Magda e i “giovani imprenditori”

Santa Margherita Ligure è in stato di assedio, in questi giorni si svolge l’annuale congresso dei giovani industriali di Confindustria, o meglio “il congresso annuale dei figli di papà” , perché se questi giovanotti che avranno al massimo 30 anni rappresentano la realtà imprenditoriale italiana, tenendone in mano le redini, qualcosa non mi torna.
Sembrano più che altro degli studenti in gita, non fosse per l’abito grigio di ordinanza e il pass appeso al collo, esibito con immotivato orgoglio, già perché non mi volete mica far credere che siete tutti dei self made men? Molto più semplicemente siete stati molto fortunati a nascere nella famiglia con il cognome giusto, quindi non prendiamoci in giro.
Sono certa che in Italia ci siano delle eccellenze imprenditoriali, e sono altrettanto certa che chi lavora veramente, non viene a farsi un week-end a Santa Margherita a parlare di niente e a risolvere ancora meno atteggiandosi come se tutti fossero gli artefici di un ipotetico nuovo “miracolo italiano”, anche perché stiamo ancora aspettando l’esito del primo.
Ma la cosa che più di tutto mi lascia perplessa è l’atteggiamento di questi individui, che definire pieni di boria è comunque riduttivo.
Vado con l’aneddoto? Ok, vado.
Ieri il ristorante di fianco al negozio, qui a Portofino, aveva un tavolo di sei di questi “giovani imprenditori” quattro ragazzi e due ragazze, il più grande avrà avuto forse trent’anni, e tralasciando il maleducatissimo gesto di costringere tutto il personale ad aspettare i tuoi comodi fino alle quattro del pomeriggio, quando tutti gli altri tavoli sono stati sgombrati e intorno a voi non c’è nessuno, a farmi alzare il pelo è stato il modo con cui si rivolgevano alla signore che servivano ai tavoli (tra parentesi: una è la proprietaria del ristorante, quindi sei doppiamente sfigato). Davano loro del tu, non le guardavano negli occhi quando si rivolgevano a loro, mai un grazie e mai un sorriso. Cafoni con la patente e il certificato di autenticità. Imbarazzanti.
Quando si sono alzati, ovviamente non hanno ringraziato, ovviamente per pagare ci hanno messo un secolo perché il Pos sputava indietro le carte di credito (mi vuoi forse dire che papà non ti ha fatto l’accredito della paghetta?) e ovviamente hanno finto stupore -ma come siamo gli ultimi?- hanno chiesto dove fosse la boutique di Louis Vuitton e si sono avviati con le loro camicie azzurre che spiccavano fra le mise turistiche che avevano intorno.
Sorvoliamo sul look delle signorine, ne parleremo poi a parte con un post dedicato a loro. Quello che mi preme adesso è la mancanza di educazione, stile e classe. Un imprenditore dovrebbe conoscere il valore del lavoro e quindi rispettare quello degli altri, o sono io che sbaglio?
Dovrebbe trattare con gentilezza tutti, dovrebbe conoscere le buone maniere o non gliele hanno insegnate? A maggior ragione se consideriamo che ha avuto la fortuna di frequentare le migliori scuole e i salotti buoni dell’economia nazionale.
Non dovrebbe lanciare uno sguardo del tipo “ti piacerebbe eh, venire via con me?” alla commessa sulla porta del negozio che ti sta guardando -io- ma non sai cosa pensa, meschino, altrimenti faresti il giro largo…
Mi sono sentita a disagio per loro, ancora evidentemente ancorati al luogo comune che se guadagno più di te, allora valgo anche più di te, e allora posso dire e fare ciò che voglio. Menti piccole i nostri giovani imprenditori e non sarà certo uno stupido convegno in una ridente località della Riviera ad allargarle e a far si che qualcosa in questo Paese cambi.

Son tutte belle le mamme del mondo…ma anche no…

E poi ci sono le altre mamme, quelle che da quando vedono la fatidica linea rosa sul test, si dimenticano di essere donne, ragazze, femmine. Sono gestanti prima, puerpere subito dopo, mamme dopo poco: pesanti come pietre sempre. Ti viene naturale il dubbio: ma di cosa parlavamo prima che tu scoprissi di essere incinta? No perché non parliamo di nient’altro. Interessanti le tue nausee, da non credere il fatto che hai i piedi gonfi, incredibile le tettone che ti sono venute, ma ti prego, possiamo almeno provare a cambiare discorso per cinque minuti?
C’è un’amica che quando era incinta mi chiamava e mi chiedeva di non parlare della sua pancia, parlavamo di rossetti e scarpe con il tacco, di scemate da ragazze insomma, perché lei fra i corsi pre-parto e le conoscenze fatte in piscina ai corsi per gestanti, passava le giornate a non parlare di altro. Roba da alienate. Però io le foto della sua bella pancia le ho conservate tutte.
Senza cattiveria, ma è come parlare di tacchi con un uomo, o di bistecche con un vegetariano, quindi per tanto che io chiami a raccolta tutta l’empatia di cui sono capace, sulla distanza potrei annoiarmi, ma non per cattiveria, ma perché piuttosto mi rimane difficile farmi coinvolgere, perché son argomenti a me estranei.
Tranquilli, non sono una quarantenne incattivita dal fatto di non avere (ancora) figli, vi giuro che non sono pervasa da sentimenti di invidia o rancore, amo i bambini e sono categoria masterclass come zia, mi diverto con loro e mi piace passare del tempo in loro compagnia, ma con altrettanto piacere poi li riconsegno ai legittimi genitori per tornare a coltivare il mio edonistico “ménage a deux” con mio marito, il quale davanti al legittimo interrogativo “figli sì, figli no” ha così sentenziato: se restiamo in due ci compriamo un coupè e passiamo la vita a viaggiare”, non male come prospettiva, vi pare?
Per carità, io lo dico con molta allegria e affetto, ma credetemi, per una che non è addetta ai lavori parlare di cacche belle o brutte, di tette o non tette, di intolleranze al lattosio e compagnia cantando, ha lo stesso appeal che per un uomo può avere parlare di cere depilatorie. Ammazza l’allegria.
Che ne è rimasto di quelle ragazze piene di entusiasmo che eravate prima di diventare mamme? Dove avete nascosto la vostra allegria e spensieratezza?
Io lo dico sempre a mio marito: se mai diventerò una di quelle donne chiocce che piangono quando spediscono il figlio all’asilo, che rinunciano a tutto in nome del loro essere madri, che diventano maniache dell’igiene, che hanno una crisi di nervi se qualcuno tocca la loro creatura, che sembra non siano capaci di fare più niente di ciò che facevano prima, ecco, se divento tutto questo Luca è autorizzato a farsi un’amante.
Ci sono mamme che passano più tempo a passare e ripassare viso e manine del bimbo con le salviettine umidificate che a mangiarsele di baci quelle manine e quel faccino…mamme che invocano il silenzio totale per far dormire l’erede, mamme che si stracciano le vesti al minimo accenno di pianto, mamme che si trasformano in scudi umani se incrociano un cane innocuo, mamme che si votano ad una vita claustrale fino al compimento del diciottesimo anno di età del figlio, anno in cui lui andrà per la sua strada mandandovi a spigolare.
State calme, riavvolgete il nastro e tornate a ciò che eravate: i bimbi si abituano a tutto se li allenate poco alla volta.
Siete mamme non schiave vittime di un tiranno che si fa la pipì addosso, e poi una riflessione: o siete tendenti al melò voi che arrancate, o hanno i super poteri quelle che cavalcano l’onda della maternità con il sorriso sulle labbra e che magari approfittano dello stop al lavoro dovuto dalla maternità per scoprire nuovi hobby: un’amica ha aperto un blog molto carino, un’altra si è ri-data alla pittura, un’altra è diventata una bio-cuoca provetta. Insomma si può fare, basta organizzarsi.
Un pizzico di sano egoismo non farà di voi una madre indegna, anzi…
E ricordate ai papà che c’erano anche loro quando avete concepito il vostro erede (e si sono pure divertiti a farlo), quindi mettete a tacere i sensi di colpa e mollategli l’adorata creatura, farà bene a lui, a vostro figlio e a voi.
Lasciate che si arrangino e che trovino il loro equilibrio, e voi fatevi una bella battuta di shopping con un’amica come ai vecchi tempi, prendetevi un aperitivo insieme e parlate di sciocchezze, ma con calma e senza guardare il cellulare ogni cinque minuti, si arrangeranno loro e sopravviverete voi.
Garantito.

Son tutte belle le mamme del mondo…ma una di più!

Avevo in mente altro da scrivere oggi…ma poi un’altra idea si è fatta strada nella mia testa ed ecco qua.
Oggi si parla di mamme.
Mamme di oggi, amiche, conoscenti e anche semplici passanti, tutte ma proprio tutte hanno in loro personale approccio alla maternità, e fra queste ce n’è una in particolare che adoro. Ecco se un giorno sarò mamma, io voglio essere come lei.
Sorridente e serena, leggera ma non frivola , ha accolto prima la sua gravidanza e poi il suo essere mamma con una naturalezza meravigliosa. Come dovrebbe essere. Nulla la fermava quando era incinta e niente la ferma ora che sua figlia ha quasi un anno. Il giorno prima del parto era al mare che sguazzava come una balenottera felice e tre giorni dopo il parto era a prendersi un aperitivo con carrozzina al seguito, marito adorante e amici entusiasti per la nuova arrivata.
Non ho mai mai mai sentito questa ragazza lamentarsi per una notte insonne, o per una colica della piccola, non ho mai percepito in lei la fatica che l’essere mamma sicuramente comporta, non si è mai isolata nel microcosmo “mamma e figlio”. Così tanta serenità non poteva far altro che ricadere generosamente sulla figlia che è infatti la creaturina più adorabile che io abbia mai visto. Un folletto sorridente e giocoso, che sin da piccolissima ha imparato a interagire con gli adulti, e a far parte del gruppo, senza timore. Questa bimba non piange mai, non fa capricci, è libera di sporcare, sporcarsi, sperimentare, toccare, accarezzare animali, gattonare su qualsiasi superficie, mangiare da sola con le mani anche se pochissimi bocconi raggiungono la bocca, i più finiscono in terra, sulla fronte e sul naso; e con fiducia accetta la mano che le viene tesa per provare a fare i primi passi. Questa bimba non ha paura perché la mamma le ha insegnato a non averne, e perché sa che la mamma c’è. Una bimba sicuramente non viziata ma meravigliosamente felice, che vanta già un curriculum impressionante: ha assistito a conferenze sull’arte, ha già visitato mostre e palazzi antichi, ha già dormito fuori casa da sola, ha assistito a concerti (grandiosa l’idea delle cuffie insonorizzanti), esce la sera e non si fa menate tipo l’esigenza del silenzio totale per dormire o che bisogna correre a casa per mangiare.
E la mamma? Secondo me la sua marcia in più è vivere questa maternità come completamento della sua vita e non come esperienza totalizzante, esce e vede gli amici esattamente come prima, dipinge e crea piccoli capolavori proprio come prima, si organizza con la nonna “posteggia” la figlia e va a farsi una corsetta sul lungofiume, e se la nonna non può, nessun problema, mette la piccola nel passeggino e sul lungofiume ci si va insieme. Con il papà sembrano ancora due piccioncini e sono bravissimi a ritagliarsi i loro spazi senza sensi di colpa, e soprattutto continuano a chiamarsi per nome non mamma e papà anche fra di loro…oltre a essere famiglia, continuano a essere coppia. Bravissimi!
Non sono maniacali nei confronti di questa bimba, quando usciamo tutti insieme questa piccina passa dalle braccia di uno a quelle dell’altro e loro, saggiamente, ne approfittano per tirare il fiato e quando magari si stufa un pochino, le basta sentire la voce o incrociare lo sguardo della mamma e torna il sereno e poi fa dei sorrisi che ti spalancano il cuore, un toccasana per l’anima.
Gibran ha scritto questo passo sul rapporto genitori/figli, ve lo riporto pari pari perché lo trovo bellissimo:

VOI SIETE GLI ARCHI DAI QUALI I VOSTRI FIGLI ,
VIVENTI FRECCE,
SONO SCOCCATI INNANZI.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
e vi tende con la sua potenza affinchè le sue frecce possano
andare veloci e lontano.
Sia gioioso il vostro tendervi nella mano dell’Arciere;
poiché se ama il dardo sfrecciante,
così ama l’arco che saldo rimane.

Questa bimba andrà sicuramente lontano, perché la mamma e il papà con gioia l’hanno consegnata al mondo, e le stanno insegnando che per conoscerlo a fondo questo mondo, un po’ bisogna sporcarsi, ma che è giusto così. E prima lo imparerà, prima imparerà a non averne paura.

Fino a che punto…

Fino a che punto?
Fino a che punto è giusto schiacciare nell’angolo l’avversario più debole?
Finché non vediamo nel suo sguardo la paura più cieca?
Finché non implora pietà?
Fino a che punto è ammissibile infliggere una tortura ad un altro essere vivente?
Quel punto sarà forse quando privato della sua dignità,
obbedirà al nostro volere,
dirà ciò che vogliamo sentirci dire,
farà ciò che vogliamo che faccia?
Oppure quando annegherà in quel lento stillicidio di dolore che noi abbiamo deciso essere per lui la giusta punizione..
Qual’è il limite oltre al quale l’insulto non è più la deflagrazione della propria rabbia,
ma libero esercizio di violenza verbale?
e chi è che traccia la linea di quel limite?
E durante un litigio chi è il più forte?
Colui che alza la voce fino a sovrastare quella dell’interlocutore o chi a bassa voce porta avanti il proprio punto di vista?
È avversario più rispettabile chi serba rancore o chi, una volta fatte le proprie ragioni, torna a sorridere come se niente fosse successo?
Ed è più forte chi consapevole della propria forza umilia, picchia, tortura, insulta un altro essere vivente, o chi accetta silenziosamente un castigo senza colpe?
È più forte il martire o il carnefice?

A Magda prudono le mani

Mi prudono le mani!
Ieri, dopo il post “le bacchettate di Magda” è successo un po’ di tutto…
Mentre da una parte c’erano amici e amiche che ridevano come matti, avendo colto il lato ironico della questione, dall’altro si sono scatenate le ire di chi, senza tanti giri di parole, mi ha appellato con i gentili epiteti di “figa di legno” e “classista” sollevando un gran polverone per poi tirarsi indietro sul più bello.
Allora facciamo una doverosa premessa: questo è un blog per divertirsi, per sorridere e ogni tanto fermarsi a riflettere.
Perché come tutti anche io ho la giornata in cui ho voglia di fare “discorsi seri” (lo metto fra virgolette, perché i miei discorsi seri, sono seri per modo di dire) e la giornata in cui ho voglia di essere leggera e frivola. E ieri era una di queste giornate.
Ci sarà un motivo se una delle mie frasi preferite è “Fly like a butterfly, sting like a bee” ossia, vola come una farfalla, pungi come un’ape, frase celebre di Cassius Clay o Muhammed Ali, se preferite. Essere pungenti non vuol dire essere cattivi, o classisti o snob o fighe di legno, anche se ritengo sia meglio essere fighe di legno, piuttosto che teste del medesimo materiale.
Non l’ho inventato io (magari, sarei ricca!) il giochino delle foto rubate per strada, con i relativi commenti della redazione di moda del periodico femminile di turno, con tanto di pagelle, voti e giudizio finale: promossi o bocciati; ci hanno tirato fuori anche format televisi che hanno avuto e hanno tuttora un certo successo. Quindi…
Non mi piace appiccicare, e chi appiccica, etichette addosso a nessuno, e soprattutto non mi piace chi, protetto dallo schermo del suo pc, si diverte a innescare polemiche, salvo poi darsi alla macchia quando forse si rende conto che la sua polemica altro non è che un inutile esercizio di retorica. Troppo facile, non è roba per me.
Possiamo anche nasconderci dietro a un dito, (io no che non ci sto), ma viviamo in una società dove il come appari, viaggia a braccetto al come sei: pare che nei colloqui per assumere qualcuno, siano i primi cinque minuti a essere determinanti, e probabilmente non avrete nemmeno aperto bocca in quel breve lasso di tempo. A tutti piace essere belli, in ordine e attraenti, sentirsi a proprio agio in ogni situazione, e adesso vi prego non tediatemi con frasi del tipo “ma io lo faccio per piacere a me, mica agli altri” siate onesti…piacere piace a tutti, se ci fanno un complimento sorridiamo, mica ringhiamo “fatti i fatti tuoi” o “comunque ho anche un bellissimo carattere e una personalità debordante”. Dai su, non mentiamo a noi stessi…
Tutti, ma proprio tutti, quando per strada vediamo qualcuno vestito in maniera particolare ci voltiamo a guardarlo, quindi non facciamo gli ipocriti, suvvia dai…non atteggiamoci a censori nei confronti di chi si comporta esattamente come noi stessi, perché così facendo ci mettiamo nella condizione di essere battuti in contropiede, e soprattutto non attribuiamo significati fasulli a ciò che leggiamo per poter così creare la motivazione alla critica, perché chi ha scritto il pezzo in questione sa esattamente cosa voleva o non voleva dire, e quindi con una replica di una riga, forse due, vi metterà a tacere. Ne vale la pena? Io dico di no.
Per concludere, vi riporto pari pari la definizione che il dizionario riporta della parola ironia, forse vi potrà tornare utile:
i-ro-nì-a
dal greco: [eironèia] finzione, dissimulazione, e anche il dire il contrario di ciò che si pensa.
L’ironia è il sistema immunitario della mente. Parlare di qualsiasi argomento in maniera non piana e lineare, ma dissimulata, ridente, con ricchi sottesi e sottintesi genera un automatico sviluppo del pensiero: il comico che sfrutti l’ironia, piuttosto che di-vertire distraendo dal quotidiano, sov-verte e ri-verte, facendo partecipare lo spettatore di una visione altra della realtà, spendibile poi utilmente nella costruzione del proprio punto di vista..
A me sembra una definizione meravigliosa.

Magda e la bilancia: “perché ti hanno inventato?”

Tema pesante oggi…
Senza tanti giri di parole: sono ingrassata. Ebbene sì.
Negli ultimi tre anni ho preso qualcosa come una dozzina di chili, e da scheletrica taglia 40, mi sono ritrovata a essere una bella taglia 44.
Potrei chiudere qui il post emulando Raz Degan: “sono fatti miei” e invece no, voglio andare un po’ a fondo della questione perché, quando parlando o sparlando di una persona, fa più notizia la taglia che porta rispetto a quello che dice e fa, beh cari miei, siamo indietro come le palle dei tori.
Ma andiamo con ordine.
Il 2009 è stato il mio annus horribilis, sintetizzando:
Marzo Aprile: primi accordi di separazione
Maggio: mia mamma scopre di avere un tumore (tranquilli tutto passato)
Giugno: avvocati e accordi finali
Luglio: separazione legale
Settembre: muore mio padre
Ottobre: mi rompo una caviglia, 30 giorni di gesso
Penso sia dunque umano e comprensibile se dopo tutte queste disavventure una persona ne esca fuori un pochino provata, io di mio ho perso per strada una decina di chili, molte notti insonni e qualche tonnellata di mozziconi di sigarette. È stata la mia catarsi.
Poi per fortuna il vento è girato, e a cambiare direzione non è stato solo l’ago della mia bussola, che con gioia suprema ha puntato verso mari più sereni, ma anche quello della bilancia, che man mano che il mio umore si elevava fino a raggiungere la felicità con la F maiuscola, lui saliva…saliva…saliva…
Siccome sono una che non si racconta favole, lo ammetto: sono pigra come un divano, sicuramente se facessi un po’ di sport metterei a tacere le malelingue e pure la salute ne gioverebbe e, il solo zittire le pettegole mi arrecherebbe un piacere tale che la salute ne gioverebbe così in maniera doppia.
Ma tant’è, è più forte di me e sono bravissima ad accampare scuse di ogni tipo pur di non indossare le mie scarpette da corsa – ho dei completi da jogging bellissimi, tutti coordinati e cattivissimi, da vera atleta, ma a me basta sapere che ce li ho per sentirmi tale, non mi serve indossarli… C’è sempre qualcosa di più urgente da fare, sono una donna che lavora io, e il mio tempo è prezioso, tutto diviso fra casa e negozio, come dite? Non sono credibile, eh? Uffa…
E poi sono anche un’incostante, in un primo momento caricata e motivata da nuovi entusiasmi, parto che sembra che devo allenarmi per poter partecipare alla maratona di New York, poi come una supernova piano piano implodo fino a spegnermi in un poco elegante (e tonico) buco nero.
Ho provato anche con l’allenamento domestico comprandomi un set completo di cavigliere di sabbia e il “magic ring”, un attrezzo per il Pilates che se usato come si deve, fa miracoli. Sono partita con una doppia sessione giornaliera, dopo pranzo e dopo cena, mezz’ora di mat work da morire (gli esercizi li so fare sul serio, dovete credermi), motivata dal fatto che dovevo essere in formissima per il matrimonio. Bene, obiettivo raggiunto, brava che sono. Peccato che ora i miei attrezzi giacciono sotto al letto coperti da una coltre di spessa polvere, e non posso spostarli perché potrei uccidere Luca scaricandogli addosso miliardi miliardi e miliardi di acari della polvere. Proprio non posso…vorrei, ma per amore mi sacrifico (ve lo avevo detto che sono brava ad accampare scuse).
Che poi a essere onesti qualche lato positivo ad essere un po’ più in carne c’è, ad esempio, io ho scoperto di avere le guance e che mi stanno pure bene, inoltre qualche molecola di ciccia intelligente è andata a piazzarsi laddove c’era un po’ di miseria, risultato: una taglia in più di reggiseno e zero rughe, tutte stirate e riempite da botox “home made”.
Se poi ci aggiungete pure che qualche amico buongustaio mi dice “ora sì che è bello abbracciarti, non si sbatte più contro a tutte quelle ossa”, e che mio marito mi dice che sono bella così “anche se quando ti ho conosciuto eri un levriero e ora mi sembra di avere un San Bernardo in giro per casa” – l’amore si esprime per vie incomprensibili, alle volte.
Ma quello che più mi piace, e che non c’entra niente con la bilancia, è il mio sguardo che ora se fossi un personaggio di un cartone giapponese, lo disegnerebbero pieno di stelline della felicità, e gli angoli della bocca sono girati all’insù perché sorrido sempre, e la voglia di scrivere, di fare e di mettermi alla prova sono tutti frutti di questo ritrovato entusiasmo.
Mi piace la buona cucina, il buon vino e la buona compagnia, praticamente ho già prenotato il mio appartamento con doppio ingresso: da una parte il girone dei lussuriosi, dall’altra quello dei golosi, e amen…
Ho una bella vita e me la tengo stretta, il girovita di stretto invece, meschino, non ha più niente, e pazienza ce ne faremo una ragione tutti, pettegole e malelingue comprese, che se la cattiveria servisse a bruciare calorie, sarebbero dei grissini, loro.

Cose per cui vale la pena vivere (secondo me)

Anni addietro mi sono trovata ad affrontare un periodo piuttosto duro, roba da maledire il sole quando sorgeva e sperare che la notte non finisse mai. Ancora adesso quando ci ripenso sento quel nodo nello stomaco che rendeva faticoso respirare e la sensazione di essere in trappola, caduta in un pozzo. Fu allora che il mio di allora cognato, che di professione fa lo psicologo, un bel giorno mi ha preso di petto e mi ha detto “così non puoi più andare avanti” e mi ha suggerito di intraprendere un percorso di psicoanalisi.
Non avendo niente da perdere, ho seguito il suo consiglio e devo dire che è stata una delle decisioni migliori che ho preso in tutta la mia vita.
Durante una delle sedute, me ne sono uscita con questa frase “perché vede dottoressa, io non ho nessuna ragione per cui vivere”, lei allora decise di darmi un compito, ossia scrivere un elenco di ciò che avevo e ciò che invece mi mancava. Ai tempi ricordo che feci un elenchino striminzito e intriso di tristezza cosmica, roba che Leopardi al mio confronto era il re della festa.
Voglio provare a farlo ora quell’elenco, a distanza di anni, ora che l’analisi è conclusa, ora che godo dei risultati di quelle sedute così faticose, ora che, dopo essermi smontata pezzo per pezzo, mi sono ricostruita e sono una persona nuova e migliore.
Proviamo. Allora…

“Cose per cui vale la pena vivere”
– il sorriso di mia mamma, che da quando è rimasta vedova ha messo il turbo ed è un esempio per tutti, nemmeno la malattia è riuscita a piegarla. Una donna incredibile.
– mio marito, che al mattino mi guarda con lo sguardo esageratamente trasognato e mi dice che mi adora, e io lo so che mi prende in giro perché al mattino sono peggio del Grinch.
– Tabata, il cane più buono della Terra, la cui dolcezza mi sorprende sempre e mi insegna che alle volte basta una carezza a raddrizzare una giornata storta.
– quella bella sensazione che provo la sera, quando chiudo porte e finestre e so che tutte le persone a me care sono al sicuro e stanno bene.
– fare finta di dormire così che Luca e Tabata vengano a svegliarmi con baci, solletico, zampate, leccate e si comincia la giornata ridendo.
– il panorama mozzafiato che mi fa compagnia mentre vado al lavoro.
– i miei nipoti e mio fratello perché siamo parti dello stesso albero, le mie radici sono anche le loro, io sono loro, loro sono me.
– le mie amiche, che anche se ci vediamo poco, ogni volta è come avere di nuovo vent’anni
– il mare, perché mi fa sentire libera.
– tutto il buono e il bello che scopro ogni giorno in persone sostanzialmente sconosciute. Ascoltarle, parlare con loro anche se spesso parliamo due lingue diverse, ma il suono di una risata è universalmente lo stesso.
– un temporale notturno, che diventa la scusa perfetta per dormire abbracciati.
– un tramonto mozzafiato che mi fa capire che per tanto che l’uomo possa darsi da fare, davanti a Madre Natura resta comunque poca cosa.
– tornare a casa dal lavoro e trovare Luca tutto intento a preparare il mio piatto preferito: spaghetti con le vongole.
– stappare una bottiglia di buon vino e poi fare discorsi senza senso.
– avere il tempo per poter realizzare buona parte dei miei molti sogni.
– nel caso in cui qualcuno Lassù decidesse di buttare uno sguardo verso il basso per vedere che combino, sapere che è orgoglioso di me.
– vivere perché sono fortunata, ho occhi per vedere, orecchie per sentire, bocca per parlare, mani per fare e gambe per andare.
Non mi serve altro.
(A parte un paio di scarpe da favola)
Un sorriso, Magda.

Magda e un sogno nel cassetto

Oggi è una giornata importante, almeno per me.
Dopo le reiterate insistenze di Furio, dopo che lui mi ha regalato il supporto tecnologico per farlo, dopo aver vinto pigrizia e timore, dopo aver scavalcato tutti questi “dopo” e alcuni insidiosi “ma” “se” “poi” sparpagliati da me stessa qua e là, ho finalmente trovato il coraggio per farlo.
Cosa? Direte voi…
Oggi apro il cassetto dei sogni e ne tiro fuori uno, il più cullato, accarezzato e ambizioso di tutti: da oggi comincio a scrivere il mio libro.
Scrivere un libro è un po’ come mettere al mondo un figlio: lo concepisci, lo tieni dentro di te e lo fai crescere, lo nutri e lo alimenti con pensieri, frasi e immagini che ti si formano in testa, ma non sai quando vedrà la luce.
Stamattina andando al lavoro in scooter, tutta presa a guidare canticchiando, la mente correva libera, quando improvvisamente nella testa si è materializzata la frase di inizio, il bandolo della matassa.
Già, perché puoi anche avere tutte le idee in mente, ma se non trovi l’incipit giusto, quelle se ne restano ferme lì: un liquido troppo denso che deve passare attraverso ad un imbuto troppo piccolo e più spingi e forzi le cose e meno ne vieni a capo; te ne stai fermo con la tua barchetta in mezzo ad un mare di parole, ma bisogna saper aspettare l’onda buona per cominciare a navigare, solo allora si può partire e prendere il largo, e stamattina è arrivata.
Non ho idea di quanto tempo ci vorrà, e forse lo leggeranno solo i parenti e gli amici più stretti, con ogni probabilità non passerà alla storia della letteratura e non vincerà nessun premio Strega o Bancarella, ma cavolo, è il mio sogno nel cassetto, l’ho tirato fuori e gli ho dato vita. Il solo pensiero è di per se inebriante.
Non ho idea di come si intitolerà, come per un figlio che prima di dargli un nome lo vuoi guardare negli occhi, io prima devo accarezzarne le pagine, e poi si vedrà, ma già da oggi so con certezza a chi dedicarlo. Sarà una cosa del genere: “a mio papà Pino e a mio marito Luca: se sono come sono la colpa (o il merito) è in gran parte vostra”
Ora mi scuserete, ma devo proprio andare, ho un sacco pieno di parole sulle spalle e delle pagine bianche da riempire.

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Il Vittoriale: Magda, Furio e il Vate

E finalmente: il Vittoriale
Felice, entusiasta e grata a Furio per avermici portata.
Chi mi conosce dai tempi della scuola lo sa, adoro il Decadentismo come periodo storico-letterario, mi piace il Liberty e l’Art nouveau come stile architettonico, ho passato la mia adolescenza a leggere e rileggere i poeti maledetti Buadelaire Rimbaud e Mallarmé e alla maturità ho ubriacato la commissione parlando per mezz’ora buona di D’Annunzio.
La pioggia nel pineto rappresenta per me la Poesia con la P maiuscola, e quando ero più giovane la sapevo tutta a memoria.
La visita della Prioria, la casa di D’Annunzio dura circa mezz’ora, si fa a gruppi di sette persone e entrando nell’ingresso principale si ha la sensazione di varcare uno stargate: tutto è esattamente come se lui fosse stato lì cinque minuti prima del vostro arrivo.
Non trovate geniale il fatto che ci fossero due ingressi? Uno per gli ospiti graditi e uno per quelli non graditi? E che negli anni in cui il Fascismo era al suo apice, lui potesse permettersi di far fare due ore di anticamera a Mussolini, al quale dedicò uno specchio creato per l’occasione, recante questa scritta “Al visitatore: teco porti lo specchio di Narciso? Questo è piombato vetro, o mascheraio. Aggiusta le tue maschere al tuo viso ma pensa che sei vetro contro acciaio” a farla breve, con sapienti giri di parole, ha dato dello sfigato a Mussolini. Adorabile.
Si attribuiva arbitrariamente parentele con Michelangelo e San Francesco e altrettanto arbitrariamente decise che i peccati capitali erano cinque e non sette, in quanto avarizia e lussuria non erano poi così gravi. Un genio.
Talmente ebbro di sè, da far costruire la soglia che conduceva al suo studio privato, l’Officina, in modo tale che il visitatore per entrare dovesse per forza inchinarsi. Amante dei levrieri e delle belle donne, ne ebbe tanti sia degli uno che delle altre, la più famosa delle sue amanti fu Eleonora Duse, cui la Pioggia nel pineto è dedicata, seguita poi da Luisa Baccara.
Girando per la casa non si può non rimanere affascinati dall’atmosfera che vi si respira, ogni singola stanza comunica la personalità di colui che la abitò, le sue manie, le sue fissazioni. Opere d’arte sparse ovunque che lui stesso di dilettava a decorare e modificare, collezioni di ogni tipo, ovunque è un tripudio di stoffe, tappeti, damaschi, cuscini e argenti.
Nella sala da pranzo uno degli oggetti più particolari: una tartaruga il cui carapace è quello appartenuto a una tartaruga regalata al Vate morta per indigestione di tuberose. È stata messa da lui in persona a capotavola come invito alla morigeratezza per gli invitati, e buon appetito. Da notare che la tavola era sempre apparecchiata per undici commensali, come i dodici Apostoli dell’ultima cena, meno uno: Giuda, che D’Annunzio non avrebbe gradito alla sua tavola. Umile e di basso profilo, come si evince visitando la sua stanza da bagno personale, il bagno blu, caratterizzato da ben novecento oggetti e oggettini scelti personalmente da lui in persona: bellissimo.
La cucina pur essendo una delle più moderne dell’epoca ci appare come relativamente spoglia, la spiegazione è semplice: è un locale di servizio, quindi non era un locale che lui frequentava, quindi non si meritava particolari attenzioni estetiche.
Uscendo (a malincuore) dalla Prioria ci si addentra per i giardini del Vittoriale, all’interno dei quali si trova un edificio contenente un Mas 96, acronimo di: Motoscafo Armato Silurante, dal D’Annunzio trasformato nel celeberrimo Memento Audere Semper per rendere omaggio allo spirito bellico dello strumento militare stesso, di cui partecipò al battesimo del fuoco. Un altro motto dannunziano passato alla storia è Habere non haberi (possedere, non essere posseduto), anni fa dovevano diventare due miei tatuaggi, poi visto lo spirito fascistoide di queste frasi, ho desistito…
Un altro omaggio fatto a D’Annunzio dalla Regia Marina per onorare la memoria delle sue imprese è la prua della nave Puglia, perfettamente incastonata all’interno del giardino, messa come se stesse per salpare verso l’Adriatico. A chiudere la parte alta dei giardini troviamo il Mausoleo dove trova sepoltura il Vate e tutti i suoi più stretti collaboratori e amici, una struttura circolare estremamente definita, dove gli unici elementi che spezzano il rigore delle forme sono le statue di quattro levrieri messi in altrettante pose diverse e dinamiche.
Si scende poi nella parte più privata dei giardini, con il laghetto delle danze (una specie di piscina ante litteram) con giochi d’acqua e cascatelle, il cimitero dei cani, un’ala dedicata alla sepoltura dei suoi amati levrieri, l’arengo, il bosco sacro dove D’Annunzio celebrava con i compagni più fedeli i riti commemorativi o iniziatici dell’esperienza di guerra. Sparsi ovunque massi prelevati dai siti dove sono state combattute le battaglie più importanti, fiori e alberi, soprattuto di melograno, tanto caro a D’Annunzio in quanto simbolo di prosperità e ricchezza.
Tutto, ma proprio tutto dentro e fuori trasmette una vera e propria ossessione per il bello, l’affannosa ricerca del dettaglio che lasci tutti a bocca aperta, che susciti il massimo dello stupore, che sia specchio per l’estrema vanità del Poeta, il cui motto più famoso “bisogna fare della propria vita come si fa un’opera d’arte” in questo luogo magnifico sembra rimbalzare in ogni angolo per elevarsi al massimo.
Un posto dove andare, da vedere assolutamente per sognare a occhi aperti, per poter vivere per poche ore il fermento e la passione che si respiravano in Italia all’inizio del Novecento.
Citando ancora una volta D’Annunzio ” La passione in tutto. Desidero le più lievi cose perdutamente, come le più grandi. Non ho mai tregua.”

L’amore ai tempi del… Viagra

Parliamo d’amore….quello vero, quello che fa battere forte il cuore; quell’amore che qui, nella romantica Portofino trova la sua cornice ideale: l’amore che misteriosamente sboccia fra neanche-tanto-arzilli vecchietti e deliziose signorine che se va bene, hanno acquisito da pochissimo il diritto di voto, e da ancor meno tempo, la cittadinanza italiana.
Li riconosci da lontano, lei bellissima svetta su tacchi altissimi, con addosso vestiti firmatissimi e gioielli brillantissimi, tutto issimo insomma. Sguardo fiero e attento su chi va e chi viene, potrebbe sempre innamorarsi improvvisamente di uno che ha la barca…pardon…il cuore, più grande.
Lui il più delle volte ha addosso il classico blazer doppiopetto con i bottoni dorati, un po’ ancien régime, ma sempre elegantissimo, fuma il sigaro e al polso ha l’inequivocabile segno della sua ricchezza: un orologio d’oro grosso come un pendolo a muro. La tiene affettuosamente a braccetto, onde evitare che lei si spezzi una delle sue sottilissime caviglie, già, perché poco importa se hai ai piedi delle preziosissime Louboutin o Jimmy Choo, la Piazzetta di Portofino è fatta tutta di insidiosi ciottolini, che con i tacchi alti non vanno proprio d’accordo, e tutte, ma proprio tutte, assumono l’andatura di un fenicottero ubriaco, e l’unica via di possibile salvezza è aggrapparsi al braccio del proprio cavaliere.
E qui bisogna aprire una parentesi per distinguere le parvenues dalle habituèes: le prime sono quelle che ignare di cosa le aspetta si arrampicano su tacchi altissimi e fanno giocare alla roulette russa i loro malleoli ad ogni passo; le seconde, sono quelle eleganti signore e signorine che si godono il week end al mare con ai piedi semplicissime, comodissime e piattissime ballerine Porselli che sarebbero da danza, ma fa chic indossarle come scarpe comuni, quindi costano una follia durano un giorno, ma garantiscono una perfetta aderenza al suolo, in barba ai ciottoli. Normalmente poi, le seconde guardano le prime con una sorta di sguardo di compatimento, come a dire “tesoro se ti giocherai bene le tue carte potrai anche tu un giorno scendere dagli escort-tacchi”.
Ma torniamo ai nostri piccioncini.
Li vedi scendere in tarda mattinata, le più abili vantano già un prezioso bottino raggranellato nelle boutiques di Via Roma, strada che dal posteggio conduce in Piazzetta, una specie di percorso obbligato, insomma: Hermès, Gucci, Pucci e Dior. Lei sarà un po’ annoiata dietro gli enormi occhiali da sole mentre lui parla di finanza e politica oppure saluta le vecchie glorie del posto “il Puny”, “il Tigre”, “l’Ugo” e “il Pinuccio”… Tutti amici e tutti con l’articolo IL davanti. Prenderanno un aperitivo dal Mariuccia, lei un analcolico alla frutta (deve rimanere lucida) lui uno “champagnino” accompagnato da languidi sguardi da gatta sapientemente dispensati ad arte dalla giovane innamorata.
Il rituale del pranzo è pressoché sempre lo stesso: tavolo riservato, una foglia di lattuga (piccola e scondita, mi raccomando) per lei, mentre lui fa filotto: antipasto, primo, secondo, dolce, caffè, ammazzacaffè (deve tenersi in forze ); lui proverà più volte a fare assaggiare qualcosa alla signorina, ma in risposta otterrà solo degli sguardi di sufficienza e un muso lungo, a meno che….
A meno che lei non abbia rosicchiato la sua lattuga accompagnandola con ampie sorsate di vino, nel qual caso la temperatura salirà e pure la pressione del nostro Romeo perché lei comincerà a stuzzicarlo in tutti i modi il tutto sotto sguardi carichi di invidia (uomini)o di disappunto (donne). E se è vero che tutto ha un prezzo, il pomeriggio potrebbe essere molto caro per il nostro incanutito innamorato.
Il tempo necessario per un rapido giro nelle boutiques della calata, ce ne sono di molto interessanti, e poi via, verso la camera del l’hotel/la barca/ la villa dove il nostro Casanova riscuoterà il suo credito mettendo a rischio per l’ennesima volta le sue coronarie un po’ acciaccate e macchiate di blu.
Finché un giorno la cameriera telefonerà ai di lui figli per dare la notizia ferale… E qui l’universo degli amori impossibili si spacca in due, da una parte le lungimiranti ossia le fanciulle che con mezzi più o meno leciti si sono garantite menzione sul testamento, e dall’altra le sprovvedute ovvero coloro che non sono state abbastanza rapide ad accaparrarsi la loro fetta.
E dopo qualche anno le ritroveremo tutte a passeggio nella solita Piazzetta, le lungimiranti saranno passate al rango di ereditiere, indosseranno scarpe basse, i soliti abiti firmati e i nuovi gioielli di famiglia, le altre saranno aggrappate al braccio di un nuovo fidanzato in blazer doppiopetto blu, con ai piedi i soliti scomodissimi tacchi altissimi.