Memorie di noi due

Ci sono navi che non sono state costruite per navigare nella calma piatta, 

Nelle placide acque marine puoi contemplarne tutta la loro bellezza,
Ma è nella tempesta che rivelano tutta la loro forza,
Sono navi che incutono un po’ di timore ma,
Una volta a bordo ne rimarrai stregato e sedotto.
Così noi due, amore mio.
Lasciammo agli altri i pennelli intrisi di colori tenui,
Per tenere per noi e per il nostro quadro,
Le tinte più forti
E con quei colori riempimmo la nostra tela
Scegliemmo i sentieri più tortuosi e,
Mentre tutti battevano strade note,
Io e te ci inerpicammo in un sentiero sconosciuto e in salita,
Perché sapevamo che,
Più in alto saremmo arrivati,
Tanto più il panorama ci avrebbe tolto il fiato
Non abbiamo mai avuto paura di perderci,
Nemmeno nella follia più assurda,
Perché non si è mai smarriti,
Finché hai una mano da stringere,
Così nella gioia, così come nella paura.
Ecco cosa dirò quando mi chiederanno di noi:
Noi fummo
Un veliero che domò mari in tempesta,
La tavolozza di un pittore ardito,
Un sentiero che molti ebbero paura di percorrere,
Due mani strette in una presa fortissima.
Noi due fummo ciò che gli altri non ebbero l’ardire di essere,
E questa fu la nostra inesauribile forza,
Nutrendoci di noi alimentammo il nostro amore,
E lui crebbe forte,
Sfidando a testa alta l’immortalità e,
Ad essa fece abbassare lo sguardo.
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Passione CrossFit, pagella del primo semestre

Sono passati sei mesi ormai da quando ho fatto il mio primo ingresso nel box, il carnet da 10 ingressi è diventato grande e si è trasformato in un abbonamento annuale, le mie due lezioni settimanali si sono trasformate in quattro e, nei periodi di massimo splendore, sono riuscita a fare anche un sei giorni su sette, compreso un workshop sugli handstand, il mio limite personale invalicabile (oddio forse si potrebbe superare, ma più che un allenamento extra, mi servirebbe qualche seduta di psicoanalisi). Ma torneremo più tardi sull’argomento.

Con una punta di orgoglio e piacere masochista, posso definirmi a pieno titolo una “CrossFit addicted”, già perché oramai ho superato molti degli step espiativi che questa disciplina comporta:
-calli nelle mani ormai stratificati totalmente indifferenti e refrattari a qualsiasi ritrovato emolliente, e così non ci resta altro da fare che limarli selvaggiamente, ma mica usando una banale limetta, ma no dai, siamo seri, noi ormai si usa la raspa che l’estetista usa per le callosità sui talloni, solo che ce la strofiniamo sui palmi delle mani, così come se niente fosse, con la stessa grazia con cui eleganti signorine dalla pelle delicata si danno lo smalto alle unghie.
Roba da far impallidire tutta la categoria dei saldo carpentieri che i calli se li sono fatti venire a furia di maneggiare arnesi pesanti, non come noi che abbiamo la pretesa di appenderci ad una sbarra e tirarci su come se fossimo fatte d’aria. E così mentre la nostra mente ci proietta l’immagine di noi in veste di moderne soldati Jane, ipertoniche, potenti ma eleganti, con i muscoli evidenziati da sapienti giochi di luce (magari pure un po’ resi lucidi da una pastina d’olio), che padroneggiamo tecnica e attrezzo, facendo decine e decine di pull up perfetti, fuori dal nostro cinema privato, l’immagine più tristemente realista è quella di tante scimmiette con la faccia paonazza, appese ad una sbarra che abbozzano qualcosa, ma non si sa ancora bene cosa. Un bravo coach lo può intuire, per il resto del mondo, ahimè, restiamo scimmiette appese.
– lividi. Lividi sparpagliati dappertutto, sulle ginocchia, sui gomiti, sulle clavicole, sulle creste iliache, sugli avambracci : ogni posto è buono per metterci un lividino.
Io per esempio ho trovato finalmente la causa di un livido seriale che mi spunta ciclicamente sul ginocchio sinistro. Bene, ora so che è il mio livido da burpees: 10 burpees nessun livido, dai 30 in su il livido è garantito. Se considerate che ieri in fase warm-up ne abbiamo fatto un tabata intero, e dopo il Wod, ce ne siamo scoppiati un cash out da 50,  vi lascio ora immaginare il colore del mio ginocchio…(ma come diavolo mi esprimo? Warm up, cash out..boh, non me lo so spiegare, chiederò all’analista già menzionata sopra)
Quindi, per la serie “lo stai facendo nel modo corretto” ecco un elenchino dei posti prescelti per la fioritura di un ematoma e la relativa causa:
– livido sulla clavicola: clean
– livido sui gomiti: plank
– livido sulle creste iliache: hollow rock to superman
– livido sugli avambracci: dip ring
– livido sul coccige: sit up
E poi vari ed eventuali, perché il livido è personalizzabile, ognuno può farsi il suo unico e personale, come me.
– kinesio tape (la stigmata più figa di tutte), ossia quando siete stati talmente bravi da procurarvi un piccolo infortuinio che ha reso necessario l’intervento del fisioterapista, il quale per porre rimedio alla vostra fame di agonismo (trasformata in indigestione, visto il risultato) vi metterà strisce di tape colorato sulla zona dolorante, e qui sta alla sua bravura nel creare figure astratte e armoniose degne di un museo di arte moderna. E il vostro corpo è la sua tela. Wow, detta così fa venire voglia di farsi un altro strappettino alla spalla…
Io nel mio piccolo sono a quota due opere d’arte, una per spalla, entrambe infortunate nel vano tentativo di imparare a fare un handstand come si deve. Teoricamente, essendo due le spalle, dovrei essere a posto, ma non si sa mai.
Però accadono anche dei prodigi meravigliosi, d’altronde chi bella vuole apparire un po’ deve soffrire (e noi soffriamo). Il primo, il più godurioso di tutti è il paradosso della bilancia, ossia mettete su peso ma i jeans vi stanno sempre meglio e sono sempre un pochino più larghi; è il potere della massa magra, bellezza. Focalizzate l’immagine che ad ogni squat che fate (e ne facciamo  fantastilioni), il vostro gluteo sollecitato dalla fatica, tira un morso sulla ciccia che lo riveste e, morso dopo morso, se la mangerà tutta, diventando un bel gluteo rotondo, sodo e liscio. Questo è in buona sostanza, quello che sta accadendo laggiù, dove non osano le aquile.
Diverso è il discorso ai piani alti, avete notato che le giacche sono diventate più piccole sulle spalle? Errore. Siete voi che siete diventate più grandi. Ora avete due spalle dritte, toniche e tornite, dovete solo fare attenzione a come vi muovete, al fine di evitare di trasformare i bottoni delle vostre giacche in potenziali proiettili vaganti, grave pericolo per chi vi sta intorno.
Se non ve ne siete ancora accorte, avete anche un accenno di tartaruga, ma tanto lo so che pure voi fate le sceme davanti allo specchio facendo finta di essere una modella di “Sports illustrated”,vi annodate la t-shirt sotto il seno ammiccando ad un fotografo invisibile (di questa e altre patologie ci occuperemo nella sezione “danni psicologici”) e quindi lo sapete benissimo che la vostra pancia ora è fotogenica da morire…
Quanto alle braccia, addio maniche a tre quarti, ora potete sfoggiare arti superiori degni della già citata Jane che di mestiere faceva il soldato. E addio tendine pendenti sotto il bicipite, avete un corpo nuovo e una testa nuova. Infatti, un aspetto da non sottovalutare del CrossFit è la spinta al costante miglioramento individuale, una specie di smania che ti prende a fare e a dare di più: prima 15, poi 20, poi 25 chili, e se prima riuscivi a rimanere in plank 20 secondi e poi eri disposta a morire sul posto, ora a furia di insistere, ci stai un minuto, imprecando come un tassista turco, va bene, ma ci stai.
Perchè come dice il mio saggio marito, crossfitter addicted pure lui “…il dolore è il mezzo con cui il corpo si sta liberando delle proprie debolezze” (o qualcosa di simile).
Ora vi saluto, devo andare a limarmi i calli.

Magda, l’amarone e la turista bionda.

Buon anno, innanzitutto.
Sopravvissuti al Cenonissimo? Spero di sì, e spero che almeno a voi sia stata risparmiata la fatica, fra una portata e l’altra di stare ad ascoltare fiumi, ma che dico fiumi, oceani di baggianate e fuffa, un distillato di qualunquismo.
Si parlava di viaggi, e mentre sorseggiavo un amarone magnifico, mi arriva all’orecchio la stupidaggine numero uno “a New York, per andarci, bisogna spendere ALMENO settemila euro a testa, fra volo e albergo altrimenti tanto vale starsene a casa, fidati di me che ci sono andata una trentina di volte”.
La mia mente, rapita e portata in alto dai meravigliosi sentori di frutta matura e confettura di amarene, ripiomba alla realtà e lo sguardo si sintonizza sulla signora dai lunghi capelli con le mèches che sta sproloquiando a vanvera. Vorrei interromperla e provare a intavolare una conversazione e dirle che forse si sbaglia, ma è talmente presa dal suono della sua voce che, più che ad un dialogo, stiamo assistendo ad un monologo…
Io ce li ho ben presenti gli italiani come lei all’estero, sono quelli a New York mettono a ferro e fuoco Abercrombie & Fitch, quelli che pranzano dal Mac Donald oppure cercano affannosamente un ristorante italiano, quelli che pensano che all’estero, per farsi capire, basti solo parlare in italiano ad alta voce scandendo ogni singola sillaba, e che per salire su un aereo si vestono come per andare ad una serata di gala, griffatissimi da capo a piedi, e poi, una volta spento il segnale di obbligo a stare seduti, con le loro Hogan Interactive, macineranno chilometri e chilometri nei corridoi dell’aereo, disturbando tutti gli altri passeggeri.
L’italianità nella sua veste peggiore.
Vogliono fregare la hostess tenendo lo smartphone acceso, sperando che lei non se ne accorga (e vengono regolarmente beccati), e allora stizziti, si vendicheranno provocandole un attacco di nervi quando, come le nostre eroine cominceranno a servire i pasti con i carrelli che occupano tutto il corridoio per la sua larghezza, loro, i molesti, non potranno esimersi dal fare avanti e indietro per raggiungere chissà chi che è seduto esattamente dalla parte opposta dell’aereo, e le hostess per lasciar loro il passaggio, devono ballare un valzer con il carrello: avanti, indietro, passo a destra, e poi uno a sinistra, e avanti così, musica maestro. Per non parlare poi, del panico che si scatena una volta atterrati, schizzano in piedi pronti a scendere, come se gli avessero messo un petardo sotto al sedere, e parte un clap clap di cappelliere che si aprono, bagagli scaraventati in faccia a sconosciuti, giacche che cadono, spinte e nervosismo, ma ancora prima di tutto questo delirio, la prima cosa che fa l’italiano medio(cre) in aereo, è riaccendere subito il telefono per mandare il prima possibile il fatidico messaggio “siamo atterrati. Stiamo bene”. Ora poi bisogna anche verificare la copertura di rete per il traffico dati, aggiornare la pagina Facebook, mandare una manciata di Whatsup, scattare due selfie in aereo con in secondo piano le hostess che ci guardano come se fossimo tutti dei ritardati mentali. Come riusciamo a essere imbarazzanti talvolta.
In una cosa siamo fenomenali: nello stringere temporanee amicizie, con altri italiani che si trovano in vacanza nello stesso posto dove ci troviamo noi. E addio privacy.
Volevate farvi una vacanzina per rilassarvi e ritrovare un po’ di intimità con la vostra metà? Potete tranquillamente abbandonare l’idea perché ora avete dei nuovi amici con cui condividere il pranzo, la cena, il dopo cena, la siesta post prandiale, le escursioni e, soprattutto, ora avete dei nuovi amici con cui fare a gara a chi la spara più grossa.
“Guarda a Bora Bora, noi ci siamo già stati, ma devi mettere in conto di spendere almeno ottomila euro a testa, altrimenti tanto vale andare in Sardegna” l’altra parte, pronta al rilancio “Pensa noi siamo stati tre, quattro, cinque settimane alle Maldive, e non puoi dire di aver visto il mare vero, finché non ci vai”. 1 a 1 palla al centro.
Da lontano puoi sentire le punte dei fioretti che si toccano, è un duello vero e proprio: “che poi io a dire il vero, più che New York, preferisco Londra: il profumo della metropolitana di Londra è inconfondibile” “eh sì, CARA, hai ragione, ma a New York non puoi non andarci, certo costa un pochino di più che andare a Londra, ma noi cerchiamo di andarci almeno due volte l’anno”. 2 a 1: beccati ‘sta botta di poveraccia e ora torna pure ad annusare l’aria di Londra. Ma loro sono amiche, già, perché questo è un contenzioso tutto al femminile, siamo noi che dobbiamo ostentare, vantare, battere in ricchezza la nostra “nuova amica”, i mariti con ogni probabilità stanno veramente stringendo amicizia da qualche parte, lontano dalle loro mogliettine dolci dolci.
È sempre per questo motivo che noi italiane quando prepariamo le valigie per partire, dobbiamo metterci dentro tutto quello che ci serve per garantire almeno tre cambi d’abito al giorno e, ovviamente, ci portiamo le cose più belle che abbiamo, che poi, se per disgrazia ci perdono i bagagli, ci tocca piangere lacrime di sangue.
Siamo fatti così, non possiamo farci niente.
Ed è per questo motivo che quando io e Luca siamo all’estero cerchiamo di confonderci con gli stranieri, socializzando il meno possibile con i nostri connazionali, perché non ce la faccio a sentire castronerie fotoniche senza rispondere per le rime e, soprattutto, invecchiando, non mi interessa nemmeno più farlo. Ascolto da lontano e osservo, so di passare per una snob formato magnum; ma preferisco snob che smargiassa.
Perché c’è una linea sottile che separa il turista dal viaggiatore, e noi italiani, mi scoccia ammetterlo, siamo tanto turisti e poco viaggiatori. Facciamocene una ragione…e smettiamola di fare l’applauso quando il pilota conclude la manovra di atterraggio…che imbarazzo. Dai sù…

Dash to the finish line: piccoli runners crescono

Inutile tediarvi raccontandovi dei fiumi di ironia spesi sul fatto che per convincermi a correre, Luca mi ha dovuto portare nientemeno che fino a New York, giacché a tutte le proposte di partecipare a corse sul territorio italico, io ho sempre risposto con un gentile, ma secco e irreversibile: No grazie.
E invece eccomi qui, sveglia e arzilla alle sei e mezzo del mattino con il mio pettorale numero 10039.
Il punto di raccolta è nella hall dell’hotel alle sette e mezza di mattina, ad attenderci uno dei ragazzi Terramia, il tour operator specializzato in “turismo sportivo”. Ci presentiamo in perfetta tenuta da gara: maglia ufficiale della “dash to the finish line” ( è il nome della cors che stiamo per fare), scarpette da corsa, pantaloncini e K-way, perché, porcaccia la miseriaccia, viene giù che è un piacere, ma ormai siamo in ballo e ci tocca ballare.
A fare colpo è l’entusiasmo generale, sono tutti gasati che è una meraviglia, gente ha fatto della corsa un vero e proprio stile di vita, e poi ci sono io: l’imbucata alla festa che participerà a questa corsa con un livello di allenamento pressoché pari allo zero assoluto. Non ci posso fare niente se tutte (ma proprio tutte) le volte che stavo per andare a fare una corsetta di allenamento è sempre successo qualcosa per cui ho dovuto rimandare e, rimanda oggi, rimanda domani, eccoci qua, a pochi minuti dallo start.
Premetto che in tenuta sportiva io mi sento a mio agio come un camionista vestito da ballerina, però, devo riconoscere che, correre con davanti al naso il nostro tricolore è stato molto emozionante. Il percorso si snoda così: si parte dal Palazzo dell’ONU e si arriva a Central Park, e ovviamente continua a piovere. Sono contenta, e Luca lo sembra ancora più di me, intorno a noi tante facce sorridenti…vuoi vedere che questi maratoneti hanno trovato veramente l’elisir della felicità? Al microfono una donna bionda, di cui non sono riuscita a scoprire l’identità, ci da la carica con un discorso veramente commovente, e poi finalmente via, si parte.
Siamo in tanti e cominciamo a correre, ma cavoli questa pioggia da proprio fastidio ed è tutto pieno di pozzanghere, in pochi minuti ho i piedi freddi e zuppi, sto per cominciare a lamentarmi quando il mio sguardo viene catturato da una signora molto in là con gli anni che corre con un bastone e ha una scritta sulla gamba: “cancer sucks”…e io mi lamento perché ho i piedi freddi? Punta sul vivo, Comincio a correre, veloce come un siluro, corro, corro, e corro senza mai fermarmi e quando taglio il traguardo (lo stesso che taglieranno domani i Maratoneti, quelli veri) l’emozione è veramente grande.
Lo so che è una corsa piccola piccola, ma per me è stato comunque significativo e con orgoglio mi avvento sul sacchetto ristoro che ci hanno dato a fine corsa: Dio mio, questa mela è la mela più buona del mondo!
Torniamo in hotel sorridendo come bambini e sgranocchiando snack: stiamo bene. Sto bene.
L’unica cosa che non capisco è cosa diavolo hanno da guardare le tre cinesi in ascensore con me…quando arrivo al mio piano e esco dall’ascensore, le sento che si fanno una grossa risata alle mie spalle. L’istinto è quello di tornare indietro, bloccare l’ascensore e dirgliene quattro, ma poi lascio perdere, è stata una mattinata fantastica, che mi frega delle cinesi ridanciane.
Poi entro in camera e la mia immagine riflessa nello specchio dell’anticamera mi fa capire il perché di tanta ilarità: il K-way arancione mi fa assomigliare ad una enorme zucca, e il mio berrettino da corsa ormai fradicio sembra proprio un preservativo male indossato: mio Dio sono ridicolissima.
La domanda che mi tormenterà per il resto della giornata è “come è mai possibile che Luca vestito da corsa è fighissimo, mentre io sembro la sorella pazza di Sbirulino?”
Non affrettatevi a rispondere….non la voglio conoscere la risposta…

Trilogia di Novembre

Ragazzi che mese pazzesco!! Novembre solitamente è un mese da cui non ti aspetti niente, triste per definizione, senza ora legale alle cinque è già buio pesto, l’evento più mondano riportato sul calendario è la Commemorazione dei morti. Se ne sta lì, in mezzo ad un caleidoscopico Ottobre con tutte le sue meravigliose sfumature autunnali ( a novembre poveretti, i colori scoppiettanti di ottobre, sono già tutti belli e scoppiati) e Dicembre, il mese di Natale, degli alberi decorati, dei Babbi Natali appesi alle ringhiere (che sono bruttissimi, ammettiamolo serenamente, sembrano tanti topi d’appartamento mascherati in azione), dei regali e delle mille cene per farsi gli auguri, e poi c’è San Silvestro con le sue lenticchie e lo zampone, e i cotillons e i trenini sghembi perché tutti i vagoni sono belli ubriachi e la locomotiva solitamente, non è da meno. Insomma a Dicembre tutto parla di feste e festeggiamenti, e per quanto questi tempi così incerti ce lo rendano sempre più difficile, noi di rinunciare a festeggiare, non ne vogliamo proprio sapere.
Ma a Novembre non c’è un tubo da festeggiare.
Facciamocene una ragione, ma per la sottoscritta è stato un mese ciccionissimo di avvenimenti, esperienze, sensazioni, alcune gioiose, altre un po’ meno (tanto meno). Insomma, a farla breve, questi trenta giorni mi sono scivolati fra le dita in un batter d’occhio.
“Ma cosa avrà fatto di così speciale la Manu?” Vi starete domandando, o forse no, forse non ve ne frega un tubo, ma io me ve lo dico comunque. Allora, gli eventi cruciali del mio Novembre sono stati:
– una settimana a New York
– essermi immersa nell’atmosfera unica della Maratona più famosa al mondo
– un’inattesa e devastante alluvione che ha reso la mia città in tutto e per tutto simile ad Atlantide, solo che noi tutti non ce lo aspettavamo, e non ci tenevamo nemmeno ad assomigliarle.
Ho riso e ho pianto, mi sono messa alla prova, mi sono lasciata attraversare da emozioni talmente forti e profonde che, dopo il loro passaggio, ho dovuto cambiare per forza il mio punto di vista su alcune cose.
Ho potuto scorgere l’essenza del bello in un viso provato dalla fatica fisica, per poi piombare nel brutto atroce di una città sommersa nel fango; ho scoperto che se voglio e c’è bisogno di una reazione pronta e lucida, il mio corpo e la mia testa sanno attingere a risorse sommerse chissà dove…che a dire il vero già lo sapevo, ma mi è sempre toccato farlo in circostanze difficili, e allora non mi piace ricordarmelo.
Quando ti guardano negli occhi e ti dicono “Manu è successa una cosa brutta, devi essere forte” non c’è un cavolo da essere ottimisti; ma mai mai, dico mai una volta che ti dicessero “Manu è accaduta una cosa fantastica, devi essere forte perché c’è da ammazzarsi dalle risate”. Ecco, mai accaduto, e allora ho sviluppato questa teoria: essere forti, talvolta è una grande fregatura.
Ma non perdiamoci in chiacchiere, vi racconterò del riscatto di questo povero mese e di come, nel bene e nel male, abbia saputo rendersi indimenticabile. Almeno per me.

“Storia di G.” a proposito di SLA

Parliamo un po’ di SLA, vi va?
No, e lo capisco: a nessuno piace parlare di una malattia così brutta e crudele (ammesso e non concesso che esistano malattie belle e gentili….cosa che non credo). Dai, va bene, niente SLA. E allora vi racconto una storia.
La storia di G.
G ha, anno più anno meno, 47 anni, ha una bella casa, una moglie carina e simpatica, un buon lavoro e due figli, un maschio e una femmina. Ha un buon tenore di vita e le preoccupazioni che più o meno abbiamo tutti.
G da un po’ di tempo a questa parte accusa degli strani fastidi ad una gamba, capita che la gamba improvvisamente ceda e lo faccia cadere a terra. Fa alcuni controlli, ma distrattamente, senza pensare ad un problema reale, sono controlli di routine, i soliti esami, sarà solo un po’ stanco, si promette di fare una bella vacanza con la sua famiglia, la prenoterà appena ritira i referti, che tanto si sa, vanno sempre bene. G si sente invincibile e al sicuro, come ognuno di noi.
E invece eccola la doccia gelata che mischia le carte in tavola: signor G, lei è malato di SLA, le sue improvvise cadute sono il chiaro segnale che i primi motoneuroni si sono danneggiati irreversibilmente. E da questo momento in poi non ci sono Santi che tengano, non si torna indietro. Aspettativa di vita dai 3 ai 5 anni, anni in cui motoneurone dopo motoneurone il corpo si ferma, ogni muscolo piano piano si addormenta, rendendo impossibili anche le cose più banali. Il cervello, beh no, il cervello no, lui non c’entra niente con i motoneuroni, lui non si ferma, rimane bello arzillo che è un piacere: ma rimane prigioniero di un corpo immobile.
Benvenuti, questa è la SLA. Gradite forse un cubetto di ghiaccio da mettere nel vostro cocktail di benvenuto? A G gliene sono piovuti in testa una tonnellata quando gli hanno detto come stavano le cose, quindi sono certa che ve ne regalerà volentieri un paio da mettere nel vostro bicchiere, soprattutto a voi che vi state scagliando contro la Ice Bucket Challenge, (per quei due o tre che ancora non sanno cosa sia), l’iniziativa promossa al fine di raccogliere fondi per sostenere la ricerca sulla SLA. In cosa consiste? Ve lo spiego rapidissimamente. Prima si fa una donazione, poi, ci si rovescia addosso una secchiata di cubetti di ghiaccio e acqua gelata; ve la ricordate la doccia gelata piovuta sulla testa a G quando gli hanno comunicato la diagnosi? Ecco il senso della secchiata d’acqua è proprio quello, far capire attraverso un gesto sdrammatizzante, come ci si sente quando quelle tre lettere vengono affibbiate proprio a te. Dopo si sfidano tre amici a fare altrettanto, e avanti Savoia, la catena è iniziata e si va avanti non so fino a quando, ma spero molto a lungo.
L’iniziativa è partita dagli Stati Uniti, dove sono stati raccolti veramente una montagna di dollari, ma si sa, in queste cose gli Americani sono fantastici, i detrattori li definiscono dei bambinoni, in parte è vero perché loro si entusiasmano veramente per queste iniziative, ci credono e ci mettono l’anima. Gli Americani fanno tutto “di più”: Natale è più Natale, mettono luci lucine e lucette anche nei posti più impensabili, il Giorno del Ringraziamento ogni americano che si rispetti tira fuori la sua bandiera e la mette alla finestra, hanno un senso patriottico che noi ci sogniamo e poi quando un americano ti abbraccia lo fa più forte di tutti gli altri. Sotto questo aspetto noi dovremmo imparare un po’ da loro come ci si comporta.
Ma torniamo ai nostri cubetti di ghiaccio.
Grazie ai social network e a internet, la IBC (Ice bucket challenge) ha fatto il giro del mondo e, manco a dirlo, sulla home page di ogni utente Facebook, è tutto un fiorire di secchiate d’acqua. Apriti cielo!
Che la polemica abbia inizio. Si parte da quelli che si scagliano contro lo spreco d’acqua, che poi magari polemizzano dal bordo della loro piscina, o sul lettino di un qualche parco acquatico in giro per il mondo ( l’acqua delle piscine deve essere evidentemente acqua benedetta non passibile di sdegno mediatico), agli idioti che, senza timore di passare per stupidi, si sfidano a prendersi a secchiate, ma soldi non se ne parla, al limite “ci deve pensare lo Stato visto che io già pago le tasse”, a quelli che, con le mani bene chiuse in tasca, criticano la donazione di Tizio “troppo scarsa”, di Caio “la beneficenza si fa in silenzio e nell’anonimato” e di Semproneo “lo fa solo per farsi pubblicità, in realtà non gliene frega un accidente”. Insomma, ce n’è veramente per tutti, nessuno è salvo, però, almeno se ne parla. E anche questo è positivo.
Ma torniamo a G. Vi domanderete chi è G.
G è un amico, io c’ero quando ha conosciuto la ragazza che poi è diventata sua moglie, ed è stato offrendo un cioccolatino a sua moglie (mia cara amica) che ho scoperto che sarebbe diventata mamma del loro primo figlio, sono due delle poche persone che stimo veramente, sempre uniti e complici, ma mai melensi. Concreti e discreti. Già, perché io ufficialmente non so niente, me l’ha confidato un amico comune, fra le lacrime, perché lui ha già perso un amico per colpa di questa malattia.
Storie di amicizie che si accavallano l’una con l’altra, e poi la vera difficoltà: sorridere quando vorresti piangere, ridere quando vorresti capire meglio, parlare del più e del meno, quando in realtà vorresti affrontare l’argomento. Non è facile, ma poi pensi a quali e quante difficoltà dovranno affrontare loro due, e il tuo sforzo per rispettare il loro più che giusto desiderio di normalità, diventa ben poca cosa. G si merita tutto, si merita ogni euro o dollaro che questa iniziativa ha contribuito a raccogliere, e si merita ogni minimo sforzo per trovare una cura. G si merita la dignità a cui ha diritto ogni malato di questo mondo, G si merita la vita che ha progettato per sé e la sua famiglia.
Ho fatto la mia donazione con questo spirito, e non mi interessa se come dicono alcuni, che i soldi raccolti se li mangeranno in buona parte le case farmaceutiche. Dovesse rimanere anche un solo euro utile della mia donazione, magari sarà proprio con un vetrino pagato con quell’euro che, un ricercatore illuminato troverà la cura per G e per tutti gli altri G sparsi in giro per il mondo.
Ben vengano quindi i cubetti di ghiaccio, le docce gelate e i filmati su Facebook, ben venga che se ne parli fino allo sfinimento, perché se se ne parla, la SLA farà sempre meno paura e G e la sua famiglia avranno una speranza in più.
Che si indignino pure coloro che si vogliono indignare, io preferisco aiutare un amico.
E adesso “I challenge you” ma ti risparmio la doccia gelata, mi basta che tu faccia una piccola donazione, basta l’equivalente di un aperitivo per me e G: lo berremo alla tua salute. Ringraziandoti di cuore.
http://www.aisla.it/news.php?id=3197&

Diario di una metamorfosi

Le rivoluzioni partono dal basso, così ci hanno insegnato, ma nel nostro caso, la rivoluzione è partita dalla testa.
Stanchi di vederci sempre più rotondi, saturi di una (gioiosissima) vita di stravizi, consapevoli del fatto che così non saremmo durati a lungo, di ritorno da una vacanza a fine novembre, ci siamo rivolti ad un bravo nutrizionista.
Obiettivo primario: dimagrire.
Obiettivo secondario: ancora lo ignoravamo, ma c’era, e forse era ancora più rivoluzionario dell’obiettivo principale.
Senza tediarvi sulla dieta in se, per questo potete comprare una rivista femminile e annoiarvi per conto vostro, io vi vorrei rendere partecipi del cambiamento che ha fatto tutta la nostra vita. Già perché in questi ormai otto mesi, abbiamo modificato tante di quelle abitudini che, credetemi, non saprei da che parte cominciare. Proviamo.
Sempre più convinti che “siamo quello che mangiamo” siamo passati al biologico, costerà un po’ di più, è innegabile, ma se ci riflettete un secondo: non è abominevole risparmiare sul nostro cibo? Il cibo è salute e benessere, è la benzina del nostro motore, e se siamo disposti a spendere follie per il motore della nostra auto, perché non dovremmo meritarci noi lo stesso trattamento?
E poi, prendi un uovo ad esempio, a me pensare che quell’uovo è stato deposto da una gallina che gironzola felice in un cortile, mangiando becchime vero e con le penne scure perché è stata al sole e non bianche candide come quelle che poverette vivono (sopravvivono?) in batteria, beh a me fa stare bene, anche se costano quasi il doppio.
Lo stesso discorso vale per il latte di mucca proveniente da allevamenti dove la mucca viene munta rispettando i suoi ritmi e non spremuta e strizzata fino allo stremo, per il pesce pescato e non allevato immobile e nutrito con pastoni schifosi di antibiotici e farine di chissà che cosa, per le verdure e la frutta imperfette esteticamente ma deliziose, e anche per il gusto unico che ha il pane fatto da noi in casa.
Abbiamo completamente eliminato lo zucchero e laddove è indispensabile lo sostituiamo con miele, malto d’orzo e sciroppo d’agave, Se ci serve del lievito, usiamo solo lievito madre, e abbiamo quasi completamente eliminato la carne (questa per me, la rinuncia più dura, sulla quale tentenno ancora…ma ci riuscirò).
Mi sono comprata una bici, e cerco di spostarmi usandola più possibile. La sorpresa delle sorprese è stato scoprire che mi piace un sacco: ci metto un pochino di tempo in più, è vero, ma in quel lasso di tempo, mentre le mie gambe pedalano che è un piacere, saluto un sacco di gente che in scooter con il casco in testa non mi riconosceva e che io non vedevo, canticchio allegramente e poi la cosa che mi piace di più di tutte: mi guardo intorno, e vedo cose che non avevo mai notato prima. Posso assolutamente affermarlo: dal sellino della bicicletta si ha una visione del mondo completamente diversa da quella che si ha dalla sella dello scooter.
E poi vuoi mettere l’immagine poetica di un mazzo di fiori freschi posato nel cestino della bicicletta? già perché il giovedì passa un ometto nei negozi del centro, che vende mazzi di fiori a dieci euro, e io ne prendo sempre uno (penso di essere una delle pochi mogli che porta dei fiori al marito a casa, già perché fra i mille cambiamenti c’è pure il fatto che Luca ora lavora da casa e quindi pranziamo insieme, cosa impensabile fino a pochi mesi fa).
Oppure, quanto è romantico tuo marito che ti viene a prendere la sera al lavoro in bicicletta e tornare a casa insieme facendo una bella pedalata sul lungofiume, raggiungere la passeggiata a mare, osservare il tramonto, gustandosi un buon prosecco?
La macchina oramai la usiamo quasi esclusivamente per andare a fare la spesa, e non mi ricordo nemmeno più quando le ho fatto benzina l’ultima volta, quindi volersi bene è anche un buon investimento economico…
Tirando un pochino le somme, questi sono i risultati:
– una cinquantina di chili persi in due
– pelle come quella di un bambino
– inverno passato senza prendere nemmeno un raffreddore
– persa nei meandri del tempo l’ultima volta che ci è venuto un brufolo
– netto miglioramento dell’umore
– gli specchi hanno ricominciato a funzionare bene, nel senso che mi piace molto l’immagine che riflettono
– riguadagnato in toto il mio guardaroba principesco: posso di nuovo mettermi quello che mi pare senza pensare troppo a come e cosa mascherare per sembrare più secca
– sentimenti reciproci rinforzati perché non c’è niente di più bello e unente(?) unificante (?) che condividere il raggiungimento di un obiettivo difficile.
E ora andiamo avanti per questa strada, senza privarci di nulla, ma senza nemmeno vivere come due monaci trappisti.
Credo che abbiamo trovato un equilibrio e, per definizione, equilibrio è benessere e armonia, stiamo bene. Tranquilli continuiamo a battibeccare come sempre…a certe abitudini non vogliamo, nè possiamo, proprio rinunciare.
Forse è proprio così: i cambiamenti epocali avvengono spontaneamente senza quasi nemmeno accorgersene, ma una volta innescati sono irreversibili, e inesorabili. Lentamente e senza strappi ci siamo allontanati da una strada che non avremmo potuto percorrere perpetuamente, per abbracciare uno stile di vita nuovo che ci appaga di più.
Io non voglio fare proselitismi, però, provate e immaginare se tutti cominciassimo a vivere più lentamente, a mangiare cose più semplici e a rispettare l’ambiente in cui viviamo e noi stessi, forse la qualità della nostra vita potrebbe migliorare, no?
Tentare non nuoce, anzi meglio: tentare giova.

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Crescete dei figli curiosi

Venerdi 11 aprile 2014, Magda e Furio organizzano una estemporanea gita fuori porta, e partono alla volta di Milano, destinazione: Salone del mobile, con relativi annessi e connessi. In occasione del Salone del mobile Milano è come se si svegliasse dal letargo e, ad ogni angolo di strada, in ogni palazzo, piazza o ateneo è tutto un pullulare di eventi e manifestazioni aperte al pubblico. Si respira arte, fermento e creatività e la voglia di farsi coinvolgere è inevitabilmente tanta, anche per una come me, che non vanta particolari conoscenze in questa materia, ma sono curiosa, e questo  può bastare. Non sono una intellettual-radical-chic, non sono una di quei tipi strani che vagavano ieri per Milano all’urlo “strano è bello” abbigliati in maniere che definire strambe è totalmente riduttivo, perché più sei strano, più ne sai, o perlomeno questo è il messaggio che vogliono far passare. Comunque, facendo una piccola digressione, il look stramboide più gettonato di ieri era: palesemente gay, con barba da accarezzare ossessivamente come se si fosse rapiti da pensieri e concetti profondissimi, maglietta nera con collo stracciato e sfilacciato come se “sai non riuscivo a farci passare la testa e allora ho tirato tirato tirato e alla fine si è strappata, ma io me ne fotto perché per me non conta apparire, conta essere” anche se in realtà la sgualcitura è fatta ad arte da uno stilista di nicchia, e quella t-shirt costerà mezzo del mio stipendio, pantalone lunghezza acqua in casa, con risvoltino, o jeans o ancora meglio: nero, scarpe di pregiatissima fattura inglese nere pure loro, portate senza calze con caviglia in vista e, povero piede starà soffrendo le pene dell’inferno costretto in due morse che per durezza e rigidità ricordano i ceppi medioevali, antichi strumenti di tortura, usati per far confessare anche i crimini non ancora commessi. Mazzi di braccialetti, occhiale da vista con maxi montatura, in opzione un cappello nero o una maxi borsa. Non possono mancare chili e chili di cataloghi di mostre e eventi imperdibili portati con malcelata fatica sotto braccio. Le donne sono vestite praticamente alla stessa maniera, quindi non perdiamo tempo e andiamo avanti, anche se appare ormai ovvio che il futuro è gay. E’ un’evidenza innegabile.

La prima tappa è stata a Palazzo Reale, abbiamo visto la mostra su Piero Manzoni (ce l’avete presente l’opera “Merda d’autore”? ecco, proprio lui) e anche “100% original design”, in mostra i pezzi più significativi del design italiano dal ’45 ai giorni nostri. Ammetto senza vergogna che io sono un’ignorantona in fatto di storia dell’arte e del design, e quindi il mio approccio è tale e quale a quello di un bambino, ed ecco svelato il perché del titolo di questo post; i bambini non si fanno problemi, non hanno paura di fare domande e soprattutto non sono assillati dall’ansia di dover far finta di sapere tutto, se vedono un oggetto che li incuriosisce, gli girano intorno, lo osservano e lo studiano, provano a cercare in quell’oggetto un significato e una spiegazione e, se non riescono a darglielo, allora chiedono. I bambini rompono gli schemi, e in questo sono più artisti degli artisti stessi: una scatola vuota, per noi è solo una scatola, per loro può essere: una casa, una macchina, un’astronave, un guscio di tartaruga gigante, una barca e avanti così all’infinito: tanto più in là spostano i confini della loro immaginazione, tanto più un oggetto qualsiasi assume forme e utilizzi diversi. Non è forse questo uno dei principi ispiratori dei grandi designers? scope che diventano gli schienali di bellissime sedie, un lampadario a gocce che al posto delle gocce ha tanti foglietti su cui scrivere e disegnare, cassettiere curve che sembrano uscite da una fiaba, una lampada formata da una lampadina e un paio d’ali di piume vere, e con un gioco di parole si trasforma da “l’uccellino”, in “lucellino”: basta spostare un apostrofo e la fantasia regna sovrana.

Le opere stesse di Manzoni, senza voler fare gli Sgarbi della situazione, sono riconducibili a una forma ludica di interpretazione della realtà: tutto il mondo è un’opera d’arte, basta che io gli costruisca un piedistallo su cui appoggiarlo. Io stesso posso diventare un’opera d’arte se salgo su una base magica. Per non parlare della manipolazione della materia dei suoi “Achrome”, date ad un bambino qualcosa, ma veramente qualsiasi cosa , con cui possa pasticciare e vi stupirete di quante cose riesce a fare e a creare con, per dirne una, due pezzi di stoffa. I bambini sono attratti dalla materia, hanno un appercezione tattile molto sottile perché non è ancora contaminata dalla conoscenza tecnica. Per noi adulti un pezzo di legno, è legno, punto, stop, fine della discussione. Provate a dare lo stesso pezzo di legno ad un bambino: prima lo guarda, poi lo annusa, poi lo assaggia, poi lo accarezza, poi proverà a farlo stare in piedi, poi ci appoggerà sopra qualcosa; non gli interessa sapere cosa è, ma piuttosto che cosa ci può fare, che scopo può avere quel pezzo di legno e, meraviglia delle meraviglie, che cosa ci può fare lui, con quel pezzo di legno. E questa per me è arte.

Certo che, se invece siete quei genitori che il bambino non deve toccare, non si deve sporcare, non deve disturbare i grandi, deve solo essere il composto esempio di quanto siete bravi a educare un figlio, allora poi non lamentatevi se poi sarà un adolescente apatico, e un adulto senza interessi, non date la colpa alla società se vostro figlio sarà un adulto piatto come una tavola da surf. Io tengo stretta nel cuore una foto, scattata da un’amica, di sua figlia che ai tempi aveva forse un anno, che cammina scalza con addosso solo il pannolino, nei corridoi della Biennale di Venezia: così vanno cresciuti i bambini, sono delle spugne, i loro occhi vedono, le loro manine toccano, le loro orecchie sentono e il loro cervello immagazzina tutto, e poi chissà quando, quel ricordo tornerà a galla trasformandosi in chissà cosa, al momento non ci è dato di saperlo. Rachele, così si chiama, non ha ancora due anni, eppure ha già maneggiato pennelli e colori, si è sporcata, è entrata in contatto con la realtà perché i genitori non si sono condizionati la vita con il suo arrivo, ma hanno reso lei partecipe della loro. Rachele ha annusato fiori e ne ha anche mangiato i petali, ha usato un cane grande il doppio di lei per aiutarsi a stare in piedi e camminare, ha affondato le mani nella sua pelliccia e poi si è messa le dita in bocca, ha dormito sdraiata sull’erba del nostro giardino e sui prati, è andata a concerti e quando dorme non è che il mondo si ammutolisce per non disturbare il suo sonno, ma anzi la musica e i suoni accompagnano la sua quotidianità.

Ieri, davanti ad un installazione all’Università Statale di Milano, ho visto gli occhi dei bambini di una scolaresca farsi enormi di stupore e meraviglia, mentre alcuni adulti passavano di fianco senza nemmeno accorgersi che c’era un’opera d’arte, e penso che sarebbe stato bello chiedere a ciascuno di loro che cosa ci vedesse dentro a quel gioco di specchi. Poco più in là c’era un’altra installazione che illustrava quella che, secondo un designer giapponese, può essere l’evoluzione degli ambienti di casa nel futuro: era spassosissimo osservare i bambini spiegare agli adulti a cosa servisse quell’aggeggio piuttosto che quell’altro: ciò che per i bambini era ovvio, per gli adulti era incomprensibile. Paradossale e meraviglioso. Spero che nessuno spenga quella fiamma di stupore e curiosità, spero che una volta a casa, quando smanieranno per raccontare ciò che hanno visto, non trovino genitori distratti dalla partita o dalla serie Sky di turno, spero che ci siano un papà e una mamma pronti ad ascoltarli e a far loro domande, spero che quei bimbi si addormentino sfatti dalla stanchezza causata da una giornata adrenalinica, non sopraffatti dalla noia.

E poi, l’Accademia di Brera: quando mai mi ricapita di poter vagare nei suoi corridoi a me che so a malapena tenere in mano una matita? Ero io a questo punto la bambina: ho sbirciato in ogni angolo che mi è stato possibile, ho letto targhe, commentato statue, girovagato nel giardino botanico e inciampato in mille gradini perché avevo sempre il naso per aria, ho respirato un po’ di quell’atmosfera bohémienne che circonda gli studenti dell’Accademia, mi sono incantata osservando due ragazzi che intagliavano  il legno, e li ho invidiati: io riuscirei solo a ferirmi gravemente con quegli strumenti che loro maneggiavano con tanta facilità. sono convinta che la più alta forma d’arte, ai giorni nostri dove tutto è pronto e preconfezionato, è saper fare, saper usare le mani: con lo stesso stupore con cui osservavo i due intagliatori, osservo e ammiro chi da un semino riesce a far nascere un pomodoro, chi da un gomitolo e due ferri ci fa uscire fuori un maglione, chi con due pezzi di legno e qualche chiodo si inventa un mobile, chi con un po’ di acqua e farina crea il pane…

Per questo dico e insisto: fate fare quante più cose possibile ai bambini, affinché nulla di tutta questa arte vada persa, perché i bambini sono il nostro futuro, e un bambino curioso, sarà un adulto prodigo di risposte per chi a sua volta gli porrà delle domande; e siccome ogni singolo bambino è un’opera d’arte, è preciso compito di un genitore aiutarlo a trovare il suo significato.

L’appuntamento del 19 marzo

La mattina del giorno del loro appuntamento lei si preparò con calma, come si fa per gli appuntamenti importanti. Si truccò con cura, eseguendo ogni singolo passaggio con calma e attenzione, anche se gli occhi un po’ arrossati e umidi rendevano tutto un po’ più complicato, consumò infatti un sacco di coton-fioc per correggere le molte sbavature, ma alla fine il risultato la soddisfò e le venne spontaneo sorridersi allo specchio. Gesto che in verità, aveva imparato a fare ogni giorno: dopo il colluttorio, il trucco, il profumo, dopo essersi tolta la molletta, si guardava e si sorrideva: con gli anni aveva imparato a piacersi. Traguardo prodigioso.
Sapeva che il suo cavaliere amava le donne curate e in ordine, ed è per questo che ci mise molto impegno, sapeva che se fosse arrivata al suo cospetto come se si fosse appena alzata dal letto, lui avrebbe disapprovato e il solo pensiero le era intollerabile. La memoria schizzò a quell’Epifania di molti anni prima, in cui lui nella calza, oltre a dolci e cioccolatini, e un piccolo, piccolissimo pezzetto di carbone, aveva infilato anche una palette di ombretti di Lancôme, pesca, grigio, avorio e pervinca. Si truccò solo con quei colori per mesi, poi anche se non la usava più, continuava a portare quella piccola scatolina dorata nella borsa come portafortuna, uno dei tanti oggetti da cui non voleva separarsi.
Amava quell’uomo, e ancor di più amava il modo in cui lui la vedeva, una visione tutta sua, in cui lei era un concentrato di perfezione, bellezza, intelligenza e quanto di più bello potesse esistere in tutto il Creato. Per lui lei era: LEI, tutto maiuscolo, massimo grado di valore, massima importanza.
Decise di indossare il cappottino rosso, colore non proprio indicato al luogo del loro appuntamento, ma sapeva che lui avrebbe apprezzato quel guizzo, quel suo essere non convenzionale: caspita gli ci erano voluti anni per persuaderla a non seguire il gregge, ad avere sempre un’idea sua e lei ora, magari, gli si presentava davanti infilata dentro a un borghese blazer navy (anche se l’avrebbe trovata comunque bellissima). No, no, il rosso era veramente perfetto, il rosso è passione, è calore, è vita. Borsa, chiavi, occhiali da sole e via, un leggero stato di ansia la obbligava a fare le cose di corsa, anche se lui l’avrebbe aspettata anche una vita intera, se necessario.
Mentre guidava il suo scooter le venne in mente che lungo la strada c’era un chiosco con una signora bionda molto gentile che vendeva fiori, l’idea di presentarsi ad un appuntamento con un fiore le sembrò molto carina, un po’ alla Jiulio Iglesias “…non vado ad un appuntamento senza un fiore….”canticchiò mentre posteggiava, e si rese conto che sorrideva da sola. La sua attenzione fu catturata da delle rose baccarat bellissime “me ne da tre per piacere, e mi può tagliare lo stelo bello corto, grazie. E mi ci metta anche qualche rametto di verbena” la verbena così spontanea e semplice accostata alla bellezza presuntuosa delle rose baccarat, creava, dal suo punto di vista, un contrasto speciale, e constatò quindi che l’abbinamento era perfetto. Ripartì.
Il luogo dell’appuntamento era deserto “meglio così” pensò “meno gente ci vede, più sarà bello vedersi”. Oltrepassò il cancello, salì le solite due rampe di scale, e poi girò a sinistra. E lui era là. Elegante nel suo completo grigio scuro che avevano comprato insieme qualche anno fa, con la camicia bianca e la cravatta color grigio perla. Lo raggiunse quasi di corsa, con quel nodo in gola che le era diventato familiare, lui le faceva sempre lo stesso effetto, una gioia disperata: “…vicini e irraggiungibili, io lo vorrei ma poi, mi viene voglia di piangere…” stavolta era Venditti a dare voce ai suoi pensieri, pensare che a lei nemmeno piaceva….
Acqua, i fiori che lei aveva portato avevano bisogno d’acqua. Tornò all’ingresso per prenderne un secchiello, e pensò a come diventano stranamente familiari certi gesti. Risalendo le scale fece finta che il secchiello dell’acqua fosse una teiera “gradisci una tazza di tè?” e con la stessa cura come se dovesse versare un prelibato tè nero in una tazza di porcellana finissima, versò un po’ d’acqua nel vasetto. Lui la fissava immobile sorridendole. Con un gesto di stizza lei tolse dal vaso tutti i fiori finti, mise le sue tre rose e la verbena e con compiacimento realizzò che era stata una buona idea chiedere alla fioraia di tagliare gli steli corti, e quando fu soddisfatta rimise il vaso al suo posto “ecco il tuo tè”. Restarono in silenzio qualche minuto, poi lei gli sorrise, e percepì che lui stava facendo lo stesso perché sapeva che stavano pensando la stessa cosa “Santo cielo, una donna con un cappotto rosso che si aggira per un cimitero deserto, sistemando fiori come se stesse servendo il tè delle cinque: meno male che non c’è nessuno, altrimenti penseranno che sono matta” e sorrise, anche se da dietro gli occhiali da sole, sentì qualche lacrima scendere “accidenti, truccarmi stamattina, come deterrente al pianto no ha funzionato” pensò.
Le venne poi voglia di fare un giro nel cimitero “mi accompagni, ti va?” e quando mai lui le avrebbe mai detto di no. Scese tre rampe di scale e si addentrò nella parte vecchia, si soffermò su alcune tombe abbandonate: evidentemente quei poveri defunti non avevano più nessuno su cui contare, erano soli al mondo, il pensiero le parve così triste che corse a raccogliere tutti i fiori finti che aveva ammucchiato in un angolo e ne mise uno a tutti quelli che le fu possibile. Lui approvava sicuramente. Mentre vagava per i corridoi leggendo le lapidi che più la colpivano, si domandò come mai la gente tema questi luoghi, mentre lei ne subiva il fascino. La risposta arrivò chiara “perché tu non sei come gli altri, tu sei tu” e il vento le soffiò tra i capelli, come una mano che scherzosa ti stropiccia i capelli.
Quando lei guardò l’orologio si rese conto che si era fatto un po’ tardi, doveva tornare a casa. Tornarono nel punto esatto dove erano soliti incontrarsi e si salutarono. Lei si avviò verso l’uscita con il secchiello per l’acqua vuoto, lo rimise al suo posto.
Aprì il bauletto dello scooter, si mise il casco e i guanti rossi pure loro, si mise in sella e girò la chiave mettendo in moto. Girò la testa in alto verso sinistra, lui era là che sicuramente la stava osservando “ma sì che vado piano e sto attenta. Che palle che sei papà ” si asciugò gli occhi perché di colpo, come tutte le volte le accadeva, non vedeva più la strada. Si lasciò il cancello del cimitero alle spalle “…quel gufo con gli occhiali, che sguardo che ha….me lo prendi papà? Sì! La lepre tutta rossa, che corse che fa…prendila prendila papà. Sì!… ma questa mia roulotte mi sembra l’arca di Noè, però ci si sta…Sei forte papà! Stringendosi un po’” e tornò a casa canticchiando.

Quando saremo vecchi

Quando saremo vecchi, ma vecchi veramente, vecchi che cammineremo curvi e mi sarò arresa all’inutilità della tinte per capelli, vecchi che i ricordi peseranno sulla bilancia molto più dei sogni futuri, cosa ci ricorderemo di questa casa?
Ci ricorderemo forse di quanto era lindo e lustro lo specchio del bagno? Di quanto era gratificante pulirlo col lo straccio e lo spray per i vetri? O sarà molto più vivo e bello il ricordo delle nostre facce riflesse in esso, al mattino, mentre tu ti fai la barba e io mi trucco per uscire, la radio accesa di sottofondo e la quiete intorno a noi? peserà di più una goccia d’acqua da levare immediatamente, o il tuo sorriso che riflesso mi si incastonava nel cuore come la più preziosa fra le gemme?
E del tappeto del soggiorno che vogliamo dire? La mia sfida quotidiana (quasi quotidiana, ok). Mi piaceva vederlo pulito e lucido nel suo algido color grigio perla, però poi a ben pensare era molto più bello quando ci mangiavamo sopra la pizza nel cartone,bevendo Coca Cola dalla lattina, guardando un bel film alla tv, e Tabata che si acciambellava vicino a noi, era il prato immaginario su cui ci siamo sdraiati, rilassati, addormentati, fatto l’amore, era la nostra isola, e sulle isole deserte non esistono gli aspirapolvere, bisogna accettarlo e farsene una ragione.
Non penso nemmeno che ci ricorderemo con un brivido l’invisibile splendore dei vetri di casa nostra. Anche perché forse, perfettamente puliti lo sono stati poche ore in una vita intera. Però Tiger, il nostro gattone che ci chiamava per aprire le finestra della cucina strusciandocisi sopra, sicuramente ce lo ricorderemo, così come ci ricorderemo il rumore della pioggia che batteva sui vetri e di come ci incantavamo a guardarla ipnotizzati. Per non parlare della lavastoviglie, e delle strategie perfezionate nel corso degli anni per lasciare all’altro l’ingrato compito di svuotarla: finti ritardi, corse al lavoro, immotivate e prolungatissime soste in bagno. Tazzine del caffè, coppe gelato, bicchieri e cucchiaini l’hanno fatta da padroni per anni, se vogliamo, la lavapiatti è stata la muta testimone di quanto siamo stati lussuriosi e gaudenti, quasi come la bilancia, che, della nostra golosità è stata il giudice implacabile ogni mattina per mesi, quando abbiamo capito che bisognava mettere un freno alla nostra gola.
Le mie scarpe sempre tra i piedi e te che ti lamenti, io che lì per lì le tolgo, ma il giorno dopo sono esattamente dove erano il giorno prima, così come la mia borsa, la mia giacca, i miei occhiali e le interminabili cacce al tesoro per trovarli, perché chissà come mai, all’improvviso spariscono dalla circolazione; io che vado in panico e tu che con calma ricostruisci i miei ultimi movimenti e li trovi.
Ti ho mai confessato quanto mi piaceva disegnare con il dito sul vetro del tavolo della sala da pranzo? un sole, un cuoricino, l’iniziale del tuo nome, poi superato il momento di dilagante romanticheria lo pulivo per bene; devo ammetterlo, non sono mai stata una perfetta donna di casa, se dovevo scegliere fra spolverare da cima a fondo casa o andare in giardino a giocare con Tabata, io non ho mai avuto dubbi, così come non mi sono mai sentita in colpa se un giorno, ma anche due, non ho passato la lucidatrice sul parquet.
Eppure casa nostra ha sempre accolto e abbracciato tutti, e tutti si sono sempre sentiti a loro agio. Casa nostra è sempre stata una casa sorridente, viva, allegra, pulita quel che basta, ordinata il giusto, senza paranoie e eccessi.
Non mi è mai passato per l’anticamera del cervello di tirare tardi la sera a lucidare i sanitari del bagno quando magari l’alternativa era stare appiccicata a te sotto il piumone a guardare la televisione o a dire stupidate senza senso ridendo come scemi, cosa credi: la vita è una sola e io sono felice di aver speso la mia a seminare in ogni angolo della nostra casa tracce del nostro amore e della nostra esistenza, come un quadro fatto da noi due a quattro mani, o un disegno fatto con i pennarelli su uno specchio, e non importa se quella che per me era una farfalla perfetta, per te non era niente di più che uno scarafaggio, perché i tuoi occhi brillavano mentre mi prendevi in giro sul fatto che io a disegnare sono proprio negata.
Sarà che sono sempre stata convinta di una cosa: le persone fissate con l’ordine e la pulizia secondo me nascondono più gravi e pericolosi disordini interiori, e allora hanno bisogno di dissimulare questa realtà rendendo l’ambiente che le circonda il più ordinato e asettico possibile. Se sia vero o falso non lo so, so che per me è sempre stato un alibi perfetto, e me ne sono sempre stata. Anzi, quando esponevo questa teoria ad altre persone, ero talmente convinta io da persuadere anche loro, forse perché a tutti piace da matti avere a disposizione una scusa perfetta per allontanare ancora un po’ l’antipatico dovere per fare spazio ad un gioioso piacere. E le persone che dicono che per loro pulire casa è fonte di gioia sono persone pericolose, bombe inesplose, potenziali serial killer: meglio evitarle, star loro alla larga, che non si sa mai cosa gli può frullare in testa.
Quindi, amore mio, quando saremo vecchi ma vecchi veramente, ricordiamoci di quanto era bella la nostra casa, ma con la consapevolezza che a renderla così bella eravamo noi, con la nostra felicità che diventava creatività, intuizione e fantasia, dentro questa casa i bambini che erano in noi non sono mai cresciuti,non glielo abbiamo permesso, e non hanno risentito degli anni che passavano uno dopo l’altro, dopo l’altro e un altro ancora. Questo sì che è stato un risultato portentoso.
E’ un’esperienza entusiasmante diventare adulta al tuo fianco, e mentre te lo dico faccio una nuvoletta di fiato contro il vetro e con un dito ci disegno dentro un sole.