Magda e l’imbarazzo di essere italiani: tutti all’Acropoli.
Immersi nella magia dell’Acropoli di Atene, acciambellati come gatti nella culla di tutte le civiltà, affascinati dalla bellezza classica delle rovine della Grecia antica, il mio fantasticare viene di colpo interrotto dal suono del fischietto di una delle guardie del sito archeologico. Istintivamente ci giriamo tutti per vedere con chi ce l’avesse perché sembra proprio arrabbiata perché, oltre a soffiare tutta la sua rabbia dentro al fischietto, comincia a sgranare un rosario di improperi in greco…cioè, si intuiva che fossero accidenti per il tono con cui vevivano pronunciati, perché il greco è qualcosa di veramente incomprensibile per i comuni mortali.
Ci giriamo e con sgomento vediamo un gruppetto di ragazzetti sui vent’anni tutti presi a farsi una foto abbracciati a una delle colonne di quello che un tempo fu il Tempio delle Cariatidi.
No ma fai pure, la recinzione che tu hai ignorato era solo messa lì in modo da farci apprezzare meglio le tue qualità agonistiche quando hai deciso di scavalcarla, no no, tranquillo, il marmo delle colonne è solo del V secolo a.c quindi per niente delicatissimo, sì, gli fanno ogni tanto delle iniezioni particolari e costosissime per evitare che si sgretoli e crolli tutto; ma tu stai sereno, avviluppati intorno alla colonna come una ballerina di lap dance e fai pure la foto per aggiornare il tuo profilo Facebook.
Intorno a lui solo sguardi di rimprovero e disappunto, noi guardando meglio notiamo che ha l’adesivo Costa sulla t-shirt e che quindi è del nostro gruppo, osservando ancora meglio notiamo che fa parte di un drappello di ragazzi che hanno già avuto occasione di sfoggiare la loro educazione e classe in molte altre occasioni: taglio della fila ai buffet, parlare a voce altissima al tavolo disturbando la conversazione dei commensali vicini e, nonostante abbiano vent’anni suonati, pare non siano ancora capaci a stare seduti composti a tavola e a impugnare le posate in modo da non sembrare un orango. Il tutto sotto lo sguardo compiaciuto dei genitori….
D’altronde cosa ti vuoi aspettate da dei tizi che hanno le sopracciglia depilate che nemmeno la mitica Audrey ce le aveva così curate?
E così, mentre gli altri turisti scuotono la testa e dicono in tutte le lingue del creato “i soliti italiani” a me monta la furia, perché io sono italiana come loro, e quindi agli occhi del mondo, io sono come loro. Una cafona, maleducata e ignorante. E io non ci sto.
Vorrei dire a una ragazzetta facente parte del caleidoscopico drappello di sgarruppati, che indossare una maglietta con scritto in pugliese “che cazzo guardi?” non è una scelta di stile strepitosa, ma poi ascoltando meglio, vorrei proporle uno scambio equo: indossa la T-shirt che vuoi ma in cambio non stuprare la lingua italiana sbagliando in maniera sistematica tutti i congiuntivi. Almeno provaci… E se ti avanzano cinque minuti, togliti un paio di etti di trucco in viso, che hai le ciglia talmente cariche di mascara che non sembrano più ciglia, ma le zampe di uno scarafaggio rachitico.
Se questi ragazzi sono il futuro che ci aspetta, cari miei, siamo rovinati…
Onde…
Cos’è la felicità,
se non un’onda gigantesca che ti corre incontro
di cui non hai paura,
Ti lasci travolgere dai suoi flutti,
Lasci che la sua forza ti passi attraverso
Ti devi fidare
E lasciare che ogni cosa,
Dal caos,
Trovi il suo ordine.
Felicità è la spuma dello champagne
Che ti farà girar la testa
Sono i pensieri che
Ti danzeranno in testa mentre,
Con gli occhi proverai a seguire
L’allegra risalita delle bollicine
Verso il bordo del bicchiere
Ben sapendo che ti perderai.
Ma cos’è la felicità se non il coraggio di perdersi
Di lasciarsi travolgere
Di lasciarsi trafiggere da quell’istante
Che cambierà tutto
La calma dopo il caos,
Il mare piatto dopo la tempesta
La luce dopo tante ore di buio
Abbandonare i propri pensieri
Ben sapendo che
Ci saranno amorevoli mani non tue
Che li raccoglieranno e li faranno propri
Per consegnarli all’infinito.
Magda e Enel Energia: un incubo lungo quattro giorni.
Tutto comincia un tranquillo giovedì mattina di ottobre, io ero in casa con il tecnico dell’allarme impegnato in un intervento di manutenzione, quando all’improvviso suonano al cancello. Siccome aspettavo altri tecnici che dovevano portarsi via un pozzetto congelatore andato in tilt, incautamente apro.
Mi trovo davanti un ragazzo con un viso d’angelo, tutto ben vestito con una cartellina sottobraccio e un distintivo con la scritta Enel grosso come una casa. Comincia un bombardamento di frasi fatte (me ne rendo conto ora, con il buonsenso del poi), che Enel sta facendo questa campagna porta a porta per “premiare” i suoi clienti, bla bla bla, che può offrirmi per conto di Enel un risparmio in bolletta pari al 20%, mi chiede se gli faccio vedere la nostra ultima bolletta e “…sì sì, siete fortunati, rientrate nei parametri dell’offerta, anzi è proprio indirizzata a clienti come voi, e stia tranquilla Enel energia è sempre Enel, lei non sta cambiando fornitore…”
Se fossi stata in me, e in possesso delle mie basilari capacità di discernimento, ce ne sarebbe abbastanza per invitare il caro ragazzo a fare la strada fatta fino a me, ma a ritroso, per tornare esattamente da dove è venuto; e invece no, faccio la minchiata. Tranquillizzata dal fatto che non ero sola in casa, e perché effettivamente noi paghiamo in luce una piccola fortuna, lo faccio entrare per spiegarmi meglio.
Tempo un quarto d’ora la sottoscritta idiota ha firmato un contratto con Enel Energia per la fornitura di corrente. Una vocina dentro di me mi faceva notare che stavo facendo una stupidata galattica, ma un prepotente coro di stupidi neuroni festanti copriva quella saggia vocina. Quando il tipo se ne va, in cuor mio so già di essermi infilata in un casino, ne avrò poi la matematica certezza quando, messo al corrente di quanto accaduto, Luca mi ricopre di parole irripetibili dalla testa ai piedi. Mi viene da piangere.
In preda all’agitazione più nera chiamo il tizio che mi ha lasciato il suo numero (almeno so che è una persona a modo) gli dico che ho cambiato idea e voglio risolvere il contratto, in un lampo torna e mi strappa sotto il naso la sua copia, invitandomi a fare lo stesso con la mia (scema idiota cretina, non farlo….STRAP STRAP STRAP…..troppo tardi) il problema è che ho già fatto la registrazione telefonica, e quindi il contratto è ancora valido a tutti gli effetti… Ma che fra 10 giorni riceverò una seconda chiamata dove non dovrò far altro che “negativizzare” il contratto. Io mi sento come se la consapevolezza di essere idiota si impadronisse di ogni singola cellula del mio corpo. Mi sento spacciata.
Quella sera dobbiamo vederci a cena con degli amici, sarà la prima occasione di Luca per ribadire al mondo l’enorme stupidata fatta da sua moglie e la relativa stupidità di cui sua moglie ha dato ampiamente sfoggio. Ormai è chiaro che l’ho combinata grossa. A seguire prima notte di incubi, nella fattispecie mi si riempiono i piedi di chiodi a ogni passo. Molto bene.
La mattina seguente mi sveglio in preda all’ansia, aspetto che Luca esca e chiamo subito il call center di Enel energia, espongo i fatti alla gentile signorina aldilà della cornetta, la quale mi ribadisce la versione dell’incaricato porta a porta: vuoi vedere che hanno ragione? Nel frattempo Luca continua a non darsi pace di come sua moglie, una donna con intelligenza nella media, possa aver fatto una cavolata del genere. Più ne parliamo con i nostri amici e più io mi flagellerei migliaia e migliaia di volte, c’è chi mi racconta di scenari apocalittici, chi di bollette astronomiche, chi semplicemente mi guarda e scuote la testa (la reazione che mi ferisce più di tutte). Possibile che non ci sia via d’uscita?
Io e Luca litighiamo più e più volte sull’argomento, io lo so che ha ragione da vendere, ma ho già l’orgoglio martoriato, la testa che frulla, e io che mi prenderei a ceffoni più o meno all’infinito, non riesco a sopportare anche lo sguardo impietoso che ha quando mi dice “DEVI risolverterla da sola, sappi che scoppierà un casino infernale”. Come un cane bastonato me ne vado a letto, butto giù una manciata a di pastiglie di valeriana (blando tentativo di suicidio? Certo che con la valeriana, campa cavallo) e passo la notte fra sonni agitati, incubi e ripensamenti.
Stamattina ho deciso, questa cosa ha da risolversi. E basta.
Prima mi lancio in una ciclopica e certosina impresa di bricolage ricostruendo la mio copia del contratto, poi richiamo il call center, rispiego tutta la situazione, una signorina mi dice che per esercitare il diritto di recesso ci vuole un contratto, che bisogna fare una nuova stipula…senza tanti giri di parole le dico se è stupida, se le pare verosimile che per risolvere un pasticcio bisogna metterne in piedi un altro. Devo avere la voce brutta brutta perché si ammutolisce e mi passa una collega. Le rispiego la cosa e, finalmente sento la frase che da circa tre giorni voglio sentire “tranquilla signora, c’è una soluzione per tutto” mi chiede alcuni dati e mi dice che devo fare una raccomandata con cui esercito il mio diritto di ripensamento, mi da tutte le informazioni e ci salutiamo.
Io che ormai non mi fido più di nessuno chiedo ulteriore conferma ad un amico ferrato sulla materia, arrivano così le tanto agognate conferme, mi dice cosa scrivere, come scrivere e cosa allegare. Nel frattempo leggo il contratto (effettivamente devo fare come mi hanno detto), cerco su alcuni siti internet e pare che questa dell’esercizio del diritto di ripensamento sia la strada giusta. Faccio due ragionamenti e capisco il raggiro: prima mi dicono che ho dieci giorni per pensarci, che poi si faranno vivi loro, peccato che quando lo faranno saranno scaduti i termini per esercitare il diritto di ripensamento e io e i polli come me sono belli che fottuti. MERDE MERDE MERDE!!!!
Corro in posta, chiedo quale sia la raccomandar più veloce: ce n’è una che costa una fortuna ma già domani sarà a destinazione. Voglio quella. Missione compiuta.
Un meraviglioso senso di leggerezza mi pervade da ogni singolo poro.
Con un residuo rigurgito di rabbia chiamo l’incaricato porta a porta e gli dico quello che penso: che mi sembra un ragazzo perbene e che quindi sarà il caso che si cerchi un lavoro serio che non lo obblighi a buggerare la gente approfittando della buona fede altrui. Che dare informazioni parziali o scorrette alla stipula di un contratto, ha un nome ben preciso: TRUFFA!
Vi farò sapere come si evolve la situazione. Per il momento dite no a Enel Energia, non aprite agli sconosciuti, non mostrate bollette, non firmate niente. Insomma usate il buonsenso, cosa che inspiegabilmente, non ho fatto io.
Fusilli o farfalle? Magda e il “caso Barilla”
Terremoto in dispensa…..i fusilli Barilla non sono gay-friendly. Allarme! Allarme! E tutta la la rete si infervora.
Il povero Guido Barilla, ospite della trasmissione radiofonica “la zanzara”, trasmissione che io seguo e di cui mi fa impazzire il tono ultra polemico del presentatore, dichiara che, negli spot televisivi della sua azienda, lui preferisce usare l’immagine di una famiglia tradizionale. 3 2 1 …pronti via, esplode la bomba.
Nel giro di un minuto Guido Barilla cessa di essere un buon imprenditore, brava persona, bell’esempio di ciò che l’Italia sa e può fare, per diventare: un OMOFOBO.
E giù pagine e pagine, sia cartacee che sul web, sulla questione in modo che tutti, ma proprio tutti, potessero dire la loro. Potevo forse tirarmi indietro io? Giammai.
Infatti, anche se un po’ in ritardo, eccomi qua.
Fermo restando che la verità e la ragione non stanno mai tutte da una parte sola, io la penso come lui. Non mi sembra affatto una dichiarazione omofobia e terrificante, ammettere che lui per pubblicizzare i suoi prodotti preferisce la rassicurante immagine della famiglia tradizionale: madre, padre, figli, cane tutti bellissimi e felicissimi già di prima mattina.
Già perché “preferire” una determinata cosa non vuol dire per forza detestarne un’altra, voglio dire, io preferisco i cani, ma se vedo un gatto per strada mica gli tiro una pietra….sono forse una GATTOFOBA? No.
E allora, dove sta il problema?
Che poi a ben guardarle le pubblicità della Barilla sono lontane anni luce dalla realtà, esaminiamole un secondo. Case da sogno, ambientazione glamour, tutti belli, vestiti sui toni dell’avorio e del beige, con i loro bei pigiami freschi e perfetti di stiro, spettinati ad arte, che corrono a tavola felici dove ad attenderli ci sono tazze di latte appena munto, brioches fragranti, biscotti appena sfornati, spremute fresche e un irritante buon umore. Sì irritante….perché appena vi cala l’effetto della droga che avete assunto vi apparirà davanti agli occhi la vera realtà dei fatti.
Appartamento con mutuo centennale arredato Ikea, pigiami deformi con il cavallo alle ginocchia e l’orlo che di lavaggio in lavaggio sale e dalla caviglia si assesta alla deprimente altezza di metà polpaccio, coda per il bagno, facce tristi e mugugni, gente che trascina le ciabatte fino alla cucina dove si scalda il latte a lunga conservazione che verrà servito nelle tazze spaiate, le brioches perdono il loro aristocratico titolo e diventano merendine consumate con il fondino ancora avvolto nel cellophane del multipack, cinque minuti e poi tutti fuori, senza neanche salutarsi. Così vanno le cose.
Stendiamo un velo pietoso sul mugnaio iberico super fascinoso che a tempo perso parla con galline acciambellate su cuscini di velluto rosso….lui, ormai, ce lo siamo giocato….
Negli anni novanta, un papà che nella vita è un businessman di successo e probabilmente senza scrupoli, si commuoveva fino alle lacrime quando, frugando nelle tasche del suo completo grigio, trovava il fusillo che la sua figlioletta aveva messo per non fargli sentire nostalgia di casa. La stessa figlioletta che sotto il diluvio con indosso un’adorabile impermeabile giallo, raccoglieva per strada un gattino fradicio e lo portava a casa con se, dove ovviamente veniva accolto a braccia aperte. E da quel momento per tutti è stato “dove c’è Barilla c’è casa”.
Luoghi comuni e immagini stereotipate montate ad arte per far leva sui buoni sentimenti degli ignari consumatori tanto desiderosi di entrate in quel mondo felice e vincente con uno slogan facile facile.
Sono certa che mentre parlava Guido Barilla nemmeno ci pensava al rischio che stava correndo, e tantomeno al danno di immagine a cui la sua azienda stava andando incontro, altrimenti avrebbe taciuto, o detto qualcosa di facile facile e politicamente corretto. È per questo che sono convinta della sua totale buona fede, altrimenti sarebbe un matto. E matto è appurato che non è.
Trovo molto più leccaculo e fastidiosa la pubblicità di Ikea che mostra una felice coppia gay che va a fare shopping con la celeberrima busta gialla, tenendosi per mano: mi sembra ipocrita in quanto mette l’accento sulla questione gay con la mano esageratamente pesante. E così come mi infastidisce sentire frasi del tipo “no no, io non sono CONTRO i gay”, allo stesso modo trovo fastidioso chi puntualizza “vedi io sono a FAVORE dei gay”. E la pubblicità di Ikea mi sembra orientata in questo senso. Una ruffianata bella e buona. Poco importa se il “signor Ikea” sia una delle più brutte persone al mondo, lui è bravo perché è gay friendly.
Ecco, torniamo con i piedi per terra: è marketing bellezza. Sono bravi i suoi responsabili marketing, che lui si limita a pagare lautamente (forse).
Gay, lesbiche, etero, trans: a prescindere dall’orientamento sessuale che possono avere, sono comunque tutte persone e tutte sullo stesso livello. Chissenefrega del loro orientamento sessuale. Quando mi presentano qualcuno io mica mi arrovello su dove gli piaccia metterlo o prenderlo, sono fatti suoi, così come sono fatti miei se mi piacciono gli uomini o le donne o entrambi i generi.
Mi fa paura pensare che dopo le quote rosa in Parlamento, ora ci si debba porre anche la questione delle quote gay nel mondo della pubblicità, perché laddove ci deve essere qualcosa di garantito in favore di una qualsiasi categoria, vuol dire che la categoria in oggetto è più debole delle altre.
Io personalmente detesto le quote rosa: un individuo alle Camere ci deve andare perché ha i titoli per farlo, perché è in gamba e può fare qualcosa di buono, uomo o donna che sia; se una donna è un’incapace (e di esempi ne abbiamo a bizzeffe) se ne sta a casa, idem per un uomo che si dimostra essere un imbecille, non che ogni (dico a caso) dieci parlamentari uno deve essere per forza una donna perché è giusto e democratico così…le agevolazioni non sono democratiche, le agevolazioni mettono l’accento su una debolezza intrinseca nel soggetto che viene agevolato. Debolezza che spesso viene determinata e quantificata da terze persone, diverse dalla persona in oggetto.
Finché la diversità comunque la si intenda, verrà considerata elemento discriminante a favore o contro una determinata categoria, non ci potrà mai essere integrazione. Penso che la vera integrazione passi attraverso il disinteresse, mi spiego meglio. A me non interessa se una persona è gay o è etero, così come non mi interessa se ha la pelle verde, nera o gialla, mi interessa il suo pensiero, la sua vita, il suo essere persona esattamente come lo sono io.
Quando non ci interesserà più sapere gli orientamenti sessuali, religiosi o politici di qualcuno, ma vedremo questo qualcuno come soggetto avente voce, diritti e doveri esattamente come noi, e non dovremo più nè proteggerlo, nè difenderci da lui, ecco solo allora ci sarà la vera integrazione.
E non ci sarà più bisogno di mettere una persona alla gogna solo perché ha espresso un’opinione personale. Perché di questo si tratta: solo un’opinione. Bisogna accettarla, magari non condividerla. Ma accettarla.
Son come le perle…
Come perle di una collana rotta
Cadendo rotolano sul pavimento
Il loro tintinnio cadenzato
Parla di fili rotti,
Legami spezzati
Nodi che hanno ceduto.
Perle come lacrime,
Che tanto più il filo è forte
E stretto il nodo,
Non avranno nulla a temere,
E mai cadranno.
Portofino e i “carontisti”
I primi arrivano quasi in sordina, con il traghetto delle 10.00, sono quasi tutti anziani, per la maggior parte stranieri, lo si intuisce dal pantalone a pinocchietto che sfoggiano con baldanzosa nonchalance e dal sandalo da frate.
Scendono dal traghetto e armati di cartina geografica di Portofino, si incamminano e spariscono, risucchiati dalle vie del paese. Loro, questo sparuto manipolo di turisti, sono l’avviso, la minaccia di quello che sta per accadere, come quando poco prima del diluvio vengono giù quei goccioloni grossi che se ti cadono in testa fanno quasi male.
Infatti alle 10.30 entra in porto il traghetto di linea che parte da Rapallo un’oretta prima, è talmente pieno che sembra un barcone di profughi pronti ad tutto pur di raggiungere la famigerata Piazzetta.
Sono le anime perse di Dante “..Caron dimonio con gli occhi di bragia, loro accennando tutti li raccoglie…” solo che al posto del fiume Acheronte, noi abbiamo il Golfo del Tigullio, e invece di essere traghettati all’Inferno, vengono mollati tutti sulla banchina del porticciolo di Portofino. È grazie a questo illuminante paragone se i turisti che raggiungono Portofino in traghetto, vengono chiamati “carontisti”.
Un misto di varie umanità amato e odiato da chi vive la realtà del borgo tutti i giorni. Amato perché che piaccia o no, foraggiano alimentano e sostengono la fortuna di chi qui ha bar, gelaterie e negozi di souvenir. Odiati perché riportano bruscamente alla realtà chi è ancora convinto fra i vari commercianti che Portofino sia una piazza esclusiva degna solo di accogliere fra le sue lussuose braccia, sceicchi, imprenditori e star del jet-set. Niente di più falso.
Addio tempi gloriosi in cui uno sceicco entrava in una boutique qualsiasi e letteralmente la svuotava, lasciando mance lautissime; sì certo, ogni tanto arriva la notizia di qualche collega che ha fatto una super vendita, ma ormai sono urla nel deserto.
A far la voce grossa qui ora sono i russi che con le loro carte di credito sfavillanti e una totale assenza di educazione e savoir vivre dettano le regole, che si possono sostanzialmente riassumere in un lapidario “io pago, io comando” e bisogna pure dir loro grazie, altro che mugugni.
Son finiti i tempi bellezza mia delle bottiglie di champagne a mille euro a boccia usate per lavarsi i piedi, ora se il fornaio mette un pezzo di focaccia 3 euro anziché 2, arriva pesante la mannaia di Tripadvisor che ti mette virtualmente sui ceci con una recensione da paura. Nell’angolo con le orecchie d’asino in testa fino a nuovi ordini. E silenzio.
I ristoratori mugugnano perché i carontisti non fanno pranzi pantagruelici , prendono una pasta in quattro, niente pane e acqua del rubinetto, però se poi arriva Afef e pilucca solo una mozzarella con un foglia di lattuga, beh lei può, lei è vip. Che tradotto in soldoni vuol dire che la sua mozzarella e lattuga gliela faranno pagare come una bufala intera (l’animale, sia chiaro) e la lattuga più o meno come il rifacimento del prato di San Siro, e lei non batterà ciglio. Tanto ci pensa il Tronchetti, e lui non fa sicuramente le pulci allo scontrino fiscale come ho visto fare a illustri sconosciuti. Intere tavolate di stranieri riunirsi in simposio per cercare di capire quella strana voce “coperto” a loro sconosciuta, della serie “mica te l’ho chiesta io la doppia tovaglia, io avrei mangiato direttamente sul tavolo”.
Si fanno le foto davanti alle vetrine di Dior, Louis Vuitton e Pucci, ma poi vagano alla ricerca della maglietta con la scritta Portofino a 15 euro, perché se “Sanremo è Sanremo” anche Portofino non scherza.
Traghetto che arriva, turista che trovi. Ma le domande sono sempre le stesse.
Dove si trova il castello di Berlusconi? A seguire “ma Lui è qui? Lo ha mai visto? Come è?”
Dove si trova la villa della Contessa Vacca Agusta?
Dove si trova la villa di Dolce e Gabbana? A seguire le stesse altre domande relative al Cavaliere.
Di chi sono le barche in porto?
Chi c’è oggi in giro di vip?
Queste sopra elencate sono le domande che fanno tipicamente gli italiani, gli stranieri sono più fantasiosi. Ad esempio:
Dove è la stazione di Portofino?
Dove sono i centri commerciali?
A quanti minuti di cammino si trovano Le cinque terre/Portovenere/Forte dei Marmi? E quando gli rispondi che ci vogliono qualche centinaia per non dire migliaia di minuti, e che quindi sarebbe meglio che prendessero un treno, ci rimangono male, perché nel loro immaginario la Liguria è piccola piccola piccola, e non hanno torto se la paragoni all’Australia o agli Stati Uniti, ma per tanto piccola che sia, non puoi pensare di attraversarla tutta a piedi e in giornata.
Portofino è anche e soprattutto questo: turismo mordi e fuggi totalmente low cost, accessibile a tutti, come è giusto che sia. Perché “i found my love in Portofino” la conosciamo tutti e a tutti piace sentirsi un pochino vip camminando sui ciottoli che a suo tempo furono calpestati da Elisabeth Taylor e Frank Sinatra.
E per uno che entra in una gioielleria e compra quella favolosa collana da 30.000 euro senza battere ciglio, ci sono almeno cento signore che davanti a quella collana in vetrina hanno sognato di indossarla, altre cento si sono fatte la foto e poi c’è un drappello di signore napoletane che dopo aver visto il prezzo hanno così commentato “ma che è di Svarokki (Swarovski)?” E si sono allontanate ridendo, dando una vigorosa leccata al cono gelato che si stava sciogliendo e camminando svelte svelte nei loro sandali ortopedici perchè Caronte non aspetta.
Memorie di una commessa a Portofino
Amo questo posto.
In un angolo piccolissimo di mondo puoi trovare ogni genere di persona, dallo sceicco multimilionario all’ultimo scappato di casa che vaga scalzo mangiando un gelato.
In questi quattro anni mi è capitato di:
Servire una principessa araba (ma principessa vera, con tanto di zaffiro grosso come un uovo appuntato sul candido turbante) che mi ha svaligiato il negozio, così, per fare…
Consigliare a Michael Douglas dove comprare una buona maglia di cachemire, e venire inseguita dalla sua bodyguard perché” il signor Douglas voleva ringraziarla per l’ottimo consiglio”.
Vedere la luce oscurarsi perché un gigantesco ma simpaticissimo Magic Jhonson faceva capolino sulla porta del negozio chiedendo “Have you something for me?” Con un gran sorriso veramente simpatico.
Incrociare in Vico dritto Denzel Washington mentre fa jogging a torso nudo e quasi non riconoscerlo mentre lui educatamente mi saluta.
E i fischi in Piazzetta dedicati a Berlusconi, dove li vogliamo mettere?
Per non parlare dell’elegante signora sudamericana che al suo passaggio, si alza dal tavolo cui era seduta e, eludendo la sorveglianza, gli si avvicina e gli dice “buonasera Cavaliere, lo sa che io sono argentina, io lo so riconoscere un dittatore”. Qualcuno poi, assolutamente anonimo, alla signora in questione farà portare una bottiglia di champagne.
Ho visto Madonna, la cantante, sia chiaro, e schiere di fotografi impazziti correre come pazzi da tutte le parti pur di garantirsi uno scatto decente.
Apostrofare un DeBenedetti con signora al seguito (Paola Ferrari: dal vivo fa paura), perché è entrato in negozio con il sigaro acceso, e quando gli ho chiesto gentilmente di spegnerlo lui ha esordito con un cafonissimo “ma lei non sa chi sono io” “no guardi, lo so benissimo, ma ciò non cambia il fatto che qui sia vietato fumare”.
Vedere un fotografo di fama mondiale come Steve McCurry scherzare con un paparazzo d’assalto.
Apprezzare la grazia di Rania di Giordania mentre passeggia per le vie del borgo apparentemente sola, in realtà con decine di guardie del corpo invisibili; e poi vedere le scemette di turno del nostro palinsesto televisivo, atteggiarsi a dive, con il risultato finale di apparire grottesche e oltremodo antipatiche.
Da buona provinciale quale sono, stupirmi un pochino ogni volta che vedo Domenico Dolce e Stefano Gabbana fare un cenno di saluto nei miei confronti (in realtà solo Domenico saluta TUTTI, l’altro è un pochino più antipatico).
Dare del tu, senza pensarci, a Piersilvio e alla Toffanin e scoprire che sono simpatici e molto alla mano (ma che ansia le guardie del corpo piantonate davanti al negozio).
Assistere al matrimonio di Cassano e pensare di essere capitata nel bel mezzo del set del cinepanettone dell’anno, tanto erano grotteschi e ridicoli gli invitati.
Constatare che Di Caprio è alto alto e fuori dal set sembra uno scappato di casa, che Kylie Minogue è piccolissima ma di una bellezza sorprendente, che Seal dal vivo fa veramente paura, che Paris Hilton non è antipatica come sembra, ma è solo completamente svaporata e vive fuori dalla realtà. Alain Ducas è uno degli chef più famosi al mondo, ma sicuramente il più altezzoso, mentre la sua compagna è deliziosa e gentilissima, e poi modelle, attori, attrici, calciatori e cantanti di cui io non conosco il nome perché non è che io sia ferratissima sull’argomento “gossip” e quindi, un secondo dopo che mi hanno suggerito il nome, io me lo sono già dimenticato.
Ma la vera meraviglia è la gente senza nome, è il non sapere chi hai davanti. Portofino è un’enorme coppa che contiene la macedonia più variegata che possiate immaginare.
Se vi va, domani vi racconto ancora qualcosina di divertente, ora devo andare, i clienti mi aspettano.
Tutti sul Monte Penna – seconda parte –
La strada si snoda liscia, e a me sembra di sfogliare un album di fotografie e in tutte le fotografie ci sei tu, davanti o dietro l’obiettivo, ma ci sei.
Su questo rettilineo ci avevi fatto vedere le pernici, che delusione fu per me apprendere che altro non erano che uccelli come tanti, io, nella mia mente di bambina, avevo deciso che le pernici per una strana assonanza, altro non erano che parenti lontane dei simpatici procioni…fu una delusione terribile scoprire che invece di una morbida pelliccia, avevano delle piumacce, e di un brutto colore pure.
Seguendo sulla strada siamo passati davanti a quell’albero di ciliegie, per raccoglierle ti eri sporto talmente tanto dalla ringhiera che hai perso il portafoglio e ci siamo dovuti ingegnare per recuperarlo, per me e Angelo una goduria infinita: doppia avventura, da soli noi tre. Già, perché le cose che facevamo con te senza mamma avevano il gusto del proibito: con te potevamo arrampicarci sulle rocce più alte, saltare nei fiumi, io in particolare saltavo anche nei formicai (con le ovvie conseguenze), quando c’eri tu potevamo fare tutte quelle cose che, quando eravamo soli con mamma, non ci era consentito fare. Tanto alla peggio si arrabbiava con te, ma lo sapevi benissimo anche tu: mamma non si arrabbia mai. Non è capace e noi tutti ci abbiamo sempre marciato sopra alla grande.
Siamo passati davanti anche a quello strapiombo da cui si gode di un panorama mozzafiato, peccato solo che tu per farne stare il più possibile nella foto a momenti, a furia di “fate un passo indietro, ancora uno, ancora uno… e uno” ci fai precipitare tutti nella scarpata, tirava un vento che me lo ricordo ancora adesso, così come mi ricordo la stretta mortale con cui mamma ci teneva stretti a me e a Angelo per paura che chissà cosa ci potesse portare via. Devo ricordarmi di cercarla quella foto.
Finalmente dopo vari bivi imboccati a caso, siamo arrivati alla partenza del sentiero, devo riconoscere che i miei ricordi non mi sono stati di nessun aiuto, perché quando i contorni della realtà si accavallano a quelli dei ricordi, tutti i posti diventano uguali, seppur diversissimi. E anche se avessi dei ricordi vivissimi, sai quante cose possono essere cambiate in trent’anni, solo una cosa è rimasta uguale: la foresta del Penna.
Luca mi ha preso in giro tutto il giorno, perché , mentre gli raccontavo delle nostre avventure, l’unico aggettivo che mi è venuto in mente è stato “maestosa”. Potranno aver ristrutturato, spostato, modificato strade, rifugi, campi da bocce e posteggi, ma di certo non possono aver spostato gli alberi, loro sono gli stessi di allora, solo un pochino più alti e questa consapevolezza mi ha emozionato, gli alberi di oggi sono i nostri alberi di allora.
Sono a mio agio nei boschi, merito tuo anche questo, che ci hai insegnato a non averne paura, ma a osservarlo, da buon alpino ci hai insegnato a leggere sia i segnali messi dall’uomo, ma anche quelli messi lì dalla natura: una pietra particolare, un ruscello, un ramo spezzato, tutto può essere utile per ritrovare la via della discesa, se dovesse capitare di perderla.
Ho anche trovato dei funghi, velenosissimi credo, e come mi hai insegnato tu quando mi ripetevi “guarda bene, apri bene gli occhi, vedrai che ce ne sono altri” così ho fatto, e usando il bastone “con delicatezza, Manuela” ho spostato le foglie e ce n’erano altri , ma siccome “dal bosco non si prende ciò che non serve”, li ho lasciati tutti dove erano, anche perché se con quei funghi ci facevo un sugo sono praticamente certa che ora io e Luca saremmo dalle tue parti…
Avessi visto papà lo stupore di Luca quando ho rimediato due bastoni da due rami spezzati per aiutarci nella salita, un colpo secco usando il ginocchio come leva, e il gioco è fatto. Siamo saliti, saliti, saliti, poi a dirtela tutta, quando ho visto segnato sugli alberi “A5”, ho intuito che avevamo sbagliato sentiero, il nostro doveva essere un “A1”, ossia un sentierino da dilettanti facile facile, mentre un “A5” è un sentiero con parti rocciose e parti ferrate che necessitano di esperienza e attrezzatura specifica (mi sono documentata sui codici del CAI al ritorno, così la prossima volta non sbagliamo più), e quindi non era proprio possibile proseguire; se poi ci aggiungi che Luca soffre di vertigini e avevamo con noi Tabata, ci siamo dovuti arrendere.
Però ho notato questo: mentre Luca era innervosito dalla situazione, io ero tranquillissima, anche perché eravamo sul Penna e non sull’Himalaya, avevamo ancora molte ore di luce a disposizione, pochi viveri, è vero, ma prima di arrivare al grado di denutriti, parecchi chili di ciccia da smaltire, e asso nella manica: Tabata!
Voglio dire, Tabata TECNICAMENTE è un cane, e i cani hanno un portentoso senso dell’orientamento, certo, ragionando per immagini se pensi a un cane nel bosco che ti viene a salvare, ti viene in mente:
a) un San Bernando che mite e paziente ti “dice” seguimi e ti porta al sicuro.
b) un pastore tedesco che con germanica sicurezza ti “dice” si va di là, e in tre secondi sei al rifugio.
Noi avevamo a disposizione un buffo labrador che con “quello” sguardo ci avrebbe detto “proviamo di quà….no di là….no scendiamo….no ora saliamo” e zigzagando per il bosco, ci avrebbe tratto forse in salvo….basta non avere fretta.
Tutto ma proprio tutto, quel pomeriggio mi ha parlato di te, dalla mia mania, tale e quale alla tua, di scattare fotografie nei momenti meno adatti: Luca che aveva fame e voleva arrivare alla macchina e io che invece gli chiedevo “fermati, voltati, sorridi, guardami”, credo mi abbia detestato, ma io le foto le ho scattate lo stesso.
Quando poi mi sono resa conto di essere vicinissima alla vetta, mi sono allontanata, o meglio, lui e Tabata si sono seduti ad aspettarmi, mentre io mi sono incaponita a cercare possibili punti per salire ma era veramente impossibile, ma per quei quindici minuti siamo stati soli io e te…Ho mangiato le more selvatiche, ho guardato i fiori che sbocciano negli anfratti rocciosi, ho sorriso molto e mi sono commossa altrettanto, perché so che se ci fossi stato tu sulla vetta del Penna ci saremmo arrivati per la strada giusta al primo colpo, avrei potuto tentare una arrampicata spericolata perché tu avresti saputo tranquillizzare Luca e Tabata ti avrebbe seguito adorante con quello sguardo che aveva solo per te.
Poi come consuetudine, una bella sosta al Miravalle in paese per rifocillarsi, deviando per il Pastificio Chiesa dove, una sempre uguale signora Delia (ma quanti anni avrà?) mi ha incartato una torta meringata che di meringa non ha proprio niente, ma è mortalmente buona, e poi giù al caseificio a fare incetta di formaggi e yogurt della Val d’Aveto.Ti saresti divertito come un matto e so che saresti stato entusiasta all’idea di unirti a noi. Ma come ti ho già detto:c’eri.
C’eri quando il sole filtrava attraverso i rami e illuminava macchie di sottobosco. C’eri quando Tabata si è messa a saltellare in quel rigagnolo e io e Luca non riuscivamo a dirle di smettere, tanto era bello guardarla. C’eri nel silenzio interrotto dalle nostre risate. C’eri nella pace e serenità che i boschi e un paesaggio montano, hanno il potere di infondermi fino alla radice dell’anima. C’eri in quella smania che avevo di trovare cose che i miei occhi avevano già visto, ma trent’anni prima e che mi emozionava riconoscere.
Una giornata indimenticabile, passato e presente si sono intrecciati e ingarbugliati nel mio cuore e nei miei pensieri, un sacco di emozioni. Tutte belle.
Santo Stefano è questo, è il tempio dei ricordi, forse è per questo che ci appare bellissimo e irrinunciabile, è il custode fedele dei ricordi più cari.
È uno scrigno che magicamente si apre ogni volta che lo raggiungo, e la donna di quarant’anni di oggi, cammina per le viuzze del paese tenendo per mano una bambina con il fazzoletto in testa e le ginocchia sempre sbucciate.
“Tutti sul Monte Penna” (trent’anni dopo)
…allunghiamo un secondo questa cinghietta qua, fissiamo bene questa, clicchete, clacchete, et voilà: siamo pronti per partire.
Monte Penna arriviamo.
Formazione delle grandi occasioni: Manu Luca e Tabata, tutti e tre con il proprio zainetto, io il mio Eastpack fucsia, Luca sobriamente in grigio, e Tabata con una sella da cani con tasche nere con disegnati tanti piccoli ossetti. Un amore, vale la pena perdersi nei boschi solo per guardare lei e quanto è deliziosa. Perplessa, ma deliziosa.
Secondo me da Arcaplanet quando siamo usciti orgogliosi dei nostri acquisti, hanno stappato una bottiglia: quando mai gli ricapitano due idioti che in un colpo solo comprano: uno zainetto da cane, una piscinetta per il suddetto (che scopriremo poi, ha paura di entrarci), elegante guinzaglio beige con applicata madaglietta fucsia a forma di cuore e le crocchette ma quelle light, da cane adulto, consigliate dal veterinario che, a conti fatti, ci costerebbe meno nutrirla a filetto….
Ma soprassediamo, anche se le nostre incursioni da Arcaplanet meriterebbero più spazio.
Del Monte Penna si diceva.
In preda a una specie di trance alpina, la sera prima ho preparato gli zaini, ignorando il fatto che il Penna è poco più alto di un pandoro, ho messo dentro: pantaloni impermeabili (potrebbe piovere), giacca imbottita (potrebbe precipitare la temperatura fino allo zero), spray anti zanzare, burro cacao, acqua come se partissimo per la traversata del deserto (ignorando il fatto che da quelle parti è tutto un tripudio di fontane e fontanelle), macchina fotografica, binocolo, un pile per Luca (che come tutti sanno gira in maniche corte anche d’inverno e quindi totalmente inutile) e calze di ricambio per me, polo di scorta per lui. Non chiedetemi il perché di questo delirio, in compenso, per non smentirmi: scorte alimentari ZERO. Giusto qualche fetta biscottata, le crocchette della Tabata, e una piccola pizzetta avanzata da una voglia improvvisa venuta a Luca lungo la strada.
Carichi di un notevole ottimismo si parte.
Prima tappa: farmacia.
Io soffro il mal d’auto, e quindi mi doto di ogni possibile rimedio, stavolta si va sul classico con la Xamamina, però, quasi quasi….mi avvicino alla farmacista e sottovoce le chiedo se ha i braccialetti magnetici.
Sottovoce perché ho paura che Luca possa sentire e darmi una botta di credulona, paura infondata visto e considerato che è chiuso in macchina con l’aria condizionata al massimo, la radio accesa, un cane, due pizzette e coca cola: in questo momento lui non sa che io esisto, è nel suo Nirvana privato, un uomo felice. Li compro e mi avvio verso la macchina.
Cintura allacciata, pronti partenza via.
Luca si troverà come compagna di viaggio una strana con due polsini con all’interno due pallette che devono essere posizionate in un preciso punto del polso affinché possano stimolare il punto preciso che blocca la nausea. A trovarlo il punto: palmo rivolto in alto, il mignolo deve scivolare sotto la mano, e anulare, medio e indice sono appoggiati sul polso, proprio a un passo da dove finisce l’indice, ecco il punto magico. Ci piazzo sopra la pallina (che ogni tanto dovrò ricordarmi di strufugnare) e, a questo punto, io e il mal d’auto non abbiamo più niente da dirci. Maledetto compagno di avventura per tanti troppi anni….ma ora ho i miei super braccialetti, non mi avrai più. Mai più.
E così mentre io mi godo il mio non-mal-d’auto, alla guida, un galvanizzato Luca per l”impresa portata a termine il giorno prima (è andato a Santo Stefano in bicicletta:un miliardo di chilometri in salita), mi fa la radiocronaca in diretta di ogni singola curva, ogni salita, ogni panorama, ogni-qualsiasi-cosa che ha percorso, e per rendere il tutto più colorito, lo fa imitando la voce di Aldo Rock, un tipo che ogni tanto interviene a Radio Deejay e parla di triatlon, maratone, e altre cose che io sudo e fatico solo a sentirne parlare. La Tabata, comoda nel suo sedile posteriore, si gode il viaggio insieme a noi.
Comunque sappiate che i bracciali magnetici funzionano alla grandissima, quando arriviamo a Santo Stefano sono fresca come una rosa, allegra e baldanzosa, in altre circostanze sono arrivata bianca come uno straccio, a un passo dal pianto isterico e con un unico desiderio: morire subito.
Piccolo spuntino, un saluto ad alcuni amici, pit-stop canino, e via: che l’avventura inizi.
Luca mi chiede se conosco la strada.
Certo che la conosco, ci sono stata mille volte sul Penna…trent’anni fa, ma per sicurezza mi sono fatta spiegare la strada da mia mamma che ai tempi aveva più o meno la mia età attuale, e quindi i suoi sono ricordi attendibili. Ma in tutta onestà voi vi fidereste a chiedere indicazioni a una persona il cui senso dell’orientamento è prossimo allo zero assoluto, e rischia di perdersi anche dentro casa sua?
Ma soprattutto vi fidereste di chiedere indicazioni su un sentiero alpino a una strana stranissima che le arrampicate sul Penna le faceva con la gonna di jeans a tubo, un vezzoso foulard messo a fascia in testa e le zeppe alte un palmo? Leggenda narra che io in quelle circostanze la ripudiassi, prendendo per mano un’amica di famiglia, con abiti consoni alla situazione, e esordiendo con una frase così: “ecco tu sei la mia mamma di scalata”. Ridevano tutti divertiti, una bambina adorabile e simpatica…a me l’unica cosa che mi interessava era riportare la pelle a casa, e anche se la mia mamma era super trendy e ultra gnocca, non mi garantiva il risultato. E io non sono il tipo di persona che corre rischi inutili, nè ora, nè allora.
E così quando al primo bivio, alla domanda “da che parte giro?, Luca si è sentito rispondere dalla sottoscritta “bhò, prova di qua”, deve aver capito all’istante che la giornata si prospettava essere indimenticabile.
Fine prima parte.









