L’appuntamento del 19 marzo

La mattina del giorno del loro appuntamento lei si preparò con calma, come si fa per gli appuntamenti importanti. Si truccò con cura, eseguendo ogni singolo passaggio con calma e attenzione, anche se gli occhi un po’ arrossati e umidi rendevano tutto un po’ più complicato, consumò infatti un sacco di coton-fioc per correggere le molte sbavature, ma alla fine il risultato la soddisfò e le venne spontaneo sorridersi allo specchio. Gesto che in verità, aveva imparato a fare ogni giorno: dopo il colluttorio, il trucco, il profumo, dopo essersi tolta la molletta, si guardava e si sorrideva: con gli anni aveva imparato a piacersi. Traguardo prodigioso.
Sapeva che il suo cavaliere amava le donne curate e in ordine, ed è per questo che ci mise molto impegno, sapeva che se fosse arrivata al suo cospetto come se si fosse appena alzata dal letto, lui avrebbe disapprovato e il solo pensiero le era intollerabile. La memoria schizzò a quell’Epifania di molti anni prima, in cui lui nella calza, oltre a dolci e cioccolatini, e un piccolo, piccolissimo pezzetto di carbone, aveva infilato anche una palette di ombretti di Lancôme, pesca, grigio, avorio e pervinca. Si truccò solo con quei colori per mesi, poi anche se non la usava più, continuava a portare quella piccola scatolina dorata nella borsa come portafortuna, uno dei tanti oggetti da cui non voleva separarsi.
Amava quell’uomo, e ancor di più amava il modo in cui lui la vedeva, una visione tutta sua, in cui lei era un concentrato di perfezione, bellezza, intelligenza e quanto di più bello potesse esistere in tutto il Creato. Per lui lei era: LEI, tutto maiuscolo, massimo grado di valore, massima importanza.
Decise di indossare il cappottino rosso, colore non proprio indicato al luogo del loro appuntamento, ma sapeva che lui avrebbe apprezzato quel guizzo, quel suo essere non convenzionale: caspita gli ci erano voluti anni per persuaderla a non seguire il gregge, ad avere sempre un’idea sua e lei ora, magari, gli si presentava davanti infilata dentro a un borghese blazer navy (anche se l’avrebbe trovata comunque bellissima). No, no, il rosso era veramente perfetto, il rosso è passione, è calore, è vita. Borsa, chiavi, occhiali da sole e via, un leggero stato di ansia la obbligava a fare le cose di corsa, anche se lui l’avrebbe aspettata anche una vita intera, se necessario.
Mentre guidava il suo scooter le venne in mente che lungo la strada c’era un chiosco con una signora bionda molto gentile che vendeva fiori, l’idea di presentarsi ad un appuntamento con un fiore le sembrò molto carina, un po’ alla Jiulio Iglesias “…non vado ad un appuntamento senza un fiore….”canticchiò mentre posteggiava, e si rese conto che sorrideva da sola. La sua attenzione fu catturata da delle rose baccarat bellissime “me ne da tre per piacere, e mi può tagliare lo stelo bello corto, grazie. E mi ci metta anche qualche rametto di verbena” la verbena così spontanea e semplice accostata alla bellezza presuntuosa delle rose baccarat, creava, dal suo punto di vista, un contrasto speciale, e constatò quindi che l’abbinamento era perfetto. Ripartì.
Il luogo dell’appuntamento era deserto “meglio così” pensò “meno gente ci vede, più sarà bello vedersi”. Oltrepassò il cancello, salì le solite due rampe di scale, e poi girò a sinistra. E lui era là. Elegante nel suo completo grigio scuro che avevano comprato insieme qualche anno fa, con la camicia bianca e la cravatta color grigio perla. Lo raggiunse quasi di corsa, con quel nodo in gola che le era diventato familiare, lui le faceva sempre lo stesso effetto, una gioia disperata: “…vicini e irraggiungibili, io lo vorrei ma poi, mi viene voglia di piangere…” stavolta era Venditti a dare voce ai suoi pensieri, pensare che a lei nemmeno piaceva….
Acqua, i fiori che lei aveva portato avevano bisogno d’acqua. Tornò all’ingresso per prenderne un secchiello, e pensò a come diventano stranamente familiari certi gesti. Risalendo le scale fece finta che il secchiello dell’acqua fosse una teiera “gradisci una tazza di tè?” e con la stessa cura come se dovesse versare un prelibato tè nero in una tazza di porcellana finissima, versò un po’ d’acqua nel vasetto. Lui la fissava immobile sorridendole. Con un gesto di stizza lei tolse dal vaso tutti i fiori finti, mise le sue tre rose e la verbena e con compiacimento realizzò che era stata una buona idea chiedere alla fioraia di tagliare gli steli corti, e quando fu soddisfatta rimise il vaso al suo posto “ecco il tuo tè”. Restarono in silenzio qualche minuto, poi lei gli sorrise, e percepì che lui stava facendo lo stesso perché sapeva che stavano pensando la stessa cosa “Santo cielo, una donna con un cappotto rosso che si aggira per un cimitero deserto, sistemando fiori come se stesse servendo il tè delle cinque: meno male che non c’è nessuno, altrimenti penseranno che sono matta” e sorrise, anche se da dietro gli occhiali da sole, sentì qualche lacrima scendere “accidenti, truccarmi stamattina, come deterrente al pianto no ha funzionato” pensò.
Le venne poi voglia di fare un giro nel cimitero “mi accompagni, ti va?” e quando mai lui le avrebbe mai detto di no. Scese tre rampe di scale e si addentrò nella parte vecchia, si soffermò su alcune tombe abbandonate: evidentemente quei poveri defunti non avevano più nessuno su cui contare, erano soli al mondo, il pensiero le parve così triste che corse a raccogliere tutti i fiori finti che aveva ammucchiato in un angolo e ne mise uno a tutti quelli che le fu possibile. Lui approvava sicuramente. Mentre vagava per i corridoi leggendo le lapidi che più la colpivano, si domandò come mai la gente tema questi luoghi, mentre lei ne subiva il fascino. La risposta arrivò chiara “perché tu non sei come gli altri, tu sei tu” e il vento le soffiò tra i capelli, come una mano che scherzosa ti stropiccia i capelli.
Quando lei guardò l’orologio si rese conto che si era fatto un po’ tardi, doveva tornare a casa. Tornarono nel punto esatto dove erano soliti incontrarsi e si salutarono. Lei si avviò verso l’uscita con il secchiello per l’acqua vuoto, lo rimise al suo posto.
Aprì il bauletto dello scooter, si mise il casco e i guanti rossi pure loro, si mise in sella e girò la chiave mettendo in moto. Girò la testa in alto verso sinistra, lui era là che sicuramente la stava osservando “ma sì che vado piano e sto attenta. Che palle che sei papà ” si asciugò gli occhi perché di colpo, come tutte le volte le accadeva, non vedeva più la strada. Si lasciò il cancello del cimitero alle spalle “…quel gufo con gli occhiali, che sguardo che ha….me lo prendi papà? Sì! La lepre tutta rossa, che corse che fa…prendila prendila papà. Sì!… ma questa mia roulotte mi sembra l’arca di Noè, però ci si sta…Sei forte papà! Stringendosi un po’” e tornò a casa canticchiando.

Quando saremo vecchi

Quando saremo vecchi, ma vecchi veramente, vecchi che cammineremo curvi e mi sarò arresa all’inutilità della tinte per capelli, vecchi che i ricordi peseranno sulla bilancia molto più dei sogni futuri, cosa ci ricorderemo di questa casa?
Ci ricorderemo forse di quanto era lindo e lustro lo specchio del bagno? Di quanto era gratificante pulirlo col lo straccio e lo spray per i vetri? O sarà molto più vivo e bello il ricordo delle nostre facce riflesse in esso, al mattino, mentre tu ti fai la barba e io mi trucco per uscire, la radio accesa di sottofondo e la quiete intorno a noi? peserà di più una goccia d’acqua da levare immediatamente, o il tuo sorriso che riflesso mi si incastonava nel cuore come la più preziosa fra le gemme?
E del tappeto del soggiorno che vogliamo dire? La mia sfida quotidiana (quasi quotidiana, ok). Mi piaceva vederlo pulito e lucido nel suo algido color grigio perla, però poi a ben pensare era molto più bello quando ci mangiavamo sopra la pizza nel cartone,bevendo Coca Cola dalla lattina, guardando un bel film alla tv, e Tabata che si acciambellava vicino a noi, era il prato immaginario su cui ci siamo sdraiati, rilassati, addormentati, fatto l’amore, era la nostra isola, e sulle isole deserte non esistono gli aspirapolvere, bisogna accettarlo e farsene una ragione.
Non penso nemmeno che ci ricorderemo con un brivido l’invisibile splendore dei vetri di casa nostra. Anche perché forse, perfettamente puliti lo sono stati poche ore in una vita intera. Però Tiger, il nostro gattone che ci chiamava per aprire le finestra della cucina strusciandocisi sopra, sicuramente ce lo ricorderemo, così come ci ricorderemo il rumore della pioggia che batteva sui vetri e di come ci incantavamo a guardarla ipnotizzati. Per non parlare della lavastoviglie, e delle strategie perfezionate nel corso degli anni per lasciare all’altro l’ingrato compito di svuotarla: finti ritardi, corse al lavoro, immotivate e prolungatissime soste in bagno. Tazzine del caffè, coppe gelato, bicchieri e cucchiaini l’hanno fatta da padroni per anni, se vogliamo, la lavapiatti è stata la muta testimone di quanto siamo stati lussuriosi e gaudenti, quasi come la bilancia, che, della nostra golosità è stata il giudice implacabile ogni mattina per mesi, quando abbiamo capito che bisognava mettere un freno alla nostra gola.
Le mie scarpe sempre tra i piedi e te che ti lamenti, io che lì per lì le tolgo, ma il giorno dopo sono esattamente dove erano il giorno prima, così come la mia borsa, la mia giacca, i miei occhiali e le interminabili cacce al tesoro per trovarli, perché chissà come mai, all’improvviso spariscono dalla circolazione; io che vado in panico e tu che con calma ricostruisci i miei ultimi movimenti e li trovi.
Ti ho mai confessato quanto mi piaceva disegnare con il dito sul vetro del tavolo della sala da pranzo? un sole, un cuoricino, l’iniziale del tuo nome, poi superato il momento di dilagante romanticheria lo pulivo per bene; devo ammetterlo, non sono mai stata una perfetta donna di casa, se dovevo scegliere fra spolverare da cima a fondo casa o andare in giardino a giocare con Tabata, io non ho mai avuto dubbi, così come non mi sono mai sentita in colpa se un giorno, ma anche due, non ho passato la lucidatrice sul parquet.
Eppure casa nostra ha sempre accolto e abbracciato tutti, e tutti si sono sempre sentiti a loro agio. Casa nostra è sempre stata una casa sorridente, viva, allegra, pulita quel che basta, ordinata il giusto, senza paranoie e eccessi.
Non mi è mai passato per l’anticamera del cervello di tirare tardi la sera a lucidare i sanitari del bagno quando magari l’alternativa era stare appiccicata a te sotto il piumone a guardare la televisione o a dire stupidate senza senso ridendo come scemi, cosa credi: la vita è una sola e io sono felice di aver speso la mia a seminare in ogni angolo della nostra casa tracce del nostro amore e della nostra esistenza, come un quadro fatto da noi due a quattro mani, o un disegno fatto con i pennarelli su uno specchio, e non importa se quella che per me era una farfalla perfetta, per te non era niente di più che uno scarafaggio, perché i tuoi occhi brillavano mentre mi prendevi in giro sul fatto che io a disegnare sono proprio negata.
Sarà che sono sempre stata convinta di una cosa: le persone fissate con l’ordine e la pulizia secondo me nascondono più gravi e pericolosi disordini interiori, e allora hanno bisogno di dissimulare questa realtà rendendo l’ambiente che le circonda il più ordinato e asettico possibile. Se sia vero o falso non lo so, so che per me è sempre stato un alibi perfetto, e me ne sono sempre stata. Anzi, quando esponevo questa teoria ad altre persone, ero talmente convinta io da persuadere anche loro, forse perché a tutti piace da matti avere a disposizione una scusa perfetta per allontanare ancora un po’ l’antipatico dovere per fare spazio ad un gioioso piacere. E le persone che dicono che per loro pulire casa è fonte di gioia sono persone pericolose, bombe inesplose, potenziali serial killer: meglio evitarle, star loro alla larga, che non si sa mai cosa gli può frullare in testa.
Quindi, amore mio, quando saremo vecchi ma vecchi veramente, ricordiamoci di quanto era bella la nostra casa, ma con la consapevolezza che a renderla così bella eravamo noi, con la nostra felicità che diventava creatività, intuizione e fantasia, dentro questa casa i bambini che erano in noi non sono mai cresciuti,non glielo abbiamo permesso, e non hanno risentito degli anni che passavano uno dopo l’altro, dopo l’altro e un altro ancora. Questo sì che è stato un risultato portentoso.
E’ un’esperienza entusiasmante diventare adulta al tuo fianco, e mentre te lo dico faccio una nuvoletta di fiato contro il vetro e con un dito ci disegno dentro un sole.

Magda e Furio e le “Nozze di cotone”

avvertenza: post ad alto contenuto di miele e melassa, attenti a non scivolare.

Ma siamo sicuri che sia già passato un anno? un anno di noi, da marito e moglie, intendo.
Pare di sì. E come tradizione vuole, facciamo un piccolo bilancio.
L’altro giorno per commentare il nostro anniversario cercavo una canzone, una poesia, qualcosa che calzasse addosso alla nostra vita perfettamente come un guanto, mi sono a lungo spremuta le meningi, e all’improvviso eccola l’ispirazione: l’inizio della canzone d’amore per me più bella di tutti i tempi “Grande grande grande” di Mina: con te dovrò combattere, non ti si può pigliare come sei…
Già, combattere, due teste dure, due personalità non proprio morbide, ritmi e bioritmi diversissimi, io pigra tu ipercinetico, tu che al mattino ti alzi con il sorriso e parti a mille, io che sembro un orso svegliato in brutta maniera a metà letargo, io che faccio dell’improvvisazione il mio stile di vita, tu che fai un foglio excell per programmare qualsiasi cosa fino al minimo dettaglio. Tu perfezionista, io che ti dico di sì ma poi faccio come mi pare.
Liti furibonde che si traducono in interminabili mutismi da parte tua, e lo sai bene che io li odio i musi, ma non cedo. Una sfida continua, che ci ha fatto crescere, ogni lite, ogni scornata, ogni singolo muso lungo sono, per me, prove tangibili della nostra crescita. Fossimo dentro ad un video game, sarebbero i passaggi di livello, è che ormai sappiamo come prenderci, abbiamo imparato i trucchetti e allora litigare è diventato un po’ più difficile, ora battibecchiamo, una sfida continua a chi avrà l’ultima parola, e nessuno dei due vuole mollare la presa per primo.
Mi hai aiutato a crescere, io che pensavo di essere già a buon punto; mi hai spinto a far uscire allo scoperto la mia passione per la scrittura, e così è nato questo blog che fosse stato per me sarebbe rimasto chiuso nel cassetto fino alla fine dei miei giorni, mi hai fatto riscoprire (o scoprire?) il piacere di cucinare, di prendermi cura di casa, e la soddisfazione di farlo da soli, di bastarsi. Mi hai insegnato un sacco di cose che ignoravo, hai pure provato a insegnarmi a suonare la chitarra, e ti sei anche reso conto che è impossibile, perché io sono l’anti-ritmo.
Sono entrata in questa casa che parlava solo di te, ed è stato bellissimo vedere come te rinunciavi ai tuoi spazi per fare spazio a me in modo che in questa casa potessi sentirmi da subito a mio agio, magari non te lo dico mai, ma lo penso sul serio, non deve essere stato facile vedere il tuo ordine programmato da uomo single soccombere sotto i colpi di una donna maldestra e di un cane scodinzolante, però ce l’abbiamo fatta. Io sono un po’ più ordinata e programmata, e tu forse hai capito che si può vivere anche senza programmare ogni cosa, che lasciare le cose al caso può essere anche divertente…ok, ok a patto di non essere in mezzo ad un bosco, o in una città dall’altra parte del globo senza uno straccio di itinerario…di questo ti do atto. Così come ti do atto che forse fare la ballerina in casa non è una grande idea soprattutto se hai troppo vicine preziosissime lampade di design fatte di fragilissimo vetro soffiato a mano da un artigiano che è morto subito dopo aver finto QUELLA boccia che però va detto, quando si frantuma in miliardi di pezzi fa un rumore bellissimo, come di mille campanelli che suonano tutti insieme, però tu non hai colto questa sfumatura, ti sei arrabbiato e basta…
Però devi darmene atto, in ogni tua trovata ti sono stata sempre solidale; trovane un’altra che perde il sonno per confezionare a mano le scatolette che contengono gli hamburger, solo perché ti sembrava banale servirli agli amici nei piatti, per non parlare di quando ci è venuta la sventurata idea di imbiancare casa tutta da soli, trovane un’altra che senza battere ciglio si arma di rullo e scaletta e si spara tutti i soffitti, o che diventa la tua assistente quando decidi di darti alla cucina molecolare, o che in giro per il mondo si improvvisa poliglotta perché a te, all’idea di parlare inglese, ti si chiude il cervello a doppia mandata, salvo poi riprendermi perché ho detto qualche castroneria, te possino…
Credo che sia questa la nostra forza, insieme ci divertiamo proprio tanto: abbiamo girato mezzo mondo, soli io e te e una tonnellata di bagagli, abbiamo fatto corsi di cucina che ci sono costati la dieta che stiamo facendo ora, fantasticato su come sarà la nostra vita negli anni a venire, con la consapevolezza che anche se dovesse rimanere così come è, sarebbe perfetta (a parte il fatto che tu mi dici, ridendo, che vorresti provare il brivido della vedovanza), mangiato vermi fritti e preso sbornie epocali bevendo troppi rum punch, abbiamo fatto squadra trovando nelle nostre diversità energia vitale per crescere.
Quando una scarpa destra trova la sua sinistra, poi diventa facile camminare e raggiungere nuovi obiettivi, e penso sia quello che è successo a noi quasi quattro anni fa. Io ci credo a questa cosa, che quando due anime gemelle si incrociano per caso, si riconoscono subito, e così è stato per noi: ci siamo incontrati e non ci siamo lasciati più, anche se abbiamo dovuto smussare più di un angolo per non farci male e trovato pure compromessi storici, ma si fa, quando c’è di mezzo un amore grande solo gli stupidi si arrendono davanti alle difficoltà, e non esiste amore senza difficoltà, senza qualche ostacolo sparpagliato lungo la strada.
Ti amo Furio mio, te, le tue manie, la tua necessità di programmare tutto, la tue camicie stirate e e messe a posto in ordine cromatico, i tuoi coltelli assassini che ogni volta che li uso io mi apro regolarmente un dito, le tue incrollabili certezze, i tuoi costanti “ma lo sai perché?” a cui io rispondo sempre che no, non lo so, tu mi spieghi e io mi dimentico subito cosa mi hai detto, la tua curiosità verso tutto e tutti, la tua inesauribile energia e entusiasmo, tutto insomma.
Ci sono volte che mi incanto a guardarti, mentre cucini, mentre giochi con Tabata, mentre tagli l’erba, mentre fai le tue cose insomma,  e in quei momenti penso che se è vero che la perfezione non esiste, ci sono volte in cui arrotondando un poco la realtà, ci si avvicina molto all’ ideale di perfezione che ognuno ha, e mentre penso questo tutta assorta nella contemplazione del mio amore per te, ecco che arriva puntuale la tua voce “che fai? dormi? sveglia sveglia che ci sono un sacco di cose da fare”. Mugugno un po’ e mi metto all’opera. Sorridendo.

Educational Cruise Channel

Stranezze e stramberie del variegato popolo dei croceristi.
-I distributori di acqua. E loro utilizzo e funzionamento.
C’è una cosa a bordo che è la cartina tornasole del crocerista avvezzo rispetto al neofita: la macchinetta che distribuisce l’acqua e il ghiaccio. Questa macchina non reca istruzioni particolari, l’utilizzo è intuitivo, appoggi il bicchiere e un sensore fa partire acqua e ghiaccio come se piovesse. Alla prima crociera ci si incastrano tutti, sembra di assistere a un remake di “2001 Odissea nello spazio” quando le scimmie incuriosite si mettono in cerchio a studiare un monolite nero, senza capire di cosa si tratti. Tanto è vero che un’ arzilla signora non più giovanissima, è arrivata a dedurre che si trattasse di un comodo e pratico lavamani messo inspiegabilmente nel reparto bibite del buffet, e così, mentre tutti noi eravamo in coda per riempire il nostro bicchiere, lei si è data una bella rinfrescatina alle manine.
– Gli ascensori, questi sconosciuti.
Altro banco di prova sono gli ascensori della nave. In poche parole: quando chiami l’ascensore ( e ce ne sono quindici per piano, non uno) bisogna prestare attenzione se sta salendo o scendendo, cosa che si evince dalla freccia posta sopra e sotto alla pulsantiera: se sale si accende quella in alto, se scende, quella in basso. È chiaro? E soprattutto per chiamarlo è sufficiente schiacciare una volta sola il pulsante, senza accanirsi con pigiate ripetute sempre più violente, perché l’ascensore non ce l’ha con voi, e quindi: perché lo odiate così tanto?
Chiarito l’uso, non resta che andare a trarre in salvo quel gruppo di persone che stanno spendendo tutte le loro vacanze rinchiuse dentro, vagando errabonde da un piano all’altro senza sapere dove vanno e perché ci vanno. Vedono arrivare un ascensore e ci saltano dentro, ma, magari, dovevano solo scendere di un piano, e l’ascensore sta salendo all’undicesimo, facendo tappa a tutti  i piani intermedi caricando e scaricando carovane di persone. Morale: tempo stimato per scendere di un piano circa 15 secondi, tempo effettivo un paio d’ore….
– Le escursioni: quando una toilette può diventare l’incubo ricorrente di una guida.
Tutti pronti per sbarcare, numerino adesivo con indicato il proprio pullman, biglietto dell’escursione alla mano. Si parte. Quando si arriva davanti al sito archeologico oggetto della visita, la guida ci spiega per bene tutto quanto. Finita la spiegazione, chiede speranzosa “Ci sono domande?” risposta, all’unisono: “dove sono i bagni?” È incredibile, ma il ritmo di ogni escursione è scandito dalle urgenze minzionali di qualcuno. Siamo sbarcati da poco più di un’ora da una nave che nasconde toilette in ogni angolo, ma è possibile che tutti hanno la spia per il troppo pieno già accesa? Deboli di vescica questi croceristi…
– I furbetti del quartierino, ossia il peggio del peggio della “malaitalianità”.
In ordine sparso:
– la signora capitolina che non vuole indossare il giubbino di salvataggio per l’esercitazione a bordo per le prove di abbandono nave (Concordia docet), perché tanto “Se tratta solo d’un esercizio, e io nun me lo metto, ecco” e tu vaglielo a spiegare che è obbligatoria. Il marito, tutto bardato di arancione, in un angolo, silenziosamente spera….
– quelli che “intanto noi ci intrufoliamo”.
Il loro scopo nella vita è passare avanti, tagliare la fila, buggerare qualcuno. Clamorose e degne di nota le due signore anzianotte che, al momento dello sbarco a Savona, con relativo ritiro bagagli, il tutto organizzato alla perfezione da Costa con un sistema di etichette colorate, cioè: la sera prima ti fanno trovare in cabina delle etichette colorate da attaccare ai bagagli (rosso, verde, arancione, blu ecc ecc); a ogni colore è abbinato orario di discesa. E’ sufficiente farsi trovare all’orario corrispondente al proprio colore in  un determinato punto della nave e stop. Finito, semplicissimo.
Cosa hanno pensato le due signore? Di imbucarsi in un gruppo diverso dal loro “perché tanto, quando se ne accorgono, mica ce rimandano indietro…”. Delle signore si sono perse le tracce, nulla di grave, ma è l’atteggiamento che da fastidio…perchè se tutti ragionassimo come loro, ogni sbarco avverrebbe nel caos più totale. Ci sono due regole da seguire. Seguile e basta, si chiama “comportarsi civilmente”.
-quelli che “in guerra e al buffet tutto è lecito”.
Abbiamo visto gente litigare per un anello di totano fritto, padri di famiglia organizzare vere e proprie imboscate al vicino di tavolo, piazzando i figli, la moglie e la suocera in posti da lui ritenuti strategici al fine di arrivare primi davanti alle lasagne. Abbiamo visto (e riso fino alle lacrime) incauti commensali spalmare gaudenti la pasta wasabi (PICCANTISSIMA, ne basta la punta di un coltello) su fette di pane come fosse burro, e abbiamo condiviso il momento di ilarità con i cuochi e i camerieri, che votati per dovere al silenzio, si sono ben guardati dal fermare quei golosi disinformati, ma si vedeva dai loro occhi che dentro di loro stavano esplodendo risate incontenibili.
Per non parlare poi della composizione dei piatti al buffet: alla base antipasti e insalate varie, sopra la pasta o il riso o entrambi. Sopra sopra, i secondi di pesce, di carne, di quello che passa il convento. Sopra sopra sopra gli affettati e i formaggi. sopra sopra sopra sopra a mo’ di ciliegina sulla torta o il pane o un frutto. Schiacciato a lato il dolce o i dolci. Disgustose e ipercaloriche torri di Babele, di cui verrà mangiata solo una minima parte perché “Tutto ha lo stesso sapore” – ma che strano, pensa, se tu fai stare un pranzo di cinque portate su un piatto di venti centimetri di diametro, poi non capirai nemmeno più cosa stai mangiando – Che stranezza! Bisognerebbe che ci costringessero a mangiare tutto quello che mettiamo sul piatto (come faceva mia mamma), vedi poi se non ci stai più attento a quello che ci metti sopra… Uno spreco di cibo veramente fastidioso, immorale, direi.
-Gli ammutinati del pullman. Altrimenti noti come bastian contrari, mai contenti, rompipalle.
Sono quelli che se il programma della gita prevede di andare a destra, si lamentano perché loro volevano andare a sinistra; sono quelli che se la guida non li porta subito a bere un caffè minacciano la crisi isterica, quelli che se a bordo l’aria condizionata è accesa hanno troppo freddo e lo fanno notare, l’autista, gentilmente, spegne l’aria e loro, tempo cinque minuti (cronometrati) hanno caldo. Quelli che “…parlo a nome di tutti” – “machittelhachiesto”-, i supersimpatici sempre con la battuta pronta e spesso fuoriluogo, che, a metà escursione hanno fatto il vuoto intorno a loro; quelli che mentre la guida spiega, e in questa crociera non erano stupidate, considerato che siamo stati ad Atene, Olimpia, Efeso e Gerusalemme, sghignazzano, scherzano e fanno un baccano infernale o telefonano a casa (ignorando il fatto non trascurabile, che una telefonata di cinque minuti costa come il trapianto di un rene) per far sapere a tutti, a casa e sul pullman, che stanno bene, che si stanno divertendo un sacco, che è tutto molto bello,che il tempo è buono e di salutare tanto i nonni, gli zii, i nipoti, tutti i parenti fino al terzo grado e per buona misura, pure i vicini di casa.
Per ora mi fermo…Ma non finisce qui! Mitico Corrado.
(fine prima parte – segue)

 

Serate di gala sulla Costa Pacifica

Chi l’ha già provata lo sa: la crociera è una vacanza deliziosamente pigra scandita da rituali giornalieri. Capita così che quando si affrontano lunghe tratte di navigazione che durano giornate intere, per movimentare un pochino l’atmosfera, scatta la serata di gala. La serata di gala può essere giustificata dalle più variegate argomentazioni tipo: il gran ballo degli Ufficiali o una festività nazionale o internazionale tipo Ognissanti, ma non è questa la cosa importante, bensì il dress code consigliato che è, appunto: gala.
Potrei chiudere questo post rubando la mitica battuta di Blade Runner “ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare”, salutare e andarmene, ma no, non lo farò, e vi renderò partecipi delle mirabilie che come cunei si sono conficcate nelle mie pupille, facendole urlare di dolore….o di raccapriccio.
E allora via, che serata di gala sia.
E così, appena mettiamo fuori il piede dalla nostra cabina, veniamo catapultati sul set di una soap opera anni ’80: vi devo anche spiegare il perché?
È un trionfo di poliestere, ricami cinesi e abbinamenti impossibili.
Il super premio “becero style” va a una ragazza che indossava un abito asimmetrico, più corto davanti e lungo dietro, color salmone, a più strati di voile, con corpetto ricamato, spalline sottili e bolerino coordinato, calze opache pesanti nere e stivali neri. Un autentico pugno nell’occhio. Imperdonabile.
C’era poi quella signora che, stella mia, se la Natura ti ha voluto alta poco più di un metro e mezzo, perché devi mortificare la tua figura indossando un abito con tanto di strascico verde smeraldo? Il risultato (tragico) che otterrai è che sembrerà che la lavanderia ha sbagliato a consegnarti l’abito, e tu indossi quello di una signora molto più alta di te.
Ma non pensiate che sono solo le signore a regaleci queste perle di stile; vi vorrei infatti parlare di quei ragazzi freschi di matrimonio, magari in viaggio di nozze in crociera,  per loro l’abito elegante diventa in automatico l’abito delle nozze, e fin qui niente di male, però se ti sei sposato in perfetto look Pignatelli (giacca lunga, gilet in broccato o damascato, camicia da smoking e cravatta arricciata con lo spillone di traverso sul nodo) forse è un po’ troppo, e il rischio che corri è quello di sembrare un paggio alla Reggia di Versailles.
Sempre a proposito di bizzarrie al maschile, ieri sera c’era un tale che indossava quello che sembrava essere un completo da cameriere, ossia pantalone con pince e giacchetta nera corta in vita con abbottonatura a doppiopetto. Giuro, i camerieri della nave sono vestiti allo stesso modo, ma con giacca avorio. L’altra ipotesi è che la giacca altro non sia che un frac mutilato delle code; sia come sia, la situazione non migliora. Se lo mettevi di fianco al paggio di Versailles, mancava solo Mengacci che chiedeva alla madre piangente(forse, la signora con lo strascico verde?): “Cosa prova il cuore di una madre quando si sposa il proprio figliolo?” et voilà, circa tremila persone catapultate sul set di “Scene da un matrimonio”.
Matte matte risate…
Ci sono poi quelle coppie in cui la percezione della serata di gala è nettamente diversa fra l’uomo e la donna: lui in bermuda e polo a mezza manica, lei con abito lungo, capelli raccolti con fermaglio di cristalli e manciate di gioielli sparse qua è la. Equilibri rodati dal tempo su cui è saggio non mettere becco.
E quando pensi di aver visto tutto il possibile, all’improvviso senti avvicinarsi un fruscio di sete, shantung e taffeta, e un drappello di fanciulle (le amiche della sposa?) con abiti molto scenografici (pure troppo) con tacchi altissimi….così alti che per salire e scendere le scale devono aggrapparsi al corrimano, e quando provano a camminare traballano così tanto che temi sul serio per la sorte delle loro caviglie. Sono belle e lo sanno, ma nessuno ha mai detto loro che con abiti così importanti la postura è tutto, anche da sedute, perché se ti sdrai sul tavolo, appoggi i gomiti e stai tutta stravaccata, puoi avere anche un abito da principessa, ma sembrerai comunque sempre una coatta. Però loro si piacciono un casino, e passano la serata a scattarsi milioni di miliardi di fotografie.
Le più tenere sono quelle signore un po’ in là con gli anni che non vogliono rinunciare all’abito lungo. Loro mi piacciono perché hanno l’eleganza vera di chi non nasconde gli anni, e sopra ad un abito da sera scuro mettono uno scialle per coprire braccia non più tonicissime (cosa che, a breve, dovrò fare anche io, se non mi decido a rimettermi in riga) e ai piedi, vedi far capolino dall’orlo scarpe più basse e comode. Le più civettuole stringono in mano un ventaglio e tutte, ma proprio tutte, hanno quel profumo buono di cipria, quello che aveva anche mia nonna. Al loro fianco eleganti signori avvezzi alla galanteria che cedono loro il passo, le tengono sottobraccio e dopo cena le faranno ballare fino a tardi. Coppie da prendere a modello, da ricalcare con la carta a carbone.
Candele accese sui tavoli, tintinnio di forchette e bicchieri, camerieri in livrea, il brindisi con il Comandante e poi la sorpresa dello chef su, al ponte 9: torte gigantesche e sculture di ghiaccio: really, really, really anni ’80. Mi aspetto di trovare una signora con l’acconciatura fissata con la lacca glitterata e poi siamo a posto.
A me cominciano a far male i piedi, Luca nel suo perfetto completo Armani comincia ad avere un principio di evaporazione, è ora di tagliare la corda.
Dalla Costa Pacifica per ora è tutto.
Buonanotte.

Magda e l’imbarazzo di essere italiani: tutti all’Acropoli.

Immersi nella magia dell’Acropoli di Atene, acciambellati come gatti nella culla di tutte le civiltà, affascinati dalla bellezza classica delle rovine della Grecia antica, il mio fantasticare viene di colpo interrotto dal suono del fischietto di una delle guardie del sito archeologico. Istintivamente ci giriamo tutti per vedere con chi ce l’avesse perché sembra proprio arrabbiata perché, oltre a soffiare tutta la sua rabbia dentro al fischietto, comincia a sgranare un rosario di improperi in greco…cioè, si intuiva che fossero accidenti per il tono con cui vevivano pronunciati, perché il greco è qualcosa di veramente incomprensibile per i comuni mortali.
Ci giriamo e con sgomento vediamo un gruppetto di ragazzetti sui vent’anni tutti presi a farsi una foto abbracciati a una delle colonne di quello che un tempo fu il Tempio delle Cariatidi.
No ma fai pure, la recinzione che tu hai ignorato era solo messa lì in modo da farci apprezzare meglio le tue qualità agonistiche quando hai deciso di scavalcarla, no no, tranquillo, il marmo delle colonne è solo del V secolo a.c quindi per niente delicatissimo, sì, gli fanno ogni tanto delle iniezioni particolari e costosissime per evitare che si sgretoli e crolli tutto; ma tu stai sereno, avviluppati intorno alla colonna come una ballerina di lap dance e fai pure la foto per aggiornare il tuo profilo Facebook.
Intorno a lui solo sguardi di rimprovero e disappunto, noi guardando meglio notiamo che ha l’adesivo Costa sulla t-shirt e che quindi è del nostro gruppo, osservando ancora meglio notiamo che fa parte di un drappello di ragazzi che hanno già avuto occasione di sfoggiare la loro educazione e classe in molte altre occasioni: taglio della fila ai buffet, parlare a voce altissima al tavolo disturbando la conversazione dei commensali vicini e, nonostante abbiano vent’anni suonati, pare non siano ancora capaci a stare seduti composti a tavola e a impugnare le posate in modo da non sembrare un orango. Il tutto sotto lo sguardo compiaciuto dei genitori….
D’altronde cosa ti vuoi aspettate da dei tizi che hanno le sopracciglia depilate che nemmeno la mitica Audrey ce le aveva così curate?
E così, mentre gli altri turisti scuotono la testa e dicono in tutte le lingue del creato “i soliti italiani” a me monta la furia, perché io sono italiana come loro, e quindi agli occhi del mondo, io sono come loro. Una cafona, maleducata e ignorante. E io non ci sto.
Vorrei dire a una ragazzetta facente parte del caleidoscopico drappello di sgarruppati, che indossare una maglietta con scritto in pugliese “che cazzo guardi?” non è una scelta di stile strepitosa, ma poi ascoltando meglio, vorrei proporle uno scambio equo: indossa la T-shirt che vuoi ma in cambio non stuprare la lingua italiana sbagliando in maniera sistematica tutti i congiuntivi. Almeno provaci… E se ti avanzano cinque minuti, togliti un paio di etti di trucco in viso, che hai le ciglia talmente cariche di mascara che non sembrano più ciglia, ma le zampe di uno scarafaggio rachitico.
Se questi ragazzi sono il futuro che ci aspetta, cari miei, siamo rovinati…

Onde…

Cos’è la felicità,
se non un’onda gigantesca che ti corre incontro
di cui non hai paura,
Ti lasci travolgere dai suoi flutti,
Lasci che la sua forza ti passi attraverso
Ti devi fidare
E lasciare che ogni cosa,
Dal caos,
Trovi il suo ordine.

Felicità è la spuma dello champagne
Che ti farà girar la testa
Sono i pensieri che
Ti danzeranno in testa mentre,
Con gli occhi proverai a seguire
L’allegra risalita delle bollicine
Verso il bordo del bicchiere
Ben sapendo che ti perderai.

Ma cos’è la felicità se non il coraggio di perdersi
Di lasciarsi travolgere
Di lasciarsi trafiggere da quell’istante
Che cambierà tutto

La calma dopo il caos,
Il mare piatto dopo la tempesta
La luce dopo tante ore di buio
Abbandonare i propri pensieri
Ben sapendo che
Ci saranno amorevoli mani non tue
Che li raccoglieranno e li faranno propri
Per consegnarli all’infinito.

Magda e Enel Energia: un incubo lungo quattro giorni.

Tutto comincia un tranquillo giovedì mattina di ottobre, io ero in casa con il tecnico dell’allarme impegnato in un intervento di manutenzione, quando all’improvviso suonano al cancello. Siccome aspettavo altri tecnici che dovevano portarsi via un pozzetto congelatore andato in tilt, incautamente apro.
Mi trovo davanti un ragazzo con un viso d’angelo, tutto ben vestito con una cartellina sottobraccio e un distintivo con la scritta Enel grosso come una casa. Comincia un bombardamento di frasi fatte (me ne rendo conto ora, con il buonsenso del poi), che Enel sta facendo questa campagna porta a porta per “premiare” i suoi clienti, bla bla bla, che può offrirmi per conto di Enel un risparmio in bolletta pari al 20%, mi chiede se gli faccio vedere la nostra ultima bolletta e “…sì sì, siete fortunati, rientrate nei parametri dell’offerta, anzi è proprio indirizzata a clienti come voi, e stia tranquilla Enel energia è sempre Enel, lei non sta cambiando fornitore…”
Se fossi stata in me, e in possesso delle mie basilari capacità di discernimento, ce ne sarebbe abbastanza per invitare il caro ragazzo a fare la strada fatta fino a me, ma a ritroso, per tornare esattamente da dove è venuto; e invece no, faccio la minchiata. Tranquillizzata dal fatto che non ero sola in casa, e perché effettivamente noi paghiamo in luce una piccola fortuna, lo faccio entrare per spiegarmi meglio.
Tempo un quarto d’ora la sottoscritta idiota ha firmato un contratto con Enel Energia per la fornitura di corrente. Una vocina dentro di me mi faceva notare che stavo facendo una stupidata galattica, ma un prepotente coro di stupidi neuroni festanti copriva quella saggia vocina. Quando il tipo se ne va, in cuor mio so già di essermi infilata in un casino, ne avrò poi la matematica certezza quando, messo al corrente di quanto accaduto, Luca mi ricopre di parole irripetibili dalla testa ai piedi. Mi viene da piangere.
In preda all’agitazione più nera chiamo il tizio che mi ha lasciato il suo numero (almeno so che è una persona a modo) gli dico che ho cambiato idea e voglio risolvere il contratto, in un lampo torna e mi strappa sotto il naso la sua copia, invitandomi a fare lo stesso con la mia (scema idiota cretina, non farlo….STRAP STRAP STRAP…..troppo tardi) il problema è che ho già fatto la registrazione telefonica, e quindi il contratto è ancora valido a tutti gli effetti… Ma che fra 10 giorni riceverò una seconda chiamata dove non dovrò far altro che “negativizzare” il contratto. Io mi sento come se la consapevolezza di essere idiota si impadronisse di ogni singola cellula del mio corpo. Mi sento spacciata.
Quella sera dobbiamo vederci a cena con degli amici, sarà la prima occasione di Luca per ribadire al mondo l’enorme stupidata fatta da sua moglie e la relativa stupidità di cui sua moglie ha dato ampiamente sfoggio. Ormai è chiaro che l’ho combinata grossa. A seguire prima notte di incubi, nella fattispecie mi si riempiono i piedi di chiodi a ogni passo. Molto bene.
La mattina seguente mi sveglio in preda all’ansia, aspetto che Luca esca e chiamo subito il call center di Enel energia, espongo i fatti alla gentile signorina aldilà della cornetta, la quale mi ribadisce la versione dell’incaricato porta a porta: vuoi vedere che hanno ragione? Nel frattempo Luca continua a non darsi pace di come sua moglie, una donna con intelligenza nella media, possa aver fatto una cavolata del genere. Più ne parliamo con i nostri amici e più io mi flagellerei migliaia e migliaia di volte, c’è chi mi racconta di scenari apocalittici, chi di bollette astronomiche, chi semplicemente mi guarda e scuote la testa (la reazione che mi ferisce più di tutte). Possibile che non ci sia via d’uscita?
Io e Luca litighiamo più e più volte sull’argomento, io lo so che ha ragione da vendere, ma ho già l’orgoglio martoriato, la testa che frulla, e io che mi prenderei a ceffoni più o meno all’infinito, non riesco a sopportare anche lo sguardo impietoso che ha quando mi dice “DEVI risolverterla da sola, sappi che scoppierà un casino infernale”. Come un cane bastonato me ne vado a letto, butto giù una manciata a di pastiglie di valeriana (blando tentativo di suicidio? Certo che con la valeriana, campa cavallo) e passo la notte fra sonni agitati, incubi e ripensamenti.
Stamattina ho deciso, questa cosa ha da risolversi. E basta.
Prima mi lancio in una ciclopica e certosina impresa di bricolage ricostruendo la mio copia del contratto, poi richiamo il call center, rispiego tutta la situazione, una signorina mi dice che per esercitare il diritto di recesso ci vuole un contratto, che bisogna fare una nuova stipula…senza tanti giri di parole le dico se è stupida, se le pare verosimile che per risolvere un pasticcio bisogna metterne in piedi un altro. Devo avere la voce brutta brutta perché si ammutolisce e mi passa una collega. Le rispiego la cosa e, finalmente sento la frase che da circa tre giorni voglio sentire “tranquilla signora, c’è una soluzione per tutto” mi chiede alcuni dati e mi dice che devo fare una raccomandata con cui esercito il mio diritto di ripensamento, mi da tutte le informazioni e ci salutiamo.
Io che ormai non mi fido più di nessuno chiedo ulteriore conferma ad un amico ferrato sulla materia, arrivano così le tanto agognate conferme, mi dice cosa scrivere, come scrivere e cosa allegare. Nel frattempo leggo il contratto (effettivamente devo fare come mi hanno detto), cerco su alcuni siti internet e pare che questa dell’esercizio del diritto di ripensamento sia la strada giusta. Faccio due ragionamenti e capisco il raggiro: prima mi dicono che ho dieci giorni per pensarci, che poi si faranno vivi loro, peccato che quando lo faranno saranno scaduti i termini per esercitare il diritto di ripensamento e io e i polli come me sono belli che fottuti. MERDE MERDE MERDE!!!!
Corro in posta, chiedo quale sia la raccomandar più veloce: ce n’è una che costa una fortuna ma già domani sarà a destinazione. Voglio quella. Missione compiuta.
Un meraviglioso senso di leggerezza mi pervade da ogni singolo poro.
Con un residuo rigurgito di rabbia chiamo l’incaricato porta a porta e gli dico quello che penso: che mi sembra un ragazzo perbene e che quindi sarà il caso che si cerchi un lavoro serio che non lo obblighi a buggerare la gente approfittando della buona fede altrui. Che dare informazioni parziali o scorrette alla stipula di un contratto, ha un nome ben preciso: TRUFFA!
Vi farò sapere come si evolve la situazione. Per il momento dite no a Enel Energia, non aprite agli sconosciuti, non mostrate bollette, non firmate niente. Insomma usate il buonsenso, cosa che inspiegabilmente, non ho fatto io.

Fusilli o farfalle? Magda e il “caso Barilla”

Terremoto in dispensa…..i fusilli Barilla non sono gay-friendly. Allarme! Allarme! E tutta la la rete si infervora.
Il povero Guido Barilla, ospite della trasmissione radiofonica “la zanzara”, trasmissione che io seguo e di cui mi fa impazzire il tono ultra polemico del presentatore, dichiara che, negli spot televisivi della sua azienda, lui preferisce usare l’immagine di una famiglia tradizionale. 3 2 1 …pronti via, esplode la bomba.
Nel giro di un minuto Guido Barilla cessa di essere un buon imprenditore, brava persona, bell’esempio di ciò che l’Italia sa e può fare, per diventare: un OMOFOBO.
E giù pagine e pagine, sia cartacee che sul web, sulla questione in modo che tutti, ma proprio tutti, potessero dire la loro. Potevo forse tirarmi indietro io? Giammai.
Infatti, anche se un po’ in ritardo, eccomi qua.
Fermo restando che la verità e la ragione non stanno mai tutte da una parte sola, io la penso come lui. Non mi sembra affatto una dichiarazione omofobia e terrificante, ammettere che lui per pubblicizzare i suoi prodotti preferisce la rassicurante immagine della famiglia tradizionale: madre, padre, figli, cane tutti bellissimi e felicissimi già di prima mattina.
Già perché “preferire” una determinata cosa non vuol dire per forza detestarne un’altra, voglio dire, io preferisco i cani, ma se vedo un gatto per strada mica gli tiro una pietra….sono forse una GATTOFOBA? No.
E allora, dove sta il problema?
Che poi a ben guardarle le pubblicità della Barilla sono lontane anni luce dalla realtà, esaminiamole un secondo. Case da sogno, ambientazione glamour, tutti belli, vestiti sui toni dell’avorio e del beige, con i loro bei pigiami freschi e perfetti di stiro, spettinati ad arte, che corrono a tavola felici dove ad attenderli ci sono tazze di latte appena munto, brioches fragranti, biscotti appena sfornati, spremute fresche e un irritante buon umore. Sì irritante….perché appena vi cala l’effetto della droga che avete assunto vi apparirà davanti agli occhi la vera realtà dei fatti.
Appartamento con mutuo centennale arredato Ikea, pigiami deformi con il cavallo alle ginocchia e l’orlo che di lavaggio in lavaggio sale e dalla caviglia si assesta alla deprimente altezza di metà polpaccio, coda per il bagno, facce tristi e mugugni, gente che trascina le ciabatte fino alla cucina dove si scalda il latte a lunga conservazione che verrà servito nelle tazze spaiate, le brioches perdono il loro aristocratico titolo e diventano merendine consumate con il fondino ancora avvolto nel cellophane del multipack, cinque minuti e poi tutti fuori, senza neanche salutarsi. Così vanno le cose.
Stendiamo un velo pietoso sul mugnaio iberico super fascinoso che a tempo perso parla con galline acciambellate su cuscini di velluto rosso….lui, ormai, ce lo siamo giocato….
Negli anni novanta, un papà che nella vita è un businessman di successo e probabilmente senza scrupoli, si commuoveva fino alle lacrime quando, frugando nelle tasche del suo completo grigio, trovava il fusillo che la sua figlioletta aveva messo per non fargli sentire nostalgia di casa. La stessa figlioletta che sotto il diluvio con indosso un’adorabile impermeabile giallo, raccoglieva per strada un gattino fradicio e lo portava a casa con se, dove ovviamente veniva accolto a braccia aperte. E da quel momento per tutti è stato “dove c’è Barilla c’è casa”.
Luoghi comuni e immagini stereotipate montate ad arte per far leva sui buoni sentimenti degli ignari consumatori tanto desiderosi di entrate in quel mondo felice e vincente con uno slogan facile facile.
Sono certa che mentre parlava Guido Barilla nemmeno ci pensava al rischio che stava correndo, e tantomeno al danno di immagine a cui la sua azienda stava andando incontro, altrimenti avrebbe taciuto, o detto qualcosa di facile facile e politicamente corretto. È per questo che sono convinta della sua totale buona fede, altrimenti sarebbe un matto. E matto è appurato che non è.
Trovo molto più leccaculo e fastidiosa la pubblicità di Ikea che mostra una felice coppia gay che va a fare shopping con la celeberrima busta gialla, tenendosi per mano: mi sembra ipocrita in quanto mette l’accento sulla questione gay con la mano esageratamente pesante. E così come mi infastidisce sentire frasi del tipo “no no, io non sono CONTRO i gay”, allo stesso modo trovo fastidioso chi puntualizza “vedi io sono a FAVORE dei gay”. E la pubblicità di Ikea mi sembra orientata in questo senso. Una ruffianata bella e buona. Poco importa se il “signor Ikea” sia una delle più brutte persone al mondo, lui è bravo perché è gay friendly.
Ecco, torniamo con i piedi per terra: è marketing bellezza. Sono bravi i suoi responsabili marketing, che lui si limita a pagare lautamente (forse).
Gay, lesbiche, etero, trans: a prescindere dall’orientamento sessuale che possono avere, sono comunque tutte persone e tutte sullo stesso livello. Chissenefrega del loro orientamento sessuale. Quando mi presentano qualcuno io mica mi arrovello su dove gli piaccia metterlo o prenderlo, sono fatti suoi, così come sono fatti miei se mi piacciono gli uomini o le donne o entrambi i generi.
Mi fa paura pensare che dopo le quote rosa in Parlamento, ora ci si debba porre anche la questione delle quote gay nel mondo della pubblicità, perché laddove ci deve essere qualcosa di garantito in favore di una qualsiasi categoria, vuol dire che la categoria in oggetto è più debole delle altre.
Io personalmente detesto le quote rosa: un individuo alle Camere ci deve andare perché ha i titoli per farlo, perché è in gamba e può fare qualcosa di buono, uomo o donna che sia; se una donna è un’incapace (e di esempi ne abbiamo a bizzeffe) se ne sta a casa, idem per un uomo che si dimostra essere un imbecille, non che ogni (dico a caso) dieci parlamentari uno deve essere per forza una donna perché è giusto e democratico così…le agevolazioni non sono democratiche, le agevolazioni mettono l’accento su una debolezza intrinseca nel soggetto che viene agevolato. Debolezza che spesso viene determinata e quantificata da terze persone, diverse dalla persona in oggetto.
Finché la diversità comunque la si intenda, verrà considerata elemento discriminante a favore o contro una determinata categoria, non ci potrà mai essere integrazione. Penso che la vera integrazione passi attraverso il disinteresse, mi spiego meglio. A me non interessa se una persona è gay o è etero, così come non mi interessa se ha la pelle verde, nera o gialla, mi interessa il suo pensiero, la sua vita, il suo essere persona esattamente come lo sono io.
Quando non ci interesserà più sapere gli orientamenti sessuali, religiosi o politici di qualcuno, ma vedremo questo qualcuno come soggetto avente voce, diritti e doveri esattamente come noi, e non dovremo più nè proteggerlo, nè difenderci da lui, ecco solo allora ci sarà la vera integrazione.
E non ci sarà più bisogno di mettere una persona alla gogna solo perché ha espresso un’opinione personale. Perché di questo si tratta: solo un’opinione. Bisogna accettarla, magari non condividerla. Ma accettarla.