Memorie di una commessa a Portofino

Amo questo posto.
In un angolo piccolissimo di mondo puoi trovare ogni genere di persona, dallo sceicco multimilionario all’ultimo scappato di casa che vaga scalzo mangiando un gelato.
In questi quattro anni mi è capitato di:
Servire una principessa araba (ma principessa vera, con tanto di zaffiro grosso come un uovo appuntato sul candido turbante) che mi ha svaligiato il negozio, così, per fare…
Consigliare a Michael Douglas dove comprare una buona maglia di cachemire, e venire inseguita dalla sua bodyguard perché” il signor Douglas voleva ringraziarla per l’ottimo consiglio”.
Vedere la luce oscurarsi perché un gigantesco ma simpaticissimo Magic Jhonson faceva capolino sulla porta del negozio chiedendo “Have you something for me?” Con un gran sorriso veramente simpatico.
Incrociare in Vico dritto Denzel Washington mentre fa jogging a torso nudo e quasi non riconoscerlo mentre lui educatamente mi saluta.
E i fischi in Piazzetta dedicati a Berlusconi, dove li vogliamo mettere?
Per non parlare dell’elegante signora sudamericana che al suo passaggio, si alza dal tavolo cui era seduta e, eludendo la sorveglianza, gli si avvicina e gli dice “buonasera Cavaliere, lo sa che io sono argentina, io lo so riconoscere un dittatore”. Qualcuno poi, assolutamente anonimo, alla signora in questione farà portare una bottiglia di champagne.
Ho visto Madonna, la cantante, sia chiaro, e schiere di fotografi impazziti correre come pazzi da tutte le parti pur di garantirsi uno scatto decente.
Apostrofare un DeBenedetti con signora al seguito (Paola Ferrari: dal vivo fa paura), perché è entrato in negozio con il sigaro acceso, e quando gli ho chiesto gentilmente di spegnerlo lui ha esordito con un cafonissimo “ma lei non sa chi sono io” “no guardi, lo so benissimo, ma ciò non cambia il fatto che qui sia vietato fumare”.
Vedere un fotografo di fama mondiale come Steve McCurry scherzare con un paparazzo d’assalto.
Apprezzare la grazia di Rania di Giordania mentre passeggia per le vie del borgo apparentemente sola, in realtà con decine di guardie del corpo invisibili; e poi vedere le scemette di turno del nostro palinsesto televisivo, atteggiarsi a dive, con il risultato finale di apparire grottesche e oltremodo antipatiche.
Da buona provinciale quale sono, stupirmi un pochino ogni volta che vedo Domenico Dolce e Stefano Gabbana fare un cenno di saluto nei miei confronti (in realtà solo Domenico saluta TUTTI, l’altro è un pochino più antipatico).
Dare del tu, senza pensarci, a Piersilvio e alla Toffanin e scoprire che sono simpatici e molto alla mano (ma che ansia le guardie del corpo piantonate davanti al negozio).
Assistere al matrimonio di Cassano e pensare di essere capitata nel bel mezzo del set del cinepanettone dell’anno, tanto erano grotteschi e ridicoli gli invitati.
Constatare che Di Caprio è alto alto e fuori dal set sembra uno scappato di casa, che Kylie Minogue è piccolissima ma di una bellezza sorprendente, che Seal dal vivo fa veramente paura, che Paris Hilton non è antipatica come sembra, ma è solo completamente svaporata e vive fuori dalla realtà. Alain Ducas è uno degli chef più famosi al mondo, ma sicuramente il più altezzoso, mentre la sua compagna è deliziosa e gentilissima, e poi modelle, attori, attrici, calciatori e cantanti di cui io non conosco il nome perché non è che io sia ferratissima sull’argomento “gossip” e quindi, un secondo dopo che mi hanno suggerito il nome, io me lo sono già dimenticato.
Ma la vera meraviglia è la gente senza nome, è il non sapere chi hai davanti. Portofino è un’enorme coppa che contiene la macedonia più variegata che possiate immaginare.
Se vi va, domani vi racconto ancora qualcosina di divertente, ora devo andare, i clienti mi aspettano.

Un circolo virtuoso

Siate sorridenti
Vi renderà simpatici
Siate simpatici
Vi renderà amabili
Siate amabili
Vi renderà sereni
Siate sereni
Vi renderà gentili
Siate gentili
Vi renderà generosi
Siate generosi
Vi renderà altruisti
Siate altruisti
Vi farà sentire bene
Stare bene
Vi metterà in pace con voi stessi
Essere in pace con voi stessi
Vi renderà sorridenti
….e qui ricomincia il giro…

Tanti auguri Magda!

“Din Doooon” suona il campanello – chi sarà?- mi domando fra me e me, la risposta arriva rapida “siamo i tuoi 41 anni, aprici spontaneamente, altrimenti sfondiamo la porta e non avrai scampo”.
Non mi piace avere 41 anni, primo perché non mi piace l’aspetto estetico del numero in sé, avendo io da sempre una naturale propensione per i numeri pari, a parte il 7 che è il mio numero fortunato, che è dispari, ma è un numero primo, e quindi ha una sua unicità, e quindi va bene.
Arrivano, meschini, dopo i 40, soglia catartica dove tutti si aspettano la svolta, consapevolezze nuove e il raggiungimento di chissà quali obiettivi, destinati a rimanere per sempre soffocati nel cono d’ombra di questo gigante anagrafico che sarebbero poi gli “anta”, gli “antuno” non se li fila nessuno.
E poi, il vero guaio, è che io non me li sento per niente.
Io mi percepisco come se ne avessi trenta-qualcosa, ma roba di poco conto, tutto il tempo a mia disposizione, energie al top, pagine e pagine di vita ancora da scrivere, praticamente una pischelletta. E invece….
E invece, dopo il terribile colpo nell’ala infertomi dai 40, i 41 sono la conferma dell’inarrestabile processo di declino ormai innescato.
A 39 anni e 364 giorni 23 ore e 59 secondi, ci vedevo benissimo, allo scoccare della mezzanotte fra il 15 e il 16 agosto 2012, mi si sono annullate di colpo una manciata di diottrie, e credo di poter affermare che un’altra manciata si è polverizzata ieri sera, sempre a mezzanotte, mentre facevo il primo di una lunga serie di brindisi.
Morale: il libro, il giornale, l’i-pad, tutto insomma, per essere messo bene a fuoco dalla sottoscritta deve essere costantemente allontanato dal mio naso, la distanza è variabile, dipende dalla grandezza del catattere.
Vogliamo spendere due parole sui tempi di recupero “post-bagordi”?
Fino ai 30 potevo anche tirare dritto senza toccare il letto, potevo tirare l’alba e poi andare diretta la lavoro, giusto una doccia e via: fresca come una rosa. Poi però, il tempo di recupero diventa direttamente proporzionale agli anni che passano, fino ad arrivare al punto tragico che basta slittare di un paio di ore l’orario della nanna, e il giorno dopo ti presenti al mondo come la vittima di un’aggressione a mano armata: occhi rossi, occhiaie nere, colorito livido-quasi-verde, umore nero, mal di testa, mal di schiena, mal di gambe, mal di tutto. Se poi oltre ad andare a letto tardi, ti corichi con un paio di bicchieri in corpo, addio….la gente penserà che sei arrivata alle ultime battute della tua esistenza minata nelle fondamenta da chissà quale malattia dal nome impronunciabile.
Un disastro.
Il metabolismo (bastardo! bastardo! bastardo!) fino a ieri grande alleato, lentamente rallenta, e così mentre prima potevi mangiare qualsiasi cosa e non succedeva niente di niente, ora basta ingurgitare un’oliva e inevitabilmente ti ritrovi con un chilo in più che non se ne andrà mai e poi mai, anzi chiamerà le forze alleate e si moltiplicheranno a dismisura senza che tu te ne accorga fino al giorno in cui, guardandoti allo specchio, l’immagine riflessa non sarà quella del giunco sottile a cui eri assuefatta da anni, ma quella di un carrarmato sovietico.
Avevo due braccia affusolate e sottili, ora mi ritrovo con due braccia che se allungo un manrovescio a qualcuno, lo tramortisco, non ho mai avuto un grammo di pancia: ora ho pancetta, fianchetti, cicce morbide dappertutto, che d’accordo, fanno femmina, ma a me un po’ meno femmina non mi dispiaceva affatto.
Qualche lato positivo c’è, datemi giusto il tempo di farmeli venire in mente e ve li dico. Scherzi a parte, mi piaccio molto di più, sono più sicura di me stessa e alcuni lati del mio caratteraccio, ora che sono stati un po’ limati dal passare degli anni, mi piacciono da morire: sono sincera, paziente e disponibile all’ascolto, e mi piace pure l’ironia con cui affronto situazioni e persone difficili: prima avrei imbarcato acqua da tutte le parti, ora cavalco le onde con più tranquillità.
All’opposto, ho meno filtri, parto diretta come un missile terra-aria quando mi arrabbio e dico quello che penso anche quando magari, uno furbo terrebbe la bocca chiusa. Ma pazienza, nessuno è perfetto.
Ce ne faremo una ragione tutti.
Sono un’ingorda della vita: vorrei averne tanta tanta tanta a disposizione, non rivorrei indietro i miei 20(troppe insicurezze) e nemmeno i 30(troppe aspettative), vorrei piuttosto che il tempo si fermasse qui, in questo tempo, con questo stato d’animo, con questi progetti, con questo presente.
Sarebbe perfetto se per ogni granello di sabbia che cade nella clessidra, un dio magnanimo e simpatico ce ne ributtasse dentro un badile, perché quarant’anni è una bella età, si raccolgono i primi frutti di quanto seminato, senza però perdere l’entusiasmo per scoprire e seminare nuovi terreni. È la consapevolezza del tempo che passa a fare paura, è vedere i nostri genitori diventare vecchi, e i nostri figli diventare grandi, tutto cambia, mentre noi ci sentiamo sempre gli stessi ragazzi di qualche anno fa.
Oggi compio 41 anni: ho il corpo di una femmina, lo sguardo di una donna e lo stato d’animo di una ragazzetta. Non è poi così male.
Ieri al supermercato per passare con il carrello in un corridoio stretto ho detto a un ragazzo forse ventenne “fai attenzione, sposta il piede perché altrimenti rischi che con la ruota del carrello io ti amputi tutte le dita”, il suo amico se ne è uscito con questa frase “io da una donna come lei me le farei amputare”, mi è uscito un gran sorriso mentre gli dicevo “potrei essere vostra madre”. E me ne sono andata, me li sono ritrovati dietro in coda alla cassa:
“Ma perché quanti hanni ha?”
“41 domani”
“Auguri signora, è proprio una bella donna, fortunato suo marito”
E mi ha fatto il baciamano.
Avere 41 anni non è poi così male.
Ecco.

“Non aprite a quell’ormone!”

Tutto ha inizio con un brufolo: QUEL brufolo.
Ieri sera sei andata a dormire e non c’era, al mattino appena sveglia, ti guardi allo specchio e eccolo lì, bello rosso, dolorante al tatto, incancellabile, come direbbe la Pausini, piazzato tronfio su una guancia o in zona mento.
È l’inizio della fine, da quel preciso momento noi donne non siamo più responsabili delle nostre azioni, a governarci da adesso in avanti, sono una folla di ormoni impazziti, che a piacimento loro ci fanno schizzare l’umore dalle stelle alle stalle, senza preavviso e senza criterio.
Possiamo diventare delle iene furiose, o dei gattini indifesi e piagnucolosi, il più delle volte tutte e due le cose, un mix di umori altalenanti, polemiche e petulanti, quello che fino a ieri andava bene, ora è uno schifo. Perché? Perché sì. E basta.
Gli uomini non possono capire, possono solo tentare di sopportare e sperare che passi presto, nei casi più disperati, difendersi. Avere in casa una donna in piena Pms, è un po’ come avere in casa Linda Blair quando interpretava Regan MacNeil nel film L’esorcista: c’è da avere paura. Già, perché litigare con una donna in questo periodo del mese, può scatenare in lei forze oscure e malefiche di cui nemmeno lei conosce l’esistenza, può dirvi le peggio cose; da quella boccuccia che fino a ieri dispensava baci e parole d’amore, ora possono uscire nefandezze di ogni genere e tipo, roba da far impallidire anche il più rude scaricatore di porto.
Poi, proprio come nel film, Linda Blair ruotava la testa di 360 gradi e lanciava fontane di vomito verde, la nostra posseduta dall’ormone, dopo aver vomitato sul proprio compagno un fiume di insulti, al minimo accenno da parte sua di tentare di difendersi, ecco che parte con il pianto a dirotto, la valle di lacrime, la disperazione che culmina con un delirio tipo “tunonmiaminonmihaimaicapitosonocosìtristeeeee”. Follia, ma ci vuole pazienza, passerà, passa tutti i mesi, passerà anche questa volta.
In quei giorni diventiamo capaci di tutto anche dal punto di vista alimentare: dolce e salato insieme senza neanche un sorso d’acqua in mezzo, sacchetti di patatine formato famiglia sbranate in pochi minuti, vasi di Nutella da chilo aggrediti a colpi di cucchiaio, bistecche di brontosauro divorate senza pietà, che se fossimo nella Savana pure i leoni avrebbero paura di avvicinarsi, per non parlare della caccia al carboidrato, l’unico temporaneo antidoto agli sbalzi di umore. Una faticaccia infinita.
Ho visto uomini che dopo essersi documentati su come arginare il problema, e trovata nel magnesio la possibile cura, hanno cercato di somministrarne di nascosto alle loro mogli (pare -PARE- faccia miracoli), peccato per alcuni che, colti sul fatto dalla propria compagna, non li hanno più trovati, altri sono diventati gay stanchi di sopportare le periodiche angherie.
Luca ha trovato un rimedio tutto suo. Al minimo accenno da parte mia di un possibile delirio, mi ignora, smette di parlarmi, mi abbandona alla mia temporanea follia fatta di rabbia cieca e sorda che non trova sfogo. Così mi ritrovo a vagare per casa rimuginando su pensieri assurdi, con lo sguardo torvo, e lui se ne va a dormire come se niente fosse. Devo ammetterlo, quando fa così lo odio con tutte le mie forze, però funziona, perché non trovando il modo di innescare la miccia, devo farmela passare, non ci sono altre soluzioni.
Una mia amica è ancora più strana, lei infatti comincia a filosofeggiare sulla vita, per arrivare alla conclusione che tanto è tutto inutile, che siamo di passaggio su questa Terra e che nessuno è eterno, che moriremo tutti e inevitabilmente davanti a un pensiero così catastrofico le parte una crisi di pianto torrenziale. La troveremo una settimana dopo, solare e positiva come se niente fosse. Questo TUTTI i mesi di tutti gli anni, fino a quando non arriverà la menopausa a liberarci tutte (anche se ho come idea che nemmeno quello è un periodo granché tranquillo, ricordo come fosse ieri inverni gelidi con le finestre spalancate perché mia mamma aveva le caldane: lei in maniche corte e noi con la broncopolmonite).
Ci vuole pazienza, ci hanno disegnato così e non possiamo farci niente, lasciateci sbollentare per bene nel nostro brodo, e come si fa con i matti (mi rendo conto che il paragone non è fra i più felici) lasciateci sbattere la testa nei nostri muri virtuali finché non torniamo savie spontaneamente.
Si tratta di avere giusto un poco di pazienza e poi quei gatti rognosi che vi soffiano contro mostrando unghie e denti, torneranno a essere mici affettuosi che fanno le fusa. Tenete duro, ce la potete fare.

Chiedimi se…

Chiedimi se sono felice,
Ma chiedimelo in uno di quei giorni in cui
Niente è andato come avrebbe dovuto.
Chiedimelo al mattino
Appena sveglia
Quando sono scorbutica e intrattabile

Chiedimi se sono felice
In una giornata in cui
Tutto è in salita
Tutto è fatica
Tutto è difficile

Chiedimi se sono felice
Quando sono arrabbiata con te
Quando non ci capiamo
Quando casa diventa troppo piccola
Per contenerci entrambi

Chiedimi se sono felice
Ma non in un giorno di sole
Chiedimelo sotto il diluvio
Quando non sono asciutti nemmeno i pensieri

Chiedimelo quando non è scontato che dica sì
Quando mille parole si possono intromettere
Quando sono di fretta
Quando non ho voglia di parlare

Chiedimi se sono felice
E poi rispondi tu
Perché tu sai la risposta
E nell’oceano di parole
Dentro cui spesso mi immergo
Pescane una e falla tua
Sarà quella giusta, lo so.

Sì.

Magda: “in principio fu Merirose”

Dice il saggio: se vuoi capire chi sei, devi capire da dove provieni.
Quindi oggi si parla di genitori, una in particolare: la mia mamma.
Ce l’avete presente il film “il favoloso mondo di Amélie”? Ecco, mia mamma è Amélie da anziana.
Creatura dal candore e bontà d’animo quasi imbarazzanti, lei non molla mai: sembra debole, in realtà è una roccia.
La sua carta vincente? Il candore. Riesce a dire cose che non perdoneresti a nessuno, ma a lei sì, perché non te le dice per cattiveria, ma perché le escono così e basta. Ciliegie che cadono da un cestino troppo pieno.
Un esempio memorabile: io, le mie amiche Claudia e Nathalie (quest’ultima per mia madre una perfetta sconosciuta) tutte e tre in negozio insieme a fare una vetrina, tutte e tre single, io fresca di separazione, Claudia fresca di convivenza andata male, Nathalie decisamente sfortunata in amore. Mia mamma passa davanti al negozio, ci vede e entra. E partecipa alla nostra conversazione il cui argomento era “relazioni amorose: come trovare un partner sano di mente”, noi tre abbastanza deluse e disincantate, mia mamma, caricata a mille esordisce così:
” care ragazze, lo conoscete quel proverbio che dice così: una donna a 25 anni può scegliere, a 30 deve sbrigarsi e non avere troppe pretese, e a 35 si deve accontentare di chi se la prende”. Grazie mamma, anche io ti voglio bene. Ai tempi avevamo in due più di 35 anni, e Claudia 32-33 anni. Parafrasando mia madre ci ha dato una botta di casi disperati a me, sua figlia, a Claudia, grande amica di sua figlia, e a Nathalie, una perfetta sconosciuta. Roba da tirarle una mannaia nella schiena appena voltava le spalle, e invece siamo rimaste lì basite e incredule….lei senza fare una piega ha salutato e se ne è andata a prendere l’autobus (che per lei sarà sempre e per sempre: la corriera) per andarsene a casa. Noi con gli occhi quasi colmi di lacrime, a un passo dal pianto isterico.
Ne volete ancora uno? Vi accontento.
Settimana scorsa abbiamo ricoverato Merirose (mia mamma per i miei amici si chiama così ) ad Acqui Terme per farsi la protesi al ginocchio. Eravamo in macchina io, lei e Luca, si parlava del destino delle donne della mia famiglia, da parte di padre e, in effetti, le mie cugine fino al terzo grado di parentela, sono quasi tutte singles. Eccola che salta su lei “ovviamente, visto e considerato che te hai fatto per tutte”. Grazie mamma perché mi dipingi e consideri una specie di mantide mangia uomini. Avrei dovuto lanciarla giù dalla macchina in corsa….
La vita l’ha messa tante volte alla prova, ma io ormai ho capito il suo segreto: lei le tempeste non le affronta, ci passa attraverso, con le sue camicette a fiori, gli orecchini di perle e la borsa al braccio. E gli occhi buoni, tanto buoni.
Fosse un cane sarebbe un pacifico Labrador, se fosse un fiore sarebbe….sarebbe….mmhhh….esiste un fiore che non appassisce mai e poi mai? Bhè, se esiste lei sarebbe proprio quello.
La metti in una stanza piena di sconosciuti, stai pur certo che lei in cinque minuti conosce tutti e parla con tutti, avrà mostrato a tutti le foto dei figli, del marito e dei nipoti e ritrovato una vecchia compagna di scuola (le capita sempre, ma quante scuole ha frequentato, mi domando io).
Le piace il vino rosso e lo spritz con l’Aperol, e a me piace lei dopo aver bevuto uno dei due, quando è un po’ brilla diventa esilarante e con Luca che le fa da spalla lo spettacolo è assicurato; al nostro matrimonio tutti si ricordano di lei “la signora con la sciarpa turchese” già, perché con nonchalance l’ha sbattuta in faccia a tutti quelli che le sono stati intorno nel raggio di un paio di metri…
Ma a lei le si perdona tutto, perché lei è così.
Con la vedovanza ha scoperto il volontariato, ora è una volontaria AVO, quegli angeli in camice azzurro che fanno compagnia e assistono i malati in ospedale, io la prendo in giro dicendole che la sopportano perché non possono scappare essendo lei assegnata ad un reparto per lungo degenti per la maggior parte allettati, in realtà sono stra stra stra orgogliosa di lei, che quando non è di turno in ospedale tiene corsi di lavoro a maglia perché è bravissima e il suo è uno dei corsi più frequentati. E quando al circolo ACLI dove insegna, organizzano una cena, lei appoggia ferri e gomitoli e inforca mestoli e grembiuli e si mette a cucinare per cento persone. Poi magari noi figli, genero e nuora le chiediamo di farci due ravioli e ci risponde secca che non ne ha voglia, oppure ce li fa dopo mesi dalla nostra richiesta, ma non riusciamo a rimanerci male, ridiamo come stupidi e ci teniamo la voglia di ravioli, o meglio, ce li facciamo e lei si autoinvita a mangiarli.
Quando ero piccina non le assomigliavo per niente, ora noto che con il passare degli anni la somiglianza si fa sempre più evidente, sia fisicamente che nel modo di essere, anche se io, come ogni figlia femmina che si rispetti, nego ogni cosa: io sono figlia di mio padre e stop.
Ma poi quando me la vedo davanti e mi sembra così piccina, che piccina non è per niente (sono io che sono giunonica),mi viene voglia di abbracciarmela tutta e darle tutto quello che la vita non le ha dato (non preoccupatevi, la vita non è stata poi così avara con lei), e farle fare tutto quello che finora non ha fatto: mia mamma non ha mai preso un aereo, e io lo so che lo prenderà con me. Vorrebbe fare una crociera, la faremo insieme e lei starà malissimo perché soffre terribilmente il mal di mare, ma ce la farà e cenerà tutte le sere al tavolo del capitano perché lei, magari confondendolo per un marinaio qualsiasi, (vai a spiegare a mia mamma la differenza fra il capitano e un marinaio: io non ci provo nemmeno) farà subito la sua conoscenza e lui come tutti ne resterà incantato.
Luca ogni tanto me lo dice “hai fatto una faccia che sembravi tua madre”, “ti comporti come tua mamma”, “sei uguale a lei”, “guardo lei e vedo te fra trent’anni” e sapete che c’è? C’è che mentre fino a qualche anno fa avrei negato fino alla morte questa cosa, ora considerato tutte le persone cattive e aride che ci sono in giro, assomigliare alla persona più buona che io conosco e che questa persona sia anche mia mamma, alla fine così male non è, anzi…
Ne sono felice e fiera, molto fiera.

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Magda e le “più amite”

Questa è una di quelle storie che comincia con “c’era una volta”.
C’era una volta un gruppo di amiche, sei per la precisione, sei ragazze i cui destini si sono incrociati tutti in modi e tempi diversi, ma come accade per le ricette più azzeccate, l’alchimia è stata subito perfetta e così da quando le loro vite si sono incrociate, non si sono più perse di vista.
La storia dice che due di loro erano amiche già dai tempi dell’asilo, un’amicizia trentennale, forte come la roccia e che non ha mai temuto litigi e arrabbiatura. E siccome l’amicizia, quando è vera, è un sentimento che moltiplica, a queste due amiche se ne sono aggiunte altre: la compagna di università dell’una, la collega di lavoro dell’altra, la compagna della compagna di università della prima e la cognata mancata di una delle due.
Destini e vite completamente diverse, eppure come queste sei ragazze si riunivano, il mondo rimaneva chiuso fuori. Si rideva, si facevano discorsi seri, si consolava il cuore infranto della lasciata di turno, si andava a ballare, o molto semplicemente ci si ritrovava a casa di una e si guardava un film tutte insieme: accampate sul divano e sedute per terra , i cartoni della pizza, e la torta al limone così buona fatta apposta per la serata da una del gruppo.
Una di queste fanciulle, aveva un bimbo, che ai tempi era proprio piccolino e non sapeva dire bene la parola “amica”, a lui infatti veniva fuori “amita” e non si sa come e non si sa perché, ma questo bimbo sapeva che noi eravamo amiche speciali, e quando ci vedeva con la sua mamma, ci chiamava “più amite” e alzava il pollice della mano. Una dolcezza infinita.
Diventare quindi il gruppo delle “più amite” è stato spontaneo e naturale, perché eravamo noi sei affiatate, coese e unite: una forza. Senza di loro io non so come avrei potuto fare a superare il mio brutto periodo di separazione, lutti, e sfighe a vario titolo. Loro erano sempre al mio fianco, ma non perché ci si vedeva sempre, tutt’altro, però sapevo che se avessi mai avuto bisogno di loro mi bastava mandare un sms e il tam tam era immediato. Invidiabile.
La nascita del “più amite- The club” è avvenuta in occasione di una cena prenatalizia: tutte insieme in pizzeria, una sola regola: niente regali. Ma sul finire della serata Simona, la mamma del bimbo che ha dato il nome al nostro gruppo, tira fuori cinque pacchettini. Dentro c’erano cinque blocchetti tutti uguali con in alto la scritta “Più amite – The club” e in basso alla base dei foglietti delle frivolissime scarpine con il tacco. Un regalo magnifico, per molti forse insignificante, per noi estremamente significativo. Alcune di noi si sono commosse mentre altre hanno riso. Correva l’anno 2008.
Poi come spesso accade gli anni passano, le persone crescono e le vite cambiano, ma noi siamo riuscite a crescere standoci vicine: sei linee parallele, che pur non intersecandosi mai, non si sono mai perse di vista, bastava allungare una mano per ritrovarsi.
Quel blocchetto è ancora con me, sono passati cinque anni, eppure lui è dove sono io, ha resistito ad un trasloco, ha fatto il giro del mondo e tutte le vacanze insieme a me, quando cambio borsa lui è il primo a traslocare e quando mi salta in mano vedo le mie amiche e mi assale una tenerezza infinita. Ora ci si vede un pochino meno di frequente però quando mi sono sposata loro erano tutte lì in prima fila, emozionate come me e felici con me e per me; a dire il vero ne mancava una, ma questa è tutta un’altra storia.
Amo queste donne, così diverse l’una dall’altra eppure, come i pezzi di un puzzle, quando si uniscono formano una figura perfettamente coerente e bella, loro vivono in quella parte di me che non teme il passare del tempo e l’annacquarsi dei sentimenti, sono la mia certezza, la consapevolezza di non essere sola.
Mai.
Più amite, The club. E pollici alzati.

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Magda e i “se li conosci li eviti”

E dopo il grande successo di “le cose per cui vale la pena vivere” ecco a voi le persone che mi fanno imbestialire…
– quelli che fanno finta di interessarsi a come stai, e quando tu glielo racconti non ti ascoltano, o meglio fanno finta di ascoltare. Con l’aggravante che, se gli dici che va tutto bene, rosicano; e se invece gli dici che va tutto male ci godono all’ennesima potenza.
L’antidoto: anche se state meditando di impiccarvi ad un trave da tanto vi butta male la vita, a loro dite sempre che va tutto alla grande. Che meglio non potrebbe, sempre.
– quelli che fanno i finti alternativi, o finti bohémien, o finti strani, insomma i finti a tutti i costi. La vita è noiosa, l’Italia fa schifo, sognano di scappare all’estero ma poi non si schiodano da qui, Londra è la loro vera casa (autoreferenziali), sono eternamente fuori corso in quanto pieni di hobbies (autoreferziali), vantano amicizie nella sfera omosessuale, come se questo in automatico li facesse apparire più cool (chissà poi perché).
L’antidoto: lasciarli dire, fare, bregare annuire rapiti ai loro discorsi e quando si allontanano togliete pure gli auricolari dell’i-pod.
– gli invidiosi. Brutta categoria, sono tristi e pieni di livore, a loro va sempre tutto male perché sono sfortunati, oppure è colpa del governo, o del vicino di casa, o degli astri celesti in posizione ostile: a farla breve, non è mai colpa loro.
L’antidoto: abbandonarli al loro destino, sono persone troppo negative, alla lunga potrebbero portare rogna.
– quelli che “odio i pettegoli” ma poi sono i primi a sapere tutto di tutti. Sono più felici se possono condividere le altrui disgrazie, piuttosto che le gioie e ovviamente si incavolano come bisce se diventano loro oggetto di gossip.
L’antidoto: non raccontate loro niente di voi, a costo di sembrare degli alienati sociali: qualsiasi cosa voi diciate verrà usata contro di voi.
– quelli che sono “contro” per natura: se fa caldo, hanno freddo. Se si gela, ovviamente loro hanno caldo. Al ristorante tutto il gruppo ordina pesce, sicuro loro ordineranno carne. Se avete una cosa firmata vi apostroferanno con un lapidario “il logo è morto”, se loro hanno una cosa firmata “la marca è una garanzia”. Sono così, non sono cattivi, non lo fanno apposta, gli viene spontaneo.
L’antidoto:galleggiate, non sbilanciatevi, e aspettate che siano loro a fare la prima mossa. Prenderli in contropiede sarà una goduria inenarrabile.
– i cattivi. Perché mi mettono a disagio, perché pur avendo mille difetti, la cattiveria non mi appartiene e quindi ho difficoltà a rapportarmici.
L’antidoto: siccome da un cattivo ti puoi aspettare qualunque cosa, non ci sono antidoti, quindi fate il giro largo ed tenetevi a distanza di sicurezza da loro.
– i finti buoni (che sono più pericolosi dei cattivi veri). Sono persone dall’aspetto mite e tranquillo, sembra che ogni loro azione sia mossa dalle migliori intenzioni e gratuità, in realtà sono sempre finalizzate a qualcosa di personale. Se gli va qualcosa storto, ovviamente, è il mondo che ce l’ha con loro, e non loro che seminano negatività a ogni passo.
L’antidoto: non fatevi ingannare, tenete gli occhi e le orecchie ben aperti e non cadete nella loro trappola di melassa.
– quelli si lamentano sempre. Incapaci di godersi le gioie della vita, vedono sempre il bicchiere mezzo vuoto e sul punto di rovesciarsi. Vivono sullo stesso pianerottolo degli invidiosi, infatti pensano che tu viva una vita straordinaria e non si danno pace di ciò.
L’antidoto: provate a spiegare loro che spesso è solo questione di atteggiamento mentale, ma considerate che potrebbe essere fiato sprecato.
– quelli che si prendono troppo sul serio. Noiosi, pesanti come pietre, malmostosi e acidi. Fatevi una risata, e verificherete di persona che non succede niente di male, un sorriso può veramente cambiare la vostra giornata e quella di chi vi sta intorno.
L’antidoto: continuare per la vostra strada come se niente fosse, magari qualcuno si farà contagiare dalla vostra sanissima allegria. E succeda quel che deve succedere ma non avrete mai la ragazzina eternamente adolescente che vive dentro di me.
E se vi trovate ad avere a che fare con una persona negativa per eccellenza, non abbiate timore e fate come me, usate “l’antidoto degli antidoti”: sono convinta che tutto sia questione di karma, chi vive sereno, rispettando il prossimo, accontentandosi di ciò che ha, cercando di trovare sempre il lato positivo di ogni cosa, facendo le cose con gratuità di intenti senza pretendere nulla in cambio e con il sorriso sulle labbra e nel cuore, sia veramente destinato a vivere una vita felice, ma non perché è miracolato o fortunato, ma semplicemente perché ha seminato bene e con amore.
E ricordate che il male torna sempre indietro, mentre il bene va sempre avanti lasciando dietro di sè una scia di gioia e positività.

I dolori della giovane Magda

Oggi è successa una cosa. Leggevo serena e tranquilla la mia copia fresca di buca delle lettere di Vanity Fair, quando la mia attenzione è stata catturata da una lettera pubblicata sulla pagina di una psicologa che stimo molto: Irene Bernardini.
Una lettera che in apparenza non aveva nessun punto in comune con la mia vita, ma è andata a toccare qualcosa, forse alcune parole usate dalla lettrice, che come le dita allungate su una tastiera sono andate a sfiorare qualche tasto e io mi sono riconosciuta in quelle note. Si parlava di separazione e di quanto sia difficile gestire non tanto i vari stati d’animo che la separazione comporta, ma piuttosto di quanto sia difficile ritrovare un equilibrio che non sia solo apparente, ma reale, necessario per gestire il nuovo assetto.
Metabolizzare una separazione è un percorso lento, chi dice che si è ripreso in un batter d’occhi mente spudoratamente, o mentiva spudoratamente prima, quando era sposato.
Fate questo gioco con me.
Immaginate di investire tutte le energie e risorse vostre e del vostro partner nella costruzione di un grande edificio partendo dalle fondamenta per arrivare al più piccolo dettaglio estetico, tipo le fioriere sui terrazzi. Immaginate ora di traslocare tutta la vostra intera esistenza dentro a questo edificio, immaginate la gioia e soddisfazione nel vedere che le cose crescono e si arricchiscono: pensate di essere quasi arrivati alla meta, ma poi sul più bello, l’edificio comincia a scricchiolare, sempre di più, sempre di più, fino ad arrivare alla decisione finale: bisogna demolirlo. Delusione, dolore, rabbia. Questa può rappresentare la prima fase di una separazione qualsiasi. Poi arriva la seconda parte, quella in cui, secondo me, io e il mio ex marito siamo stati particolarmente bravi: la fase dello smantellamento vero e proprio di quella che è stata la nostra vita insieme.
Passata la fase del dolore acuto, quello ognuno deve gestirselo da solo per conto proprio, e lì sì che a tenerti in vita sono i sentimenti peggiori che un essere umano possa provare; ecco superata questa fase noi due siamo stati di una delicatezza incredibile. Potevamo far saltare per aria il nostro edificio con una esplosione pazzesca, seminando macerie dappertutto in un raggio di mille chilometri, invece no, con calma abbiamo messo tante micro cariche e insieme abbiamo fatto partire il detonatore, un’esplosione controllata, nessun ferito, nessun danno a terzi. Poi ognuno si è raccolto i suoi cocci ed è andato per la sua strada.
Certo che non è stata una cosa veloce, ci sono voluti nove mesi per elaborare la cosa, mesi in cui abbiamo mantenuto noi l’ordine degli psicologi di Genova: ognuno aveva il suo psicologo personale e poi la terapista di coppia, mesi in cui pensavamo di lavorare alla ricostruzione della nostra vita, mentre, del tutto inconsciamente ci stavamo mettendo in forze per la rottura definitiva. Per tornare alla metafora di cui sopra, stavamo cercando le forze, il coraggio e il tempismo per arrivare insieme a mettere le mani sul detonatore e a farlo saltare, anche questa volta insieme. Siamo stati bravissimi nella gestione dei tempi, questo intendo dire, abbiamo saputo aspettare che le cose si sedimentassero e noi avessimo il tempo di riacquisire la lucidità e serenità necessarie per affrontare tutti i passi che una separazione comporta, senza schiamazzi, urli e litigi che intanto non servono a niente.
L’immagine che mi è rimasta in mente siamo io e lui che entriamo sorridenti in tribunale con un avvocato solo per entrambi per firmare la separazione e altrettanto sorridenti usciamo, ma uno ha girato a destra e l’altro a sinistra. Fine.
E da lì è cominciata la ripresa, e secondo me non è nemmeno un caso se nel giro di un po’ di mesi ho incontrato Luca, se l’avessi incrociato prima probabilmente non lo avrei visto in quanto il mio orizzonte era ancora coperto dalle macerie residue, e in tutta onestà non avevo nemmeno voglia di imbastire un rapporto nuovo di zecca; mi sono presa il tempo necessario per fare piazza pulita e ricostruire me stessa, e solo allora ho riconosciuto il suo sguardo. Lo sguardo che amo così tanto.
Il resto è storia nota: il desiderio di non rinunciare alla riconquistata libertà, surclassato dalla voglia di stare con lui, di condividere con lui quanto più tempo e spazio mi fosse possibile. Lui che con calma si è conquistato tutta la mia fiducia sopportando quella che io ora ho capito essere la coda della tempesta: gli sbalzi d’umore, un pianto improvviso, quella sottile malinconia che talvolta mi si dipingeva in viso, e lui saldo come una roccia non si è mai spostato di un millimetro, sempre al mio fianco, anche quando starmi a fianco era tutt’altro che facile.
Quindi, per concludere, in risposta a tutti quelli che quando hanno saputo che mi risposavo hanno commentato più o meno così “Ma chi te lo fa fare?” “Una volta non ti è bastato?” “Bisogna proprio averne voglia”, rispondo che il destino per metà ti capita, ma l’altra metà te la crei, quindi questa seconda chance è stata sì una botta di fortuna in quanto tutto è accaduto in maniera improvvisa e inaspettata, ma anche forse il frutto del buon lavoro svolto prima. Ecco, forse me lo sono anche meritato un uomo come Luca, e in cuor mio sapevo che se avessi saputo aspettare, prima o poi sarebbe arrivato.
Ho avuto fiducia nella vita e sono stata ampiamente ripagata.

Magda vintage.

Vedo i bambini di oggi, quelli intorno ai nove dieci anni, e mi spiace dirlo, ma mi sembrano rimbambiti. Frignoni (e a Roma direbbero pure frEgnoni), viziati, imbranati, ancora totalmente dipendenti dai genitori, uno strazio.
Poi di colpo la mente cambia scenario, e mi viene in mente la mia infanzia, quando alla stessa età di questi marmocchi, io, ma non solo io, TUTTI eravamo decisamente più svegli.
Non avevamo telefonini, computer, consolle per i video game, avevamo una bicicletta, una casa dove spesso si invitavano gli amici e la voce, tanta voce.
Mi ricordo che la prassi era questa: si usciva di casa e si andava a suonare il campanello dell’amico o dell’amica, ma prima ancora del suono del citofono, il nostro arrivo, mio in questo caso, era annunciato da “Stefaniaaaaaaa, scendiiiii!” Urlato a gran voce sotto il suo terrazzo. Tempo un paio di minuti e Stefania, la mia compagna di avventure faceva capolino da dietro il portone. E ci aspettava un lungo pomeriggio di giochi, che erano vere e proprie avventure, tipo, andare a cercare i gattini che le varie micie del quartiere scodellavano qua e là, inventarsi fantomatici passaggi segreti da fare in bicicletta, ci infilavamo nei garage dei vari condomini, affrontando discese, tante volte concluse con ginocchia e gomiti sanguinanti, ma non era un dramma, si risaliva sulle bici, la mia era rossa e quella della Stefy verde, me lo ricordo nitidamente, si andava dai giardinetti dove c’era una fontanella, una passata con l’acqua e via, pronte a ripartire.
Per merenda, andavamo da Berto e Carmen, il negozio di paese, ci facevamo un panino con la mortadella, senza un soldo, solo una frase “ha detto mamma di segnare” e loro tiravano fuori un quaderno e prendevano nota. Era tutto semplice.
Ricordo che capitava spesso che mia mamma mi mandasse a fare la spesa, di anni forse ne avevo anche meno, forse sei, mi scriveva su un foglietto cosa comprare, mi dava i soldi che io mettevo nel mio borsellino di perline rosa con catenella dorata per appenderlo al polso, ed ero felice come non mai perché mi sentivo grande. Tornavo a casa con la sporta della spesa e il mio borsellino con il resto che il più delle volte finiva nel mio salvadanaio come ricompensa.
Per un Natale mi avevano regalato un grembiule come quelli che usava mamma, ma più piccolo, da bimba: rosa con un fiorellino rosso ricamato sulla tasca messa a destra e tutta orlata di pizzo Sangallo, mi piaceva metterlo e aiutare nelle faccende di casa; mi piaceva pulire il bagno e passare la lucidatrice anche se pesava più di me, oppure stirare le cose più semplici, o aiutare in cucina anche se una volta ho sfondato lo sportello del forno perché mi ci ero seduta sopra e saltellavo….non hanno reagito benissimo quella volta i miei genitori, anche perché abbiamo dovuto cambiare la cucina…
Poche regole ma insindacabili, nessuno osava trasgredirle: non dare confidenza agli sconosciuti, e ovviamente non accettare niente da loro. In caso di situazione sospetta raggiungere il primo adulto che passa e spiegare quello che stava accadendo, se non si conosceva nessuno bisognava raggiungere il primo uomo in divisa, fosse stato anche lo spazzino o il prete, per me erano divise e basta.
Se ci lasciavano da soli in casa non dovevamo aprire a nessuno, nel caso suonassero alla porta guardare prima dallo spioncino, se suonavano al citofono dovevamo prima affacciarci dal terrazzo e guardare chi fosse e in caso di viso conosciuto andare a rispondere al citofono, prima di aprire dovevamo avvisare la nostra vicina di casa (la nostra adorata Tata) e con lei aspettavamo l’ospite. Se non si conosceva chi suonava, non si rispondeva, non si apriva e si chiudeva bene la porta mettendo tanto di cricchetto.Io avevo cinque sei anni e mio fratello tre in più, e non avevamo paura di stare da soli in casa, anzi ci faceva sentire più grandi, più forti e più uniti.
A dieci anni prendevo la corriera da sola per andare a Chiavari a fare ginnastica artistica, sapevo che durante il viaggio dovevo stare vicino al bigliettaio o all’autista e non dare confidenza a nessuno, sapevo a che fermata scendere e la strada da fare per arrivare alla palestra; ma non era un dramma, era normale farlo.
Ora non sanno nemmeno andare in bagno da soli..
A tavola si stava composti e si mangiava tutto quello che ci veniva messo sotto al naso, i capricci erano proibiti (certe sberle…) e finito di pranzare si aiutava a sparecchiare, riordinare la cucina (odiavo asciugare i piatti, le posate e le pentole) e si faceva il caffè per papà, con la moka, perché le macchinette espresso ai tempi erano roba da ricchi.
Se si andava in giro per negozi si stava vicino alla mamma, ovviamente in silenzio e altrettanto ovviamente senza toccare niente (in caso contrario erano le sberle di cui sopra),e se si doveva comprare qualcosa per noi figli, si comprava quello che piaceva alla mamma…solo una volta mi ricordo di essere uscita di corsa dal negozio con ai piedi un paio di scarpe che mi piacevano troppo e lei era invece indecisa, non potevo correre rischi, ho camminato sul marciapiede in modo da sporcare le suole e la mamma è stata costretta a comprarle. Il suo sguardo era furente, ma ne è valsa la pena. Promettevo bene già da piccola.
Quando eravamo con i nonni o i parenti dovevamo essere ancora più educati e composti del solito, altro che nonni in balia di nipoti schizofrenici, le mie nonne erano brave e buone ma quello che dicevano loro era legge, vangelo, verità assoluta, nessuno osava sfidare le ire delle nonne. Si rispettavano gli anziani di casa, mica come adesso, che vengono trattati come dei ritardati mentali.
Qualcuno potrà obiettare che si diventava grandi a suon di sberle, a onor del vero devo dire che io ne ho prese proprio poche e non mi hanno ucciso, eppure ero una bambina piuttosto vivace, semplicemente sapevo stare al mio posto e i vizi non erano ammessi così come i capricci: se era sì era sì subito, e se invece era no era no e basta, senza tanti ma e senza tanti se.
Fine della storia.