Cosa ci fa una che non mangia piccante ad un corso di cucina thai?
Me lo sono chiesta anche io ieri sera, quando MariaSole la cuoca insegnante del corso, ha esordito con “la cucina thai è la cucina più piccante del mondo”.
Molto bene, siamo a cavallo….
Ormai ho imparato, se dichiari subito i tuoi punti deboli sei salvo, quindi ho esordito con “non è che non mangio piccante, diciamo piuttosto che il mio approccio è uguale a quello di un bambino di otto anni”.
Ed è così che senza volerlo ho sabotato il corso di cucina thailandese, cosa simpaticamente (ma simpatica sul serio) sottolineata da MariaSole, che durante tutte e quattro le preparazioni a un certo punto esordiva sempre con un “e adesso ci starebbe bene un po’ di peperoncino, ma noi non possiamo” e inevitabilmente lo sguardo di tutti si dirigeva verso di me….
Ma non mi sono arresa e punta nell’orgoglio ho sfidato le mie papille gustative, già perché durante la preparazione del riso all’ananas e cocco, ogni volta che la cuoca aggiungeva piccolissime particelle piccanti di pasta al curry mi chiedeva di assaggiare per vedere se era tollerabile per le mie neofite papille, e io stoica “no non picca” e lei giù ad aggiungere fino ad arrivare al punto che a momenti mi prende fuoco la gola…ho dovuto buttar giù una bella sorsata di birra per venirne fuori, io che come tutti sanno sono astemia, (perché ridete?) però il riso era buono buono.
Finita la birra ci siamo visti costretti ad aprire una bottiglia di tipico pigato thailandese (scherzo, era ligurissimo) e da quel momento in poi l’atmosfera si è rilassata parecchio, e io mangiavo il piccante con una disinvoltura impressionante.
Da provare assolutamente la zuppa Tom yan Kung, certo, se riuscite a reperire tutti gli ingredienti per farla, e pare che l’unica chance sia andare a Genova in Via Gramsci, quindi, nel caso, organizzatevi per tempo infatti per prepararla a puntino serve una misteriosa salsa di pesce, un ancor più misteriosa pasta piccantina in vaso che sembra un paté di pomodori ma se lo mangi muori per autocombustione, lemon grass che presto la troverete anche a Caperana, date solo il tempo necessario a Furio per dare il via alla coltivazione, funghi, passata di pomodoro, gamberi e lime. Inforcate le chopsticks e dateci dentro. Un’unica raccomandazione: provoca dipendenza da tanto è buona.
E poi arriva il momento dello stupore, del sapore che non ti aspetti: preparate un battuto di aglio e zeste di lime mettetelo in una ciotola con dei pezzetti di papaya e ananas irrorati con un po’ di succo di lime. Mischiate il tutto e assaggiate: non crederete a quello che vi diranno le vostre papille. Poi potete tornare alla rassicurante pasta al pomodoro, ma fidatevi, dovete provare. A completamento del piatto piccoli bocconcini di petto di pollo fatti marinare con del succo di lime e poi saltati in padella a fiamma vivacissima, questa è la versione base, se siete temerari e vi piace sudare buttateci manciate e manciate di peperoncino piccante, e preimpostate il 115 (vigili del fuoco) sul cellulare. Rapido buono e salutare.
Altro giro altra corsa: Noodles pad thai, le meduse nel piatto (dopo Hong Kong il mio rapporto con i noodles è irrimediabilmente compromesso). I noodles altro non sono che una specie di tagliatella trasparente un po’ cingosa che si cuoce come la nostra pasta fresca, anche se il paragone è quasi blasfemo, poi una volta scolati li metti in una wok in cui avrai precedentemente preparato un condimento, noi ieri sera avevamo fagiolini, carote e germogli di soia, noccioline tritate, salsa di pesce, lime, aglio e salsa di soia, li fate saltare ben bene e poi ve li pappate e buon appetito.
Io che in sono bravissima in cucina, ho preparato il nostro dolce, attenti al procedimento perché non è facile. Allora rubate agli altri la papaya che hanno già sbucciato e tagliato, e mettetela in una ciotola. Poi, massacrate a coltellate un innocente mango dopo averlo ridotto di un terzo del suo volume nel tentativo di sbucciarlo, prendete i brandelli di mango così ottenuti e provate a dargli una forma simile a dei cubetti che metterete insieme a quelli di papaya, prendete un lime e spremetecelo dentro, mischiate il tutto. Lo so è un po’ difficile, ma ci potete riuscire anche voi.
Importante: per la buona riuscita dei piatti della cucina thai servono alcuni accorgimenti essenziali, ve li riporto pari pari:
– essere sorridenti
– mettersi un fiore fra i capelli
– avere a disposizione casse e casse di lime altrimenti non andate da nessuna parte
– cucinare insieme a gente allegra
– avere a disposizione una piccola alcova perché pare che la cucina thai invogli a ben altri piaceri oltre a quelli della tavola.
Detto questo non resta che aggiungere:
kŏr hâi jà-rern aa-hăan! Che in lingua thai si scrive:ทานให้อร่อยนะ
Non offendetevi, vi ho solo augurato buon appetito.
Categoria: magda e furio
Magda e Furio e la gita fuori porta
Una domenica indimenticabile….
Ora si tratta di decidere da dove cominciare a raccontarla, e come.
Testa o croce.
Testa: resoconto semiserio di una domenica italiana
Croce: il Vittoriale minuto per minuto con riferimenti alla vita e alle opere del D’Annunzio
Va be’ dai, prima vi faccio ridere…
Sveglia alle ore 6:00 e mentre in altre circostanze avrei brontolato e sarei stata simpatica e socievole come un lupo mannaro, salto giù dal letto che neanche a Natale quando c’erano da aprire tutti i regali ero così pimpante. Ci prepariamo e via, si parte alla volta di Gardone Riviera: andiamo a visitare il Vittoriale. Siamo allegri e ridanciani, promette di essere una domenica perfetta.
C’è poco traffico e il viaggio è piacevole e rilassante, Furio guida la sua crucca bianca in totale sicurezza, quando a un certo punto lo spiazzo con un’uscita delle mie “ma su che lago si trova con precisione il Vittoriale?”. Ne convengo, se un posto si chiama GARDONE RIVIERA, un minimo di sospetto avrebbe dovuto venirmi, ma il mio cervello alle sei del mattino è pigro, e anche alle sette, e un pochino anche alle otto….fossero state le nove ci sarei arrivata.
In risposta alla mia domanda Furio alza il volume dell’autoradio…che sia un messaggio subliminale? In autostrada noi siamo sintonizzati sempre su Isoradio, musica improbabile ma informazioni sul traffico sempre aggiornate, però c’è una cosa che non mi spiego: pazienza noi che siamo in autostrada e quindi essere informati sul traffico, per noi, può avere la sua importanza, ma perché alla redazione della radio arrivano messaggi tipo “mi sono appena svegliato, sono ancora a letto e vi ascolto”?
Trovare una possibile spiegazione plausibile ci fa venire fame, è ora di una sosta all’autogrill e meno male che sono passate le nove e il mio cervello si ricorda che oggi c’è il raduno degli alpini a Piacenza, il che spiega anche gli innumerevoli pullman che incrociamo per strada, sarà il caso di rinviare la sosta a dopo Piacenza, al fine di evitare di rimanere imprigionati per sempre in autogrill schiacciati fra cori alpini, caffè corretti grappa, penne, pennine e pennacchi.
Mi piacciono gli alpini, mio padre era un alpino, però non sono ancora riuscita a elaborare il trauma di quando avevo circa otto anni, c’era il raduno degli alpini a Genova, famiglia al completo e cappello con penna nera in primo piano. Diluvio, niente ombrelli, solo un impermeabile giallo fatto dello stesso materiale dei sacchetti della spesa, taglia XXXL: dunque, io a otto anni pesavo forse venti chili, sembravo in accappatoio con quell’affare orrendo sopra al mio vestito preferito in velluto viola con una balza a fiorellini e un fiore fatto con la stessa stoffa della balza applicato sul petto e maniche a sbuffo. Bellissimo. Gira ancora una foto di quel raduno: bimba con adorabile vestito viola con sopra accappatoio di plastica giallo in testa cappello da alpino, sguardo triste perché oltre a litri e litri di pioggia ha preso pure una sberla da suo padre in quanto la bimba ha pestato inavvertitamente un ricordino di un cane che passava di li. Certe cose non si dimenticano.
Finalmente ci fermiamo ad un autogrill “alpini free”, cappuccio e brioche per Magda, un Capri e una Coca per Furio ( i nostri fusi orari alimentari sono decisamente sfalsati). Se siamo riusciti a scampare al pericolo alpini, nulla possiamo per evitare un gruppo di tifosi del Torino in trasferta in divisa total look granata: felpa, polo, sciarpa, cappello e bandiere. Alla toilette gentili signorine della curva ripassano i cori da stadio, e devo convenire che fare pipì accompagnata da un sentito “noi non ti lasceremo maiiiiiiiiiii” ha una sua suggestione.
Nonostante i reiterati tentativi del Tom Tom di farci sbagliare strada, arriviamo a destinazione. Posteggiamo la macchina. Famigliola apriamo la prima busta: cosa c’è scritto? Arrivo previsto ore 10:15. Sono le 10:16. Furio è Furio e non si smentisce mai.
Fine prima parte.
Magda e Furio al corso di cucina.
Magda e Furio al corso di cucina.
E un giorno come tutti gli altri, Furio se ne esce con una trovata delle sue: “potremmo fare un corso di cucina insieme, che te ne pare?”
Anche se confesso di non averci mai pensato, quando me lo ha proposto ho accettato con entusiasmo. Indosso una sgargiante camicia a quadri che Furio odia visceralmente, dice che mi fa assomigliare a un tagliaboschi, io invece la adoro, e sarà che mi ricorda inconsciamente la tovaglia di una trattoria, ma mi sembra molto appropriata, in cucina con un look perfetto, la Cristina Parodi di casa nostra, che farà dei pasticci, non saprà cucinare, tutti la criticano e fanno i sofisticati, ma poi tutti vorremmo essere al suo posto a fare i piaciughi che fa lei, strapagata per farli.
Ma torniamo a noi.
Bene, diventeremo maestri in focaccia al formaggio.
Iscriversi è stato facile, complice un’ amica che lavora dove organizzano questi corsi: L’Accademia dei sapori. E così eccoci qui, con il nostro bel grembiulino e il blocchetto dove appuntare tutti i segreti di cucina che ci verranno svelati.
A dire il vero scrivo solo io, Magda, un po’ perché soffro della “sindrome della secchiona” nel senso che adoro prendere appunti, e un po’ perché Furio considera carta e penna strumenti irrimediabilmente obsoleti. Confesso che anche la semplice lista della spesa, dalle nostre parti, viene fatta usando l’apposita app del telefono, e quello che uno dei due scrive viene trasmesso in tempo reale all’i-phone dell’altro in modo da avere la situazione costantemente aggiornata…non chiedetemi spiegazioni su come funziona l’ambaradan, io mi limito a eseguire pedissequamente quanto mi è stato spiegato.
E poi perché, semplicemente, il boss (lui) detta e la segretaria (io) scrive, sì esatto, sempre per via di quella tacita ripartizione dei ruoli….( ma mi ribellerò un giorno).
La prima domanda che ci facciamo è: ma perché sono tutti serissimi mentre noi sembriamo due adolescenti stupidi in gita? Sono tutti seri seri, e fatevela una risata!
La seconda domanda che io mi faccio, invece è: ma perché a impasto ultimato, la postazione di Furio è tutta pulita mentre la mia sembra che abbiano nascosto un petardo nella farina?
C’è farina per terra, farina in faccia, il grembiule è un pasticcio, ho tracce di impasto sui capelli e sulle scarpe…dovranno far brillare la sala per riportare ordine e pulizia.
È anche vero che non esistono artisti ordinati, il genio artistico si nutre di stimoli, caos, confusione….vero? Provate a immaginare lo studio di Picasso: mica lo immaginerete tutto bello lindo, pulito e in ordine? Forse lo studiolo di Giacomo Leopardi, quello sì che era ordinato, alla peggio c’era giusto lui legato alla sedia che si struggeva d’amore per la cara Silvia…ma non c’è paragone.
1 a 0 per Magda.
E Furio che si pavoneggia di essere il più bravo….
Ma torniamo alla focaccia al formaggio. Steso l’impasto arriva il momento di mettere lo stracchino: Furio tutto ligio e preciso distribuisce con ordine certosino i pezzi di stracchino, Magda rigorosamente a casaccio, butta motti di stracchino e grazie a un momento di distrazione del maestro, ruba un altro pezzo di formaggio…doppia farcitura e spuntino; il mondo è degli scaltri, mica dei precisetti.
2 a 0 per Magda.
Alla prova forno devo ammettere che ne usciamo parimerito, Furio cercherà di perorare la sua causa dicendo che la sua era più equilibrata, che nella mia c’era troppo formaggio…ma si chiama “focaccia al formaggio” mica “focaccia equilibratamente al formaggio”, quindi:
3 a 0 per Magda.
Usciamo dall’Accademia ridendo come matti e sazi, già perché una cosa bella di questi corsi è che prima cucini e poi ti mangi tutto insieme agli altri partecipanti, si apre anche qualche bottiglia di vino e ci si diverte un sacco. Insomma una bella serata, con bella gente, buon vino e buon ciblo: cosa chiedere di meglio?
Però ora concedetemi di essere romantica (ma poco, giuro). La focaccia al formaggio più buona in assoluto è quella che poi abbiamo fatto insieme a casa, a quattro mani; durante la preparazione abbiamo battibeccato come al solito, come al solito lui era il grande chef e io il sous-sous-sous chef, come al solito ci sono stati momenti in cui il mattarello glielo avrei rotto in testa, ma va bene così, perché poi basta un sorriso, una battuta e torna l’armonia.
Perchè l’amore si nutre, sì di piccoli gesti…ma anche di ottime focacce al formaggio.
Magda e Furio “imbianchini fai da te”
Settimana scorsa, complice una mia settimana di ferie, con il caro Furio abbiamo deciso di dare una bella rinfrescata a casa.
Wow! Che bello! Non vedo l’ora!
Povera…piccola…ingenua Magda…. Eppure lo hai sposato, ci convivi da anni, lo sai come è fatto, lo dovresti sapere ormai che se per il resto del mondo, dare una mano di bianco, significa effettivamente “dare una mano di bianco”, per Furietto tuo, no. Furietto se deve imbiancare casa prima elabora con il suo fidato Mac varie possibili soluzioni, così attendibili da sembrare foto del lavoro già ultimato, peccato che a quel preciso risultato ci si deve ancora arrivare e la strada è lunga e irta di pericoli. Il resto del mondo ci impiega una manciata di ore, noi una settimana di lavoro “matto e disperatissimo”, e tre giorni di casa fisicamente inagibile. Ma perché?
Bisogna fare un programma. Furio è il re dei programmi.
Punto primo: organigramma della squadra.
Furio: architetto/capocantiere/capomastro/vertice supremo della piramide.
Magda: boccia/ sguattero/ galoppino/ base infima della piramide.
….c’era da aspettarselo….
Punto secondo: pianificazione dei lavori.
Furio:progettazione e definizione dei lavori da fare. Mi preme precisare che questa parte Furio l’ha svolta innegabilmente bene, ma altrettanto innegabilmente, comodamente seduto.
Magda: esecuzione materiale delle cose da fare. Postilla: solo una di queste cose presupponeva un assetto quasi comodo, e cioè, reperire tutti i materiali (infatti questa parte è stata fatta in condivisione con Furio); tutte le altre mansioni andavano eseguite o in ginocchio, o arrampicata in cima ad una scala, o infilata nei mille rebighi di casa, o trasportando oggetti da un lato all’altro di casa.
….era la mia settimana di ferie….sob
Punto terzo.Preparazione dei muri: schiavo scelto, Magda (te pareva).
Non avete idea di cosa voglia dire smacchiare un muro dalle macchie di muffa, ho usato ogni solvente chimico possibile e immaginabile, ho grattato, spazzolato, sfregato come una Cenerentola pazza, ho respirato vapori di ogni tipo, mi sono quasi intossicata, ho visto i draghi verdi e gli elefanti volare ma l’ho spuntata io.
Vietato lamentarsi della faticaccia con Furio, perché se la muffa si è accumulata OVVIAMENTE è per negligenza mia che non l’ho tolta tempestivamente, e altrettanto OVVIAMENTE “tutto qui?non hai fatto altvo?” (Per chi non lo conoscesse, Furio vanta una aristocratica erre muta, adorabile o detestabile, dipende dal contesto, in questo caso era decisamente detestabile).
Punto quarto.Preparazione delle stanze da trattare. La mente: Furio.Le braccia: Magda (ca va sans dire).
Ossia come smantellare una casa in due giorni: ammucchiare quante più cose possibile nella stanza superstite in modo da liberare tutte le superfici da pitturare. Fasciare le prese con lo scotch di carta, passare lo scotch intorno alle finestre e sugli zoccolini di ardesia (e cosa ben più faticosa, cercare di non strangolare Furio quando, tornato dall’ufficio ve lo strappa tutto in quanto “messo alla cavlona”), tappezzare tutto il pavimento con fogli di giornale, credo che ne avremo usati una tonnellata, ma qui giocavamo in casa, la mamma di Furio ha un’edicola, fasciare con il cellophane tutti i mobili della cucina, della camera, della sala.
…nel frattempo avete stretto amicizia con i commessi del negozio di pitture perché ogni giorno Furio vi ha spedito a comprare qualcosa “tanto sei a casa”.
E finalmente arriva il gran giorno: si pittura.
A seguire schema di ripartizione dei lavori:
Furio praticamente tutte le superfici raggiungibili a braccio senza scala.
Magda: le parti alte dei muri, i soffitti, gli angoli angusti “falli tu amove che sei magva e ci avvivi bene” “quando ti viene bene sono magra, eh? Brutta BIIIP che non sei altro” (in base all’uso delle “erre” capirete a chi appartengono le battute). Ovviamente Magda è stata più volta redarguita in quanto troppo lenta nell’eseguire i suoi compiti e poco importa se erano mooooolto più difficili e scomodi di quelli di Furio (GRRRRRRRR)
In questa fase abbiamo sfiorato almeno una dozzina di volte il divorzio, almeno una ventina ho meditato di ucciderlo, almeno una trentina ho stramaledetto il giorno in cui ho detto “certo che si potrebbe dare una rinfrescata a casa”.
Arrivavamo a sera sfatti, sporchi, stanchi morti, nel frattempo ci siamo presi pure un raffreddore biblico, la nostra stanza inagibile e quindi ci siamo accampati nello studio dove c’è un divano letto. Abbiamo elemosinato cibo da tutti i parenti, mangiato pizze nel cartone acciambellati sul tappeto foderato nel cellophane.
A lavoro ultimato la soddisfazione è veramente tanta, ma che fatica…
Chiudo con un pensiero a voce alta ricordando le lunghe ore passate in ginocchio: ho passato tanto di quel tempo in ginocchio a pulire, grattare, pitturare e passare nastro che se avessi passato lo stesso tempo in ginocchio davanti a mio marito, probabilmente lui sarebbe l’uomo più felice della Terra e io avrei ottenuto che a “dare una rinfrescata a casa” venisse una squadra di imbianchini.
I found my love in Portofino
E rieccoci qua.
Dopo quasi un anno e mezzo, Magda torna nel borgo.
Amo questo posto a livelli viscerali per una serie di motivi, per me tutti stravalidi.
A Portofino devo molto.
Quando l’azienda per cui lavoro mi ha comunicato che apriva un punto vendita qui ed era loro intenzione fare di me la responsabile, la tentazione iniziale è stata di darmela a gambe dalla paura, ma poi, dopo aver tediato amici, parenti e colleghi con tutti i miei dubbi, ho deciso di accettare.
Decisione fantastica.
In quel periodo la vita privata era un po’ un dramma: un matrimonio morto ma a cui non si voleva dare la giusta sepoltura, il cuore tutto incerottato e le ossa fragili, le energie che mi servivano per dare il necessario colpo di reni non arrivavano mai. Ero impantanata.
E invece all’improvviso ecco la grande occasione: si cambia aria, e vengo catapultata in questo posto dove, finalmente, non sono più “la moglie di…, la nuora di…., la cognata di…”, sono semplicemente Manuela. Il primo passo nella mia nuova vita è stato fatto.
Portofino è stato il mio porto seguro, i suoi abitanti prima ti studiano ma poi ti accolgono e, sarà la sua forma che assomiglia ad un abbraccio, ma io mi sono sentita subito a mio agio. E poi è di una bellezza commovente, soprattutto in certe giornate quando c’è poca gente, e il borgo si presenta pigro e silenzioso, gli unici rumori sono le grida dei gabbiani e le onde che del mare.
Alle volte basta una panchina per sentirsi i padroni del mondo.
Mi piace quando diluvia, mi piace quando c’è il sole, mi piace quando è deserta, mi piace quando è affollata e ovunque posi lo sguardo c’è qualcosa da guardare e commentare.Di qui passano i vip veri e i sedicenti tali, ho visto matrimoni da favola e altri decisamente cafoni.
Ci sono due cose che non capisco: una è quella sorta di ostilità che c’è nei suoi confronti da parte degli abitanti dei comuni vicini. Voglio dire, vengono da tutto il mondo per vederla e noi che ce l’abbiamo a pochi chilometri la snobbiamo. Le scuse sono le solite: è troppo cara, è un posto da vecchi, è una menata arrivarci. Bhè, io non sono vecchia, ci vengo tutti i giorni e sul fattore prezzi, posso dire che non è poi così proibitiva. Certo che se pensiamo che il massimo della vita sia prendere un aperitivo in uno sfigatissimo bar del centro solo perché “ci vanno tutti”, bhè in questo caso i problemi sono altri…
Provate una sera il programma “serata a Portofino” messo giù dal mio Furio e più volte testato:
-vestitevi carini ( non eleganti….ma carini, è molto diverso)
– raggiungete Rapallo anche in scooter
– prendete il traghetto per Portofino
– scendete dal traghetto (attenti a non cadere in mare – ho visto anche questo)
– intrecciate le mani del vostro lui/lei
– cenate romanticamente in uno dei ristoranti che ci sono ( a me piacciono Puny e la Taverna del marinaio, ma anche U magazin)
– fatevi una romantica passeggiata nel borgo (e magari ci scappa anche un cadeau)
– risalite sul traghetto
– scendete a Rapallo
– recuperate lo scooter e tornate a casa
Avrete passato una bellissima serata e scoprirete che non siete caduti in miseria per così poco.
Dimenticavo, lo stesso programma è valido anche per compagnie di amici, quando si cerca qualcosa da fare e spesso la serata muore li.
Una simpatica signora australiana un giorno mi disse: ho fatto il giro del mondo per venire a vedere a Portofino, ne è valsa la pena. Noi siamo così nesci che non facciamo nemmeno lo sforzo di fare il giro delle Grazie, e poi ci lamentiamo che la gente di fuori “viene nei nostri posti e si comporta come se fossero casa loro”.
Confesso che faccio fatica a comprendere….
Torta di riso? Finitaaa! ( sì perché c’è l’hanno mangiata tutta sotto al naso).
Tirando le somme….
Ora che il fuso orario si è riallineato con quello di casa, ora che le valigie sono state svuotate e tutto è stato lavato e stirato, ora che le migliaia di foto scattate sono state selezionate, ora che siamo tornati al lavoro e i souvenir sono stati messi al loro posto, ecco ora è il momento di fare un bilancio di quello che è stato un viaggio meraviglioso.
Molti i detrattori a priori: è troppo faticoso, è troppo caro, è troppo difficile da mettere insieme, troppo poco tempo, troppe destinazioni, troppi voli, troppi Paesi, troppo tutto.
Non lo nego, io per prima ero scettica, mi sembrava impossibile riuscire a toccare tutte queste realtà in un viaggio solo. Ma si sa, il bello è poter cambiare idea. E così è stato.
Vorrei riuscire a trovare le parole per rendervi partecipi delle emozioni che questo viaggio ha tirato in ballo, ma mi sa che non ne sono capace. Comunque ci provo.
Commozione davanti alle meraviglie della Natura. Davanti a un ghiacciaio perenne, piuttosto che un tramonto polinesiano o l’esplosione di un’onda oceanica su una scogliera millenaria, non puoi fare altro che tacere e cercare di riempire gli occhi di tutta quella meraviglia.
Fascinazione nel vedere “dal vivo” ciò che hai visto solo nei libri e faticare a credere ai tuoi occhi. L’Isola di Pasqua ti riempie di queste sensazioni quasi esoteriche, respiri un’atmosfera veramente surreale. Indescrivibile e quasi mistico. Da provare.
Il Paradiso in Terra, perdere il senso del tempo e lasciarsi guidare dai ritmi naturali, riavvicinarsi alla Natura accettando le sue regole senza imporre le nostre. Inebriarsi respirando la totale assenza di smog, e sentirsi bellissime indossando un fiore come unico gioiello.
La velocità e frenesia, essere “due” in mezzo a sette milioni, meravigliarsi del loro modo di vivere, di tutte le loro cose ” le più -aggettivo a vostra scelta- del mondo”. Luci, colori, suoni, tecnologia, ma senza anima e allora capisco perché ci copiano un po’ in tutto. La moda, le grandi opere, lo stile di vita, tutto guarda a Occidente. Se loro avessero un briciolo della nostra fantasia e noi una briciola del loro ordine, sarebbe un mondo ideale. Hong Kong merita sicuramente una visita, se non altro per apprezzare la cucina di casa al rientro….
E poi la parte pratica, la sfida, il passare da un clima all’altro, da un aeroporto all’altro, l’ansia da ritiro bagagli, le nostre piccole case viaggianti che contenevano tutto il nostro mondo per 21 giorni, le discussioni sul nulla scaturite dalla stanchezza più che da altro, e dall’altro lato, le risate a crepapelle per incredibili sciocchezze. La meravigliosa sensazione di essere un team unico e di essere i protagonisti di un’esperienza unica.
Se poi ci aggiungete il non trascurabile dettaglio che il mio compagno di viaggio era l’amore della mia vita, la persona con cui, più di ogni altra, riusciamo a creare un’ atmosfera piena di risate, gioia e armonia, capirete allora perché questo viaggio aveva tutti gli ingredienti per essere indimenticabile e irripetibile.
Hong Kong:il formicaio “grandi firme”
Un mondo completamente diverso dal nostro, non dico né migliore, né peggiore, dico solo diverso.
Tutto parla della magnifica ingegnosità degli uomini, ovunque ti giri hai la dimostrazione che l’uomo sa fare grandi cose, cosa c’è di diverso rispetto a noi? Che loro le cose se le cominciano, poi le finiscono anche; che se c’è da apportare una miglioria al tessuto urbano e se per farlo devono tirare giù un palazzo, loro lo fanno (agli abitanti sfollati danno un’altra casa, mica li buttano nelle fondamenta della nuova costruzione). Hanno un rispetto del bene comune imbarazzante e un rispetto delle regole totale. Il cartello dice che devi camminare a destra? Come tante formichine ci si mette in fila sulla destra e si lascia la sinistra libera per chi va di corsa.
Un punto a favore per gli italiani: molte delle grandi opere realizzate, un tunnel sotterraneo lungo due chilometri costruito nel 1972 che collega l’isola di Hong Kong a Kowloon Penisula, la funivia infinita di Ngon Ping (per arrivare in cima ci si mette 25 minuti e si passa sopra a fiumi, laghi, montagne, colline e crepacci) che vi conduce al monastero Po Lin dove si può ammainare il Tian Tan Buddha, una statua di bronzo, raffigurante appunto un Buddha alta 26 metri, un ponte infinito che collega la città al nuovo aeroporto, bhe, cari miei, sono tutte opere fatte da ditte italiane. A voi la scelta: rappresenteranno l’eccellenza ingegneristica italiana? O semplicemente sono quelle che hanno pagato di più per aggiudicarsi l’appalto? Io voglio credere nella prima.
Cosa raccontarvi di Hong Kong? La città di per se è piccola quindi in virtù dei suoi sette milioni di abitanti, si è dovuta sviluppare verso l’alto, e gli altissimi grattacieli altro non sono che enormi condomini che ospitano migliaia di appartamenti (considerate che un appartamento medio è di circa 35 metri quadrati).
È tutto un trionfo di centri commerciali, grandi marchi (ma grandi grandi) che hanno boutiques seriali che sono prese d’assalto dal mattino alla sera e comprano come matti. Poi le cose che comprano non si sa dove e quando le mettano, considerato che non sono proprio campioni di eleganza e stile…
Non sono un popolo gentile, non chiedono permesso, non dicono grazie, non cedono il passo, niente di niente, parlano un inglese tutto loro e se non capisci: arrangiati, mica ti abbiamo chiesto noi di venire. Questo in sostanza. E qui si spiega la necessità di imporre così tante regole: hai idea di cosa succederebbe se sette milioni di maleducati venissero abbandonati a loro stessi?
Alcuni scorci sono veramente affascinanti: Aberdeen e Tao I sono due villaggi di pescatori che riportano la memoria e tempi passati, il primo a dire il vero ormai è fortemente commercializzato e a misura di turista, il secondo invece conserva ancora tutto il suo fascino. Repulse bay: ospita il Santuario di Kwun Yam, una galleria piuttosto eccentrica di divinità a cui chiedere ogni tipo di grazie e favore. Il mercato notturno di Temple Street merita sicuramente la visita che noi per motivi di tempo non siamo riusciti a fare.
Da non perdere la Simphony of Lights: uno spettacolo di luci e suoni che si ripete tutte le sere alle venti. Protagonisti di questo spettacolo sono appunto i grattaceli di Hong Kong che con le loro luci mettono in piedi una vera e propria scenografia in pieno stile “guerre stellari”. Il posto ideale per goderselo è l’Avenue of Stars, un omaggio di Hong Kong alle sue star del cinema, bellissima passeggiata che costeggia tutto il fiume, da farsi preferibilmente dal tramonto in poi.
Se devo muovere una critica a questa città è che essendo un cantiere in perenne evoluzione, manca la memoria, il fascino del tempo passato, perché come vi ho detto, loro buttano giù il vecchio e ricostruiscono, quindi è inevitabile che alcune cose vadano perdute, ed è un peccato, ma questo è lo scotto da pagare per avere a disposizione una delle città più efficienti al mondo, dove tutti sembrano avere uno scopo ben preciso, una meta prefissata che bisogna raggiungere prima che il sole tramonti.
Proprio come in un formicaio. Appunto.
Delitto al ristorante cinese
Ultimo giorno a zonzo per Hong Kong, vaghiamo così senza meta ridendo come stupidi (cosa che in questi venti giorni ci è capitata spesso), guardandoci intorno incuriositi dalla varia umanità che circola per questa città che, più la vivo, più mi sembra che assomigli a un formicaio.
Si è fatta ora di pranzo, che si fa?
Andiamo sul sicuro, un panino e via, quello con l’insegna con gli archi dorati per intendersi… Ma no, dai, è l’ultimo giorno, caliamoci nella loro realtà locale, andiamo in un ristorante dove possiamo assaggiare la vera cucina cinese, non quella che ci propinano in Italia. E così, traboccanti entusiasmo, ci mettiamo alla ricerca di un ristorante che ci ispiri. Ne troviamo uno molto carino nell’aspetto, pieno di gente che mangia entusiasta, e pure la coda fuori, ci mettiamo in coda pure noi… NON L’AVESSIMO MAI FATTO!
Per ordinare bisognava mettere le crocette sul menù di fianco alle pietanze scelte, noi ligi lo facciamo; quando arriva la nostra cameriera ci fa notare, in un inglese drammatico, che forse abbiamo ordinato un po’ troppe cose, non c’è problema, ne eliminiamo un paio.
Che il mio dramma abbia inizio.
Cominciano a portarci piatti su piatti con sopra ogni genere di cose: un piatto, due piatti, tre piatti, una zuppiera, coppette, piattini, insomma, a farla breve, nel giro di pochi minuti il nostro tavolo è pieno. Dai, diamoci dentro… inforchiamo le bacchette e via, all’attacco del primo piatto. Noodle (erano tagliatelle) con gamberi, capesante e uovo, sulla carta buonissimo, all’assaggio: drammatico, un insieme viscido ricoperto con una bava di uovo e gamberi coriacei. E tanto, tantissimo, non finisce mai. Marca male… La paura si trasforma in terrore quando assaggiamo le altre portate: dire che sono rivoltanti è brutto, diremo diplomaticamente che sono sapori e consistenze a cui noi non siamo abituati. Sembrano bocconcini di pollo, in realtà sono cubetti di non siamo riusciti a capire cosa, un insieme spugnoso, insapore e impossibile da buttare giù, e anche qui, dose per tre. Ravioli con gamberi e vermicelli: stoicamente lo finiamo. Gamberi in agrodolce con verdure: Luca la spunta. Ma si arrende.
Resto sola a combattere e la voglia di urlare e scaraventare tutto a terra si fa sempre più forte. La cameriera passa e ridacchia “stronza!” Dopo aver dato quattro stoiche cucchiaiate alla zuppa direttamente dalla zuppiera sono a un passo dal conato di vomito, non ne posso più. Il nostro tavolo è un vero e proprio campo di battaglia, io ho abbandonato tutte le regole del bon ton, ho mangiato la zuppa direttamente dalla zuppiera (piccoletta, a dire il vero – poteva indurre in confusione) e ho sparpagliato cibo dappertutto. Chiediamo il conto. Voglio uscire e basta.
Una volta varcata la soglia tiro un sospiro di sollievo: il primo che mi dice che la cucina cinese è buona e sana, io lo giuro, lo prendo a schiaffi.
Sei brutta e cattiva
Nutro forti sospetti circa la simpatia delle Neo Zelandesi.
Già parlano un inglese tutto loro dove c’è una maiuscola all’inizio del discorso e un punto alla fine, se non capisci quello ci sta in mezzo, fondamentalmente non è un problema che le riguardano.
Se poi ti capita di fare un check in per Hong Kong con una hostess che parla cino-inglese, in un aeroporto in cui è difficilissimo sia entrare che uscire, bhe auguri…
Ecco i fatti: il nostro biglietto elettronico prevede 2 pezzi di bagaglio e testa “free” ossia senza peso….prova tu se ci riesci a farglielo capire, lei voleva farci pagare, tenetevi forte 776 dollari e spicci di “extra charge”. Ok che il dollaro neozelandese è meno pesante del dollaro americano, ma resta comunque una cifra folle. A Perazzo gli si è arrotolata la lingua e a momenti la sbrana (vecchie storie di somiglianze con persone antipatiche) io a momenti svengo. Ma ecco la sua brillante soluzione: tira fuori due borse del tutto simili a quelle della Coop e ci suggerisce di riempire con gli oggetti più pesanti. Bene, e poi? E poi le imbarchiamo insieme alla valige, nella stiva. Bene, te sei matta. A salvare la situazione il manager del customer service, che il destino ha voluto che passasse di lì, legge i nostri documenti, problema risolto, bagagli imbarcati, Perazzo e io ci prostriamo davanti a lui come due gheishe riconoscenti.
Ultima domanda: si, possono avere i posti dalle uscite di sicurezza? Certo che sì, basta chiedere…e pagare 100 dollari americani. Bene, ti ho già detto che sei tutta matta? Lasciamo stare.
Lei si vendica mettendoci praticamente sulla coda dell’aereo, fila 65, ma con, cavolo che ci hai spillato quasi 800 dollari. Strega!
A seguire, controllo passaporto, controllo dogana, controllo metal detector, ispezione nella borsa… mamma mia che stress, ma alla fine l’abbiamo spuntata noi. Tiè!
Prossima fermata Hong Kong.
Facciamolo Mahu
Noi avevamo semplificato il tutto definendolo “o femminiello”…però era uno solo… Manuel. Poi si è aggiunto Danitha, poi un altro, Maheta, mi pare, e poi arriva Angelo…
Ma quanti sono?
O la Polinesia è il paradiso dell’omosessualità, oppure veramente non si spiega l’altissima concentrazione di queste figure gentili e servizievoli che abbiamo trovato nei vari hotel che abbiamo visitato. Sono assolutamente a cavallo fra il maschile e il femminile, non si possono definire donne in quanto i tratti sono palesemente maschili, non si possono definire uomini perché i modi di fare e il tono della voce sono femminili (a dire il vero, io compresa, pagherei per avere un decimo della loro grazia).
Anche il loro modo di vestire è “ibrido”: non è sfacciatamente iperfemminile come nella transessualità ma neppure costretto in abiti maschili. Quelli che abbiamo incontrato noi, indossavano un lungo pareo legato sui fianchi nei toni del beige e una camicia in fantasie floreali dove l’unico dettaglio femminile erano le maniche a sbuffo. Un fiore fra i capelli, chi li aveva acconciati in maniera femminile e chi impomatati di gel, qualcuno indossava collane di perle tahitiane per coprire il pomo d’Adamo, alcuni avevano pure un filo di trucco, altri la barba fatta di fresco. Insomma un caleidoscopico mix fra maschile e femminile.
Parlandone con un altro turista incuriosito come noi da questo strano mondo, ci viene svelato l’arcano e cioè che è nella tradizione Polinesiana allevare un figlio, normalmente il quinto o il settimo (ma non esiste una regola fissa), come se fosse una figlia era la prassi. Indosserà abiti femminili sin da piccolo e gli verrà insegnato ad accudire la casa e i bambini. Non sarà più un uomo o una donna, sarà un Mahu. Tre le ipotesi spiegare questo fenomeno: la prima è che lo facevano per preservare qualche maschio, visto le ingenti perdite nella lotta fra clan, la seconda ipotesi è che tutto sommato faceva comodo avere un aiuto domestico, la terza è che era un modo sicuro di controllare le nascite.
Una volta adulti venivano assunti nelle case dei nobili (Arii) come maggiordomi e vivevano un’esistenza più che decorosa.
A rovinare il tutto come sempre ci abbiamo pensato noi occidentali, e quando soldati e marinai sono giunti in Polinesia, il Mahu, cominciando a prostituirsi si è trasformato in Rae Rae, molto più sfacciato e femminile. E il resto è storia dei nostri giorni.
Quindi non è che in Polinesia ci siano più omosessuali che altrove, la differenza sta nel fatto che qui, per tradizione culturale non si nascondono, ma anzi vivono un’esistenza perfettamente integrata nel tessuto sociale. I Mahu vengono assunti nelle strutture turistiche perché gentili ed educati. Quindi se vi capiterà di andare in Polinesia e incontrerete un Mahu non ridacchiate alle sue spalle e non guardatelo con eccessiva curiosità, urtereste solo la sua sensibilità, come per qualsiasi essere umano.


















