Mi presento. Mi chiamo Manuela e, dando un po’ i numeri, la mia vita si può più o meno, sintetizzare così:
-42 anni
-1 marito
-1 ex-marito
-1 cane
-1 mamma
-1 fratello
-10 amici indispensabili
-0 figli
Già zero figli.
“Oooooohhhhh” stupore in sala, bocche e occhi spalancati, la suspence è palpabile “chissà cosa avrà da dirci ora”.
Niente. Non ho figli perché è andata così.
Ho vissuto due vite, una per fortuna la sto ancora vivendo adesso, e spero che sia lunghissima e, in tutte e due le mie vite, gli eventi hanno preso una spiega tale che la voce “figli” nella mia agenda l’ho dovuta spostare tante di quelle volte per continui cambiamenti di programma che, a furia di scrivere, cancellare e riscrivere, dopo un po’ ho smesso di scrivere questa voce a penna (che brutte quelle righe sulla pagina bianca), per una più agevole matita e gomma, e poi dopo la matita, mi sono stufata e ho proprio deciso di non scriverla più.
Senza drammi e tragedie.
Durante il mio primo matrimonio, ero giovane, idealista e romantica, sognavo la famiglia cuore: due cuori, una villetta (la capanna era troppo low profile), un cane e due/tre figli. Le cose sono andate leggermente in maniera diversa: divorzio, villetta venduta, cane in affido congiunto con il mio ex-marito, e mentre tutti scodellavano figli che una padella di pop-corn scoppiettanti sul fuoco fatica a tenere il ritmo delle nascite, io mi leccavo le ferite e, con le scarse energie che avevo e la ancor più scarsa pazienza di cui disponevo (ne avevano abusato un po tutti in quel periodo), mi mettevo all’opera per ricostruirmi una vita e, soprattutto, una nuova identità che mi calzasse un po’ meglio di quella di mogliettina premurosa e mamma dell’anno.
Capirete quindi che, garantirmi una discendenza era l’ultimo dopo l’ultimo dei miei pensieri.
Ho cambiato casa, taglio di capelli, mi sono fatta qualche tatuaggio nuovo, ho sfruttato qualche buona occasione lavorativa che il mio status di “single di rimbalzo” mi ha servito su un piatto d’argento, anche se una deliziosa collega, mi fece notare che, quell’occasione mi era stata offerta proprio perché, cito testualmente “tu sei sola e non hai nessuno che ti aspetta a casa” -deliziosa personcina, vero?E già, lo penso anche io. Ovviamente anche in questo periodo la voce figli era oggettivamente fuori luogo.
E poi con viva e vibrante soddisfazione (l’ho già sentita….) mi sono buttata dentro alla mia nuova vita. E ho incontrato lui, l’amore (vero) della mia vita, anche lui amante dei viaggi, affamato di nuove esperienze, fecondissimo di sogni e ambizioni e curiosità. Abbiamo girato in largo e in lungo il mondo reale e quello dei sogni, abbiamo seminato progetti, dobbiamo scrivere libri e dipingere quadri, abbiamo una lista delle cose da fare lunga qualche metro, e cavolo, non ce ne vogliate a male e non considerateci mostri egoisti ma la voce figli non sappiamo proprio dove scriverla: prima o dopo il giro d’Italia in automobile? o quando torniamo dal nostro viaggio sulla linea dell’Equatore? e poi vogliamo andare a Santiago de Compostela a piedi, e una gravidanza o un bimbo piccolo male si conciliano con ottocento chilometri a piedi con uno zaino in spalla…
E così travolti da questo vortice edonistico, la nostra spinta alla genitorialità si è spenta, anche grazie al panorama sconfortante che fa da scenario al nostro presente. E le primavere alle mie spalle sono diventate quarantadue.
Facciamo un po’ due conti, caro il mio bel figliolo. Se nascessi quest’anno io e tuo padre torneremmo a essere una coppia libera fra…facciamo venticinque anni? Molto bene, io avrei sessantasette anni: una donna anziana, i miei sogni e le mie ossa avrebbero due dita di ruggine sopra, e così, tu, invece di goderti la tua gioventù di giovane aperto e cosmopolita, come avresti tutto il diritto di fare, ti ritroveresti a fare da badante ai tuoi anziani genitori. Riflettici: una galera per tutti, ti pare? Quindi, amiamoci tanto ora, amiamoci a tal punto da lasciarci tutti liberi di correre incontro alla vita che desideriamo; tu hai diritto a una coppia di genitori giovani, brillanti e pieni di energie, e noi valigie grandi e passaporti pieni di timbri. Affare fatto.
Ora resta una cosa da fare. La più complicata.
Ora devo persuadere tutte quelle donne “figli-munite” che una donna può essere paurosamente felice e realizzata anche se non ha un passeggino da spingere. Quelle donne che, quando si immaginano una donna senza figli, la vedono piangente e “a metà”; quelle che “una donna si può sentire realizzata e completa SOLO con la maternità” e, quando parlano delle loro fatiche con una donna che non ha figli, spesso lasciano le frasi a metà e poi con un sospiro, tirano fuori il jolly: tu non puoi capire, tu non hai figli.
Mi va il sangue alla testa. Ma cosa vuol dire “tu non puoi capire”? Non sono mica scema, io posso capire, immaginare, essere empatica, condividere. E gli scenari si moltiplicano.
Potrei anche dire “infatti a me non me ne può fregar di meno delle tue notti insonni e delle tue titaniche fatiche” oppure sei tu, mamma, che non puoi capire che la donna che hai davanti, ha impiegato tante di quelle energie a dare il colpo di reni che l’ha rimessa in piedi, che ora di fatiche non ne vuole più sentire parlare, oppure la donna che hai davanti sta soffrendo le pene dell’inferno perché pur di diventare mamma, venderebbe l’anima sua e quella di suo marito al Diavolo o, molto più verosimilmente, ad un bravo ginecologo che realizzi il suo desiderio. Oppure non è che non può capire, capisce benissimo, ma non può fare molto altro, se non alzare le spalle e dire “sì è vero, non capisco”.
Quindi prendete il vostro “tu non puoi capire” e mettetevelo in tasca e provate poi a tirarlo fuori quando, davanti ad un diabetico azzannerete una succulenta fetta di torta, o davanti ad una persona paralizzata deciderete di elencare i piaceri di una bella e corroborante corsa al parco, o davanti ad un cieco aprirete l’album delle foto della vostra ultima meravigliosa vacanza, o davanti ad una persona presa da mille cose da fare vi ignorerà completamente, e aspettate le reazioni. Potrebbe essere illuminante.
E non rimaneteci troppo male quando troverete che vi risponderà per le rime e, davanti al vostro laconico “tu non puoi capire” vi risponderà con un sereno e sorridente “hai voluto la bicicletta? Mo’ti tocca pedalare per circa vent’anni se sei fortunata” oppure, se lo beccate in una giornata no, potrebbe andarvi peggio, e sentirvi dire “anche tu non puoi capire, io non avrò figli, ma tu non hai neuroni”: che è peggio.
Magda, l’amarone e la turista bionda.
Buon anno, innanzitutto.
Sopravvissuti al Cenonissimo? Spero di sì, e spero che almeno a voi sia stata risparmiata la fatica, fra una portata e l’altra di stare ad ascoltare fiumi, ma che dico fiumi, oceani di baggianate e fuffa, un distillato di qualunquismo.
Si parlava di viaggi, e mentre sorseggiavo un amarone magnifico, mi arriva all’orecchio la stupidaggine numero uno “a New York, per andarci, bisogna spendere ALMENO settemila euro a testa, fra volo e albergo altrimenti tanto vale starsene a casa, fidati di me che ci sono andata una trentina di volte”.
La mia mente, rapita e portata in alto dai meravigliosi sentori di frutta matura e confettura di amarene, ripiomba alla realtà e lo sguardo si sintonizza sulla signora dai lunghi capelli con le mèches che sta sproloquiando a vanvera. Vorrei interromperla e provare a intavolare una conversazione e dirle che forse si sbaglia, ma è talmente presa dal suono della sua voce che, più che ad un dialogo, stiamo assistendo ad un monologo…
Io ce li ho ben presenti gli italiani come lei all’estero, sono quelli a New York mettono a ferro e fuoco Abercrombie & Fitch, quelli che pranzano dal Mac Donald oppure cercano affannosamente un ristorante italiano, quelli che pensano che all’estero, per farsi capire, basti solo parlare in italiano ad alta voce scandendo ogni singola sillaba, e che per salire su un aereo si vestono come per andare ad una serata di gala, griffatissimi da capo a piedi, e poi, una volta spento il segnale di obbligo a stare seduti, con le loro Hogan Interactive, macineranno chilometri e chilometri nei corridoi dell’aereo, disturbando tutti gli altri passeggeri.
L’italianità nella sua veste peggiore.
Vogliono fregare la hostess tenendo lo smartphone acceso, sperando che lei non se ne accorga (e vengono regolarmente beccati), e allora stizziti, si vendicheranno provocandole un attacco di nervi quando, come le nostre eroine cominceranno a servire i pasti con i carrelli che occupano tutto il corridoio per la sua larghezza, loro, i molesti, non potranno esimersi dal fare avanti e indietro per raggiungere chissà chi che è seduto esattamente dalla parte opposta dell’aereo, e le hostess per lasciar loro il passaggio, devono ballare un valzer con il carrello: avanti, indietro, passo a destra, e poi uno a sinistra, e avanti così, musica maestro. Per non parlare poi, del panico che si scatena una volta atterrati, schizzano in piedi pronti a scendere, come se gli avessero messo un petardo sotto al sedere, e parte un clap clap di cappelliere che si aprono, bagagli scaraventati in faccia a sconosciuti, giacche che cadono, spinte e nervosismo, ma ancora prima di tutto questo delirio, la prima cosa che fa l’italiano medio(cre) in aereo, è riaccendere subito il telefono per mandare il prima possibile il fatidico messaggio “siamo atterrati. Stiamo bene”. Ora poi bisogna anche verificare la copertura di rete per il traffico dati, aggiornare la pagina Facebook, mandare una manciata di Whatsup, scattare due selfie in aereo con in secondo piano le hostess che ci guardano come se fossimo tutti dei ritardati mentali. Come riusciamo a essere imbarazzanti talvolta.
In una cosa siamo fenomenali: nello stringere temporanee amicizie, con altri italiani che si trovano in vacanza nello stesso posto dove ci troviamo noi. E addio privacy.
Volevate farvi una vacanzina per rilassarvi e ritrovare un po’ di intimità con la vostra metà? Potete tranquillamente abbandonare l’idea perché ora avete dei nuovi amici con cui condividere il pranzo, la cena, il dopo cena, la siesta post prandiale, le escursioni e, soprattutto, ora avete dei nuovi amici con cui fare a gara a chi la spara più grossa.
“Guarda a Bora Bora, noi ci siamo già stati, ma devi mettere in conto di spendere almeno ottomila euro a testa, altrimenti tanto vale andare in Sardegna” l’altra parte, pronta al rilancio “Pensa noi siamo stati tre, quattro, cinque settimane alle Maldive, e non puoi dire di aver visto il mare vero, finché non ci vai”. 1 a 1 palla al centro.
Da lontano puoi sentire le punte dei fioretti che si toccano, è un duello vero e proprio: “che poi io a dire il vero, più che New York, preferisco Londra: il profumo della metropolitana di Londra è inconfondibile” “eh sì, CARA, hai ragione, ma a New York non puoi non andarci, certo costa un pochino di più che andare a Londra, ma noi cerchiamo di andarci almeno due volte l’anno”. 2 a 1: beccati ‘sta botta di poveraccia e ora torna pure ad annusare l’aria di Londra. Ma loro sono amiche, già, perché questo è un contenzioso tutto al femminile, siamo noi che dobbiamo ostentare, vantare, battere in ricchezza la nostra “nuova amica”, i mariti con ogni probabilità stanno veramente stringendo amicizia da qualche parte, lontano dalle loro mogliettine dolci dolci.
È sempre per questo motivo che noi italiane quando prepariamo le valigie per partire, dobbiamo metterci dentro tutto quello che ci serve per garantire almeno tre cambi d’abito al giorno e, ovviamente, ci portiamo le cose più belle che abbiamo, che poi, se per disgrazia ci perdono i bagagli, ci tocca piangere lacrime di sangue.
Siamo fatti così, non possiamo farci niente.
Ed è per questo motivo che quando io e Luca siamo all’estero cerchiamo di confonderci con gli stranieri, socializzando il meno possibile con i nostri connazionali, perché non ce la faccio a sentire castronerie fotoniche senza rispondere per le rime e, soprattutto, invecchiando, non mi interessa nemmeno più farlo. Ascolto da lontano e osservo, so di passare per una snob formato magnum; ma preferisco snob che smargiassa.
Perché c’è una linea sottile che separa il turista dal viaggiatore, e noi italiani, mi scoccia ammetterlo, siamo tanto turisti e poco viaggiatori. Facciamocene una ragione…e smettiamola di fare l’applauso quando il pilota conclude la manovra di atterraggio…che imbarazzo. Dai sù…
Dash to the finish line: piccoli runners crescono
Inutile tediarvi raccontandovi dei fiumi di ironia spesi sul fatto che per convincermi a correre, Luca mi ha dovuto portare nientemeno che fino a New York, giacché a tutte le proposte di partecipare a corse sul territorio italico, io ho sempre risposto con un gentile, ma secco e irreversibile: No grazie.
E invece eccomi qui, sveglia e arzilla alle sei e mezzo del mattino con il mio pettorale numero 10039.
Il punto di raccolta è nella hall dell’hotel alle sette e mezza di mattina, ad attenderci uno dei ragazzi Terramia, il tour operator specializzato in “turismo sportivo”. Ci presentiamo in perfetta tenuta da gara: maglia ufficiale della “dash to the finish line” ( è il nome della cors che stiamo per fare), scarpette da corsa, pantaloncini e K-way, perché, porcaccia la miseriaccia, viene giù che è un piacere, ma ormai siamo in ballo e ci tocca ballare.
A fare colpo è l’entusiasmo generale, sono tutti gasati che è una meraviglia, gente ha fatto della corsa un vero e proprio stile di vita, e poi ci sono io: l’imbucata alla festa che participerà a questa corsa con un livello di allenamento pressoché pari allo zero assoluto. Non ci posso fare niente se tutte (ma proprio tutte) le volte che stavo per andare a fare una corsetta di allenamento è sempre successo qualcosa per cui ho dovuto rimandare e, rimanda oggi, rimanda domani, eccoci qua, a pochi minuti dallo start.
Premetto che in tenuta sportiva io mi sento a mio agio come un camionista vestito da ballerina, però, devo riconoscere che, correre con davanti al naso il nostro tricolore è stato molto emozionante. Il percorso si snoda così: si parte dal Palazzo dell’ONU e si arriva a Central Park, e ovviamente continua a piovere. Sono contenta, e Luca lo sembra ancora più di me, intorno a noi tante facce sorridenti…vuoi vedere che questi maratoneti hanno trovato veramente l’elisir della felicità? Al microfono una donna bionda, di cui non sono riuscita a scoprire l’identità, ci da la carica con un discorso veramente commovente, e poi finalmente via, si parte.
Siamo in tanti e cominciamo a correre, ma cavoli questa pioggia da proprio fastidio ed è tutto pieno di pozzanghere, in pochi minuti ho i piedi freddi e zuppi, sto per cominciare a lamentarmi quando il mio sguardo viene catturato da una signora molto in là con gli anni che corre con un bastone e ha una scritta sulla gamba: “cancer sucks”…e io mi lamento perché ho i piedi freddi? Punta sul vivo, Comincio a correre, veloce come un siluro, corro, corro, e corro senza mai fermarmi e quando taglio il traguardo (lo stesso che taglieranno domani i Maratoneti, quelli veri) l’emozione è veramente grande.
Lo so che è una corsa piccola piccola, ma per me è stato comunque significativo e con orgoglio mi avvento sul sacchetto ristoro che ci hanno dato a fine corsa: Dio mio, questa mela è la mela più buona del mondo!
Torniamo in hotel sorridendo come bambini e sgranocchiando snack: stiamo bene. Sto bene.
L’unica cosa che non capisco è cosa diavolo hanno da guardare le tre cinesi in ascensore con me…quando arrivo al mio piano e esco dall’ascensore, le sento che si fanno una grossa risata alle mie spalle. L’istinto è quello di tornare indietro, bloccare l’ascensore e dirgliene quattro, ma poi lascio perdere, è stata una mattinata fantastica, che mi frega delle cinesi ridanciane.
Poi entro in camera e la mia immagine riflessa nello specchio dell’anticamera mi fa capire il perché di tanta ilarità: il K-way arancione mi fa assomigliare ad una enorme zucca, e il mio berrettino da corsa ormai fradicio sembra proprio un preservativo male indossato: mio Dio sono ridicolissima.
La domanda che mi tormenterà per il resto della giornata è “come è mai possibile che Luca vestito da corsa è fighissimo, mentre io sembro la sorella pazza di Sbirulino?”
Non affrettatevi a rispondere….non la voglio conoscere la risposta…
Tutti in battello risalendo l’East River
C’è una cosa da fare assolutamente a New York: prendere un battello.
Se poi ne prendete uno di quelli poco turistici, di quelli usati dai newyorkesi, e riuscite a farlo, grazie ad una serie di studiatissime coincidenze, quando il sole tramonta, beh, amici miei, l’esperienza rischia di essere una di quelle indimenticabili…basta che riusciate a fare il biglietto.
Proprio così, perché se l’addetta alla biglietteria è una donnona color del cioccolato più fondente, con unghie lunghissime verde fluorescenti, che parla uno slang strettissimo, mentre voi siete ancora in modalità “the book is on the table”, può diventare difficilissimo riuscire a comprare “due biglietti per la 34esima strada”…ma per fortuna abbiamo dieci dita, e così ce la caviamo, piuttosto penosamente, bisogna ammetterlo, ma quel che conta è il risultato, e noi abbiamo i nostri biglietti. Punto e stop.
Saliamo sul battello dal Pier 12, per risalire l’East River, fino al molo della 34esima strada, sfiorando ad ogni fermata del battello, prima Brooklyn, poi il Queens, mentre sopra le nostre teste sfilano in ordine i ponti di New York, prima il ponte di Brooklyn, poi quello di Manhattan, poi il Williamsburg Bridge, e infine il Queensboro Bridge.
Immersi come siamo in questa atmosfera da perfetta commedia romantica americana, quasi quasi non ci rendiamo conto del meraviglioso skyline che New York ha preparato per noi, uno scenario unico, reso ancora più speciale dalla luce spettacolare che il sole, ormai prossimo al tramonto, ci regala.
Un ricordo molto nitido, io e Luca seduti abbracciati sulle panche del ponte scoperto presi a fantasticare su quella che potrebbe essere la nostra vita newyorkese, e intorno a noi gente che sale e scende, businessmen con la ventiquattr’ore e famiglie al completo che si spostano da un lato all’altro della città. Un vento pazzesco che ci impediva quasi di stare in piedi, e le nostre risate, tante tantissime risate, mezzoretta in tutto, ma una mezz’ora assolutamente perfetta.
Se avete in programma una vacanza a New York, seguite il mio consiglio e prendete questo battello, magari siate un po’ più accorti di me, e controllate di avere la macchina fotografica carica, altrimenti proprio mentre cercate la luce perfetta per lo scatto ancora più perfetto, potreste avere la brutta sorpresa dell’I-phone che letteralmente vi muore in mano, e a quel punto potrete fare affidamento solo alla vostra memoria, cosa molto romantica, ma francamente un vero peccato.
Fidatevi, è un buon consiglio.
New York e le sue ferite: 911 Memorial.
È difficile trovare un attacco adeguato quando devi parlare di New York, la città in cui io, a tutt’oggi, mi trasferirei seduta stante, al volo, senza troppo pensare.
Le hanno dedicato libri, musicals, film di ogni genere, dal più drammatico al più demenziale, da veri e propri capisaldi della storia del cinema, fino a planare ad autentiche stupidate di cui, cinque minuti dopo i titoli di coda, non ricordi nemmeno più il titolo, per non parlare della serie infinita di canzoni, canzoncine e canzonette di cui questa città è l’insindacabile musa ispiratrice.
L’occasione per decidere di passare una settimana di vacanza in questa città quest’anno ce l’ha servita fresca fresca su un piatto d’argento la decisione di Luca di partecipare alla Maratona di New York (tranquilli, di questo ne riparleremo), e allora, pronti, partenza ai posti, via: un bel giro di click su Internet e nel giro di un’ora abbiamo fatto tutto, volo, hotel, ristoranti e per buona misura, pure un concerto jazz. Fantastico.
E allora via, si parte.
Siamo anche riusciti a toglierci lo sfizio di volare con la compagnia aerea Emirates, e di verificare se la qualità promessa è in qualche modo supportata dai fatti e, in effetti, così è stato: poltrone comode, bei film, cibo discreto (che in riferimento ai pasti in aereo, è già tanto) e poi sorpresa delle sorprese: vino, whisky, birra. Tu chiedevi e le hostess sorridenti porgevano. Morale della storia, complice l’aver pasteggiato con un vino bianco bello fresco, sono piombata in un sonno profondo, accorciando il volo di almeno due ore, che male non fa.
E cosi ci ritroviamo a passeggiare lungo la Fifth Avenue alle dieci sera, morti dal sonno, ma con la ferma intenzione di non darla vinta al jet lag che ci vorrebbe già belli immersi nel sonno, anche se io a essere proprio proprio onesti, gliel’avrei data vinta eccome, buttandomi a dormire con ancora addosso la borsa, la giacca e le scarpe. Una stanchezza inenarrabile che il giorno dopo si è trasformata in dramma, quando ho scoperto che il mio inglese dopo un anno di non utilizzo, aveva fatto la ruggine: blocco totale della parola e della comprensione, cervello chiuso a doppia mandata, totalmente incapace di comunicare io, che mi sono sempre pavoneggiata di avere una buona dimestichezza con l’inglese… Disperazione. Fiduciosa attendo gli sviluppi, e che il mio inglese torni serenamente a galla.
Ma non aspettiamo oltre,me immergiamoci nell’atmosfera unica di questa città. L’approccio adottato questa volta, che è la nostra seconda volta, è un po’ diverso dal solito: meno turistico e più calato nella realtà, quindi niente arrampicate fino in cima all’Empire State Building, niente ascensori fantasmagorici per arrivare sulla cima del Rockfeller Center, niente Statua della Libertà e Ellis Island, nessuna foto di rito mentre palpeggio gli attributi del toro di Wall Street, solo una tappa sentiamo assolutamente”necessaria”: Ground Zero. Quattro anni fa era un cantiere a cielo aperto, qualche tempo fa avevamo visto in televisione l’inaugurazione del Memorial, e ora andiamo a verificare con i nostri occhi a che punto stanno veramente le cose. Inutile ribadire un concetto ormai chiaro a tutti: gli americani sono i più bravi di tutti a celebrare, a rendere merito, a tributare onori e glorie a chi in nome della propria nazione, ha immolato la sua esistenza, è tutta la superficie un tempo occupata dalle Torri Gemelle ne è la prova. A svettare sopra le nostre teste c’è la Freedom Tower, il primo grattacielo “parlante”, infatti la sua antenna manda perpetuamente per tutto il giorno il segnale corrispondente alla lettera “N” nell’alfabeto Morse. Ma, a dare il vero pugno nello stomaco sono le due fontane, costruite esattamente in corrispondenza delle fondamenta delle due torri: maestose nella loro totale essenzialità, non c’è nessun elemento decorativo particolare, solo acqua che scorre a ciclo continuo, producendo un suono che ti entra nella testa, e che spezza un silenzio raccolto di tutti coloro che sono in visita, e poi nomi, tanti tantissimi nomi di coloro che hanno perso la vita nell’attentato dell’ 11 settembre, che si rincorrono sulle lastre di pietra che costituiscono le fontane. Qua e là si scorgono dei fiori incastrati nelle lettere di qualche nome, il gesto gentile di un amico o un parente, ma anche, perché no, di un illustre sconosciuto. Esattamente sotto le fontane si trova il museo dedicato all’11 settembre: una ricostruzione molto toccante di tutto ciò che ha rappresentato per New York quel tragico attentato, dalla trave di acciaio deformata dalla fusoliera dell’aereo, al drammatico conto alla rovescia, aggiornato quotidianamente da una signora, che ha scandito il passare del tempo dal giorno dell’attentato al giorno in cui Bin Laden è stato ucciso. Ma non vi tedierò oltre, se volete approfondire www.911memorial.org
Uscendo dal Memorial, ho provato un vero e proprio senso di liberazione, perché immergersi nel dolore di una città intera è qualcosa di veramente tosto, e in ogni area del museo questo dolore viene ribadito e celebrato, fino a diventare angosciante. Abbiamo bisogno di aria e luce, usciamo e ci incamminiamo a piedi, destinazione: vedremo.
Trilogia di Novembre
Ragazzi che mese pazzesco!! Novembre solitamente è un mese da cui non ti aspetti niente, triste per definizione, senza ora legale alle cinque è già buio pesto, l’evento più mondano riportato sul calendario è la Commemorazione dei morti. Se ne sta lì, in mezzo ad un caleidoscopico Ottobre con tutte le sue meravigliose sfumature autunnali ( a novembre poveretti, i colori scoppiettanti di ottobre, sono già tutti belli e scoppiati) e Dicembre, il mese di Natale, degli alberi decorati, dei Babbi Natali appesi alle ringhiere (che sono bruttissimi, ammettiamolo serenamente, sembrano tanti topi d’appartamento mascherati in azione), dei regali e delle mille cene per farsi gli auguri, e poi c’è San Silvestro con le sue lenticchie e lo zampone, e i cotillons e i trenini sghembi perché tutti i vagoni sono belli ubriachi e la locomotiva solitamente, non è da meno. Insomma a Dicembre tutto parla di feste e festeggiamenti, e per quanto questi tempi così incerti ce lo rendano sempre più difficile, noi di rinunciare a festeggiare, non ne vogliamo proprio sapere.
Ma a Novembre non c’è un tubo da festeggiare.
Facciamocene una ragione, ma per la sottoscritta è stato un mese ciccionissimo di avvenimenti, esperienze, sensazioni, alcune gioiose, altre un po’ meno (tanto meno). Insomma, a farla breve, questi trenta giorni mi sono scivolati fra le dita in un batter d’occhio.
“Ma cosa avrà fatto di così speciale la Manu?” Vi starete domandando, o forse no, forse non ve ne frega un tubo, ma io me ve lo dico comunque. Allora, gli eventi cruciali del mio Novembre sono stati:
– una settimana a New York
– essermi immersa nell’atmosfera unica della Maratona più famosa al mondo
– un’inattesa e devastante alluvione che ha reso la mia città in tutto e per tutto simile ad Atlantide, solo che noi tutti non ce lo aspettavamo, e non ci tenevamo nemmeno ad assomigliarle.
Ho riso e ho pianto, mi sono messa alla prova, mi sono lasciata attraversare da emozioni talmente forti e profonde che, dopo il loro passaggio, ho dovuto cambiare per forza il mio punto di vista su alcune cose.
Ho potuto scorgere l’essenza del bello in un viso provato dalla fatica fisica, per poi piombare nel brutto atroce di una città sommersa nel fango; ho scoperto che se voglio e c’è bisogno di una reazione pronta e lucida, il mio corpo e la mia testa sanno attingere a risorse sommerse chissà dove…che a dire il vero già lo sapevo, ma mi è sempre toccato farlo in circostanze difficili, e allora non mi piace ricordarmelo.
Quando ti guardano negli occhi e ti dicono “Manu è successa una cosa brutta, devi essere forte” non c’è un cavolo da essere ottimisti; ma mai mai, dico mai una volta che ti dicessero “Manu è accaduta una cosa fantastica, devi essere forte perché c’è da ammazzarsi dalle risate”. Ecco, mai accaduto, e allora ho sviluppato questa teoria: essere forti, talvolta è una grande fregatura.
Ma non perdiamoci in chiacchiere, vi racconterò del riscatto di questo povero mese e di come, nel bene e nel male, abbia saputo rendersi indimenticabile. Almeno per me.
Ti stavo aspettando, autunno!
Proprio ieri mattina, andando in bicicletta, come ho fatto le prime due pedalate, l’ho sentita nitida e chiara: la carezza dell’autunno. Mi volete far credere che non sapete cosa sia la carezza dell’autunno? Ve lo spiego io, ma a un certo punto capirete che l’avete sentita anche voi moltissime volte.
È l’arietta fresca che vi sveglia la mattina quando mettete il naso fuori di casa, ma non è ancora quello schiaffone micidiale del generale inverno, che quasi quasi vi confonde le idee da tanto è secco e ben assestato. No, l’autunno vi fa un buffetto sulla guancia, come se vi dicesse “vai che è ora, poi fai tardi”, è nella pelle d’oca tenerina di chi ancora non vuole rinunciare alle maniche corte, ma domani lo vedrete con la giacchetta leggera. È nelle guance rosse quando arrivo in centro, nelle mani fredde e, mentre fino a qualche giorno fa, quando mi fermavo mi assaliva un caldo fastidioso e cominciavo a sudare che manco avessi fatto il Giro d’Italia, ora no, ora mi fermo e assaporo in quell’istante in cui l’aria è immobile il piacere confortante del sole che ti scalda un po’ il viso.
È la stagione che rende giustizia a noi creature crepuscolari che rifuggiamo da sempre il solleone, l’abbronzatura a tutti i costi e le domeniche in spiaggia. A noi che il mare preferiamo contemplarlo seduti su una panchina, magari quando è in tempesta, magari con un quaderno e una penna in mano, per provare a catturare i pensieri che, cullati da quelle onde, piano piano affiorano nella mente. È la liberazione dal non doversi più giustificare del perché non te ne frega un accidente di passare le giornate in spiaggia, perché in realtà la consideri una totale perdita di tempo, e l’abbronzatura a tutti i costi è una schiavitù a cui non mi sono mai voluta assoggettare.
Amo i colori di cui si veste la Natura in autunno, e il cielo….avete notato come è mutevole il cielo in autunno? Non ce la fa proprio a rimanere azzurro, macchè…nuvole bianche lo attraversano da ogni dove, poi torna azzurro, poi cambia umore e si veste di grigio, e poi al tramonto si accende di colori infuocati, costringendo anche le nuvole a vestirsi come sarà lui a decidere. Le giornate si accorciano, il sole è ancora dolcemente caldo, ma l’aria fresca ne stempera il calore quando eccessivo, è tutto in perfetto equilibrio in autunno, è una stagione armoniosa, come la primavera, ma è più saggio: ha lasciato all’estate tutte le sue intemperanze, per godersi un più lento e gentile trascorrere delle giornate. È così mentre in estate tutto sembra proteso a un divertimento esagerato, l’autunno sembra inventato apposta per piacevoli e serene chiacchierate davanti ad un bicchiere di un buon vino rosso.
E poi, piano piano e dolcemente ci accompagna fra le braccia dell’inverno, stagione fredda e qualche volta un poco ostile, ma che porta con sè tutte le promesse che si avvereranno con l’arrivo della primavera, sorella gioiosa delle altre stagioni. Perché tutto è un cerchio, il tempo, le stagioni, tutto si rincorre perpetuamente, gioie e dolori si susseguono e quando raggiungono quell’equilibrio perfetto che genera armonia, l’animo attento la può percepire, e il cuore in pace su questo incedere dolce e costante, può proseguire la sua danza.
Pane, farina, fatica e ricordi
“mi mandi un po’ la Manuela che vediamo cosa sa fare”.
Tutto ebbe inizio così, la prima esperienza lavorativa della mia vita, non avevo ancora compiuto quindici anni, promossa a pieni voti con largo anticipo, ma non ero una secchiona, ci tengo a precisarlo: ottimizzavo le mie performances studentesche, facendo in modo di avere tutte le medie fatte, finite e pronte per il 31 maggio, così poi potevo andare a scuola come e quando ne avevo voglia. Era il tacito accordo con i miei, potevo smettere di andare a scuola a fine maggio, però era scontato che fossi promossa, e pure con una buona media. L’essere rimandati, o peggio ancora, la bocciatura, non erano risultati nemmeno da considerare, così era e stop, fine discussione.
L’estate del 1987 fu così l’estate che sancì a pieno titolo il mio ingresso nel mondo del lavoro, anche se solo nei mesi estivi. Mi ritrovai a fare l’aiuto dell’aiuto, dell’aiuto commessa nel panificio di paese, ai tempi ridente località turistica del Tigullio (ma veramente non così per dire), che d’estate moltiplicava a livello esponenziale i suoi abitanti e quindi, per chi voleva, c’era lavoro da vendere, ed era normale per tutti i miei coetanei avere un lavoro estivo.
Il proprietario del panificio era un signore gentilissimo ma di pochissime parole, credo, anzi ne sono certa, che il lavoro notturno ne abbia per sempre modificato il carattere, rendendolo concreto e solido, e di certo non una di quelle persone che si perdono in inutili giri di parole; d’estate entrava in laboratorio alle 10 di sera e lavorava ininterrottamente fino alle 13 dl giorno dopo. Aveva mani grandissime deformate da gesti ripetuti chissà quante volte, erano mani quasi insensibili al calore del forno e delle teglie roventi, ed erano impolverate di farina sempre, anche quando non lavoravano. Erano mani oneste.
E così, perché così andavano le cose, mi ritrovai un lunedì pomeriggio, con un grembiule bianco legato in vita, i capelli raccolti in una coda, dietro il bancone di un panificio, senza sapere che orari avrei fatto, che stipendio avrei preso, che mansioni avrei avuto. Niente, ma tanta era la fiducia che i miei riponevano in Giancarlo (si chiamava così) che non sentirono affatto l’esigenza di chiedere dettagli, che magari, era anche un po’ presuntuoso come atteggiamento, e poi mio fratello lavorava già da qualche stagione nel laboratorio, e questo come garanzia era più che sufficiente. Quanto a me, ero così timida e in soggezione che non avrei osato aprire bocca nemmeno per chiedere aiuto se il negozio stesse andando in fiamme; ai tempi diventato rossa come un pomodoro fino alle orecchie per un nonnulla, mi cominciavano a sudare le mani e la voce diventava tremula e appena percettibile. Avevo la pelle tenera tenera e non immaginavo minimamente i cambiamenti che avrei fato durante i mesi estivi grazie a Giancarlo.
Io non sapevo nemmeno distinguere un panino all’olio da un panino all’acqua, non avevo idea delle proporzioni per fare i vari pesi e la gente mi faceva paura e, cosa non trascurabile, facevo orari veramente tosti: mattina e pomeriggio tutti i santi giorni tranne la domenica pomeriggio, che era libera. Giancarlo mi stuzzicava in tutti i modi, mi prendeva in giro, mi faceva scherzi di ogni tipo e, quando parlavo, faceva finta di non sentire, in modo da obbligarmi ad alzare la voce, vincendo così a poco a poco, la mia timidezza. Mi costringeva ad andare più veloce, facendomi correre a destra e a manca con ogni scusa possibile e quelle mattine che arrivavo in negozio particolarmente assonnata, per regalarmi un dolce risveglio, diciamo così, mi tirava le teglie vuote della focaccia fra i piedi, facendomi si svegliare di colpo, ma anche provocandomi dei sussulti indimenticabili. Ci voleva veramente bene a me e a mio fratello e ci trattava in tutto e per tutto, alla stregua dei suoi figli. Mi ricordo molto nitidamente il giorno in cui mi pagò per il primo mese di lavoro: mi chiamò nel laboratorio e mi fece avvicinare al banco di lavoro e ci appoggiò un foglio che poi scoprì essere la mia prima busta paga, tirò fuori dalla tasca delle banconote e cominciò a contare…cavoli non si fermava mai, e quando la somma delle banconote messe sul bancone coincise con quella indicata sulla busta paga, invece che fermarsi, mi guardò negli occhi e continuò a contare “perché sei stata brava e te lo meriti” e mi fece una carezza sulla guancia con quelle mani gigantesche che ora sapevo essere capaci di dolcezze disarmanti. Guadagnai così il mio primo milione e mezzo di lire, una cifra enorme per l’epoca e anche una divisa nuova di zecca. Avevo superato l’esame, e ora cominciavo pure a rispondere a tono quando mi faceva delle battute, non arrossivo quasi più, e ridevo di gusto quando mi faceva qualche scherzo.
Arrivavo a fine agosto bianca come un cadavere e stanca morta, giusto il tempo per riposarmi un po’ e si tornava a scuola, ma con la mia stupenda cartella rossa della Naj-Oleari, con tutto coordinato dal diario, all’astuccio, ai quaderni…persino la carta con cui fasciavo i libri era perfettamente coordinata. E nessuno a casa osava dire niente, erano soldi miei, guadagnati con fatica e quindi potevo spenderli come meglio volevo. Che soddisfazione.
Così sono passate le estati degli anni delle mie superiori, da aiuto dell’aiuto dell’aiuto commessa, mi sono ritrovata a essere la commessa storica, conoscevo tutti i clienti e le loro abitudini, scherzavo con tutti e ho sempre avuto una parola per ognuno, Giancarlo ormai non faceva più paura, anzi, era il mio “padre lavorativo” e il negozio con il suo laboratorio lo sentivo a tutti gli effetti come la mia seconda casa. Ogni anno a stagione finita giuravo e spergiuravo che sarebbe stata l’ultima, che io di farmi un mazzo così non ne avevo più nessuna voglia, che non avevo ammazzato nessuno per meritarmi una fatica simile, ma poi, vai a sapere perché, l’estate successiva mi veniva spontaneo andare a chiedergli quando dovevo cominciare, lui mi pizzicava la guancia e mi diceva di andare quando “mi sembrava giusto andare” che tanto ormai sapevo come funzionava. Proprio come una famiglia.
E oggi Giancarlo se n’è andato, un altro pezzetto del mio passato si è trasformato in memoria. Gian vivrà nel mio ricordo come la persona che mi ha insegnato la fatica del lavoro, ma anche la soddisfazione che da esso ne deriva, mi ha insegnato lo spirito di sacrificio, ma anche la serenità che si prova dopo una giornata di lavoro, mi ha fatto vincere la mia timidezza quasi patologica e sono assolutamente certa del fatto che, se oggi sono così come sono, una bella fetta di merito va anche a lui, che ventisette anni fa, ha visto qualcosa di buono dietro ad una ragazzina a cui faceva paura praticamente tutto e che quindi si meritava un pizzico di fiducia.
Mi mancherà, e mi mancherà tanto. Lo voglio ricordare così: alle 13, quando il negozio chiudeva lui salutava tutti, si metteva il grembiule sporco sulla spalla, accendeva una sigaretta, metteva due panini dentro ad un sacchetto e si incamminava verso casa con il passo un po’ strascicato dalla stanchezza. Guardandolo così, con le spalle un po’ curve si intuiva tutta la fatica di un mestiere tanto nobile come quello del fornaio. Un lavoro fatto di orari strambi, di notti che diventano giorni e giorni che si spendono dormendo. Le stelle hanno vegliato sul suo lavoro per anni, ora è lui che da più vicino le osserverà, riposandosi.
“Storia di G.” a proposito di SLA
Parliamo un po’ di SLA, vi va?
No, e lo capisco: a nessuno piace parlare di una malattia così brutta e crudele (ammesso e non concesso che esistano malattie belle e gentili….cosa che non credo). Dai, va bene, niente SLA. E allora vi racconto una storia.
La storia di G.
G ha, anno più anno meno, 47 anni, ha una bella casa, una moglie carina e simpatica, un buon lavoro e due figli, un maschio e una femmina. Ha un buon tenore di vita e le preoccupazioni che più o meno abbiamo tutti.
G da un po’ di tempo a questa parte accusa degli strani fastidi ad una gamba, capita che la gamba improvvisamente ceda e lo faccia cadere a terra. Fa alcuni controlli, ma distrattamente, senza pensare ad un problema reale, sono controlli di routine, i soliti esami, sarà solo un po’ stanco, si promette di fare una bella vacanza con la sua famiglia, la prenoterà appena ritira i referti, che tanto si sa, vanno sempre bene. G si sente invincibile e al sicuro, come ognuno di noi.
E invece eccola la doccia gelata che mischia le carte in tavola: signor G, lei è malato di SLA, le sue improvvise cadute sono il chiaro segnale che i primi motoneuroni si sono danneggiati irreversibilmente. E da questo momento in poi non ci sono Santi che tengano, non si torna indietro. Aspettativa di vita dai 3 ai 5 anni, anni in cui motoneurone dopo motoneurone il corpo si ferma, ogni muscolo piano piano si addormenta, rendendo impossibili anche le cose più banali. Il cervello, beh no, il cervello no, lui non c’entra niente con i motoneuroni, lui non si ferma, rimane bello arzillo che è un piacere: ma rimane prigioniero di un corpo immobile.
Benvenuti, questa è la SLA. Gradite forse un cubetto di ghiaccio da mettere nel vostro cocktail di benvenuto? A G gliene sono piovuti in testa una tonnellata quando gli hanno detto come stavano le cose, quindi sono certa che ve ne regalerà volentieri un paio da mettere nel vostro bicchiere, soprattutto a voi che vi state scagliando contro la Ice Bucket Challenge, (per quei due o tre che ancora non sanno cosa sia), l’iniziativa promossa al fine di raccogliere fondi per sostenere la ricerca sulla SLA. In cosa consiste? Ve lo spiego rapidissimamente. Prima si fa una donazione, poi, ci si rovescia addosso una secchiata di cubetti di ghiaccio e acqua gelata; ve la ricordate la doccia gelata piovuta sulla testa a G quando gli hanno comunicato la diagnosi? Ecco il senso della secchiata d’acqua è proprio quello, far capire attraverso un gesto sdrammatizzante, come ci si sente quando quelle tre lettere vengono affibbiate proprio a te. Dopo si sfidano tre amici a fare altrettanto, e avanti Savoia, la catena è iniziata e si va avanti non so fino a quando, ma spero molto a lungo.
L’iniziativa è partita dagli Stati Uniti, dove sono stati raccolti veramente una montagna di dollari, ma si sa, in queste cose gli Americani sono fantastici, i detrattori li definiscono dei bambinoni, in parte è vero perché loro si entusiasmano veramente per queste iniziative, ci credono e ci mettono l’anima. Gli Americani fanno tutto “di più”: Natale è più Natale, mettono luci lucine e lucette anche nei posti più impensabili, il Giorno del Ringraziamento ogni americano che si rispetti tira fuori la sua bandiera e la mette alla finestra, hanno un senso patriottico che noi ci sogniamo e poi quando un americano ti abbraccia lo fa più forte di tutti gli altri. Sotto questo aspetto noi dovremmo imparare un po’ da loro come ci si comporta.
Ma torniamo ai nostri cubetti di ghiaccio.
Grazie ai social network e a internet, la IBC (Ice bucket challenge) ha fatto il giro del mondo e, manco a dirlo, sulla home page di ogni utente Facebook, è tutto un fiorire di secchiate d’acqua. Apriti cielo!
Che la polemica abbia inizio. Si parte da quelli che si scagliano contro lo spreco d’acqua, che poi magari polemizzano dal bordo della loro piscina, o sul lettino di un qualche parco acquatico in giro per il mondo ( l’acqua delle piscine deve essere evidentemente acqua benedetta non passibile di sdegno mediatico), agli idioti che, senza timore di passare per stupidi, si sfidano a prendersi a secchiate, ma soldi non se ne parla, al limite “ci deve pensare lo Stato visto che io già pago le tasse”, a quelli che, con le mani bene chiuse in tasca, criticano la donazione di Tizio “troppo scarsa”, di Caio “la beneficenza si fa in silenzio e nell’anonimato” e di Semproneo “lo fa solo per farsi pubblicità, in realtà non gliene frega un accidente”. Insomma, ce n’è veramente per tutti, nessuno è salvo, però, almeno se ne parla. E anche questo è positivo.
Ma torniamo a G. Vi domanderete chi è G.
G è un amico, io c’ero quando ha conosciuto la ragazza che poi è diventata sua moglie, ed è stato offrendo un cioccolatino a sua moglie (mia cara amica) che ho scoperto che sarebbe diventata mamma del loro primo figlio, sono due delle poche persone che stimo veramente, sempre uniti e complici, ma mai melensi. Concreti e discreti. Già, perché io ufficialmente non so niente, me l’ha confidato un amico comune, fra le lacrime, perché lui ha già perso un amico per colpa di questa malattia.
Storie di amicizie che si accavallano l’una con l’altra, e poi la vera difficoltà: sorridere quando vorresti piangere, ridere quando vorresti capire meglio, parlare del più e del meno, quando in realtà vorresti affrontare l’argomento. Non è facile, ma poi pensi a quali e quante difficoltà dovranno affrontare loro due, e il tuo sforzo per rispettare il loro più che giusto desiderio di normalità, diventa ben poca cosa. G si merita tutto, si merita ogni euro o dollaro che questa iniziativa ha contribuito a raccogliere, e si merita ogni minimo sforzo per trovare una cura. G si merita la dignità a cui ha diritto ogni malato di questo mondo, G si merita la vita che ha progettato per sé e la sua famiglia.
Ho fatto la mia donazione con questo spirito, e non mi interessa se come dicono alcuni, che i soldi raccolti se li mangeranno in buona parte le case farmaceutiche. Dovesse rimanere anche un solo euro utile della mia donazione, magari sarà proprio con un vetrino pagato con quell’euro che, un ricercatore illuminato troverà la cura per G e per tutti gli altri G sparsi in giro per il mondo.
Ben vengano quindi i cubetti di ghiaccio, le docce gelate e i filmati su Facebook, ben venga che se ne parli fino allo sfinimento, perché se se ne parla, la SLA farà sempre meno paura e G e la sua famiglia avranno una speranza in più.
Che si indignino pure coloro che si vogliono indignare, io preferisco aiutare un amico.
E adesso “I challenge you” ma ti risparmio la doccia gelata, mi basta che tu faccia una piccola donazione, basta l’equivalente di un aperitivo per me e G: lo berremo alla tua salute. Ringraziandoti di cuore.
http://www.aisla.it/news.php?id=3197&
“Nera come la notte, dolce come lo zucchero”
Siamo qua, io e lei, io sul divano con il piede fasciato, lei comoda nella sua cuccia super imbottita. Le giornate scorrono lente, non posso fare molto, il piede fa un male cane solo se oso fare qualche passo in più, devo stare ferma. E basta.
Osservo lei, adorabile cagnone di undici anni e mezzo, la guardo e sento molto forte dentro di me la marea ritirarsi per formare l’onda lunga dei ricordi. Il presente indietreggia proprio come il mare, e all’orizzonte la vedo la cresta bianca che si avvicina.
Non ho mai avuto paura delle onde quando il mare era mosso: aspettavo che si avvicinassero alla riva e al momento giusto, ossia quando l’onda si sta per rompere, cominciavo a correrle incontro, prendevo fiato e a testa bassa, mi ci tuffavo dentro. Qualche volta sentivo la punta dei piedi rimanere intrappolata nel ricciolo dell’onda, e soffiando fuori l’aria dal naso inclinavo il capo e con gli occhi aperti vedevo il cielo attraverso lo specchio d’acqua che si faceva sempre più sottile. E all’improvviso le risate dei miei amici, che facevano il bagno insieme a me, rompevano il silenzio del mare visto da sott’acqua.
Era novembre, il 20 novembre 2003, quando a sorpresa mi è stato detto che quella mattina saremmo andati a prendere un cane, una labradorina nera di quattro mesi, rimasta invenduta in quanto ormai aveva superato il periodo in cui i cuccioli sono adorabili e irresistibili….Presa in saldo, a metà prezzo: il miglior affare della mia vita, già perché a distanza di anni, l’investimento iniziale ha fruttato un patrimonio non quantificabile di affetto, ricordi, risate, gioia pura. Perfezione.
Sasha è stata ribattezzata subito Tabata, e ha fatto così il suo ingresso trionfale nella mia vita. Buttandola all’aria e arricchendola all’inverosimile.
Già, perché se non lo vivi non lo puoi capire (quanto odio le frasi fatte…ma tant’è…).
Tabata mi ha fatto capire che la casa super pulita e ordinata pronta per comparire sulle pagine di AD è fichissima, ma vuoi mettere il sorriso che nasce spontaneo sul tuo viso quando nell’ordine perfetto di casa, vedi spuntare pupazzetti, ciabatte e palline? Vuoi mettere il piacere che provi girando la chiave per entrare in casa perché sai che ad attenderti c’è una coda impazzita, due occhi grandi così e un essere pervaso dalla testa alla coda da gioia infinita solo perché sei tornato a casa?
Amo la mia Tabata e il suo odore, perché per me è profumo di casa, conosco e so leggere tutte le sue espressioni al punto che, per ridere, Tabata ha una voce, una vocina inventata da me, con cui interpreto quelli che secondo me sono i suoi pensieri. È un giochino che parla d’amore perché solo chi conosce molto bene me e lei lo può capire e condividere questi dialoghi surreali, e desiderare di farne parte.
Tabata mi ha insegnato la pazienza, il saper aspettare, il gioire delle cose più stupide, e che ci sono momenti così perfetti e pieni di armonia che anche una sola parola è superflua, che alcuni silenzi sono belli così come sono e non c’è bisogno di riempirli a qualsiasi costo.
Mi ha insegnato a saper aspettare, che l’attesa di chi ami è quanto di più dolce ci possa essere, perché sai che la tua attesa non sarà vana. Ti fidi talmente tanto da riporre dentro di lui tutta la tua fiducia, sei disarmato davanti a chi ami, disarmato e senza paura. Questo impari, vivendo con un cane.
Impari a vivere disarmato, a fidarti ciecamente, a essere leale e fedele, e nonostante il fatto che, davanti a questo tripudio di virtù, il mondo intero si dovrebbe mettere in ginocchio, il cane rimane una creatura semplice e docile. Il cuore dei cani è puro, non conosce la malizia dell’inganno, del doppio gioco e della falsità, sono eterni bambini, per un niente fanno gli offesi ma basta una carezza e si dimenticano di tutto, non conoscono il rancore o la vendetta. Percepiscono il tuo dolore e desiderano farne parte, sempre in silenzio, mute presenze che ci accompagnano per troppo poco tempo.
Però bisogna essere onesti, e chi non ha mai desiderato di fare a fettine il proprio cane perché si è mangiato qualcosa di non propriamente edibile ? Io mi ricordo di un paio di occhiali da sole: se lo spedivo alla Ravensburger lo avrebbero inscatolato con su scritto “puzzle da 10.000 pezzi”, e lei che ai tempi avrà avuto neanche due anni, sembrava così fiera del suo operato, proprio non capiva il perché di così tanto fervore da parte mia. Mi guardava e basta, ho capito che l’unica chance che avevo era di farmela passare, tanto ormai il danno era fatto.
Per non parlare di quelle sere che sembra che la pioggia la tirino giù con i secchi, che non metteresti il naso fuori di casa per nessuna ragione al mondo, eppure lui ti guarda pieno di speranze, bisogna uscire, e ciò che per te è drammatico (uscire con la pioggia), per lui è fantastico. Te vedi il diluvio, lui il musical “Singin’in the rain”, ed è del tutto inutile cercare di fargli capire di sbrigarsi, l’adorabile creatura, davanti ad una richiesta di velocizzare i tempi, si bloccherà, con il risultato che tornerete a casa fradici, pronti serviti per una polmonite… Lui dormirà beato asciugato di tutto punto, voi tossendo, starnutendo con 40 di febbre… Ma nemmeno allora riuscirete ad arrabbiarvi con lui.
Tabata è la bontà di cui la mia vita ha bisogno, è l’autorizzazione a rotolarmi sul tappeto, a fare cose stupide, a giocare come se avessi cinque anni. Mi guarda adorante anche se sono impresentabile, e mi serve a ricordare che spesso ci riempiamo la testa di sovrastrutture del tutto superflue. Tabata e tutti gli altri cani, badano all’essenziale, e con le buone o le cattive ad esso ci riconducono.
È che non possiamo immaginarlo, finché non lo viviamo.







