sul lungo Entella, non potevo mollare.
È stato gratificante, e mi è anche piaciuto (mi stupisco di me stessa mentre lo dico) e domani lo farò ancora, e anche nei giorni a venire, in modo da arrivare al 27in grado di recitare per cinque chilometri la parte della runner.
Che a dirla tutta, mi sa che la corsa per i partecipanti alla Color Run sia un pretesto, per la serie “dobbiamo inventarci una scusa per fare festa” e l’hanno trovata, infatti alla corsa, che non essendo competitiva ha già spiegato tutto, sono ammessi tutti dai bimbi (anche piccolissimi con passeggino al seguito) agli anziani, ci si può conciare come si vuole, poi, cito il regolamento “siate gentili con chi è più lento (leggi: io) e divertitevi. Tagliare il traguardo è importante, ma mica perché ti danno una medaglia: solo perché poi si fa festa.
E noi due adoriamo far festa. Abbiamo anche provato a coinvolgere gli amici, ma pare che l’idea di farsi coprire di colori correndo, abbia entusiasmato solo noi due (e qualche altra centinaia di migliaia di persone in giro per il mondo) che, come dice romanticamente il mio maritino “i colori ce li abbiamo dentro” e ci piace da morire metterci alla prova in cose sempre nuove e un po’ folli. Per fare le persone serie abbiamo tutta la vita, io per il momento non ho ancora voglia di indossare i panni della sciura vecchia inside, voglio divertirmi, conoscere gente nuova e fare cose nuove. Voglio avere qualcosa da raccontare ai miei nipoti quando sarò vecchia e rimbambita ma sempre con i capelli rossi.
Quindi, se posso permettermi di darvi un consiglio, provate anche solo a guardare un video di questa manifestazione, inserite su un motore di ricerca, o su YouTube le parole Color Run, vi si spalancherà un mondo di colori, lasciateli entrare, che non succede niente di pericoloso. Credetemi.
Ultima considerazione:se provavano a organizzarla qui in Liguria, o meglio: entro le mura del Tigullio, avrebbero usato solo due colori: il grigio e il nero, ma poi figurati se dalle nostre parti un comune accettava questa manifestazione: mi sembra di sentirli i mugugni “sporcano, fanno rumore, sai che traffico, ecc ecc”; siamo veramente di una tristezza inarrivabile. E allorasapete che c’è: c’è che se il divertimento non viene da noi, noi andiamo da lui. E tanti saluti a tutti.

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Magda e Furio e la festa in pareo

Facciamo un accordo.
La prossima volta che Luca mi propone di organizzare una festa, io ve lo comunico e voi mi fate leggere più e più volte questo post, fino a quando non cambio idea.
L’ultima in ordine di tempo l’abbiamo fatta sabato scorso, il 13 luglio, tema della festa “festa in pareo”come suggerisce il tema, unico requisito richiesto per gli invitati era che indossassero un pareo. Idea bellissima, lo ammetto. Idea non mia, ovviamente, giacché io non ho questi guizzi di creatività, io sono il braccio, Luca la mente, ormai lo sanno tutti.
L’organizzazione di una festa a casa nostra sfiora per durata di tempo, una gravidanza canina: circa due mesi dal livello embrionale (cioè quando nella testa di Luca scatta una scintilla) al travaglio con parto a seguire (quando svuotiamo l’ultima lavapiatti delle 1000 che facciamo).
In mezzo c’è:
Decidere quante persone invitare
Decidere chi invitare
Decidere cosa fare da mangiare
Decidere cosa fare da bere
Decidere che musica di sottofondo mettere
Decidere quando farla
Una volta decisa la data e definito quanti e chi siamo, comincia il lavoro vero e proprio. Pianificato il menù, bisogna fare la lista della spesa e il tutto tenendo d’occhio le previsioni meteo che non si sa mai, e cercando di arginare il padrone di casa che ha sempre paura che i nostri amici da noi muoiano di fame e sete.
Quindi l’avventura caraibica della festa in pareo è cominciata venerdì, il programma doveva essere questo:
Sveglia presto e corsetta sul fiume io, lui e Tabata.
Colazione
“Gita” ad Acqui perché quel giorno operano Merirose al ginocchio
Spesa
Spignattare
Nanna
Invece è andata così:
Sveglia presto (confermata)
Tabata si strappa un’ unghia della zampa posteriore sinistra (sangue e drammi)
Veterinario d’urgenza (hanno aperto la clinica apposta per noi: 90 euro)
Corsa a casa, corsa ad Acqui. Intervento perfetto, mamma in botta piena: strafatta, vomito su vomito e deliri vari.
Spesa
Casa – feste Tabata- ferita si riapre- laghi di sangue- veterinario- medicazione-casa.
Vorrei piangere tutte le mie lacrime
Spignattare
Devo convenirne, la preparazione notturna delle cibarie è stata rilassante, quando mai mi ricapita di preparare bignè a mezzanotte (tutto a mano, mica quelli pronti), assaggiando sangría e sbaciucchiandoci come adolescenti davanti ai fornelli? (Sempre con cane al seguito, zoppo ma entusiasta: anche lei ama la sangria).
Il giorno della festa ho: pulito casa, preparato gli ultimi impasti, coadiuvato lo chef, nonché mastro fochista (previsto anche barbecue), sono andata dall’estetista perché avevo le gambe oramai felpate e col cavolo che mi metto in pareo in queste condizioni, medicato Tabata, impiattato millemila finger, cotto focacce e focaccine, tagliato metri di salame, fritto crocchette di baccalà, acceso migliaia di candeline, varie ed eventuali. C’è stato un momento in cui contemporaneamente seguivo la cottura in forno delle focacce al formaggio, cuocevo le crocchette e i paccheri nella friggitrice, preparavo i contorni per i kebab affettando pomodori e cipolle ad una velocità da amputazione dita e svuotato la lavapiatti…ecco in quel momento ho seriamente desiderato di essere in pareo su una spiaggia deserta in compagnia di Mister Mojito, Madame Sangria e Mademoiselle Corona: noi quattro soli, però.
All’ultimo minuto mi sono avvolta in un pareo, raccolta i capelli alla bella e meglio, e via: che la festa abbia inizio.
Il menù tirato giù dal Pera è questo (ditemi voi se è a rischio decesso causa fame):
– focaccia alla genovese (fatta in casa) e salame
-bignè ripieni di crema al salame
-gazpacho
-insalata di polpo
-spuma di mozzarella con pomodorini confit
-focaccia al formaggio (fatta in casa)
– crocchette di baccalà
-paccheri ripieni di crema di speck, impanati e fritti
-una specie di kebab fatto in casa che Luca non so dove ha scovato la ricetta
-asado cotto magistralmente nel barbecue da Luca e Henry
-pasticceria mignon
-28 mojiti
– litri di sangria

Dimenticavo la chicca: con le canne di bambù del giardino, abbiamo costruito tutto l’ambaradan per una vera e propria gara di limbo, ma considerato che eravamo satolli pieni come uova, abbiamo desistito…però noi eravamo pronti anche a quello.

Momento magico della giornata: verso le 18 è arrivato Enzo con una borsa frigo piena di Corona belle fresche, e tracannarmene una con la fettina di lime inclusa, mentre il barbecue cominciava a scoppiettare, è stato veramente meraviglioso.

Momento magico bis: vedere i miei amici che si divertono, perfettamente a loro agio e ridere tutti insieme alla luce di mille candeline.

Note di colore:
Anche Tabata era in pareo, è un cane festaiolo lei.
Se volete un sottofondo musicale non fate toccare a Bulvio l’i-pad altrimenti: addio musica.
Se avete un amico amante della palestra e quindi con muscolatura sviluppata, sarà interessante notare come gli altri normodotati lo guardino con lo stesso sospetto con cui si guarda qualcuno affetto da una malattia misteriosa.
Le donne molto incinte indossano il pareo con stile, meglio però se due, altrimenti il rischio nudità è dietro l’angolo.
Le donne molto incinte del secondo figlio bevono mojito e sangría e mangiano pure il salame (al primo piuttosto si fanno uccidere)
La musica caraibica è una palla mostruosa, meglio molto meglio bere mojito ascoltando del buon blues.
Mai arrendersi davanti a un temporale mattutino estivo: nemmeno se tuona e diluvia. Festa bagnata, festa fortunata.

Metti un sabato di trekking fra i boschi e la nebbia…

Io non capisco una cosa: perché quando a Luca vengono le idee più bizzarre trova sempre un folto gruppetto di amici che invece di ignorarlo e passare oltre, gli danno retta? Pazienza io che sono legata a lui nella buona e cattiva sorte, e quindi non ho scelta, ma loro che possono mettersi in salvo, perché non lo fanno?
Questa è la premessa. Ora i fatti.
Prendete un tranquillo sabato di metà giugno, che si fa per renderlo degno di nota? Si decide di andare al Santuario di Montallegro, sulle alture dietro a Rapallo. Wow, che bello, grande idea!
Sì, ma a piedi.
Un minuto di silenzio.
Perché io in teoria avrei avuto la giustificazione, lavoravo quel giorno, ma quando ho visto il messaggio mandato ai nostri amici su Messanger, invece di starmene zitta, muta e ferma, ho scritto di getto “veniamo anche io e la Tabata, mi cambio il turno e siamo a posto”. Luca mi ha così risposto “guarda che non ce la fate”, a quel punto è diventata una questione di orgoglio: io DOVEVO andare a Montallegro a piedi, fosse anche stata l’ultima cosa che facevo da viva, e la Tabata doveva venire con me, conscia del fatto che lei dall’alto dei suoi 10 anni ce l’avrebbe fatta benissimo, io, boh, speriamo, vedremo, chissà…
Un problema si è posto subito, vogliamo forse chiamarlo segno del destino?: io non ho zainetti da scampagnata; borse, borsine, borsette quante ne volete, ma zaini no, ero carente. Ero perché il mio amore ha provveduto subito comprandomi il mio primo Eastpak (a quarant’anni suonati, un record di cui vado anche un po’ fiera, perché sarà comodo, funzionale e indistruttibile, ma bello no, il bello è un’altra cosa). Lo ha scelto in un bel fucsia segnaletico, così butta caso che finisco in una scarpata, trovare il corpo sarà più facile, sicuramente si vedrà anche dall’alto, casomai servisse l’elicottero vista l’impervietà del sentiero. Quando si dice “pensiero positivo”…
Sveglia alle 7 in punto, zainetti preparati la sera prima, colazione e abbigliamento da esperti camminatori. Un unico dubbio mi tormenta ancora adesso: perché, avendo a disposizione due paia di scarpe da trekking super professional comprate per il viaggio di nozze, quindi praticamente nuove, abbiamo optato per indossare delle scivolosissime scarpe da ginnastica? O meglio, perché quando mi son venute in mente le scarpe da trekking, ho chiesto un parere a Luca? Potevo ignorarlo? E invece niente da fare, mi sono fidata ciecamente di lui, e le mie scarpe The North Face le rimpiangerò in più di un’occasione.
Tabata felice e fremente, io speranzosa di farcela, Luca in piena metamorfosi, sta diventando Furio a tutti gli effetti. La nostra combriccola è così composta: noi tre, La Faraona, La Laurina, Enrico, e La Maestra Barbara.
E via, si parte all’avventura, accompagnati da un clima a dir poco ostile, infatti più saliamo più aumenta la foschia, il sentiero che doveva per larghi tratti essere panoramico, ce lo dobbiamo immaginare, infatti aldilà degli alberi regna il nulla più totale.
Arrivo previsto a destinazione per le ore 12:00. Tabata dà subito prova del suo vigore nominandosi capo squadra, infatti è sempre saldamente in testa al gruppo, noi umani la seguiamo annaspando per alcuni tratti in evidente debito di ossigeno, ma con l’umore bello alto, umore che non cede nemmeno quando mi concedo qualche bel scivolone per terra, seguita poi a giro dalle altre fanciulle, ma niente di che, siamo ancora tra voi.
Arrivati al Passo dell’Anchetta il sorriso si spegne un attimo sui nostri bei faccini dalle guance rosse per la fatica: giusto il tempo di prendere coscienza del fatto che ci aspetta una salita molto ripida e dissestata, non a caso detta “il tagliere”, a seguire un sentiero in discesa costellato di pietre scivolose (la Manu cadde qui la prima volta), per finire con un sentierino largo dieci centimetri, forse quindici, ai lati costellato di rovi e ragnatele.
Siamo sporchi, bagnati, pieni di graffi e un po’ affaticati, questo per quel che riguarda noi umani; Tabata è scodinzolante, allegra e baldanzosa, quando, quasi all’improvviso, spunta dalla nebbia, lui, il Santuario, la nostra meta. Missione compiuta.
In un momento di estasi religiosa decido di entrare in chiesa, mi metto giusto la giacca per essere un poco più decente vista la sacralità del luogo…Ma come mai sento questo rumore di chiavistelli e lucchetti? Mi giro verso l’ingresso e noto che è inequivocabilmente chiuso. Grazie signora custode che ci hai visto arrivare, sette anime spuntate dal nulla nella nebbia, e che hai sentito quello che avevo intenzione di fare, e in pieno stile “torta di riso finita” mi hai chiuso la porta sul naso, grazie grazie grazie!
Quando si dice la carità cristiana, lo spirito di fratellanza, “aprite le porte a Cristo e al suo gregge”….Ma non è finita quì.
Decidiamo di tornare in funivia, andiamo a fare i biglietti e il personale addetto praticamente ci ride in faccia: “la funivia non va a causa delle condizioni metereologiche precarie”, ma è solo un pochino di foschia…Gentilmente -si fa per dire- ci indicano il sentiero a scendere, gambe in spalla e andare.
Un’ora di cammino su dei ciottoli che fanno un male alle piante dei piedi quasi inimmaginabile (avessi le mie scarpe tecniche, sai che goduria, e invece a ogni passo è un santo che cade dal calendario), se poi ci aggiungiamo che a causa della pendenza le punte delle dita prendono a testate la punta delle scarpe, i dolorini sparsi a causa della caduta di prima, due cani arrabbiatissimi che sembrava ci volessero mangiare vivi a tutti e la Tabata che rispondeva colpo su colpo, La Faraona che a momenti ci finisce veramente giù dal sentiero rischiando un volo di qualche metro e di massacrare delle piante di zucchine novelle, seguita a ruota dalla Maestra Scaroni, però i giudici hanno decretato che la sua caduta per quanto meno rocambolesca fosse, era decisamente più elegante; quindi è lei la vincitrice del trofeo “caduta del giorno”.
Mi è toccato anche fare pipì “en plein air” perché me la sono inutilmente tenuta per non perdere la funivia, e non avevo altra scelta, se non quella di un potenziale blocco renale, quindi o così o così, mentre mio marito che dovrebbe farmi da scudo umano, mi guarda e sghignazza, l’infame…
Per non farsi mancare niente, abbiamo scoperto nostro malgrado che davanti a ben tre bivi, nonostante avessimo seguito pedissequamente le indicazioni dei passanti, siamo riusciti a sbagliare strada e a farci ridere dietro dagli abitanti della zona, oltre ad allungare la via del ritorno.
Ma alla fine l’abbiamo spuntata noi, certo, sul treno che ci riportava a Chiavari la gente ci guardava con il ribrezzo dipinto in volto da tanto eravamo sporchi, certo, cominciavamo a sentire ogni tipo di dolore fisico, certo, puzzavamo come cimici pestate, anche se Luca spruzzava del deodorante a destra e a manca, peggiorando per quanto impossibile potesse sembrare, la situazione.
Però è stato bello, abbiamo chiacchierato e riso molto, abbiamo condiviso cibo e bevande nel pieno rispetto dello “stile del pellegrino”, al nostro passaggio la gente ci salutava, anche perché con ogni probabilità non avranno visto nessun altro oltre a noi. Abbiamo immaginato bellissimi paesaggi perché non si vedeva niente oltre al nostro naso, insomma una bella dieci chilometri in mezzo al bosco che se fosse un po’ più curato sarebbe sicuramente ancora più bella, fra salite discese e pezzi in piano che erano un vero toccasana per le gambe.
Il giorno dopo quando mi sono svegliata mi sarei sparata, ci ho messo tre giorni a riprendermi, anche lavarmi i denti era dolorosissimo, sedermi una tortura e le braccia erano costellate da graffi e morsicature di insetti, mi sono spuntati lividi un po’ ovunque, camminavo come Robocop perché avevo le gambe dure, mi facevano male entrambe le caviglie e ogni singolo movimento mi è costato uno sforzo sovrumano: ma lo rifarei subito.
Quasi subito…
Vabbè no dai, subito subito no…
Settimana prossima…
Dieci giorni…
E ma poi fa troppo caldo….
Ok, poi ci mettiamo d’accordo…
“Tim, informazione gratuita: l’utente da voi selezionato non è al momento raggiungibile, o potrebbe avere il terminale spento”
TUTUTUTUTUTUTUTUTUT….

Magda e Furio e “hai detto paella e sangria?”

Paella e sangria…..olè!
Travolti con gioia dal vortice dei corsi di cucina, questa volta siamo andati al corso per imparare a fare la paella e sangria.
Chi ben incomincia è a metà dell’opera: tempo di tirare fuori la macchina di Luca dal suo posteggio e a me cade l’occhio sulla ruota posteriore destra “amore, forse hai una ruota bucata….mi sa”. Lui che si fida sempre ciecamente di me, scende e si accerta della cosa. È inequivocabilmente bucata. Cominciamo bene la serata.
Cambio di mezzo, andiamo con la mia, quindi:torna indietro, apri casa, Tabata mi vede e si dispera, ignorala, entra, prendi le chiavi di “nonna Papera” -sì la mia macchina si chiama così, cioè a essere sinceri io l’avevo pomposamente battezzata Queen Elisabeth, ma poi ho conosciuto Luca e lui l’ha ribattezzata Nonna Papera e a me non dispiace, mi mette allegria.
Luca mi fa notare che la mia macchina è imbarazzantemente sporca, mica per altro, la posteggio sotto un ulivo e adesso comincia a cadere il polline, quindi abbiamo una deliziosa 500 grigia con una spolverata di giallo everywhere, non passeremo certo inosservati. Ma andiamo che siamo in ritardo.
Quando arriviamo in accademia ci mettiamo i nostri grembiulini, con orrore noto che quello di Luca è con ogni probabilità il grembiule di Lilliput, perché d’accordo che lui non è un’acciuga, ma il fiocco dietro stile impero da tanto gli rimane in alto il punto vita non si può guardare. Rido da sola sperando che lui non lo noti….ma poi si mette a ridere pure lui perché più che un grembiule sembra che indossi un bavaglino gigante. Cominciamo bene.
Allora principi cardine di una buona paella sono la cottura nel forno, la paprika, e del buon zafferano di prima qualità: noi cuoceremo il riso sul fuoco, niente paprika, niente zafferano ma curcuma come se piovesse…perplessità…Ma non perdiamoci d’animo…
Prepariamo tutti insieme la sangria: prima si prepara lo starter, la base per l’infusione a base di rum, maraschino, zucchero, chiodi di garofano, arance e limoni. Poi teoricamente, lo lasci riposare in frigo per almeno un giorno con la frutta tagliata a pezzi immersa dentro, e al momento di servirla ci unisci il vino rosso, e poi via, che la festa abbia inizio.
Dunque dunque….io non sono uno chef incredibile e nemmeno un barman, sono più che altro una buona forchetta e un grandioso bicchiere, però mi sembra che non sia determinante COME tagliare la frutta, la frutta tagliata a pezzi mediamente piccoli va bene, e come viene viene, ma evidentemente mi sbaglio, perché l’argomento “come tagliare la frutta” ha scatenato un dibattito degno del caro vecchio “Murizio Costanzo show”, avremo poi occasione di verificare che questa è stata la prima di una lunga serie di osservazioni bizzarre…
E ora paella time: ognuno prepara la sua verdurina, chi taglia i pomodori, chi taglia i fagliolini , chi i peperoni e chi la cipolla – ma grandi quanto? – e allora è un vizio, ‘sta mania per le dimensioni! Poi il pollo, e sul pollo niente da dire; sulle cozze la cosa si è fatta interessante, perché pare che solo in tre su una decina di adulti, sapevamo togliere le barbe ai mitili (pensare che è una delle prime cose che ho imparato da bambina).
Ma è sul calamaro che abbiamo raggiunto le vette del sublime: immagino che tutti sappiate, nel caso lo sapete da ora, che i calamari, così come i polpi, per renderli più teneri vanno prima congelati e poi cotti rapidissimamente, altrimenti diventano di legno, e immangiabili.
Immaginerete quindi lo stupore dello chef, e non solo, quando una allieva già madre di famiglia ha così esordito “ma il calamaro va congelato da cotto o da crudo?” Eccerto, prima lo cuoci con il suo bel sughetto, poi lo sciacqui sotto l’acqua, poi lo congeli e poi lo ricuoci…prelibatissimo. Ma ci sei o ci fai? Seguita a ruota da quella che il brodo lo frulla, carote sedano e cipolla e poi via una bella frullata…sai poi la limpidezza…E da quell’altra che, quando la maestra ci diceva che con i gusci e le teste dei gamberi potevamo preparare una bisque e congelarla per utilizzi futuri, è schizzata come una molla “bisque che…? Mai sentita nominare”.
E poi sul podio, l’apice dell’assurdo: altri modi di condire la paella? Ma non saprei, prova con il pesto tesoro, poi mi dici….La paella è paella, è come chiedere se esiste un altro modo per condire il riso alla milanese, o se si può fare il pesto senza usare il basilico.
Forse mi devo ricredere, non sono poi così male come cuoca, almeno io la teoria la so, è sulla pratica che glisso, anche perché con Luca non è facile, lui è un purista, la sua prima paella l’ha fatta a sedici anni, e ancora adesso quando decidiamo di farla, va praticamente in trance agonistica per un giorno intero:”programmato per fare la paella”e non si ferma un secondo finchè non ha finito, mentre io mi do un’aria impegnata vagando per la cucina senza tragua, senza sosta, ma soprattutto senza senso.
Per fortuna che avevamo preventivamente stappato una bottiglia di bianchetta – vorrai mica morire di sete mentre aspetti che la paella sia pronta – e poi lo sanno tutti, cucinare con un bicchiere di vino a portata di mano garantisce un risultato eccezionale e predispone l’umore al buon esito della serata, quindi il festival delle corbellerie è scivolato via facile.
E finalmente è arrivata lei, la sangria, tempo un quarto d’ora e qualche vigorosa sorsata ed eravamo tutti grandi grandi amici, a parte una che non beve, guarirà forse, un giorno…speriamo.
Piatto di paella, o quel che era, in una mano e bicchiere nell’altra, poi solo il bicchiere, i bicchieri, tanti bicchieri.
Siamo usciti dal corso che io ridevo come un’oca, con due grembiuli appesi al collo e camminando a zig zag, Luca faceva il sobrio, ma mi sembra di ricordare che la sua aristocratica erre moscia, fosse particolarmente strascicata, e mi ha pure fatto guidare, il cavaliere…
Ci siamo già prenotati per un altro corso: finger food e cocktails abbinati: vi farò sapere. Per adesso è tutto.
Hasta la vista, e OLÈ!

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