Magda in love

Non è cambiato niente, eppure niente è più come prima. Vivevamo già come una coppia sposata a tutti gli effetti da anni ormai, ma dal 15 di dicembre qualcosa è cambiato.
Come posso spiegarvi: una consapevolezza nuova, come se la nostra pianta, già robusta, avesse ora una radice in più, e più profonda, in grado di andare a pescare acqua laddove le altre non riescono. Come se la nostra squadra, già vincente, fosse ora ammessa a partecipare alle Olimpiadi. Come se avessimo ora nelle mani l’ingrediente segreto per rendere sublime il nostro già perfetto piatto preferito.
Dirsi “ti amo” è bello, avere il coraggio, soprattutto in questi tempi così volubili, di dirsi “ti amo e ti voglio sposare”, bhe…è una frase che, a sentirsela dire, il cuore prima si gonfia di gioia, e poi fa un salto mortale. Viene richiesto di rispondere con un “sì” o con un “no”, la risposta più corretta, forse, dovrebbe essere “perché”.
Perché mi vuoi sposare, nonostante tu conosca a menadito tutti i miei difetti.
Perché mi vuoi sposare nonostante tu sappia che verranno giorni in cui maledirai questo giorno.
Perché mi vuoi sposare nonostante io stessa qualche volta non mi sopporti.
Perché mi vuoi sposare nonostante entrambi sappiamo che verranno giorni meno romantici di questo, giorni in cui ci sarà da rimboccarsi le maniche e lavorare sodo per portare la nostra barca in un porto sicuro, tu al timone e io alle vele.
Te lo spiego io perché: perché abbiamo scelto laddove esistevano un “tu” ed “io” di sostituirli con un noi, e perché se mai un giorno io non dovessi avere voce, voglio che sia tu e solo tu a parlare per me. Perché l’espressione “per sempre” a noi non fa paura, e chiamarti “mio marito” e non “il mio compagno”, “il mio uomo”, “il mio fidanzato” mi fa stare bene e voglio che tutti lo sappiano.
Perché sposarsi, piaccia o no, è un punto di partenza, non di arrivo e, finché le cose non cambieranno, bisognerà accettarlo, e un conto è subirlo, un altro è esserne consapevolmente felici.
Ti sposo perché voglio essere legata a te con un doppio filo: la scelta e il vincolo. La scelta maturata dal cuore vivendoti accanto; il vincolo, scelto razionalmente, di avere obblighi e diritti ben precisi nei tuoi confronti e di volermene fare carico.
Ecco perché ho accettato di sposarti, e ancora adesso, quando distrattamente l’occhio mi cade sulla mano sinistra, mi stupisco della presenza di quel cerchietto luccicante, e l’assoluta consapevolezza del passo fatto insieme è la perfetta discriminante fra guardare un’onda gigantesca frangersi sulla riva, oppure vedere quella stessa onda arrivare, prendere una tavola e cavalcarla, insieme: O si tocca riva in due, o si finisce fra i suoi flutti, ma sempre e comunque in due.

Isla Magdalena

Condizioni meteo: avversissime
Sveglia: all’alba (per darvi l’idea, la colazione ce la daranno dopo l’escursione)
Umore: alto
Dress code: solito bardamento antifreddo, antiacqua, antitutto. Da notare che questa crociera ci ha indotto a un progressivo imbarbarimento al quale il Perazzo fatica ad adeguarsi… qui si vive in tuta e i cambi d’abito sono ridotti al minimo, sospese le operazioni di trucco e parrucco, una coda e via… Quel liberation!
Da lontano la Isla Magdalena ci appare come un isolotto privo di qualsiasi forma di vegetazione, un faro in cima, e basta. Si vedono migliaia di punti che si muovono goffamente, un sentiero delimitato da corde, qualche cartello di cui, al momento ignoriamo il contenuto, un molo.
Piove, fa freddo e tira pure vento, il mare ha pietà di noi, solo qualche onda un poco più dispettosa delle altre. Ormeggiamo nel pontiletto e senza neanche il tempo di rendersene conto, a pochi passi da noi, migliaia di pinguini ci offrono uno spettacolo meraviglioso. Sono dappertutto e i cartelli di cui prima ignoravano il significato, ci indicano il comportamento che dobbiamo assumere. Prima regola: i pinguini hanno la precedenza, possono arrivare da destra, da sinistra, da sopra, da sotto, da davanti e da dietro, non ha importanza, al loro passaggio il mondo si ferma.
Seconda regola: don’t pet pinguins. Tradotto letteralmente: non fare coccole ai pinguini. Già, perché la tentazione è forte, fortissima, irrinunciabile. Sono bellissimi, e poi colpevoli film come “La marcia dei pinguini” e “Happy feet” ci hanno resi tutti vittime di un transfer emotivo, tale che, portarsi un pinguino a casa sembra quasi normale.
Terza regola: non dare da mangiare ai pinguini. E questa è facile.
E così, nel giro di pochi istanti ci troviamo catapultati in un mondo parallelo dove noi siamo gli ospiti, gli spettatori tollerati dello spettacolo della natura.
Pinguini che se le suonano di santa ragione, pinguini che nelle tane covano le uova, pinguini che difendono le tane dai gabbiani cattivi, mamme pinguino, e, meraviglia delle meraviglie, i cuccioli di pinguino, o pinguinini (nome poco scientifico, ma molto efficace).
Ed è divertente da morire vedere questi esseri alti quaranta centimetri o poco più, rendere immobili al loro passaggio, esseri umani ben più grandi. “Fermi tutti, attraversamento pinguini” e nessuno osa più muovere un passo.
Siamo ormai semi congelati quando arriva il momento di risalire a bordo, giusto il tempo di finire di inzupparsi con gli spruzzi delle onde ed è ora di chiudere le valige. Questa incredibile avventura nella parte più australe del mondo volge al termine.
Next stop: Easter Island

Ghiacciaio Aguila

Devo essere onesta e confessarvi una cosa: raccontarvi la straordinaria esperienza di visitare un ghiacciaio perenne indescrivibile nella sua bellezza, stando comodamente spaparanzata su un lettino a bordo piscina con vista su palme, mare incontaminato e sabbia corallina, ha veramente dell’incredibie e mi rimanda alla straordinarietà del viaggio che stiamo facendo.
Del ghiacciaio si diceva…
Dunque, esattamente una settimana fa ci stavamo bardando di tutto punto per affrontare l’ennesima discesa in gommone per raggiungere il ghiacciaio Aguila. In ordine di vestizione: calzamaglia in microfibra, fuseau termico, doppio calzìno, pantalone impermeabile, canottiera, t-shirt manica lunga, pile, giacca imbottita, sciarpa, guanti, berretto, scarpe, da trekking, giubbotto di salvataggio, zaino. Adunata sul ponte quattro per, come ormai siamo abituati a sentire, “…concordare le operazioni di sbarco”.
Il ghiacciaio si svela poco per volta, via via che la nave procede lenta sullo specchio d’acqua, a nascondere parzialmente la vista un piccolo promontorio che chiude la piccola laguna formata dallo sciogliersi del ghiacciaio, la guida ci ha spiegato che ci sono tracce fossili che dimostrano che chissà quanti anni fa, il ghiacciaio arrivava al mare (si parla di circa un chilometro, tanto per farsi un’idea). E poi senza alcun preavviso, (tipico delle cose più belle non avvisare) eccolo: gli aggettivi che saltano subito in testa sono: bellissimo, imponente, magnifico, ipnotico. Una montagna di ghiaccio, di un bianco abbagliante, con incredibili riflessi blu impossibili da catturare con la macchina fotografica, ci si può solo riempire lo sguardo e poi rinchiuderlo nello scrigno dei ricordi più preziosi. Alla sua destra una grotta che chissà cosa nasconde al suo interno, a sinistra una piccola ma vigorosa cascata che sfocia nella laguna antistante. A noi ci chiedono di restare a una distanza di sicurezza che cerchiamo in tutti i modi di eludere (con qualche inaspettato successo), perché non è raro che pezzi di ghiaccio si stacchino e cadendo in acqua potrebbero generare un’onda anomala, insomma non un bello scenario, anche se….Come bambini al Luna Park Luca e Marcello (la parte maschile della coppia che abbiamo conosciuto) cominciano a saltare nell’inutile speranza che le vibrazioni prodotte dai loro salti possano provocare il temuto e agognato distacco. Vedere due adulti, grandi grossi e vaccinati comportarsi come due ragazzini, mi fa riflettere sul fatto che la facilità di stupirsi e meravigliarsi, tipica dei bambini, in realtà non ci abbandona mai, mi aspetto che da un momento all’altro quei due, comincino anche a saltare in fantomatiche pozzanghere, mentre io mi siedo per terra in silenzio a guardare e Chiara (la parte femminile, vedi sopra) vaga come ipnotizzata.
Scattiamo foto su foto, raccogliamo sassi e conchiglie e il percorso a ritroso sul ciglio della piccola baia per risalire a bordo, avviene in silenzio, tenendosi per mano, sono troppo piena di quella vista meravigliosa e ho paura che se apro bocca, qualche piccolissima sensazione possa evaporare al contatto di quell’atmosfera incantata. Mi volterò spesso a guardare il ghiacciaio e ogni volta vi vedrò qualcosa di diverso: osservando due tagli verticali e paralleli a sinistra del corpo principale vedo i segni degli artigli di un’aquila gigantesca e fantomatica, in alto, dove il bianco del ghiaccio sfiora l’azzurro del cielo, vedo, nelle cime frastagliate e aguzze, le guglie delle torri di un castello incantato, più in basso, degli spuntoni più corti, sembrano formare una mano che intima l’altolà. Mi viene in mente una frase che diceva mio padre: le cose belle bisogna guardarle da lontano. Aveva ragione, come sempre.
Risaliamo a bordo appagati, e domani ci attende un’altra fantastica avventura: Isla Magdalena, e i suoi quarantasettemila pinguini.

Capo Horn

Per non farci mancare niente.
Cabina 410 , la Stella Australis é un nave deliziosa, piccolina, intima e raccolta; ci immaginavamo un’infornata di reduci del Vietnam, quello più informa con una gamba sola e il deambulatore, quando scopriamo con stupore che l’età media si aggira intorno ai 50 anni e la presenza di italiani, come d’abitudine, massiccia. Arrendiamoci, siamo il prezzemolo del mondo.
Un dettaglio che a me ha colpito molto: a bordo siamo, in tutto, ventuno nazioni e quando a cena ci hanno chiesto di cantare “tanti auguri a te” per la più piccola passeggera imbarcata che festeggiava i suoi quattro anno e ognuno l’ha fatto nella propria lingua, beh a me un pochino di pelle d’oca é venuta, ma riconosco anche che è un periodo che io mi commuovo per niente.
Con un piccolo briefing ci introducono, la mitica escursione a “Cabo de Hornos”… bellissima non vedo l’ora, solo un unico vincolo: le condizioni del mare che se sarà troppo agitato, a Cabo de Hornos si incontrano due Oceani, il Pacifico e l’Atlantico, che non sono propriamente come l’Aveto e l’Entella, e se verranno quindi meno le condizioni di sicurezza, il Capitano potrebbe non dare il via alle operazioni di sbarco. Il pensiero non ci sfiora nemmeno.
Detto fatto, ci svegliamo che la nave sembra il battello del Luna Park, si balla che é un piacere, rollio e beccheggio, non manca niente, spruzzi che arrivano fino al quarto ponte, gente attrezzata di tutto punto con tanto di giubbotti di salvataggio di ordinanza indossati ( per lo sbarco sfumato a Capo Horn, non per il mare, che poi vi preoccupate) che vomita in ogni angolo, me compresa. Credo di morire, mai, ribadisco mai, stata così male, sono devastata, a un certo punto crollo. Al risveglio il mare pare essersi dato una regolata, io sto meglio, ma al primo segnale di rollio, mi fiondo in reception e prendere una mitica pastiglietta ( tanto ne hanno a secchiate). Giornata recuperata.
Capo Horn lo vedrò nelle fotografie che ha scattato Luca sul ponte della nave…. Che amarezza.
Altro giro altra corsa, al pomeriggio si sbarca a Baia Wulaia, che sbarcare dalla nave è già tutto un programma: bisogna bardarsi di tutto punto, giacca impermeabile, pantaloni impermeabili, scarpe da trekking, pile, berretto, guanti, triplo,calzino e a concludere l’opera il giubbino di salvataggio: siamo oltremodo ridicoli, ma s’ha da fare, tantovale arrendersi subito. Ci issano sui gommoni con livelli di grazia che oscillano dal pachiderma alla libellula ubriaca, dimenticavo: piove e tira vento. Yuppie!!!
Scopriamo, a nostre spese, che l’escursione definita “livello medio” è in realtà un percorso impervio in salita, reso ancora più ostile dal fango fino alle caviglie, pietre scivolose e pozzanghere. Attraverseremo ponticelli nel bosco veramente deliziosi se non fosse che subito dopo per risalire bisogna letteralmente aggrapparsi a delle funi legate agli alberi e chi non lo fa, semplicemente cade e precipita nel fango.
Alla prima salita ne abbiamo persi tre (i più furbi? Il dubbio ancora, mi tormenta), alla seconda un geniaccio in jeans prende un allungone che a momenti arriva dritto al mare, risultato: fradicio e sporco di fango ovunque. Alle terza pure la guida si è arrotata in terra sbattendo il sedere scolpito a botte di tortellini bolognesi (la nonna emigrata era appunto di Bologna) fatti però a Ushuaia, dettagli. L’umore fra noi sopravvissuti è tuttavia alto, anche quando la guida ci racconta leggende incestuose di fratelli trasformati in picchi perché si sono baciati.. mah.. vai a capire, ciò che lei trova romantico a me fa venire i brividi, sarà una questione di punti di vista, oppure lei, è figlia unica e quindi non sa di cosa parla. Ci mostra e spiega ogni singola fogliolina, ogni singola bacca, ogni singolo tronco d’albero, brava, niente da dire, ma un pochino pesantuccia, però è giovane ed entusiasta, non possiamo deluderla, continuiamo a mostrare un interesse degno delle giovani marmotte… come siamo bravi a fingere. E siamo ancora più bravi a scendere quando scopriamo che ci daranno a scelta, o della cioccolata calda o whiskey on the rocks, sai ci sono ben 2 gradi…
Si torna a bordo, e in quella che ormai ho capito essere la crociera dei personaggi incredibili, vuoi non metterci un “gommonista” (lo so che non esiste questa parola, ma rende, quindi prendetela per buona) cabarettista, che prima finge di aver finito il carburante e lancia un “may-day”, poi finge di raggiungere la nave sbagliata, poi simula una perdita di memoria e, davanti alla nostra, tira dritto, e se la ride che è un piacere. Però è simpatico e quindi ridiamo tutti.
Per concludere l’opera, al rientro per toglierci il fango di dosso ci hanno lavato con la manichetta dell’acqua, quella che hanno usato anche nel film “Rambo”, e poi finalmente raggiungiamo la nostra cabina.
Riscaldati, lavati, asciugati e profumati è arrivato il momento della rivincita morale: aperitivo. Open bar = Birra (sì ma mica una) + patatine + olive + nuovi amici. Un’equazione perfetta.

Ushuaia

Arrivo a Ushuaia credo, il 19 dicembre, forse é martedì…
Lasciamo l’Hotel Madero al mattino presto, ad accompagnarci all’aeroporto un tale che Furio a confronto é un improvvisato: apposito arnese per appendere gli occhiali da vista, apposito appendigiacca agganciato al sedile, apposito porta cellulare. Per caricare le valige fa tre o quattro prove di incastri, ma alla fine partiamo e arriviamo puntuali all’aeroporto di Ezeisa, nel frattempo ci hanno cambiato volo e aeroporto, ma non importa: noi siamo viaggiatori, mica turisti e l’imprevisto non ci fa paura (si si…)
Ci accoglie una fila in-ter-mi-na-bi-le per il check in: un serpentone di persone e bagagli da una parte, i singoli check in point dall’altra, e in mezzo un sorte di Caronte versione hostess che con il supporto di un fogliettino ciancicato in mano, sostanzialmente chiama i viaggiatori per alzata di mano. Un delirio.
La coda però ci permette di guardarci intorno e così parte l’analisi del turista: una ragazza incinta, con un passeggino con un bimbo piccolo dentro, zaino in spalla e una valigia grande più di lei al seguito e non fa una piega, serena e tranquilla aspetta (in tutti i sensi) il suo turno. Caronte quando la vede quasi la sgrida perché non ha usufruito della precedenza cui il suo stato le da diritto, lei sorride come a dire “sono incinta mica storpia”.
Coppia con felpa di Abercrombie uguale, bagaglio a mano uguale, valige nuove: potremmo tranquillamente essere io e Luca, infatti sono italiani, e qui scatta la riflessione numero due: ma perché noi italiani quando dobbiamo prendere un aereo ci vestiamo come se fosse domenica e stessimo per uscire per andare a messa? È un mistero, ma è proprio così.
A seguire: varie umanità che imbarcano qualsiasi cosa, dal generatore di corrente, alla ragazza che sembra tenere in mano un cartone con dentro una pizza da asporto, al nonno con nipote che non si riesce a capire cosa stia trasportando, sta di fatto che manda quasi in tilt l’intero aeroporto. C’è una grossa fetta di ultracentenari che immaginiamo essere i nostri compagni di viaggio in crociera (speriamo di no!), viaggiano da soli o in coppia silenziosi, composti e fieri, nella mia testa ho deciso che sono dei reduci del Vietnam, Marines che ne hanno viste di tutti i colori, stoici e vigorosi, nemmeno l’incedere inesorabile del tempo sembra scalfirli.
Caronte, dopo aver chiamato tutti i passeggeri per tutte le destinazioni del Sud America, finalmente chiama il volo 1878 per Ushuaia, sono le 7.05 il volo parte alle 7.45, noi siamo un poco impazienti, lei non fa una piega… speriamo abbia ragione lei… Al check in ci fermano: eccesso di peso, c’è da pagare la differenza. Perfetto e di quanto sarebbe questa differenza: 2 chili. Due chili??? Ehi, dico a te, brutta idiota di hostess, rischi di farmi perdere un aereo fondamentale, per solo due chili? Ribellarsi é inutile… più che perdere l’aereo, temo il vulcano Luca al mio fianco: potrebbe cominciare a eruttare da un momento all’altro. Difficile mantenere la calma, i minuti passano e noi siamo qui impalati ad aspettare il nostro turno per pagare 50 pesos, circa 4 euro, di peso extra. Ma l’ottimismo, insieme alla calma è la virtù dei forti e nel giro di pochi minuti, siamo a bordo dopo aver superato un controllo documenti surreale, infatti dovevi mettere cintura, passaporto, telefono e iPad, direttamente sul rullo, senza cestini e una volta superata la prova “raggi x” venivano sputati fuori dal rullo e se non eri pronto a raccogliere tutto al volo, (e io non lo ero) si infilavano nei rulletti trasportatori e cadevano inesorabilmente per terra: bam fa il telefono, toc fa l’iPad, frrrrrr fa la cintura che sembra una lasagnetta che esce dalla macchina per far la pasta. Comunque, non è il momento di perdersi in dettagli, arraffo tutto al volo e via… si sale sull’aereo, nel frattempo il vulcano Luca si è spento… Meno male…
A bordo scopriamo che l’aereo farà uno scalo a Trelew, ridente neanche tanto, località turistica argentina, un aeroporto costruito nel nulla: una pista di atterraggio/decollo in pura terra battuta, un container a uso biglietteria/ check in/ dogana/ bar e l’ultimo che esce chiuda la porta.
Lo spuntino che ci propinano a bordo è a dir poco agghiacciante: un box di cartone contenente vari campioni di jung-food, si spazia dai salatini gusto pizza, ai wafer ricoperti di cioccolato, transitando su una merendina drammaticamente dolce, fino a raggiungere le vette del sublime con una barretta all’italianissimo gusto cappuccino… per buttare giù tutto in soccorso viene un succo di frutta all’albicocca. Se a bordo c’erano dei diabetici, li avremo sulla coscienza per sempre. Altra bizzarra abitudine: distribuiscono i box e dopo esattamente cinque minuti cinque, passano a ritirare i vuoti; ho visto gente strafogarsi o nascondere gli snack in tasca e nelle borse pur di non contrariare la giunonica hostess. Dopo lo strafogarsi entra in ballo il sonno comatoso… sarà la glicemia alle stelle, vai a sapere. Dietro di noi una sosia di Sandra Mondaini russa come una locomotiva, al richiamo risponde un vecchietto davanti a noi che sembra un trattore, una signora davanti a me danneggerà irrimediabilmente i miei menischi reclinando senza alcun preavviso il suo sedile. I passeggeri dall’altro lato del corridoio sono più composti: una ragazza non si capisce se dorme o medita, un ragazzo sui trenta è precipitato in coma appoggiando la fronte al sedile di fronte, sarà un risveglio pieno di dolore il suo. Quanto a noi: Carramba che sorpresa! La nostra vicina di sedile è nientemeno che la sosia di Loredana Lecciso, ma la versione simpatica. Proveremo anche a parlare, con risultati improbabili, considerato che il mio esame di spagnolo all’università è stato “se le chiedo – donde estas la salida- cosa le sto chiedendo?” “dove è l’uscita”. Stop. Esame superato.
Però sorridiamo entrambe, lo considero un buon segnale. Atterriamo a Trelew, scendono e salgono alcuni invasati del trekking estremo, e al momento del decollo, tutti belli legati, personale di bordo idem, ma non partiamo. Non capisco… Semplice: un signore sull’ottantina è entrato in toilette esattamente nello stesso istante in cui ci si preparava per il decollo, stoppa tutto, finché lui non esce non si può decollare. Sembra di essere a bordo dell’aereo più pazzo del mondo!
Me ne convinco definitivamente quando scopriamo che l’aeroporto di Ushuaia altro non è che una baita tutta in legno: pavimenti, muri, soffitti tutto legno; un unico ambiente per arrivi e partenze, e per completare il quadro mettiamoci pure il personale che ci lavora vestito come i folletti di Babbo Natale, e voilà, siamo a posto.
Bienvenido a Ushuaia, romanticamente detta “il culo del mondo”.

Il passaporto scomparso

Eppure ce l’avevano detto: Buenos Aires è una città bellissima, cosmopolita, ricca di storia e interessi, MA i turisti sono spesso bersaglio di scippi e furti.
Detto fatto. Stamattina dopo una dormita secolare e una pantagruelica colazione, ci prepariamo per fare il tour della città quando un piccolo dubbio accompagnato da relativo senso di angoscia, si impossessa della sottoscritta: ma dove è il mio passaporto?
A seguire il panico. In rapida successione:
Rovescia la stanza: niente.
Disfa le valige ( tutte): niente.
Corri in reception dove il giorno prima il passaporto è stato registrato, e chiedi aiuto prima in italiano, poi in spagnolo, poi in inglese: niente.
Il passaporto che ieri è entrato in hotel, oggi è sparito…
Cosa si fa? Dopo la crisi isterica intendo….
Luca mi consola: beh, dai, ci rimpatriano e fine dei giochi…
Io al solo pensiero, mi viene da buttarmi nel Rio della Plata e sperare che ci sia in giro qualche coccodrillo affamato e che faccia di me il suo pranzo.
Chiamo in Italia, mi dicono di chiamare subito in ambasciata, chiamo e mi finisce il credito, scendiamo in reception: di quattro non ne fanno uno, aiuto inutile e svogliato. Sequestro un telefono, compongo numeri a caso…mi viene da piangere, sono disperata… E qui arriva in soccorso il primo angelo della giornata ( ce ne saranno tanti, per chi ci crede). Una centralinista del call center dell’ambasciata mi spiega che lei fa partire solo messaggi di aiuto generici e che non c’è nessun operatore che può aiutarmi…messa al corrente della mia situazione ( la parola magica è “viaggio di nozze”) però mi dice di chiamare un certo numero e di non rivelare mai la fonte, qualora qualcuno me l’avesse mai chiesta.
Chiamo…scopro così di aver chiamato la segreteria del Console Italiano dell’Ambasciata italiana. L’angelo numero due mi spiega cosa fare e dove andare, e prova a tranquillizzarmi…su quest’ultima prova fallisce…solo Dio in persona forse poteva riuscirci.
Alle 9, appuntamento in reception con l’angelo numero 3: Aleyandro, la nostra guida per il tour privato della città. Gli raccontiamo i fatti, lui non fa una piega e ci prende per mano.
Primo passo denuncia di furto al commissariato di polizia più vicino all’ambasciata, mette in atto alcuni escamotage per velocizzare il tutto, mi fa da interprete, firma con me, per lui un’illustre sconosciuta, il verbale di denuncia, ci accompagna in Ambasciata con la promessa di,aspettarci fuori ( e lo farà veramente!)
In Ambasciata pare che gli angeli si siano dati appuntamento ( a parte quelli italiani contattati da Buenos Aires, loro avevano finito il turno). Il primo, si attiva in tutti i modi possibili, ma c’è da aspettare un’ora per un nullaosta dall’Italia…e aspettiamo…
Annunciata da una musica celestiale arriva lei, la creatura più meravigliosa del firmamento che dice “facciamole un passaporto nuovo con procedura d’urgenza, l’autorizzo io” e tutti si danno da fare per il mio passaporto nuovo di zecca. Un intero Consolato sta lavorando per me, mi viene da piangere dal sollievo, dalla gioia, dalla gratitudine: ce l’abbiamo fatta.
Mentre stringo tra le mani il mio passaporto ci viene incontro una signora gentile, dice che ci vuole salutare perché ha saputo siamo di Chiavari e lei tanti anni fa ha vissuto a Chiavari in Via Nino Bixio, dietro le lenti degli occhiali si vede che ha gli occhi lucidi.
Usciamo dall’Ambasciata con una strana sensazione addosso: se il nostro viaggio può continuare lo dobbiamo solo a queste persone straordinarie, che uscendo un pochino dal loro ruolo ordinario, hanno messo insieme una squadra fantastica che ha raddrizzato una situazione drammatica nel giro di due ore…da soli non ce l’avremmo mai fatta.
Mi sono rimaste appiccicate addosso le parole del funzionario “per un connazionale in difficoltà, facciamo questo e altro”… Questo ci hanno detto a Buenos Aires, mi domando se in Italia ci avrebbero detto la stessa frase.
Ora andiamo a berci una cerveza e a buttarmi in piscina. Hasta luego.

Qui comincia l’avventura….

Domenica 16 dicembre ore 23 (credo) siamo a Madrid.
Vogliamo parlare di mezzi di trasporto? E parliamone.
Decidiamo per la partenza intelligente. Le condizioni meteo sono critiche? Niente panico, noi raggiungeremo Malpensa in treno, ottenendo così un duplice risultato (perché ogni tanto parlo come Furio? ).
Il primo: non metteremo nessuno per strada in macchina, noi compresi, in modo da non correre rischi inutili.
Il secondo: viaggiamo comodi e tranquilli.
Segnatevi le parole COMODI e TRANQUILLI
Biglietti di prima classe prenotati in congruo anticipo, bene, arriva l’Intercity per Milano Centrale: carrozze di prima classe TUTTE fuori servizio…Assistiamo all’esplodere dell’ira funesta della visonata ( dotata di pelliccia di visone degno di un glorioso ” Vacanze di Natale”, ma di quelli che sbancavano i botteghini n.d.r) signora Delfina, una agguerrita non più giovanissima, che di rinunciare al confort della sua Prima classe non ne vuole sentire parlare, e come risarcimento danni vuole a scelta, o lo scalpo del controllore o, in alternativa, una tartare dei suoi testicoli.
Noi tapini, mesti mesti, occupiamo un posto non nostro in seconda classe e passeremo gran parte del viaggio a ballare il valzer dei posti prenotati ( spostarsi da un posto all’altro in base a chi sale e reclama il suo posto numerato e regolarmente prenotato).
Pare esista una fantomatica carrozza 5 che accoglie tutti i possessori del biglietto di “prima”, sarà soppalcata, o avrà una specie di Stargate, perché altrimenti non si spiega come sia possibile stivare tutta quella gente in una sola carrozza, e tutti quelli che salgono vi vengono prontamente dirottati. Noi, comunque, non ci fidiamo e non abbandoniamo il nostro avamposto con vista sui nostri bagagli.
Arriviamo a Milano Centrale, per raggiungere Malpensa bisogna cambiare e prendere un altro treno che però oggi non circola, causa sciopero personale dell’Orsa; serve un’alternativa e anche piuttosto rapidamente, ma ce la facciamo: si va in pullman.
La sensazione é un po’ quella di essere in balia di questi strani figuri che smistano turisti ignari prima su un pullman poi sul l’altro e il prezzo per il biglietto varia in base al Paese di origine….i,giapponesi a tutt’oggi credo siano quelli che pagano il biglietto più caro, e nessuno sa perché, loro compresi, ma loro si sa, sono educati, sorridono e non protestano.
Raggiungiamo il Terminal 1, totalmente, completamente, assolutamente avvolto nella nebbia più compatta che io abbia mai visto: non c’è niente da dire, sono proprio dei bei posti dove vivere, prima di suicidarsi per la malinconia che ti assale e non ti molla più. Ma bando alle ciance, bisogna partire.
Ci mettiamo in fila per il check-in. Catturano la nostra attenzione una famigliola peruviana con un numero spropositato di bagagli, noi ne abbiamo contati almeno una dozzina e ha fatto fare talmente tanti giri di cellophane a ogni singola valigia da farle perdere ogni sembianza di bagaglio, per tramutarsi ai nostri occhi, in tanti bozzoli di Cocoon. Ridiamo come stupidi al pensiero che”nonna Ataualpa imbozzolata” quando verrà scaricata a destinazione, sarà una bambina, mentre gli stinchi di Luca continuano a essere presi a carrellate dalle “cugine Ataualpa” che, meschine, non hanno capito che per far fermare il carrello bisogna abbassare la maniglia e non scagliarlo addosso alle persone…
Ok. Let’s go, next stop: Madrid. Basta che te lo credi. Siamo già seduti in aereo, motori accesi, hostess in postazione, tutto pronto e…. Buio pesto. Un blackout totale a bordo per guasto a un generatore.Ma niente e nessuno intaccherà il nostro buonumore….forse.
Alla fine partiamo con una mezzoretta di ritardo, ma decolliamo, il clima a bordo é caraibico ( secondo me l’aria condizionata é fuori uso), atterriamo a Madrid in tempo per prendere l’aereo per Buenos Aires, al gate un tizio attira la nostra attenzione, é ubriaco fradicio, completamente boracciado, così lo ha definito la hostess: l’amico si intrufola nel tunnel per salire a bordo, la hostess lo nota, lo richiama indietro, lui la ignora, lei avvisa la sicurezza, la sicurezza sale a bordo e sotto lo sguardo attonito di noi viaggiatori gli intima di scendere, lui si rifiuta, chiamano la Polizia e a quel punto, l’ubriaco si convince a scendere, anche perché erano in quattro e piuttosto determinati.
Non dovrebbe succedere altro, ma nel dubbio ingoio una bella pasticca di valeriana e dormo dieci ore di fila.
Ci vediamo a Buenos Aires.

Le parole che non vi ho detto

A dir la verità io per ieri, mi ero preparata tutta una serie di discorsi e ringraziamenti, frasi per i brindisi, tutte parole che venivano dal cuore, non fosse per il fatto che, ieri, quando era il momento di farli, non me ne sono ricordato nemmeno uno e, in tutta onestá, non avrei retto all’emozione…mi sarei sciolta in una valle di lacrime, trascinandovi tutti i presenti. Meglio cosí.
Provo a recuperare ora.

Dunque, al momento dello scambio degli anelli a Luca avrei voluto dire queste parole ” ti sposo perché ogni giorno mi spingi a essere una persona migliore, perché ami i miei pochi pregi e sopporti con pazienza i miei difetti, perché il mondo non mi fa più paura da quando so di poter contare sulla tua presenza al mio fianco”.

Ai testimoni, più o meno, sono riuscita a dire quello che volevo, miagolando e incespicando nelle sillabe, usando un filino di voce invece del mio solito vocione, peró, dai, alla fine credo che il messaggio sia arrivato.

Alle mie amiche storiche: ” in questi ultimi anni vi ho fatto fare dalle stelle alle stalle andata e ritorno, almeno una decina di volte. Gioie e dolori, a dire il vero più dolori che gioie; mi avete visto smarrita e sconfitta, piangente e furiosa, mi avete visto con una gamba ingessata e provata da una perdita dolorosissima. Vi ho dato un gran lavoro e voi siete state sempre presenti. Oggi brindo a voi e vi comunico ufficialmente che intendo concedervi un periodo di ferie. Cin cin”

A chi non c’era: ” per me ci sei sempre stato quando era importante che ci fossi quindi:ci sei”

A chi poteva esserci, ma non c’era: ” vi siete persi una festa meravigliosa, piena di luci, musica, allegria e amore. Paganini non ripete. Arrangiatevi”

A chi voleva esserci, ma non ha potuto: ” il vostro abbraccio ci é arrivato lo stesso, tutto il bello e buono che ieri ci circondava, aveva anche la vostra voce e il vostro sorriso”

A tutti noi che continuiamo a credere che l’amore sia il motore che fa girare il mondo: ” omnia vincit amor” l’amore vince su tutto.Ci credo cosí tanto che me lo sono pure tatuato su un braccio. Ieri ne ho avuto l’ennesima conferma.

“Posso dare un’occhiata?”

Chi mi conosce lo sa, lavoro a contatto con il pubblico, il lavoro più bello del mondo, ma anche il più snervante, perché unitamente alle cose che vendiamo, ci tocca spesso fare quella che una mia cara amica, omonima nonché collega, chiama “psicologia della domenica”.
Siamo bestie strane, quando entriamo in un negozio pretendiamo il massimo dell’educazione, il sorriso più largo, la simpatia più contagiosa, gentilezza al limite della prostrazione, ma raramente, ripaghiamo con la stessa moneta. E più il negozio è grande, più vasta è la clientela, più la gente, sotto la copertura dell’anonimato, si sente autorizzata a fare quello che gli pare.
E’ dal ’97 che faccio questo lavoro, posso dire di averle viste, se non tutte, quasi: mi è toccato di partecipare ad accoppiamenti furtivi nei camerini (solo con l’udito, si intende) quando lavoravo per un marchio di abbigliamento femminile; mi è toccato placcare la cliente mariuola quando vendevo gioielli in argento, mi è toccato partecipare ad interessanti discussioni circa l’igiene personale quando vendevo scarpe “signorina vengo sabato, perché almeno ho appena fatto il bagno”. Ho sedato liti fra clienti per un ultimo irrinunciabile capo in saldo, son corsa dietro a clienti che il capo, diciamo così, non lo volevano pagare; ho soccorso vecchiette a un passo dal collasso, complice una figlia scema che portava nonna in giro il giorno dello Sbarazzo ( agosto, 100 gradi all’ombra, una densità di cento persone a metro quadro). Ho servito mariti, che con la moglie al telefono, facevano provare il regalo per lei all’amante, e tutti fieri mi strizzavano l’occhietto, e poi ne compravano uno per la cornuta e uno per la concubina “…sa, così non mi sbaglio”.
Ho lanciato parecchi accidenti che, se ne tornano indietro, anche solo la metà, sono una donna morta: a quelli che entrano in negozio facendo finta di non vederti curva con il bastone in mano e il secchio, si fanno un giro minuziosissimo del negozio, e mentre escono, perché tanto questi non comprano, trillano “ooooohhhh, scuuuuuusaaaaaa, non avevo visto che stavi lavando e il pavimento è bagnato”, spaccartelo sulla schiena il bastone, e poi soffocarti con lo straccio, intriso di alcool, e darti fuoco, e poi aspirare le tue ceneri con il Folletto di ordinanza.
Stramaledire per tre o quattro generazioni a venire quelli che, con le luci spente, te e i tuoi colleghi già con giacche e borse addosso, ti chiedono innocenti “ è forse chiuso?” no asino, stiamo aspettando l’autobus…a proposito: È stata dolorosa la lobotomia?
Poi ci sono quelli che pensano che i loro figli/figlie abbiano vinto il premio “pisello d’oro”/”gnagnetta di platino” e invece di prenderli a sberloni li venerano, e, in negozio li guardano mentre si provano le cose (con uno scazzo imbarazzante) con la stessa adorazione con cui io guardavo il poster dei Duran Duran… che pena, e neanche un grazie. Anzi il più delle volte li trattano a pesci in faccia, e te che vorresti intervenire, ma non puoi. Che poi questi sono i bambini, ora cresciuti, che da piccini correvano a destra e a manca, leccavano vetri e imbrattavano specchi, seminavano caos e distruzione in negozio, e i loro genitori, invece che legarli e venderli al migliore offerente come schiavi, li apostrofavano con un “smettila che altrimenti la signora si arrabbia”, ma io non mi arrabbio, io ti compatisco…
E che dire di quelli che fanno i piacioni, quelli che la “commessa è una preda facile”, quelli che tu “serve una mano?” e loro pronti “…e non solo quella”…quanta pazienza che ci vuole.
Ecco ora che sapete cosa realmente ci passa per la testa, quando entrate nei negozi, applicate la stessa regola che io insegno ai colleghi neo-assunti: comportatevi esattamente come vorreste che gli altri si comportassero con voi. Sorridete, parlate, interessatevi realmente a chi avete davanti.
La spocchia, l’ipocrisia, la maleducazione sono terribilmente fuori moda, e vi renderanno indimenticabili. Vostro malgrado.
Chi c’è da servire adesso?

Doveva essere una magnifica serata…

Tu e lui, a lume di candela, cena superba accompagnata da un sublime vino rosso, occhi negli occhi, le mani che si sfiorano, parlare sottovoce ingannando l’attesa facendo una partita a scacchi…un’atmosfera magica se non fosse per un “drindrintanananstocaticatacabumbumsdengsdeng” sparato a tutto volume in mezzo alla sala del ristorante. Aaaaaargh!
Sia chiaro, io adoro i bambini, sono i loro genitori quelli che odio, ferocemente talvolta, come questa volta. Le mamme in particolare.
Già perché spesso laddove pascola un piccolo selvaggio, ad accompagnarlo c’è una madre avente gli stessi requisiti, o debole di mente. Non so cosa sia peggio.
Già perché per chiacchierare meglio con l’amica al tavolo, mammina per far star buona la creatura le ha fatto omaggio del suo cellulare con la suoneria a palla, in modo che la piccola potesse divertirsi con i suoi videogames preferiti e le loro dannatissime musichette.
Le ho provate tutte, dallo sguardo assassino al commento intimidatorio: tutto inutile. Quando i mariti delle due sono rientrati da una lunghissima pausa sigaretta, hanno continuato la loro conversazione in mondo visione ignorando che la scimmietta non solo stava provocando danni semipermanenti ai nostri timpani, ma stava arrecando gli stessi danni, ma di vario genere e natura, anche a se stessa, arrampicandosi su sedie e tavoli. Ci siamo arresi.
Ci siamo alzati, abbiamo chiesto il conto e ce ne siamo andati, con la ferma convinzione che se mai avremo un figlio (anche se forse in due non è così male) a costo di assumere un domatore di leoni, a tavola starà composto, non romperà le scatole a nessuno e la sua presenza in un luogo dovrà stimolare il desiderio di avere figli fra i presenti e non a fissare un appuntamento per la vasectomia.
Per la cronaca: ho pure perso a scacchi e ho dovuto guidare io per tornare a casa. Sgrunt!