E ditemi un po’: ve la ricordate voi la prima volta in cui avete infilato i vostri piedini dentro ad un paio di scarpe con i tacchi? La prima prima primissima, intendo dire?
Io sì, è uno dei ricordi più nitidi di quando ero bambina, 6/7 anni al massimo, forse meno.
Ricordo che ero in camera mia a giocare con il mio Cicciobello a fare la mamma, quando la mia attenzione è scivolata via, andando a bussare all’antina del comodino di mia mamma, nella camera da letto dei miei genitori.
Il comodino aveva (ha, perché è ancora fermo lì al suo posto) un cassetto, e sotto uno sportellino che protegge un vano porta oggetti, e mia mamma, allora, conservava lì dentro due paia di scarpe, anche perché di più non ce ne stavano. Un paio in particolare erano custodite dentro ad una scatola bianca opaca con delle scritte verdi: la aprii, ed eccole li, le décolleté nere di mamma, quelle a punta altissime che metteva nelle serate speciali, quelle in cui io e mio fratello venivamo spediti a casa di mia nonna Maria, o mia nonna Maria veniva a casa da noi a farci compagnia, per intenderci.
Che meraviglia, con quelle scarpe ai piedi mia mamma diventava altissima e bellissima e andava a ballare con mio papà, una coppia stupenda: alti uguali, sorridenti e belli, dei fighi pazzeschi, insomma.
Numero 38, tacco perfetto, il mio minuscolo piedino di bimba stava quasi tutto dentro alla pianta della scarpa, lo osservavo e mi sembrava fatto apposta per stare li dentro: traballando mi sono alzata dal letto e ho raggiunto lo specchio, fu amore a prima vista.
Ne aveva altre di scarpe con i tacchi, ma come quelle nessuna, quelle erano magiche, me le infilavo e diventavo grande.
Mi ricordo che poi frugavo nel suo portagioie alla ricerca di un paio di orecchini che sembravano due piccole more, ma erano turchesi, montati su metallo dorato, con la chiusura a clips, me li fissavo alle orecchie, ed ero ancora un po’ più grande. Poi passavo alla fase trucco. Un pasticcio inenarrabile.
Nel cassetto del comò, conservava un piccolo cofanetto quadrato con il coperchio smaltato con disegnato sopra un fiore, aveva l’apertura a scatto, schiacciavii il bottoncino e lui si apriva. C’era lo specchietto, un vano porta cipria con il piumino e poi il rossetto, rosso scarlatto: mi ricordo ancora adesso il profumo di quel rossetto. Profumo di proibito.
Sempre da quel cassetto tiravo fuori una borsetta fatta a crochet nera, tutta tempestata di cristalli neri, con cerchietto per capelli coordinato (ragazzi che classe!), mi pasticciavo gli occhi con dell’ombretto turchese (erano i favolosi anni ’70) et voilà: ero adulta. O meglio simulavo di esserlo.
Tornavo nella mia stanza, mettevo il Cicciobello nel suo passeggino e andavo a fare una passeggiata nel mio parco immaginario, che poi altro non erano che i corridoi di casa, dove ad un certo punto incrociavo mia madre che, senza tanti giri di parole, mi riportava alla mia mesta realtà fatta di pantofole con la suola in feltro, così non rigavo i pavimenti in marmo incerato che ha regalato a me e a mio fratello, memorabili scivolate con pianti disperati a seguire.
Quelle scarpe hanno accompagnato tutta la mia crescita, la mamma non le indossava più perché con il passare degli anni, erano ormai démodé, ma le ha conservate, credo le abbia ancora adesso nello stesso comodino, nella stessa identica scatola.
Io posso tranquillamente affermare che è con quelle scarpe che ho imparato a stare sui tacchi, di anno in anno erano sempre meno grandi, e io sempre meno goffa.
Con quelle scarpe ai piedi e un pigiama meravigliosamente coordinato (potere dei ricordi, rendono tutto bello, anche un mostruoso pigiama in flanella giallo con applicato sulla maglia un pinguino con un berretto rosa che pattina sul ghiaccio), ho ballato una mazurca con mio padre nell’ingresso di casa, la radio accesa in cucina e mia mamma che stirava guardandoci fra il divertito e il commosso. Credo che avessi circa dodici anni, non di più.
E ancora adesso, quando mi capita fra le mani qualche vecchia foto dei miei genitori a qualche festa, lo sguardo va subito a quelle scarpe, ed è ancora viva l’emozione provata da bambina: non avrei mai rinunciato a quella magnifica sensazione di “salire in quota”.
Mi chiamo Manuela, ho quarantun anni e una vera e propria ossessione per le scarpe, ne ho seminate ovunque, a casa mia, a casa di mia mamma, in mansarda, nella cabina armadio, di ogni colore e foggia, alcune sono così scomode da farmi quasi piangere, altre mi hanno accompagnato in lunghissime maratone danzerecce. Ne ho anche qualche paio che non ho mai fatto uscire di casa, mi basta indossarle ogni tanto e farci pochi passi, è il piacere di saperle mie a bastarmi. Altre sono associate a dei bei momenti, e quindi anche se sono vecchie decrepite le conservo, memoria tutta femminile che non deve andare persa….
La mia domanda ora è: ma come fanno gli uomini? Come fanno a non aver mai provato quel piacere perverso misto a dolore acuto che qualche volta ti attanaglia le caviglie e le piante dei piedi. Come fanno a non sapere come ci si può sentire immediatamente sexissime solo indossando un paio di scarpe. Come fanno a non tremare di piacere davanti ad una vetrina piena di scarpe favolose…
Non lo so… D’altronde è anche vero che mentre io caracollavo in giro per casa con dei tacchi ai piedi, e avevo sei anni, mio fratello giocava con i Lego…voglio dire: il gap fra i due sessi era già piuttosto evidente, vi pare?
Da qualche parte ho letto qualcosa che recitava più o meno così “…se una donna può camminare su tacchi altissimi, può tranquillamente conquistare il mondo…”meglio allora imparare a farlo da piccole, giusto per essere tranquille.
Io avevo sei anni, e voi?
Un abbraccio, Magda.
Diario di una metamorfosi
Le rivoluzioni partono dal basso, così ci hanno insegnato, ma nel nostro caso, la rivoluzione è partita dalla testa.
Stanchi di vederci sempre più rotondi, saturi di una (gioiosissima) vita di stravizi, consapevoli del fatto che così non saremmo durati a lungo, di ritorno da una vacanza a fine novembre, ci siamo rivolti ad un bravo nutrizionista.
Obiettivo primario: dimagrire.
Obiettivo secondario: ancora lo ignoravamo, ma c’era, e forse era ancora più rivoluzionario dell’obiettivo principale.
Senza tediarvi sulla dieta in se, per questo potete comprare una rivista femminile e annoiarvi per conto vostro, io vi vorrei rendere partecipi del cambiamento che ha fatto tutta la nostra vita. Già perché in questi ormai otto mesi, abbiamo modificato tante di quelle abitudini che, credetemi, non saprei da che parte cominciare. Proviamo.
Sempre più convinti che “siamo quello che mangiamo” siamo passati al biologico, costerà un po’ di più, è innegabile, ma se ci riflettete un secondo: non è abominevole risparmiare sul nostro cibo? Il cibo è salute e benessere, è la benzina del nostro motore, e se siamo disposti a spendere follie per il motore della nostra auto, perché non dovremmo meritarci noi lo stesso trattamento?
E poi, prendi un uovo ad esempio, a me pensare che quell’uovo è stato deposto da una gallina che gironzola felice in un cortile, mangiando becchime vero e con le penne scure perché è stata al sole e non bianche candide come quelle che poverette vivono (sopravvivono?) in batteria, beh a me fa stare bene, anche se costano quasi il doppio.
Lo stesso discorso vale per il latte di mucca proveniente da allevamenti dove la mucca viene munta rispettando i suoi ritmi e non spremuta e strizzata fino allo stremo, per il pesce pescato e non allevato immobile e nutrito con pastoni schifosi di antibiotici e farine di chissà che cosa, per le verdure e la frutta imperfette esteticamente ma deliziose, e anche per il gusto unico che ha il pane fatto da noi in casa.
Abbiamo completamente eliminato lo zucchero e laddove è indispensabile lo sostituiamo con miele, malto d’orzo e sciroppo d’agave, Se ci serve del lievito, usiamo solo lievito madre, e abbiamo quasi completamente eliminato la carne (questa per me, la rinuncia più dura, sulla quale tentenno ancora…ma ci riuscirò).
Mi sono comprata una bici, e cerco di spostarmi usandola più possibile. La sorpresa delle sorprese è stato scoprire che mi piace un sacco: ci metto un pochino di tempo in più, è vero, ma in quel lasso di tempo, mentre le mie gambe pedalano che è un piacere, saluto un sacco di gente che in scooter con il casco in testa non mi riconosceva e che io non vedevo, canticchio allegramente e poi la cosa che mi piace di più di tutte: mi guardo intorno, e vedo cose che non avevo mai notato prima. Posso assolutamente affermarlo: dal sellino della bicicletta si ha una visione del mondo completamente diversa da quella che si ha dalla sella dello scooter.
E poi vuoi mettere l’immagine poetica di un mazzo di fiori freschi posato nel cestino della bicicletta? già perché il giovedì passa un ometto nei negozi del centro, che vende mazzi di fiori a dieci euro, e io ne prendo sempre uno (penso di essere una delle pochi mogli che porta dei fiori al marito a casa, già perché fra i mille cambiamenti c’è pure il fatto che Luca ora lavora da casa e quindi pranziamo insieme, cosa impensabile fino a pochi mesi fa).
Oppure, quanto è romantico tuo marito che ti viene a prendere la sera al lavoro in bicicletta e tornare a casa insieme facendo una bella pedalata sul lungofiume, raggiungere la passeggiata a mare, osservare il tramonto, gustandosi un buon prosecco?
La macchina oramai la usiamo quasi esclusivamente per andare a fare la spesa, e non mi ricordo nemmeno più quando le ho fatto benzina l’ultima volta, quindi volersi bene è anche un buon investimento economico…
Tirando un pochino le somme, questi sono i risultati:
– una cinquantina di chili persi in due
– pelle come quella di un bambino
– inverno passato senza prendere nemmeno un raffreddore
– persa nei meandri del tempo l’ultima volta che ci è venuto un brufolo
– netto miglioramento dell’umore
– gli specchi hanno ricominciato a funzionare bene, nel senso che mi piace molto l’immagine che riflettono
– riguadagnato in toto il mio guardaroba principesco: posso di nuovo mettermi quello che mi pare senza pensare troppo a come e cosa mascherare per sembrare più secca
– sentimenti reciproci rinforzati perché non c’è niente di più bello e unente(?) unificante (?) che condividere il raggiungimento di un obiettivo difficile.
E ora andiamo avanti per questa strada, senza privarci di nulla, ma senza nemmeno vivere come due monaci trappisti.
Credo che abbiamo trovato un equilibrio e, per definizione, equilibrio è benessere e armonia, stiamo bene. Tranquilli continuiamo a battibeccare come sempre…a certe abitudini non vogliamo, nè possiamo, proprio rinunciare.
Forse è proprio così: i cambiamenti epocali avvengono spontaneamente senza quasi nemmeno accorgersene, ma una volta innescati sono irreversibili, e inesorabili. Lentamente e senza strappi ci siamo allontanati da una strada che non avremmo potuto percorrere perpetuamente, per abbracciare uno stile di vita nuovo che ci appaga di più.
Io non voglio fare proselitismi, però, provate e immaginare se tutti cominciassimo a vivere più lentamente, a mangiare cose più semplici e a rispettare l’ambiente in cui viviamo e noi stessi, forse la qualità della nostra vita potrebbe migliorare, no?
Tentare non nuoce, anzi meglio: tentare giova.
…Scusate il ritardo…
Santo cielo…ho quasi paura! ho abbandonato questo blog al suo destino, sono mesi che non scrivo più nulla, poi oggi con un pizzico di ansia lo riapro e, con mia grande sorpresa: è cresciuto!
Continuano a esserci visite e continuano ad aumentare i “Like”, insomma a farla breve, il mio timore più grande, e cioè quello di non avere niente di interessante da dire, si è rivelato parzialmente infondato. Che poi, di cose ne accadono sempre, però la mia crisi (se vogliamo usare una parola grossa), è nata dal fatto che mi sono posta questa domanda: ma esiste davvero qualcuno a cui interessa sapere cosa vedono i miei occhi, e soprattutto come lo vedono?
In un giorno di bassa autostima mi sono detta “ma Manuela, ma a chi vuoi che importi cosa fai, come lo fai, perchè lo fai?” e da lì si è innescato un effetto valanga: un lecito dubbio di partenza si è portato dietro tutte le mie certezze e: addios!
Che sia diventata umile? mmmhhh, non credo, comunque un po’ di sana autocritica non guasta mai; e poi tutto questo fiorire di blog e pagine dove tutti si autoreferenziano come scrittori: io alcune le ho lette, e santo cielo, alcune sono a dir poco avvilenti, dico io se proprio vuoi rendere partecipe il mondo del tuo pensiero, almeno fallo in un italiano corretto, e invece mi sono imbattuta in errori di grammatica, sintassi a dir poco azzardate, poesie in cui la metrica non veniva minimamente presa in considerazione, uno scenario avvilente. E dietro a queste riflessioni è partita la seconda crisi: ma cosa pensa di me chi legge le mie cose? CHI legge le mie cose? Voglio veramente che tutti, amici e illustri sconosciuti sappiano quello che penso e provo e il tutto condito con dovizia di particolari?
E così mi sono arenata. Molto semplicemente.
Sono passati mesi e, a onor del vero, di cose che avrei voluto raccontare ne sono successe a iosa, ma quando era il momento di passare dalle parole ai fatti, infingarda faceva capolino la domanda “ma a chi vuoi che interessi?” e allora il pezzo che nella mia testa era praticamente già scritto, se ne restava lì a sgretolarsi fino a perdersi del tutto. Ora che ci penso: un gran peccato.
Comunque sia, bando alle ciance: sono tornata con l’intento di restare, basta scuse e basta con la pigrizia, è giunta l’ora di far di nuovo correre le dita sulla tastiera.
Dove andremo a parare non ne ho idea, ma almeno proviamoci, e stiamo a vedere.
Un abbraccio a tutti, Manuela
Crescete dei figli curiosi
Venerdi 11 aprile 2014, Magda e Furio organizzano una estemporanea gita fuori porta, e partono alla volta di Milano, destinazione: Salone del mobile, con relativi annessi e connessi. In occasione del Salone del mobile Milano è come se si svegliasse dal letargo e, ad ogni angolo di strada, in ogni palazzo, piazza o ateneo è tutto un pullulare di eventi e manifestazioni aperte al pubblico. Si respira arte, fermento e creatività e la voglia di farsi coinvolgere è inevitabilmente tanta, anche per una come me, che non vanta particolari conoscenze in questa materia, ma sono curiosa, e questo può bastare. Non sono una intellettual-radical-chic, non sono una di quei tipi strani che vagavano ieri per Milano all’urlo “strano è bello” abbigliati in maniere che definire strambe è totalmente riduttivo, perché più sei strano, più ne sai, o perlomeno questo è il messaggio che vogliono far passare. Comunque, facendo una piccola digressione, il look stramboide più gettonato di ieri era: palesemente gay, con barba da accarezzare ossessivamente come se si fosse rapiti da pensieri e concetti profondissimi, maglietta nera con collo stracciato e sfilacciato come se “sai non riuscivo a farci passare la testa e allora ho tirato tirato tirato e alla fine si è strappata, ma io me ne fotto perché per me non conta apparire, conta essere” anche se in realtà la sgualcitura è fatta ad arte da uno stilista di nicchia, e quella t-shirt costerà mezzo del mio stipendio, pantalone lunghezza acqua in casa, con risvoltino, o jeans o ancora meglio: nero, scarpe di pregiatissima fattura inglese nere pure loro, portate senza calze con caviglia in vista e, povero piede starà soffrendo le pene dell’inferno costretto in due morse che per durezza e rigidità ricordano i ceppi medioevali, antichi strumenti di tortura, usati per far confessare anche i crimini non ancora commessi. Mazzi di braccialetti, occhiale da vista con maxi montatura, in opzione un cappello nero o una maxi borsa. Non possono mancare chili e chili di cataloghi di mostre e eventi imperdibili portati con malcelata fatica sotto braccio. Le donne sono vestite praticamente alla stessa maniera, quindi non perdiamo tempo e andiamo avanti, anche se appare ormai ovvio che il futuro è gay. E’ un’evidenza innegabile.
La prima tappa è stata a Palazzo Reale, abbiamo visto la mostra su Piero Manzoni (ce l’avete presente l’opera “Merda d’autore”? ecco, proprio lui) e anche “100% original design”, in mostra i pezzi più significativi del design italiano dal ’45 ai giorni nostri. Ammetto senza vergogna che io sono un’ignorantona in fatto di storia dell’arte e del design, e quindi il mio approccio è tale e quale a quello di un bambino, ed ecco svelato il perché del titolo di questo post; i bambini non si fanno problemi, non hanno paura di fare domande e soprattutto non sono assillati dall’ansia di dover far finta di sapere tutto, se vedono un oggetto che li incuriosisce, gli girano intorno, lo osservano e lo studiano, provano a cercare in quell’oggetto un significato e una spiegazione e, se non riescono a darglielo, allora chiedono. I bambini rompono gli schemi, e in questo sono più artisti degli artisti stessi: una scatola vuota, per noi è solo una scatola, per loro può essere: una casa, una macchina, un’astronave, un guscio di tartaruga gigante, una barca e avanti così all’infinito: tanto più in là spostano i confini della loro immaginazione, tanto più un oggetto qualsiasi assume forme e utilizzi diversi. Non è forse questo uno dei principi ispiratori dei grandi designers? scope che diventano gli schienali di bellissime sedie, un lampadario a gocce che al posto delle gocce ha tanti foglietti su cui scrivere e disegnare, cassettiere curve che sembrano uscite da una fiaba, una lampada formata da una lampadina e un paio d’ali di piume vere, e con un gioco di parole si trasforma da “l’uccellino”, in “lucellino”: basta spostare un apostrofo e la fantasia regna sovrana.
Le opere stesse di Manzoni, senza voler fare gli Sgarbi della situazione, sono riconducibili a una forma ludica di interpretazione della realtà: tutto il mondo è un’opera d’arte, basta che io gli costruisca un piedistallo su cui appoggiarlo. Io stesso posso diventare un’opera d’arte se salgo su una base magica. Per non parlare della manipolazione della materia dei suoi “Achrome”, date ad un bambino qualcosa, ma veramente qualsiasi cosa , con cui possa pasticciare e vi stupirete di quante cose riesce a fare e a creare con, per dirne una, due pezzi di stoffa. I bambini sono attratti dalla materia, hanno un appercezione tattile molto sottile perché non è ancora contaminata dalla conoscenza tecnica. Per noi adulti un pezzo di legno, è legno, punto, stop, fine della discussione. Provate a dare lo stesso pezzo di legno ad un bambino: prima lo guarda, poi lo annusa, poi lo assaggia, poi lo accarezza, poi proverà a farlo stare in piedi, poi ci appoggerà sopra qualcosa; non gli interessa sapere cosa è, ma piuttosto che cosa ci può fare, che scopo può avere quel pezzo di legno e, meraviglia delle meraviglie, che cosa ci può fare lui, con quel pezzo di legno. E questa per me è arte.
Certo che, se invece siete quei genitori che il bambino non deve toccare, non si deve sporcare, non deve disturbare i grandi, deve solo essere il composto esempio di quanto siete bravi a educare un figlio, allora poi non lamentatevi se poi sarà un adolescente apatico, e un adulto senza interessi, non date la colpa alla società se vostro figlio sarà un adulto piatto come una tavola da surf. Io tengo stretta nel cuore una foto, scattata da un’amica, di sua figlia che ai tempi aveva forse un anno, che cammina scalza con addosso solo il pannolino, nei corridoi della Biennale di Venezia: così vanno cresciuti i bambini, sono delle spugne, i loro occhi vedono, le loro manine toccano, le loro orecchie sentono e il loro cervello immagazzina tutto, e poi chissà quando, quel ricordo tornerà a galla trasformandosi in chissà cosa, al momento non ci è dato di saperlo. Rachele, così si chiama, non ha ancora due anni, eppure ha già maneggiato pennelli e colori, si è sporcata, è entrata in contatto con la realtà perché i genitori non si sono condizionati la vita con il suo arrivo, ma hanno reso lei partecipe della loro. Rachele ha annusato fiori e ne ha anche mangiato i petali, ha usato un cane grande il doppio di lei per aiutarsi a stare in piedi e camminare, ha affondato le mani nella sua pelliccia e poi si è messa le dita in bocca, ha dormito sdraiata sull’erba del nostro giardino e sui prati, è andata a concerti e quando dorme non è che il mondo si ammutolisce per non disturbare il suo sonno, ma anzi la musica e i suoni accompagnano la sua quotidianità.
Ieri, davanti ad un installazione all’Università Statale di Milano, ho visto gli occhi dei bambini di una scolaresca farsi enormi di stupore e meraviglia, mentre alcuni adulti passavano di fianco senza nemmeno accorgersi che c’era un’opera d’arte, e penso che sarebbe stato bello chiedere a ciascuno di loro che cosa ci vedesse dentro a quel gioco di specchi. Poco più in là c’era un’altra installazione che illustrava quella che, secondo un designer giapponese, può essere l’evoluzione degli ambienti di casa nel futuro: era spassosissimo osservare i bambini spiegare agli adulti a cosa servisse quell’aggeggio piuttosto che quell’altro: ciò che per i bambini era ovvio, per gli adulti era incomprensibile. Paradossale e meraviglioso. Spero che nessuno spenga quella fiamma di stupore e curiosità, spero che una volta a casa, quando smanieranno per raccontare ciò che hanno visto, non trovino genitori distratti dalla partita o dalla serie Sky di turno, spero che ci siano un papà e una mamma pronti ad ascoltarli e a far loro domande, spero che quei bimbi si addormentino sfatti dalla stanchezza causata da una giornata adrenalinica, non sopraffatti dalla noia.
E poi, l’Accademia di Brera: quando mai mi ricapita di poter vagare nei suoi corridoi a me che so a malapena tenere in mano una matita? Ero io a questo punto la bambina: ho sbirciato in ogni angolo che mi è stato possibile, ho letto targhe, commentato statue, girovagato nel giardino botanico e inciampato in mille gradini perché avevo sempre il naso per aria, ho respirato un po’ di quell’atmosfera bohémienne che circonda gli studenti dell’Accademia, mi sono incantata osservando due ragazzi che intagliavano il legno, e li ho invidiati: io riuscirei solo a ferirmi gravemente con quegli strumenti che loro maneggiavano con tanta facilità. sono convinta che la più alta forma d’arte, ai giorni nostri dove tutto è pronto e preconfezionato, è saper fare, saper usare le mani: con lo stesso stupore con cui osservavo i due intagliatori, osservo e ammiro chi da un semino riesce a far nascere un pomodoro, chi da un gomitolo e due ferri ci fa uscire fuori un maglione, chi con due pezzi di legno e qualche chiodo si inventa un mobile, chi con un po’ di acqua e farina crea il pane…
Per questo dico e insisto: fate fare quante più cose possibile ai bambini, affinché nulla di tutta questa arte vada persa, perché i bambini sono il nostro futuro, e un bambino curioso, sarà un adulto prodigo di risposte per chi a sua volta gli porrà delle domande; e siccome ogni singolo bambino è un’opera d’arte, è preciso compito di un genitore aiutarlo a trovare il suo significato.
L’appuntamento del 19 marzo
La mattina del giorno del loro appuntamento lei si preparò con calma, come si fa per gli appuntamenti importanti. Si truccò con cura, eseguendo ogni singolo passaggio con calma e attenzione, anche se gli occhi un po’ arrossati e umidi rendevano tutto un po’ più complicato, consumò infatti un sacco di coton-fioc per correggere le molte sbavature, ma alla fine il risultato la soddisfò e le venne spontaneo sorridersi allo specchio. Gesto che in verità, aveva imparato a fare ogni giorno: dopo il colluttorio, il trucco, il profumo, dopo essersi tolta la molletta, si guardava e si sorrideva: con gli anni aveva imparato a piacersi. Traguardo prodigioso.
Sapeva che il suo cavaliere amava le donne curate e in ordine, ed è per questo che ci mise molto impegno, sapeva che se fosse arrivata al suo cospetto come se si fosse appena alzata dal letto, lui avrebbe disapprovato e il solo pensiero le era intollerabile. La memoria schizzò a quell’Epifania di molti anni prima, in cui lui nella calza, oltre a dolci e cioccolatini, e un piccolo, piccolissimo pezzetto di carbone, aveva infilato anche una palette di ombretti di Lancôme, pesca, grigio, avorio e pervinca. Si truccò solo con quei colori per mesi, poi anche se non la usava più, continuava a portare quella piccola scatolina dorata nella borsa come portafortuna, uno dei tanti oggetti da cui non voleva separarsi.
Amava quell’uomo, e ancor di più amava il modo in cui lui la vedeva, una visione tutta sua, in cui lei era un concentrato di perfezione, bellezza, intelligenza e quanto di più bello potesse esistere in tutto il Creato. Per lui lei era: LEI, tutto maiuscolo, massimo grado di valore, massima importanza.
Decise di indossare il cappottino rosso, colore non proprio indicato al luogo del loro appuntamento, ma sapeva che lui avrebbe apprezzato quel guizzo, quel suo essere non convenzionale: caspita gli ci erano voluti anni per persuaderla a non seguire il gregge, ad avere sempre un’idea sua e lei ora, magari, gli si presentava davanti infilata dentro a un borghese blazer navy (anche se l’avrebbe trovata comunque bellissima). No, no, il rosso era veramente perfetto, il rosso è passione, è calore, è vita. Borsa, chiavi, occhiali da sole e via, un leggero stato di ansia la obbligava a fare le cose di corsa, anche se lui l’avrebbe aspettata anche una vita intera, se necessario.
Mentre guidava il suo scooter le venne in mente che lungo la strada c’era un chiosco con una signora bionda molto gentile che vendeva fiori, l’idea di presentarsi ad un appuntamento con un fiore le sembrò molto carina, un po’ alla Jiulio Iglesias “…non vado ad un appuntamento senza un fiore….”canticchiò mentre posteggiava, e si rese conto che sorrideva da sola. La sua attenzione fu catturata da delle rose baccarat bellissime “me ne da tre per piacere, e mi può tagliare lo stelo bello corto, grazie. E mi ci metta anche qualche rametto di verbena” la verbena così spontanea e semplice accostata alla bellezza presuntuosa delle rose baccarat, creava, dal suo punto di vista, un contrasto speciale, e constatò quindi che l’abbinamento era perfetto. Ripartì.
Il luogo dell’appuntamento era deserto “meglio così” pensò “meno gente ci vede, più sarà bello vedersi”. Oltrepassò il cancello, salì le solite due rampe di scale, e poi girò a sinistra. E lui era là. Elegante nel suo completo grigio scuro che avevano comprato insieme qualche anno fa, con la camicia bianca e la cravatta color grigio perla. Lo raggiunse quasi di corsa, con quel nodo in gola che le era diventato familiare, lui le faceva sempre lo stesso effetto, una gioia disperata: “…vicini e irraggiungibili, io lo vorrei ma poi, mi viene voglia di piangere…” stavolta era Venditti a dare voce ai suoi pensieri, pensare che a lei nemmeno piaceva….
Acqua, i fiori che lei aveva portato avevano bisogno d’acqua. Tornò all’ingresso per prenderne un secchiello, e pensò a come diventano stranamente familiari certi gesti. Risalendo le scale fece finta che il secchiello dell’acqua fosse una teiera “gradisci una tazza di tè?” e con la stessa cura come se dovesse versare un prelibato tè nero in una tazza di porcellana finissima, versò un po’ d’acqua nel vasetto. Lui la fissava immobile sorridendole. Con un gesto di stizza lei tolse dal vaso tutti i fiori finti, mise le sue tre rose e la verbena e con compiacimento realizzò che era stata una buona idea chiedere alla fioraia di tagliare gli steli corti, e quando fu soddisfatta rimise il vaso al suo posto “ecco il tuo tè”. Restarono in silenzio qualche minuto, poi lei gli sorrise, e percepì che lui stava facendo lo stesso perché sapeva che stavano pensando la stessa cosa “Santo cielo, una donna con un cappotto rosso che si aggira per un cimitero deserto, sistemando fiori come se stesse servendo il tè delle cinque: meno male che non c’è nessuno, altrimenti penseranno che sono matta” e sorrise, anche se da dietro gli occhiali da sole, sentì qualche lacrima scendere “accidenti, truccarmi stamattina, come deterrente al pianto no ha funzionato” pensò.
Le venne poi voglia di fare un giro nel cimitero “mi accompagni, ti va?” e quando mai lui le avrebbe mai detto di no. Scese tre rampe di scale e si addentrò nella parte vecchia, si soffermò su alcune tombe abbandonate: evidentemente quei poveri defunti non avevano più nessuno su cui contare, erano soli al mondo, il pensiero le parve così triste che corse a raccogliere tutti i fiori finti che aveva ammucchiato in un angolo e ne mise uno a tutti quelli che le fu possibile. Lui approvava sicuramente. Mentre vagava per i corridoi leggendo le lapidi che più la colpivano, si domandò come mai la gente tema questi luoghi, mentre lei ne subiva il fascino. La risposta arrivò chiara “perché tu non sei come gli altri, tu sei tu” e il vento le soffiò tra i capelli, come una mano che scherzosa ti stropiccia i capelli.
Quando lei guardò l’orologio si rese conto che si era fatto un po’ tardi, doveva tornare a casa. Tornarono nel punto esatto dove erano soliti incontrarsi e si salutarono. Lei si avviò verso l’uscita con il secchiello per l’acqua vuoto, lo rimise al suo posto.
Aprì il bauletto dello scooter, si mise il casco e i guanti rossi pure loro, si mise in sella e girò la chiave mettendo in moto. Girò la testa in alto verso sinistra, lui era là che sicuramente la stava osservando “ma sì che vado piano e sto attenta. Che palle che sei papà ” si asciugò gli occhi perché di colpo, come tutte le volte le accadeva, non vedeva più la strada. Si lasciò il cancello del cimitero alle spalle “…quel gufo con gli occhiali, che sguardo che ha….me lo prendi papà? Sì! La lepre tutta rossa, che corse che fa…prendila prendila papà. Sì!… ma questa mia roulotte mi sembra l’arca di Noè, però ci si sta…Sei forte papà! Stringendosi un po’” e tornò a casa canticchiando.
Avere vent’anni: istruzioni per l’uso.
È da qualche giorno che gira su Facebook un link: “i consigli dei trentenni ai ventenni”, l’ho letto un paio di volte con attenzione e ho deciso di rilanciare, di dare ai ventenni di oggi, ma soprattutto alle ventenni, qualche dritta su come passare indenni o perlomeno, limitando i danni, questo decennio.
I trentenni consigliano nell’ordine di: a) darla, b)tenere sempre a disposizione dei preservativi, c)comprare dei preservativi, 4)usare dei preservativi. Un vero chiodo fisso, verrebbe da dire….oppure il padre dell’autore del post è proprietario di una farmacia. Ma non perdiamoci in chiacchiere e arriviamo al nocciolo della questione.
Parliamo un po’ di questo: darla. Dall’alto dei miei 40 mi permetto di ricordarvi che solo una ne avete e dovete farvela durare. Pure di reputazione ne avete solo una, e siccome non siamo più negli anni 70, anni in cui il sesso libero era un modo di rivendicare il diritto alla propria libertà individuale, non verrete ricordate come “quella ragazza così ribelle che attraverso il proprio corpo manifestava il suo libero pensiero”, macché, verrete ricordate semplicemente come quella che ai tempi dell’università se la sono fatta tutti perché non diceva di no a nessuno e “se vuoi fare un centro sicuro provaci con lei”. Ho un fratello maschio e di questi discorsi ne ho sentiti a centinaia, diciamo che parlo con assoluta certezza di causa.
Una dispensa piena di preservativi pronti all’uso. Parliamone un secondo. Fare sesso è bello e divertente e piace più o meno a tutti, ma se rimorchiate qualcuno, è proprio indispensabile darci dentro la sera stessa come due assatanati? e il giorno dopo che fate? e quello dopo ancora? non sapete niente l’uno dell’altro e già siete vittime della noia più assoluta. Ragazze fatevi un pochino desiderare, senza essere della principesse sul pisello,il che volendo è attinente all’argomento trattato, anche perché non vi state perdendo la trombata della vita gioie mie; lo farete più o meno nello stesso modo per il resto della vita. E quindi non scappa niente. Se a scappare è lui, l’altra metà di cielo, non disperatevi, avete vinto alla lotteria: era uno che da voi voleva una cosa sola…si brucerà qualche diottria in solitudine con buona pace dei suoi sensi, e voi siete salve.
comprate dei preservativi. Ma comprali tu, carino. Vuoi fare un giro al Luna Park? e allora compra almeno i biglietti. E ho detto tutto. In caso fosse sprovvisto vi rimando al punto 2.
Usate i preservativi. Ve lo hanno già detto che i bimbi non li portano le cicogne e che tantomeno nascono sotto ai cavoli, e che baciandosi non si resta incinte (Cioè, rivista adolescenziale dei miei tempi, rubrica “posta del cuore”), vero? Bhè ci sono altre cose che possono arrivare a sorpresa: le malattie a trasmissione sessuale. Quindi proteggetevi, se siete sprovvisti di condom rifiutate e siate irremovibili. Anche se a ventanni vi sentite invincibili, di vita ne avete una sola.
Prendi una donna e trattala male NON è un comandamento. Era solo il testo di una canzone degli anni 80 passata alla storia che si intitolava “Teorema”. Quindi se uno vi fa soffrire, aria, sciò sciò, via il più lontano possibile da voi, dalla vostra vita e dai vostri pensieri. Imparate a memoria quest’altra frase tratta dal testo di una canzone anni 80, molto più bella, tra l’altro: “Gli uomini non cambiano”, se uno è stronzo a vent’anni lo sarà con ogni probabilità anche a trenta e a quaranta. Lasciatelo perdere, con il senno del poi, capirete che non vi siete perse niente.
Rendetevi indipendenti, sotto tutti i punti di vista, i soldi non crescono spontaneamente nelle tasche dei vostri genitori e, a meno che non abbiate la fortuna spacciata di avere un seguito di servitù vita natural durante (cosa che vi auguro di cuore), dovrete sfamarvi e garantire un minimo di igiene a voi e alla vostra casa. Imparate quante più cose possibili dalle vostre mamme, vi tornerà utile più di quanto immaginate.
Investite su di voi. Viaggiate, studiate, leggete, imparate bene una lingua, formatevi un’idea vostra, un punto di vista che non deve essere per forza quello giusto, ma è il vostro e quindi va più che bene è non vale meno di quello degli altri.
Per fidanzarvi, accasarvi, mettervi una palla al piede avete tanto di quel tempo che non lo immaginate nemmeno. Godetevi il vostro tempo e usatelo: per voi.
Prendetevi cura del vostro corpo, della vostra pelle, dei vostri capelli ma non diventate schiave di trucchi e belletti. Avete dalla vostra parte la bellezza dell’età e se vi vedete un po’ bruttine, non preoccupatevi: ho visto brutti anatroccoli diventare maestosi cigni.
Il turpiloquio e, ancora peggio, le bestemmie sono fastidiose e imperdonabili già sulla bocca dei ragazzi. Sulla bocca di una ragazza sono avvilenti e squallide; voi pensate di essere fichissime a parlare come uno scaricatore di porto, ma se guardate un pochino intorno a voi: noterete solo sguardi di totale disappunto, siete delle sfigate fatte e finite. Complimenti, bel risultato.
Fidatevi di me: meglio avere molti amici e qualche corteggiatore, piuttosto che il contrario, meglio ancora non pensare di avere dei corteggiatori: vi renderà simpatiche e spontanee e tutti vorranno godere della vostra compagnia. Tanto credete a me, ci sono pochissime probabilità che il fidanzatino dei vent’anni diventi il vostro compagno di vita, mentre gli amici, beh, quelli si che cresceranno con voi. Quindi coltivate le vostre amicizie. Per l’amore c’è tempo.
Se siete proprio zuccone e avete ignorato il mio consiglio n. 11 sappiate che arriveranno presto le pene d’amore. Sì, lo so, son dolori, ma fidatevi di chi c’è passata: fa un male cane ma si sopravvive; a giro ci siamo passate tutte, fiumi di lacrime, intenti suicidi e pagine su pagine di diari. Poi come per magia il cuore ricomincerà a pulsare e la vita tornerà a sorridervi. Siccome avete scoperto sulla vostra pelle che fa un male cane, non fate le stronze con i cuori altrui. Mi raccomando.
Ricordatevi che siete uniche e se qualcuno vuole farvi dubitare mandatelo a quel paese.
Il consiglio n.13 è il più prezioso e utile. Fatene tesoro anche perché è valido a 20, a 30, a 40 e oltre.
Un abbraccio a tutte, Magda.
Quando saremo vecchi
Quando saremo vecchi, ma vecchi veramente, vecchi che cammineremo curvi e mi sarò arresa all’inutilità della tinte per capelli, vecchi che i ricordi peseranno sulla bilancia molto più dei sogni futuri, cosa ci ricorderemo di questa casa?
Ci ricorderemo forse di quanto era lindo e lustro lo specchio del bagno? Di quanto era gratificante pulirlo col lo straccio e lo spray per i vetri? O sarà molto più vivo e bello il ricordo delle nostre facce riflesse in esso, al mattino, mentre tu ti fai la barba e io mi trucco per uscire, la radio accesa di sottofondo e la quiete intorno a noi? peserà di più una goccia d’acqua da levare immediatamente, o il tuo sorriso che riflesso mi si incastonava nel cuore come la più preziosa fra le gemme?
E del tappeto del soggiorno che vogliamo dire? La mia sfida quotidiana (quasi quotidiana, ok). Mi piaceva vederlo pulito e lucido nel suo algido color grigio perla, però poi a ben pensare era molto più bello quando ci mangiavamo sopra la pizza nel cartone,bevendo Coca Cola dalla lattina, guardando un bel film alla tv, e Tabata che si acciambellava vicino a noi, era il prato immaginario su cui ci siamo sdraiati, rilassati, addormentati, fatto l’amore, era la nostra isola, e sulle isole deserte non esistono gli aspirapolvere, bisogna accettarlo e farsene una ragione.
Non penso nemmeno che ci ricorderemo con un brivido l’invisibile splendore dei vetri di casa nostra. Anche perché forse, perfettamente puliti lo sono stati poche ore in una vita intera. Però Tiger, il nostro gattone che ci chiamava per aprire le finestra della cucina strusciandocisi sopra, sicuramente ce lo ricorderemo, così come ci ricorderemo il rumore della pioggia che batteva sui vetri e di come ci incantavamo a guardarla ipnotizzati. Per non parlare della lavastoviglie, e delle strategie perfezionate nel corso degli anni per lasciare all’altro l’ingrato compito di svuotarla: finti ritardi, corse al lavoro, immotivate e prolungatissime soste in bagno. Tazzine del caffè, coppe gelato, bicchieri e cucchiaini l’hanno fatta da padroni per anni, se vogliamo, la lavapiatti è stata la muta testimone di quanto siamo stati lussuriosi e gaudenti, quasi come la bilancia, che, della nostra golosità è stata il giudice implacabile ogni mattina per mesi, quando abbiamo capito che bisognava mettere un freno alla nostra gola.
Le mie scarpe sempre tra i piedi e te che ti lamenti, io che lì per lì le tolgo, ma il giorno dopo sono esattamente dove erano il giorno prima, così come la mia borsa, la mia giacca, i miei occhiali e le interminabili cacce al tesoro per trovarli, perché chissà come mai, all’improvviso spariscono dalla circolazione; io che vado in panico e tu che con calma ricostruisci i miei ultimi movimenti e li trovi.
Ti ho mai confessato quanto mi piaceva disegnare con il dito sul vetro del tavolo della sala da pranzo? un sole, un cuoricino, l’iniziale del tuo nome, poi superato il momento di dilagante romanticheria lo pulivo per bene; devo ammetterlo, non sono mai stata una perfetta donna di casa, se dovevo scegliere fra spolverare da cima a fondo casa o andare in giardino a giocare con Tabata, io non ho mai avuto dubbi, così come non mi sono mai sentita in colpa se un giorno, ma anche due, non ho passato la lucidatrice sul parquet.
Eppure casa nostra ha sempre accolto e abbracciato tutti, e tutti si sono sempre sentiti a loro agio. Casa nostra è sempre stata una casa sorridente, viva, allegra, pulita quel che basta, ordinata il giusto, senza paranoie e eccessi.
Non mi è mai passato per l’anticamera del cervello di tirare tardi la sera a lucidare i sanitari del bagno quando magari l’alternativa era stare appiccicata a te sotto il piumone a guardare la televisione o a dire stupidate senza senso ridendo come scemi, cosa credi: la vita è una sola e io sono felice di aver speso la mia a seminare in ogni angolo della nostra casa tracce del nostro amore e della nostra esistenza, come un quadro fatto da noi due a quattro mani, o un disegno fatto con i pennarelli su uno specchio, e non importa se quella che per me era una farfalla perfetta, per te non era niente di più che uno scarafaggio, perché i tuoi occhi brillavano mentre mi prendevi in giro sul fatto che io a disegnare sono proprio negata.
Sarà che sono sempre stata convinta di una cosa: le persone fissate con l’ordine e la pulizia secondo me nascondono più gravi e pericolosi disordini interiori, e allora hanno bisogno di dissimulare questa realtà rendendo l’ambiente che le circonda il più ordinato e asettico possibile. Se sia vero o falso non lo so, so che per me è sempre stato un alibi perfetto, e me ne sono sempre stata. Anzi, quando esponevo questa teoria ad altre persone, ero talmente convinta io da persuadere anche loro, forse perché a tutti piace da matti avere a disposizione una scusa perfetta per allontanare ancora un po’ l’antipatico dovere per fare spazio ad un gioioso piacere. E le persone che dicono che per loro pulire casa è fonte di gioia sono persone pericolose, bombe inesplose, potenziali serial killer: meglio evitarle, star loro alla larga, che non si sa mai cosa gli può frullare in testa.
Quindi, amore mio, quando saremo vecchi ma vecchi veramente, ricordiamoci di quanto era bella la nostra casa, ma con la consapevolezza che a renderla così bella eravamo noi, con la nostra felicità che diventava creatività, intuizione e fantasia, dentro questa casa i bambini che erano in noi non sono mai cresciuti,non glielo abbiamo permesso, e non hanno risentito degli anni che passavano uno dopo l’altro, dopo l’altro e un altro ancora. Questo sì che è stato un risultato portentoso.
E’ un’esperienza entusiasmante diventare adulta al tuo fianco, e mentre te lo dico faccio una nuvoletta di fiato contro il vetro e con un dito ci disegno dentro un sole.
Gerusalemme, città da veder con gli occhi e con il cuore
Della crociera si diceva, prima che mi travolgesse un’onda anomala di romanticheria.
Magda e Furio e le “Nozze di cotone”
avvertenza: post ad alto contenuto di miele e melassa, attenti a non scivolare.
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