Dice il saggio: se vuoi capire chi sei, devi capire da dove provieni.
Quindi oggi si parla di genitori, una in particolare: la mia mamma.
Ce l’avete presente il film “il favoloso mondo di Amélie”? Ecco, mia mamma è Amélie da anziana.
Creatura dal candore e bontà d’animo quasi imbarazzanti, lei non molla mai: sembra debole, in realtà è una roccia.
La sua carta vincente? Il candore. Riesce a dire cose che non perdoneresti a nessuno, ma a lei sì, perché non te le dice per cattiveria, ma perché le escono così e basta. Ciliegie che cadono da un cestino troppo pieno.
Un esempio memorabile: io, le mie amiche Claudia e Nathalie (quest’ultima per mia madre una perfetta sconosciuta) tutte e tre in negozio insieme a fare una vetrina, tutte e tre single, io fresca di separazione, Claudia fresca di convivenza andata male, Nathalie decisamente sfortunata in amore. Mia mamma passa davanti al negozio, ci vede e entra. E partecipa alla nostra conversazione il cui argomento era “relazioni amorose: come trovare un partner sano di mente”, noi tre abbastanza deluse e disincantate, mia mamma, caricata a mille esordisce così:
” care ragazze, lo conoscete quel proverbio che dice così: una donna a 25 anni può scegliere, a 30 deve sbrigarsi e non avere troppe pretese, e a 35 si deve accontentare di chi se la prende”. Grazie mamma, anche io ti voglio bene. Ai tempi avevamo in due più di 35 anni, e Claudia 32-33 anni. Parafrasando mia madre ci ha dato una botta di casi disperati a me, sua figlia, a Claudia, grande amica di sua figlia, e a Nathalie, una perfetta sconosciuta. Roba da tirarle una mannaia nella schiena appena voltava le spalle, e invece siamo rimaste lì basite e incredule….lei senza fare una piega ha salutato e se ne è andata a prendere l’autobus (che per lei sarà sempre e per sempre: la corriera) per andarsene a casa. Noi con gli occhi quasi colmi di lacrime, a un passo dal pianto isterico.
Ne volete ancora uno? Vi accontento.
Settimana scorsa abbiamo ricoverato Merirose (mia mamma per i miei amici si chiama così ) ad Acqui Terme per farsi la protesi al ginocchio. Eravamo in macchina io, lei e Luca, si parlava del destino delle donne della mia famiglia, da parte di padre e, in effetti, le mie cugine fino al terzo grado di parentela, sono quasi tutte singles. Eccola che salta su lei “ovviamente, visto e considerato che te hai fatto per tutte”. Grazie mamma perché mi dipingi e consideri una specie di mantide mangia uomini. Avrei dovuto lanciarla giù dalla macchina in corsa….
La vita l’ha messa tante volte alla prova, ma io ormai ho capito il suo segreto: lei le tempeste non le affronta, ci passa attraverso, con le sue camicette a fiori, gli orecchini di perle e la borsa al braccio. E gli occhi buoni, tanto buoni.
Fosse un cane sarebbe un pacifico Labrador, se fosse un fiore sarebbe….sarebbe….mmhhh….esiste un fiore che non appassisce mai e poi mai? Bhè, se esiste lei sarebbe proprio quello.
La metti in una stanza piena di sconosciuti, stai pur certo che lei in cinque minuti conosce tutti e parla con tutti, avrà mostrato a tutti le foto dei figli, del marito e dei nipoti e ritrovato una vecchia compagna di scuola (le capita sempre, ma quante scuole ha frequentato, mi domando io).
Le piace il vino rosso e lo spritz con l’Aperol, e a me piace lei dopo aver bevuto uno dei due, quando è un po’ brilla diventa esilarante e con Luca che le fa da spalla lo spettacolo è assicurato; al nostro matrimonio tutti si ricordano di lei “la signora con la sciarpa turchese” già, perché con nonchalance l’ha sbattuta in faccia a tutti quelli che le sono stati intorno nel raggio di un paio di metri…
Ma a lei le si perdona tutto, perché lei è così.
Con la vedovanza ha scoperto il volontariato, ora è una volontaria AVO, quegli angeli in camice azzurro che fanno compagnia e assistono i malati in ospedale, io la prendo in giro dicendole che la sopportano perché non possono scappare essendo lei assegnata ad un reparto per lungo degenti per la maggior parte allettati, in realtà sono stra stra stra orgogliosa di lei, che quando non è di turno in ospedale tiene corsi di lavoro a maglia perché è bravissima e il suo è uno dei corsi più frequentati. E quando al circolo ACLI dove insegna, organizzano una cena, lei appoggia ferri e gomitoli e inforca mestoli e grembiuli e si mette a cucinare per cento persone. Poi magari noi figli, genero e nuora le chiediamo di farci due ravioli e ci risponde secca che non ne ha voglia, oppure ce li fa dopo mesi dalla nostra richiesta, ma non riusciamo a rimanerci male, ridiamo come stupidi e ci teniamo la voglia di ravioli, o meglio, ce li facciamo e lei si autoinvita a mangiarli.
Quando ero piccina non le assomigliavo per niente, ora noto che con il passare degli anni la somiglianza si fa sempre più evidente, sia fisicamente che nel modo di essere, anche se io, come ogni figlia femmina che si rispetti, nego ogni cosa: io sono figlia di mio padre e stop.
Ma poi quando me la vedo davanti e mi sembra così piccina, che piccina non è per niente (sono io che sono giunonica),mi viene voglia di abbracciarmela tutta e darle tutto quello che la vita non le ha dato (non preoccupatevi, la vita non è stata poi così avara con lei), e farle fare tutto quello che finora non ha fatto: mia mamma non ha mai preso un aereo, e io lo so che lo prenderà con me. Vorrebbe fare una crociera, la faremo insieme e lei starà malissimo perché soffre terribilmente il mal di mare, ma ce la farà e cenerà tutte le sere al tavolo del capitano perché lei, magari confondendolo per un marinaio qualsiasi, (vai a spiegare a mia mamma la differenza fra il capitano e un marinaio: io non ci provo nemmeno) farà subito la sua conoscenza e lui come tutti ne resterà incantato.
Luca ogni tanto me lo dice “hai fatto una faccia che sembravi tua madre”, “ti comporti come tua mamma”, “sei uguale a lei”, “guardo lei e vedo te fra trent’anni” e sapete che c’è? C’è che mentre fino a qualche anno fa avrei negato fino alla morte questa cosa, ora considerato tutte le persone cattive e aride che ci sono in giro, assomigliare alla persona più buona che io conosco e che questa persona sia anche mia mamma, alla fine così male non è, anzi…
Ne sono felice e fiera, molto fiera.
Magda e le “più amite”
Questa è una di quelle storie che comincia con “c’era una volta”.
C’era una volta un gruppo di amiche, sei per la precisione, sei ragazze i cui destini si sono incrociati tutti in modi e tempi diversi, ma come accade per le ricette più azzeccate, l’alchimia è stata subito perfetta e così da quando le loro vite si sono incrociate, non si sono più perse di vista.
La storia dice che due di loro erano amiche già dai tempi dell’asilo, un’amicizia trentennale, forte come la roccia e che non ha mai temuto litigi e arrabbiatura. E siccome l’amicizia, quando è vera, è un sentimento che moltiplica, a queste due amiche se ne sono aggiunte altre: la compagna di università dell’una, la collega di lavoro dell’altra, la compagna della compagna di università della prima e la cognata mancata di una delle due.
Destini e vite completamente diverse, eppure come queste sei ragazze si riunivano, il mondo rimaneva chiuso fuori. Si rideva, si facevano discorsi seri, si consolava il cuore infranto della lasciata di turno, si andava a ballare, o molto semplicemente ci si ritrovava a casa di una e si guardava un film tutte insieme: accampate sul divano e sedute per terra , i cartoni della pizza, e la torta al limone così buona fatta apposta per la serata da una del gruppo.
Una di queste fanciulle, aveva un bimbo, che ai tempi era proprio piccolino e non sapeva dire bene la parola “amica”, a lui infatti veniva fuori “amita” e non si sa come e non si sa perché, ma questo bimbo sapeva che noi eravamo amiche speciali, e quando ci vedeva con la sua mamma, ci chiamava “più amite” e alzava il pollice della mano. Una dolcezza infinita.
Diventare quindi il gruppo delle “più amite” è stato spontaneo e naturale, perché eravamo noi sei affiatate, coese e unite: una forza. Senza di loro io non so come avrei potuto fare a superare il mio brutto periodo di separazione, lutti, e sfighe a vario titolo. Loro erano sempre al mio fianco, ma non perché ci si vedeva sempre, tutt’altro, però sapevo che se avessi mai avuto bisogno di loro mi bastava mandare un sms e il tam tam era immediato. Invidiabile.
La nascita del “più amite- The club” è avvenuta in occasione di una cena prenatalizia: tutte insieme in pizzeria, una sola regola: niente regali. Ma sul finire della serata Simona, la mamma del bimbo che ha dato il nome al nostro gruppo, tira fuori cinque pacchettini. Dentro c’erano cinque blocchetti tutti uguali con in alto la scritta “Più amite – The club” e in basso alla base dei foglietti delle frivolissime scarpine con il tacco. Un regalo magnifico, per molti forse insignificante, per noi estremamente significativo. Alcune di noi si sono commosse mentre altre hanno riso. Correva l’anno 2008.
Poi come spesso accade gli anni passano, le persone crescono e le vite cambiano, ma noi siamo riuscite a crescere standoci vicine: sei linee parallele, che pur non intersecandosi mai, non si sono mai perse di vista, bastava allungare una mano per ritrovarsi.
Quel blocchetto è ancora con me, sono passati cinque anni, eppure lui è dove sono io, ha resistito ad un trasloco, ha fatto il giro del mondo e tutte le vacanze insieme a me, quando cambio borsa lui è il primo a traslocare e quando mi salta in mano vedo le mie amiche e mi assale una tenerezza infinita. Ora ci si vede un pochino meno di frequente però quando mi sono sposata loro erano tutte lì in prima fila, emozionate come me e felici con me e per me; a dire il vero ne mancava una, ma questa è tutta un’altra storia.
Amo queste donne, così diverse l’una dall’altra eppure, come i pezzi di un puzzle, quando si uniscono formano una figura perfettamente coerente e bella, loro vivono in quella parte di me che non teme il passare del tempo e l’annacquarsi dei sentimenti, sono la mia certezza, la consapevolezza di non essere sola.
Mai.
Più amite, The club. E pollici alzati.
Magda e i “se li conosci li eviti”
E dopo il grande successo di “le cose per cui vale la pena vivere” ecco a voi le persone che mi fanno imbestialire…
– quelli che fanno finta di interessarsi a come stai, e quando tu glielo racconti non ti ascoltano, o meglio fanno finta di ascoltare. Con l’aggravante che, se gli dici che va tutto bene, rosicano; e se invece gli dici che va tutto male ci godono all’ennesima potenza.
L’antidoto: anche se state meditando di impiccarvi ad un trave da tanto vi butta male la vita, a loro dite sempre che va tutto alla grande. Che meglio non potrebbe, sempre.
– quelli che fanno i finti alternativi, o finti bohémien, o finti strani, insomma i finti a tutti i costi. La vita è noiosa, l’Italia fa schifo, sognano di scappare all’estero ma poi non si schiodano da qui, Londra è la loro vera casa (autoreferenziali), sono eternamente fuori corso in quanto pieni di hobbies (autoreferziali), vantano amicizie nella sfera omosessuale, come se questo in automatico li facesse apparire più cool (chissà poi perché).
L’antidoto: lasciarli dire, fare, bregare annuire rapiti ai loro discorsi e quando si allontanano togliete pure gli auricolari dell’i-pod.
– gli invidiosi. Brutta categoria, sono tristi e pieni di livore, a loro va sempre tutto male perché sono sfortunati, oppure è colpa del governo, o del vicino di casa, o degli astri celesti in posizione ostile: a farla breve, non è mai colpa loro.
L’antidoto: abbandonarli al loro destino, sono persone troppo negative, alla lunga potrebbero portare rogna.
– quelli che “odio i pettegoli” ma poi sono i primi a sapere tutto di tutti. Sono più felici se possono condividere le altrui disgrazie, piuttosto che le gioie e ovviamente si incavolano come bisce se diventano loro oggetto di gossip.
L’antidoto: non raccontate loro niente di voi, a costo di sembrare degli alienati sociali: qualsiasi cosa voi diciate verrà usata contro di voi.
– quelli che sono “contro” per natura: se fa caldo, hanno freddo. Se si gela, ovviamente loro hanno caldo. Al ristorante tutto il gruppo ordina pesce, sicuro loro ordineranno carne. Se avete una cosa firmata vi apostroferanno con un lapidario “il logo è morto”, se loro hanno una cosa firmata “la marca è una garanzia”. Sono così, non sono cattivi, non lo fanno apposta, gli viene spontaneo.
L’antidoto:galleggiate, non sbilanciatevi, e aspettate che siano loro a fare la prima mossa. Prenderli in contropiede sarà una goduria inenarrabile.
– i cattivi. Perché mi mettono a disagio, perché pur avendo mille difetti, la cattiveria non mi appartiene e quindi ho difficoltà a rapportarmici.
L’antidoto: siccome da un cattivo ti puoi aspettare qualunque cosa, non ci sono antidoti, quindi fate il giro largo ed tenetevi a distanza di sicurezza da loro.
– i finti buoni (che sono più pericolosi dei cattivi veri). Sono persone dall’aspetto mite e tranquillo, sembra che ogni loro azione sia mossa dalle migliori intenzioni e gratuità, in realtà sono sempre finalizzate a qualcosa di personale. Se gli va qualcosa storto, ovviamente, è il mondo che ce l’ha con loro, e non loro che seminano negatività a ogni passo.
L’antidoto: non fatevi ingannare, tenete gli occhi e le orecchie ben aperti e non cadete nella loro trappola di melassa.
– quelli si lamentano sempre. Incapaci di godersi le gioie della vita, vedono sempre il bicchiere mezzo vuoto e sul punto di rovesciarsi. Vivono sullo stesso pianerottolo degli invidiosi, infatti pensano che tu viva una vita straordinaria e non si danno pace di ciò.
L’antidoto: provate a spiegare loro che spesso è solo questione di atteggiamento mentale, ma considerate che potrebbe essere fiato sprecato.
– quelli che si prendono troppo sul serio. Noiosi, pesanti come pietre, malmostosi e acidi. Fatevi una risata, e verificherete di persona che non succede niente di male, un sorriso può veramente cambiare la vostra giornata e quella di chi vi sta intorno.
L’antidoto: continuare per la vostra strada come se niente fosse, magari qualcuno si farà contagiare dalla vostra sanissima allegria. E succeda quel che deve succedere ma non avrete mai la ragazzina eternamente adolescente che vive dentro di me.
E se vi trovate ad avere a che fare con una persona negativa per eccellenza, non abbiate timore e fate come me, usate “l’antidoto degli antidoti”: sono convinta che tutto sia questione di karma, chi vive sereno, rispettando il prossimo, accontentandosi di ciò che ha, cercando di trovare sempre il lato positivo di ogni cosa, facendo le cose con gratuità di intenti senza pretendere nulla in cambio e con il sorriso sulle labbra e nel cuore, sia veramente destinato a vivere una vita felice, ma non perché è miracolato o fortunato, ma semplicemente perché ha seminato bene e con amore.
E ricordate che il male torna sempre indietro, mentre il bene va sempre avanti lasciando dietro di sè una scia di gioia e positività.
I dolori della giovane Magda
Oggi è successa una cosa. Leggevo serena e tranquilla la mia copia fresca di buca delle lettere di Vanity Fair, quando la mia attenzione è stata catturata da una lettera pubblicata sulla pagina di una psicologa che stimo molto: Irene Bernardini.
Una lettera che in apparenza non aveva nessun punto in comune con la mia vita, ma è andata a toccare qualcosa, forse alcune parole usate dalla lettrice, che come le dita allungate su una tastiera sono andate a sfiorare qualche tasto e io mi sono riconosciuta in quelle note. Si parlava di separazione e di quanto sia difficile gestire non tanto i vari stati d’animo che la separazione comporta, ma piuttosto di quanto sia difficile ritrovare un equilibrio che non sia solo apparente, ma reale, necessario per gestire il nuovo assetto.
Metabolizzare una separazione è un percorso lento, chi dice che si è ripreso in un batter d’occhi mente spudoratamente, o mentiva spudoratamente prima, quando era sposato.
Fate questo gioco con me.
Immaginate di investire tutte le energie e risorse vostre e del vostro partner nella costruzione di un grande edificio partendo dalle fondamenta per arrivare al più piccolo dettaglio estetico, tipo le fioriere sui terrazzi. Immaginate ora di traslocare tutta la vostra intera esistenza dentro a questo edificio, immaginate la gioia e soddisfazione nel vedere che le cose crescono e si arricchiscono: pensate di essere quasi arrivati alla meta, ma poi sul più bello, l’edificio comincia a scricchiolare, sempre di più, sempre di più, fino ad arrivare alla decisione finale: bisogna demolirlo. Delusione, dolore, rabbia. Questa può rappresentare la prima fase di una separazione qualsiasi. Poi arriva la seconda parte, quella in cui, secondo me, io e il mio ex marito siamo stati particolarmente bravi: la fase dello smantellamento vero e proprio di quella che è stata la nostra vita insieme.
Passata la fase del dolore acuto, quello ognuno deve gestirselo da solo per conto proprio, e lì sì che a tenerti in vita sono i sentimenti peggiori che un essere umano possa provare; ecco superata questa fase noi due siamo stati di una delicatezza incredibile. Potevamo far saltare per aria il nostro edificio con una esplosione pazzesca, seminando macerie dappertutto in un raggio di mille chilometri, invece no, con calma abbiamo messo tante micro cariche e insieme abbiamo fatto partire il detonatore, un’esplosione controllata, nessun ferito, nessun danno a terzi. Poi ognuno si è raccolto i suoi cocci ed è andato per la sua strada.
Certo che non è stata una cosa veloce, ci sono voluti nove mesi per elaborare la cosa, mesi in cui abbiamo mantenuto noi l’ordine degli psicologi di Genova: ognuno aveva il suo psicologo personale e poi la terapista di coppia, mesi in cui pensavamo di lavorare alla ricostruzione della nostra vita, mentre, del tutto inconsciamente ci stavamo mettendo in forze per la rottura definitiva. Per tornare alla metafora di cui sopra, stavamo cercando le forze, il coraggio e il tempismo per arrivare insieme a mettere le mani sul detonatore e a farlo saltare, anche questa volta insieme. Siamo stati bravissimi nella gestione dei tempi, questo intendo dire, abbiamo saputo aspettare che le cose si sedimentassero e noi avessimo il tempo di riacquisire la lucidità e serenità necessarie per affrontare tutti i passi che una separazione comporta, senza schiamazzi, urli e litigi che intanto non servono a niente.
L’immagine che mi è rimasta in mente siamo io e lui che entriamo sorridenti in tribunale con un avvocato solo per entrambi per firmare la separazione e altrettanto sorridenti usciamo, ma uno ha girato a destra e l’altro a sinistra. Fine.
E da lì è cominciata la ripresa, e secondo me non è nemmeno un caso se nel giro di un po’ di mesi ho incontrato Luca, se l’avessi incrociato prima probabilmente non lo avrei visto in quanto il mio orizzonte era ancora coperto dalle macerie residue, e in tutta onestà non avevo nemmeno voglia di imbastire un rapporto nuovo di zecca; mi sono presa il tempo necessario per fare piazza pulita e ricostruire me stessa, e solo allora ho riconosciuto il suo sguardo. Lo sguardo che amo così tanto.
Il resto è storia nota: il desiderio di non rinunciare alla riconquistata libertà, surclassato dalla voglia di stare con lui, di condividere con lui quanto più tempo e spazio mi fosse possibile. Lui che con calma si è conquistato tutta la mia fiducia sopportando quella che io ora ho capito essere la coda della tempesta: gli sbalzi d’umore, un pianto improvviso, quella sottile malinconia che talvolta mi si dipingeva in viso, e lui saldo come una roccia non si è mai spostato di un millimetro, sempre al mio fianco, anche quando starmi a fianco era tutt’altro che facile.
Quindi, per concludere, in risposta a tutti quelli che quando hanno saputo che mi risposavo hanno commentato più o meno così “Ma chi te lo fa fare?” “Una volta non ti è bastato?” “Bisogna proprio averne voglia”, rispondo che il destino per metà ti capita, ma l’altra metà te la crei, quindi questa seconda chance è stata sì una botta di fortuna in quanto tutto è accaduto in maniera improvvisa e inaspettata, ma anche forse il frutto del buon lavoro svolto prima. Ecco, forse me lo sono anche meritato un uomo come Luca, e in cuor mio sapevo che se avessi saputo aspettare, prima o poi sarebbe arrivato.
Ho avuto fiducia nella vita e sono stata ampiamente ripagata.
Magda vintage.
Vedo i bambini di oggi, quelli intorno ai nove dieci anni, e mi spiace dirlo, ma mi sembrano rimbambiti. Frignoni (e a Roma direbbero pure frEgnoni), viziati, imbranati, ancora totalmente dipendenti dai genitori, uno strazio.
Poi di colpo la mente cambia scenario, e mi viene in mente la mia infanzia, quando alla stessa età di questi marmocchi, io, ma non solo io, TUTTI eravamo decisamente più svegli.
Non avevamo telefonini, computer, consolle per i video game, avevamo una bicicletta, una casa dove spesso si invitavano gli amici e la voce, tanta voce.
Mi ricordo che la prassi era questa: si usciva di casa e si andava a suonare il campanello dell’amico o dell’amica, ma prima ancora del suono del citofono, il nostro arrivo, mio in questo caso, era annunciato da “Stefaniaaaaaaa, scendiiiii!” Urlato a gran voce sotto il suo terrazzo. Tempo un paio di minuti e Stefania, la mia compagna di avventure faceva capolino da dietro il portone. E ci aspettava un lungo pomeriggio di giochi, che erano vere e proprie avventure, tipo, andare a cercare i gattini che le varie micie del quartiere scodellavano qua e là, inventarsi fantomatici passaggi segreti da fare in bicicletta, ci infilavamo nei garage dei vari condomini, affrontando discese, tante volte concluse con ginocchia e gomiti sanguinanti, ma non era un dramma, si risaliva sulle bici, la mia era rossa e quella della Stefy verde, me lo ricordo nitidamente, si andava dai giardinetti dove c’era una fontanella, una passata con l’acqua e via, pronte a ripartire.
Per merenda, andavamo da Berto e Carmen, il negozio di paese, ci facevamo un panino con la mortadella, senza un soldo, solo una frase “ha detto mamma di segnare” e loro tiravano fuori un quaderno e prendevano nota. Era tutto semplice.
Ricordo che capitava spesso che mia mamma mi mandasse a fare la spesa, di anni forse ne avevo anche meno, forse sei, mi scriveva su un foglietto cosa comprare, mi dava i soldi che io mettevo nel mio borsellino di perline rosa con catenella dorata per appenderlo al polso, ed ero felice come non mai perché mi sentivo grande. Tornavo a casa con la sporta della spesa e il mio borsellino con il resto che il più delle volte finiva nel mio salvadanaio come ricompensa.
Per un Natale mi avevano regalato un grembiule come quelli che usava mamma, ma più piccolo, da bimba: rosa con un fiorellino rosso ricamato sulla tasca messa a destra e tutta orlata di pizzo Sangallo, mi piaceva metterlo e aiutare nelle faccende di casa; mi piaceva pulire il bagno e passare la lucidatrice anche se pesava più di me, oppure stirare le cose più semplici, o aiutare in cucina anche se una volta ho sfondato lo sportello del forno perché mi ci ero seduta sopra e saltellavo….non hanno reagito benissimo quella volta i miei genitori, anche perché abbiamo dovuto cambiare la cucina…
Poche regole ma insindacabili, nessuno osava trasgredirle: non dare confidenza agli sconosciuti, e ovviamente non accettare niente da loro. In caso di situazione sospetta raggiungere il primo adulto che passa e spiegare quello che stava accadendo, se non si conosceva nessuno bisognava raggiungere il primo uomo in divisa, fosse stato anche lo spazzino o il prete, per me erano divise e basta.
Se ci lasciavano da soli in casa non dovevamo aprire a nessuno, nel caso suonassero alla porta guardare prima dallo spioncino, se suonavano al citofono dovevamo prima affacciarci dal terrazzo e guardare chi fosse e in caso di viso conosciuto andare a rispondere al citofono, prima di aprire dovevamo avvisare la nostra vicina di casa (la nostra adorata Tata) e con lei aspettavamo l’ospite. Se non si conosceva chi suonava, non si rispondeva, non si apriva e si chiudeva bene la porta mettendo tanto di cricchetto.Io avevo cinque sei anni e mio fratello tre in più, e non avevamo paura di stare da soli in casa, anzi ci faceva sentire più grandi, più forti e più uniti.
A dieci anni prendevo la corriera da sola per andare a Chiavari a fare ginnastica artistica, sapevo che durante il viaggio dovevo stare vicino al bigliettaio o all’autista e non dare confidenza a nessuno, sapevo a che fermata scendere e la strada da fare per arrivare alla palestra; ma non era un dramma, era normale farlo.
Ora non sanno nemmeno andare in bagno da soli..
A tavola si stava composti e si mangiava tutto quello che ci veniva messo sotto al naso, i capricci erano proibiti (certe sberle…) e finito di pranzare si aiutava a sparecchiare, riordinare la cucina (odiavo asciugare i piatti, le posate e le pentole) e si faceva il caffè per papà, con la moka, perché le macchinette espresso ai tempi erano roba da ricchi.
Se si andava in giro per negozi si stava vicino alla mamma, ovviamente in silenzio e altrettanto ovviamente senza toccare niente (in caso contrario erano le sberle di cui sopra),e se si doveva comprare qualcosa per noi figli, si comprava quello che piaceva alla mamma…solo una volta mi ricordo di essere uscita di corsa dal negozio con ai piedi un paio di scarpe che mi piacevano troppo e lei era invece indecisa, non potevo correre rischi, ho camminato sul marciapiede in modo da sporcare le suole e la mamma è stata costretta a comprarle. Il suo sguardo era furente, ma ne è valsa la pena. Promettevo bene già da piccola.
Quando eravamo con i nonni o i parenti dovevamo essere ancora più educati e composti del solito, altro che nonni in balia di nipoti schizofrenici, le mie nonne erano brave e buone ma quello che dicevano loro era legge, vangelo, verità assoluta, nessuno osava sfidare le ire delle nonne. Si rispettavano gli anziani di casa, mica come adesso, che vengono trattati come dei ritardati mentali.
Qualcuno potrà obiettare che si diventava grandi a suon di sberle, a onor del vero devo dire che io ne ho prese proprio poche e non mi hanno ucciso, eppure ero una bambina piuttosto vivace, semplicemente sapevo stare al mio posto e i vizi non erano ammessi così come i capricci: se era sì era sì subito, e se invece era no era no e basta, senza tanti ma e senza tanti se.
Fine della storia.
Metti un sabato di trekking fra i boschi e la nebbia…
Io non capisco una cosa: perché quando a Luca vengono le idee più bizzarre trova sempre un folto gruppetto di amici che invece di ignorarlo e passare oltre, gli danno retta? Pazienza io che sono legata a lui nella buona e cattiva sorte, e quindi non ho scelta, ma loro che possono mettersi in salvo, perché non lo fanno?
Questa è la premessa. Ora i fatti.
Prendete un tranquillo sabato di metà giugno, che si fa per renderlo degno di nota? Si decide di andare al Santuario di Montallegro, sulle alture dietro a Rapallo. Wow, che bello, grande idea!
Sì, ma a piedi.
Un minuto di silenzio.
Perché io in teoria avrei avuto la giustificazione, lavoravo quel giorno, ma quando ho visto il messaggio mandato ai nostri amici su Messanger, invece di starmene zitta, muta e ferma, ho scritto di getto “veniamo anche io e la Tabata, mi cambio il turno e siamo a posto”. Luca mi ha così risposto “guarda che non ce la fate”, a quel punto è diventata una questione di orgoglio: io DOVEVO andare a Montallegro a piedi, fosse anche stata l’ultima cosa che facevo da viva, e la Tabata doveva venire con me, conscia del fatto che lei dall’alto dei suoi 10 anni ce l’avrebbe fatta benissimo, io, boh, speriamo, vedremo, chissà…
Un problema si è posto subito, vogliamo forse chiamarlo segno del destino?: io non ho zainetti da scampagnata; borse, borsine, borsette quante ne volete, ma zaini no, ero carente. Ero perché il mio amore ha provveduto subito comprandomi il mio primo Eastpak (a quarant’anni suonati, un record di cui vado anche un po’ fiera, perché sarà comodo, funzionale e indistruttibile, ma bello no, il bello è un’altra cosa). Lo ha scelto in un bel fucsia segnaletico, così butta caso che finisco in una scarpata, trovare il corpo sarà più facile, sicuramente si vedrà anche dall’alto, casomai servisse l’elicottero vista l’impervietà del sentiero. Quando si dice “pensiero positivo”…
Sveglia alle 7 in punto, zainetti preparati la sera prima, colazione e abbigliamento da esperti camminatori. Un unico dubbio mi tormenta ancora adesso: perché, avendo a disposizione due paia di scarpe da trekking super professional comprate per il viaggio di nozze, quindi praticamente nuove, abbiamo optato per indossare delle scivolosissime scarpe da ginnastica? O meglio, perché quando mi son venute in mente le scarpe da trekking, ho chiesto un parere a Luca? Potevo ignorarlo? E invece niente da fare, mi sono fidata ciecamente di lui, e le mie scarpe The North Face le rimpiangerò in più di un’occasione.
Tabata felice e fremente, io speranzosa di farcela, Luca in piena metamorfosi, sta diventando Furio a tutti gli effetti. La nostra combriccola è così composta: noi tre, La Faraona, La Laurina, Enrico, e La Maestra Barbara.
E via, si parte all’avventura, accompagnati da un clima a dir poco ostile, infatti più saliamo più aumenta la foschia, il sentiero che doveva per larghi tratti essere panoramico, ce lo dobbiamo immaginare, infatti aldilà degli alberi regna il nulla più totale.
Arrivo previsto a destinazione per le ore 12:00. Tabata dà subito prova del suo vigore nominandosi capo squadra, infatti è sempre saldamente in testa al gruppo, noi umani la seguiamo annaspando per alcuni tratti in evidente debito di ossigeno, ma con l’umore bello alto, umore che non cede nemmeno quando mi concedo qualche bel scivolone per terra, seguita poi a giro dalle altre fanciulle, ma niente di che, siamo ancora tra voi.
Arrivati al Passo dell’Anchetta il sorriso si spegne un attimo sui nostri bei faccini dalle guance rosse per la fatica: giusto il tempo di prendere coscienza del fatto che ci aspetta una salita molto ripida e dissestata, non a caso detta “il tagliere”, a seguire un sentiero in discesa costellato di pietre scivolose (la Manu cadde qui la prima volta), per finire con un sentierino largo dieci centimetri, forse quindici, ai lati costellato di rovi e ragnatele.
Siamo sporchi, bagnati, pieni di graffi e un po’ affaticati, questo per quel che riguarda noi umani; Tabata è scodinzolante, allegra e baldanzosa, quando, quasi all’improvviso, spunta dalla nebbia, lui, il Santuario, la nostra meta. Missione compiuta.
In un momento di estasi religiosa decido di entrare in chiesa, mi metto giusto la giacca per essere un poco più decente vista la sacralità del luogo…Ma come mai sento questo rumore di chiavistelli e lucchetti? Mi giro verso l’ingresso e noto che è inequivocabilmente chiuso. Grazie signora custode che ci hai visto arrivare, sette anime spuntate dal nulla nella nebbia, e che hai sentito quello che avevo intenzione di fare, e in pieno stile “torta di riso finita” mi hai chiuso la porta sul naso, grazie grazie grazie!
Quando si dice la carità cristiana, lo spirito di fratellanza, “aprite le porte a Cristo e al suo gregge”….Ma non è finita quì.
Decidiamo di tornare in funivia, andiamo a fare i biglietti e il personale addetto praticamente ci ride in faccia: “la funivia non va a causa delle condizioni metereologiche precarie”, ma è solo un pochino di foschia…Gentilmente -si fa per dire- ci indicano il sentiero a scendere, gambe in spalla e andare.
Un’ora di cammino su dei ciottoli che fanno un male alle piante dei piedi quasi inimmaginabile (avessi le mie scarpe tecniche, sai che goduria, e invece a ogni passo è un santo che cade dal calendario), se poi ci aggiungiamo che a causa della pendenza le punte delle dita prendono a testate la punta delle scarpe, i dolorini sparsi a causa della caduta di prima, due cani arrabbiatissimi che sembrava ci volessero mangiare vivi a tutti e la Tabata che rispondeva colpo su colpo, La Faraona che a momenti ci finisce veramente giù dal sentiero rischiando un volo di qualche metro e di massacrare delle piante di zucchine novelle, seguita a ruota dalla Maestra Scaroni, però i giudici hanno decretato che la sua caduta per quanto meno rocambolesca fosse, era decisamente più elegante; quindi è lei la vincitrice del trofeo “caduta del giorno”.
Mi è toccato anche fare pipì “en plein air” perché me la sono inutilmente tenuta per non perdere la funivia, e non avevo altra scelta, se non quella di un potenziale blocco renale, quindi o così o così, mentre mio marito che dovrebbe farmi da scudo umano, mi guarda e sghignazza, l’infame…
Per non farsi mancare niente, abbiamo scoperto nostro malgrado che davanti a ben tre bivi, nonostante avessimo seguito pedissequamente le indicazioni dei passanti, siamo riusciti a sbagliare strada e a farci ridere dietro dagli abitanti della zona, oltre ad allungare la via del ritorno.
Ma alla fine l’abbiamo spuntata noi, certo, sul treno che ci riportava a Chiavari la gente ci guardava con il ribrezzo dipinto in volto da tanto eravamo sporchi, certo, cominciavamo a sentire ogni tipo di dolore fisico, certo, puzzavamo come cimici pestate, anche se Luca spruzzava del deodorante a destra e a manca, peggiorando per quanto impossibile potesse sembrare, la situazione.
Però è stato bello, abbiamo chiacchierato e riso molto, abbiamo condiviso cibo e bevande nel pieno rispetto dello “stile del pellegrino”, al nostro passaggio la gente ci salutava, anche perché con ogni probabilità non avranno visto nessun altro oltre a noi. Abbiamo immaginato bellissimi paesaggi perché non si vedeva niente oltre al nostro naso, insomma una bella dieci chilometri in mezzo al bosco che se fosse un po’ più curato sarebbe sicuramente ancora più bella, fra salite discese e pezzi in piano che erano un vero toccasana per le gambe.
Il giorno dopo quando mi sono svegliata mi sarei sparata, ci ho messo tre giorni a riprendermi, anche lavarmi i denti era dolorosissimo, sedermi una tortura e le braccia erano costellate da graffi e morsicature di insetti, mi sono spuntati lividi un po’ ovunque, camminavo come Robocop perché avevo le gambe dure, mi facevano male entrambe le caviglie e ogni singolo movimento mi è costato uno sforzo sovrumano: ma lo rifarei subito.
Quasi subito…
Vabbè no dai, subito subito no…
Settimana prossima…
Dieci giorni…
E ma poi fa troppo caldo….
Ok, poi ci mettiamo d’accordo…
“Tim, informazione gratuita: l’utente da voi selezionato non è al momento raggiungibile, o potrebbe avere il terminale spento”
TUTUTUTUTUTUTUTUTUT….
Moda mare a Portofino
Allora i caso sono due: o io sto diventando veramente intollerante, oppure è vero: il mondo si sta imbruttendo. C’è anche una terza ipotesi, ossia, sono corrette entrambe le due affermazioni, della serie “perché scegliere se puoi averle entrambe”.
Ma non usciamo dal seminato….della bruttezza si stava parlando.
Sarà forse colpa del caldo esploso all’improvviso, o della crisi economica, o dello scazzo generale, questo non saprei dirlo, sta di fatto che intorno a me vedo brutture, cadute di stile, cattivo gusto e la cosa più grave di tutte: poca pulizia, poca igiene, pochissima cura personale.
La gente puzza e non solo la sera quando uno può essere giustificato da una giornata di lavoro sulle spalle, anche se a essere onesti, mio padre che era un rude camionista (fichissimo ai miei occhi di figlia innamorata) e ai tempi non c’era l’aria condizionata, non puzzava, quindi si evince che non è questione di lavoro, fatica, sudore, ma piuttosto di acqua, sapone e deodorante.
Nella lista delle brutterie c’è poi da segnare un ritorno nefasto, quasi tragico: le espadrillas. Le scarpe più orrende della storia mondiale della calzatura: una suola in corda destinata a impregnarsi di sudore, e una vaschetta in diversi materiali destinata a perdere la forma al secondo utilizzo, fino a degradare a ciabatte, avete presente quando la parte dietro al tallone si ripiega all’interno così il piede è libero di stare mezzo dentro e mezzo fuori? Possibile obiezione: ma si possono lavare. Sì certo, ma hai idea dell’odore di cui si impregna la corda che compone la suola della espadrilla lavata? No? Te lo dico io. Cane bagnato. Praticamente è come se viaggiassi con due pastori tedeschi reduci dal diluvio universale, saldamente ancorati ai tuoi piedi.
Wow, veramente irrinunciabile, che se poi le abbini a una canotta e ad un jeans chiaro tagliato al ginocchio, ti trasformi all’istante in un venditore di cocco da spiaggia. Per la cronaca (nera, visti gli argomenti trattati) sono stati riesumati anche questi due capi: canotta e jeans tagliato al ginocchio. Sembravano spariti e invece li vedo fare capolino qua e là, la canotta a dire il vero si è un pochino evoluta ed è diventata una t-shirt senza maniche (ugualmente trucida, comunque) il bermuda di jeans che spesso viene a lei abbinato è quasi sempre troppo chiaro e troppo stretto con cintura in evidenza e ventrazza dell’indossatore che sovrasta sul tutto, già perché pare che la canotta piaccia aderente.
Manca giusto il marsupio, che per fortuna è ancora immerso nell’oblio, quindi non corriamo rischi inutili, non nominiamolo e lasciamolo lì dove è, anche se in negozio qualche nostalgico continua a chiederlo, nostalgico che indossa un caposaldo dell’abbigliamento estivo da uomo tanto di moda a fine anni Novanta, siete pronti? Squilli di trombe: il pinocchietto.
Che se c’è un capo in grado di trasformare all’istante in un idiota colui che lo indossa, è proprio il pinocchietto, quel pantalone che arriva a metà polpaccio, largo sul fondo che non dona a nessuno, perché quando vedi quelle due tibie secche secche mozzate a metà fare capolino dall’orlo del pantalone, non sai se metterti a ridere o a piangere (normalmente si ride se sono clienti, mentre si piange se sono parenti). Abbinati alla camicia a mezza manica e il sandalo compongono il look del neo pensionato in vacanza, togli la camicia, metti una maglietta, togli il sandalo e metti un mocassino, ed ecco a voi il look vacanziero del perfetto nerd. Togli maglietta e mocassino, metti canotta e ciabatta ed ecco a voi il tamarro perfetto. E il cerchio è chiuso.
Passiamo ora al rispetto della pubblica decenza.
Dal mio punto privilegiato di osservazione noto sempre più spesso signori che deambulano solo con il costume a slip una maglietta sdrucita e un paio di infradito: allora, niente da dire se sei in spiaggia e decidi di andare a prenderti una granita al bar, lo stesso look diventa imperdonabile se lo hai scelto come mise per farti una passeggiatina per le viuzze della località di vacanza di turno, per tanto belle che possano essere le chiappette messe in mostra, nonsi fa e basta. Domenica me ne è entrato uno così in negozio che per buona misura era pure scalzo, io non lo faccio apposta, ma mi parte il sopracciglio del disappunto e non posso fare niente per trattenerlo, e il fatto che il tizio in questione mi faccia pure notare che “sono in barca e in barca non uso scarpe” mi fa partire in automatico la risposta “ti pare forse che adesso siamo su una piattaforma galleggiante in mezzo al mare e devi fare ritorno a nuoto, ti sembro forse io la sirena di Ulisse?” -pensata e non detta per ovvie ragioni professionali- ma santo cielo, che motivazioni sono? Mettiti un paio di scarpe e basta, non solo per ragioni di stile, ma per ben più importanti ragioni igieniche….Che schifo!
Tolleranza zero: basta poco per essere curati, una polo e un bermuda per esempio; se poi ci aggiungi una bella doccia e una spruzzata di deodorante, con pochissima fatica raggiungiamo la perfezione. Lo stesso discorso vale per quelle signore e signorine che vanno in giro mezze nude mentre il buon senso e la decenza suggerirebbero loro di coprirsi un pochino.
In ultimo un piccolissimo appunto: anche se indossate delle comodissime infradito, evitate di strascicare i piedi come zombies, non si può nè vedere nè sentire, alzate i piedi e camminate come vi hanno insegnato.
Mi verrebbe da darvi uno quegli scappellotti che mi dava mia mamma quando mi trascinavo i piedi in giro per casa. Bam, qui secco dietro alla nuca, eccome se adesso cammino bella dritta alzando i talloni!
Ma li hanno dati solo a me? Boh, pare di sì…
“Smart tips for red lips”
Era da un po’ di tempo che covavo la voglia, sabato ho finalmente rotto gli indugi. E sono andata dritta alla meta.
Di cosa sto parlando?
Di un rossetto rosso.
Lo portavo quando avevo vent’anni e mi piaceva da morire, poi l’ho abbandonato in nome di colori più facili, e ora, a sorpresa, il ritorno di fiamma.
Avevo già tentato l’acquisto qualche settimana fa, ma una commessa un po’ troppo approssimativa e distratta mi ha fatto desistere. Già perché non puoi dire a una donna che ti chiede consiglio per acquistare un rossetto rosso che “intanto il rosso è rosso, uno vale l’altro”, esistono infinite sfumature di rosso: tendenti all’arancione, al viola, al rosa, più o meno pigmentate, più brillanti o mat, glossy o puro; e poi ti pare che io che sono rossa posso mettere lo stesso rossetto di una bionda o di una mora? E poi bisogna considerare il colore della pelle, degli occhi…insomma non è facile, ma quando lo trovi, è amore.
Amore che non vacillerà nemmeno quando vostro marito vi dirà “perché ti sei comprata un rossetto da prostituta?”, è un uomo, non può capire la sensazione che si prova a indossare un rossetto rosso scarlatto. Apprezzerà il risultato finale, e se non lo farà lui, lo farà qualcun altro. Preparatevi a non passare inosservate, il vostro sorriso lascerà il segno, ma per essere un vostro alleato ha bisogno di alcune attenzioni:se pensate di mettere un rossetto rosso così come date il burro cacao, per favore lasciate stare, il rischio di sembrare un clown è troppo alto.
Innanzitutto sfatiamo un mito: il rossetto rosso può essere messo anche al mattino, non è affatto vero che è un colore adatto solo dal tramonto in poi, certo bisogna stare un pochino attente a dosare tutto quello che gli sta intorno, ma se si fanno le cose a modo, il risultato sarà stupefacente.
E ora in sala trucco.
Prima di cominciare guardate l’orologio, se siete in ritardo, lasciate perdere e mettete il caro vecchio lip-gloss, tanto per essere chiari da subito: il rossetto rosso sta al lucidalabbra, come una notte di passione con tanto di preliminari sta a una botta e via. Ci vuole tempo e preparazione, nulla deve essere lasciato al caso, anche se il risultato deve sembrare casuale, siete talmente abituate a portare il rossetto rosso che ormai lo fate quasi senza pensarci. Ripetete questa frase fino a convincervene, o perlomeno cercate di essere convincenti quando lo dite alle amiche, colleghe e conoscenti colpite dal vostro look.
Regola numero uno: le labbra scarlatte necessitano di un incarnato perfetto, quindi armatevi di correttore, fondotinta, cipria, fard. Tutti devono avere il loro pennellino, ricordate:un buon risultato dipende in larga misura dall’attrezzatura e dai prodotti usati.
Bene, ora che avete una pelle di porcellana, passate agli occhi.
Regola numero due: è ammesso un solo punto focale. Se puntate sulle labbra, gli occhi devono essere APPARENTEMENTE quasi struccati. In realtà farete un trucco completo, solo che userete tinte nude, un filo di matita scura e mascara nero dato con mano sapiente una sola volta, per evitare l’effetto zampette di mosca (avete presente quelle ciglia rese spesse e dure da passate e ripassate di mascara? Ecco. Quello)
I vostri occhi devono far pensare a “L’età del l’innocenza” per intendersi… Il resto del lavoro lo farà il vostro sorriso.
E ora siamo pronte per le labbra.
Quando avete messo il fondotinta e cipria le avete stese anche sulle labbra, vero? Se sì brave, la base truccata scongiurerà che il rossetto se ne vada in giro per tutta la faccia. Prima una passata di base per rossetto, che non è il burro cacao, e nemmeno un gloss trasparente. Serve a idratare le labbra e a renderle morbide e lisce. Tamponate l’eccesso con un fazzolettino.
E ora lui. Le puriste usano un pennellino, io non sempre, ormai ho imparato a fare senza. Prima una passata veloce di colore e tamponate, i pigmenti rossi così facendo penetreranno nelle mucose, ora la seconda passata dal centro delle labbra verso l’esterno, fino ai bordi (a meno che non siete geishe e allora potete anche tralasciarli). Tamponate nuovamente e passate velocissimamente della cipria incolore, poi con lo stick picchiettate giusto il centro delle labbra. Finito!
Guardatevi allo specchio: le vostre labbra avranno quel l’aspetto che le francesi chiamano “lèvres mordues”, rosse ma chicchissime. Ora dimenticatevi di averle, le labbra, non mordicchiatele, non strofinatele l’una contro l’altra, altrimenti addio contorno perfetto, e non dimenticate che una ragazza veramente elegante non lascia la propria firma su tazzine e bicchieri, quindi quando bevete, prima passate con discrezione la lingua sulle labbra bagnandole leggermente: come per magia non lascerete traccia. Ma mi raccomando, con molta discrezione, altrimenti sembrerete solo delle ninfomani che lanciano messaggi osceni….
Coraggio allora, rompete gli indugi e puntate sul rosso.
Ora i consigli per gli acquisti: io sono andata sul classico Rouge de Chanel colore Passion, il rosso classico di Chanel, pieno, puro, tendenzialmente mat.
Per base ho preso il baume à lèvres della stessa marca.
Magda e i “giovani imprenditori”
Santa Margherita Ligure è in stato di assedio, in questi giorni si svolge l’annuale congresso dei giovani industriali di Confindustria, o meglio “il congresso annuale dei figli di papà” , perché se questi giovanotti che avranno al massimo 30 anni rappresentano la realtà imprenditoriale italiana, tenendone in mano le redini, qualcosa non mi torna.
Sembrano più che altro degli studenti in gita, non fosse per l’abito grigio di ordinanza e il pass appeso al collo, esibito con immotivato orgoglio, già perché non mi volete mica far credere che siete tutti dei self made men? Molto più semplicemente siete stati molto fortunati a nascere nella famiglia con il cognome giusto, quindi non prendiamoci in giro.
Sono certa che in Italia ci siano delle eccellenze imprenditoriali, e sono altrettanto certa che chi lavora veramente, non viene a farsi un week-end a Santa Margherita a parlare di niente e a risolvere ancora meno atteggiandosi come se tutti fossero gli artefici di un ipotetico nuovo “miracolo italiano”, anche perché stiamo ancora aspettando l’esito del primo.
Ma la cosa che più di tutto mi lascia perplessa è l’atteggiamento di questi individui, che definire pieni di boria è comunque riduttivo.
Vado con l’aneddoto? Ok, vado.
Ieri il ristorante di fianco al negozio, qui a Portofino, aveva un tavolo di sei di questi “giovani imprenditori” quattro ragazzi e due ragazze, il più grande avrà avuto forse trent’anni, e tralasciando il maleducatissimo gesto di costringere tutto il personale ad aspettare i tuoi comodi fino alle quattro del pomeriggio, quando tutti gli altri tavoli sono stati sgombrati e intorno a voi non c’è nessuno, a farmi alzare il pelo è stato il modo con cui si rivolgevano alla signore che servivano ai tavoli (tra parentesi: una è la proprietaria del ristorante, quindi sei doppiamente sfigato). Davano loro del tu, non le guardavano negli occhi quando si rivolgevano a loro, mai un grazie e mai un sorriso. Cafoni con la patente e il certificato di autenticità. Imbarazzanti.
Quando si sono alzati, ovviamente non hanno ringraziato, ovviamente per pagare ci hanno messo un secolo perché il Pos sputava indietro le carte di credito (mi vuoi forse dire che papà non ti ha fatto l’accredito della paghetta?) e ovviamente hanno finto stupore -ma come siamo gli ultimi?- hanno chiesto dove fosse la boutique di Louis Vuitton e si sono avviati con le loro camicie azzurre che spiccavano fra le mise turistiche che avevano intorno.
Sorvoliamo sul look delle signorine, ne parleremo poi a parte con un post dedicato a loro. Quello che mi preme adesso è la mancanza di educazione, stile e classe. Un imprenditore dovrebbe conoscere il valore del lavoro e quindi rispettare quello degli altri, o sono io che sbaglio?
Dovrebbe trattare con gentilezza tutti, dovrebbe conoscere le buone maniere o non gliele hanno insegnate? A maggior ragione se consideriamo che ha avuto la fortuna di frequentare le migliori scuole e i salotti buoni dell’economia nazionale.
Non dovrebbe lanciare uno sguardo del tipo “ti piacerebbe eh, venire via con me?” alla commessa sulla porta del negozio che ti sta guardando -io- ma non sai cosa pensa, meschino, altrimenti faresti il giro largo…
Mi sono sentita a disagio per loro, ancora evidentemente ancorati al luogo comune che se guadagno più di te, allora valgo anche più di te, e allora posso dire e fare ciò che voglio. Menti piccole i nostri giovani imprenditori e non sarà certo uno stupido convegno in una ridente località della Riviera ad allargarle e a far si che qualcosa in questo Paese cambi.
Magda e Furio e “hai detto paella e sangria?”
Paella e sangria…..olè!
Travolti con gioia dal vortice dei corsi di cucina, questa volta siamo andati al corso per imparare a fare la paella e sangria.
Chi ben incomincia è a metà dell’opera: tempo di tirare fuori la macchina di Luca dal suo posteggio e a me cade l’occhio sulla ruota posteriore destra “amore, forse hai una ruota bucata….mi sa”. Lui che si fida sempre ciecamente di me, scende e si accerta della cosa. È inequivocabilmente bucata. Cominciamo bene la serata.
Cambio di mezzo, andiamo con la mia, quindi:torna indietro, apri casa, Tabata mi vede e si dispera, ignorala, entra, prendi le chiavi di “nonna Papera” -sì la mia macchina si chiama così, cioè a essere sinceri io l’avevo pomposamente battezzata Queen Elisabeth, ma poi ho conosciuto Luca e lui l’ha ribattezzata Nonna Papera e a me non dispiace, mi mette allegria.
Luca mi fa notare che la mia macchina è imbarazzantemente sporca, mica per altro, la posteggio sotto un ulivo e adesso comincia a cadere il polline, quindi abbiamo una deliziosa 500 grigia con una spolverata di giallo everywhere, non passeremo certo inosservati. Ma andiamo che siamo in ritardo.
Quando arriviamo in accademia ci mettiamo i nostri grembiulini, con orrore noto che quello di Luca è con ogni probabilità il grembiule di Lilliput, perché d’accordo che lui non è un’acciuga, ma il fiocco dietro stile impero da tanto gli rimane in alto il punto vita non si può guardare. Rido da sola sperando che lui non lo noti….ma poi si mette a ridere pure lui perché più che un grembiule sembra che indossi un bavaglino gigante. Cominciamo bene.
Allora principi cardine di una buona paella sono la cottura nel forno, la paprika, e del buon zafferano di prima qualità: noi cuoceremo il riso sul fuoco, niente paprika, niente zafferano ma curcuma come se piovesse…perplessità…Ma non perdiamoci d’animo…
Prepariamo tutti insieme la sangria: prima si prepara lo starter, la base per l’infusione a base di rum, maraschino, zucchero, chiodi di garofano, arance e limoni. Poi teoricamente, lo lasci riposare in frigo per almeno un giorno con la frutta tagliata a pezzi immersa dentro, e al momento di servirla ci unisci il vino rosso, e poi via, che la festa abbia inizio.
Dunque dunque….io non sono uno chef incredibile e nemmeno un barman, sono più che altro una buona forchetta e un grandioso bicchiere, però mi sembra che non sia determinante COME tagliare la frutta, la frutta tagliata a pezzi mediamente piccoli va bene, e come viene viene, ma evidentemente mi sbaglio, perché l’argomento “come tagliare la frutta” ha scatenato un dibattito degno del caro vecchio “Murizio Costanzo show”, avremo poi occasione di verificare che questa è stata la prima di una lunga serie di osservazioni bizzarre…
E ora paella time: ognuno prepara la sua verdurina, chi taglia i pomodori, chi taglia i fagliolini , chi i peperoni e chi la cipolla – ma grandi quanto? – e allora è un vizio, ‘sta mania per le dimensioni! Poi il pollo, e sul pollo niente da dire; sulle cozze la cosa si è fatta interessante, perché pare che solo in tre su una decina di adulti, sapevamo togliere le barbe ai mitili (pensare che è una delle prime cose che ho imparato da bambina).
Ma è sul calamaro che abbiamo raggiunto le vette del sublime: immagino che tutti sappiate, nel caso lo sapete da ora, che i calamari, così come i polpi, per renderli più teneri vanno prima congelati e poi cotti rapidissimamente, altrimenti diventano di legno, e immangiabili.
Immaginerete quindi lo stupore dello chef, e non solo, quando una allieva già madre di famiglia ha così esordito “ma il calamaro va congelato da cotto o da crudo?” Eccerto, prima lo cuoci con il suo bel sughetto, poi lo sciacqui sotto l’acqua, poi lo congeli e poi lo ricuoci…prelibatissimo. Ma ci sei o ci fai? Seguita a ruota da quella che il brodo lo frulla, carote sedano e cipolla e poi via una bella frullata…sai poi la limpidezza…E da quell’altra che, quando la maestra ci diceva che con i gusci e le teste dei gamberi potevamo preparare una bisque e congelarla per utilizzi futuri, è schizzata come una molla “bisque che…? Mai sentita nominare”.
E poi sul podio, l’apice dell’assurdo: altri modi di condire la paella? Ma non saprei, prova con il pesto tesoro, poi mi dici….La paella è paella, è come chiedere se esiste un altro modo per condire il riso alla milanese, o se si può fare il pesto senza usare il basilico.
Forse mi devo ricredere, non sono poi così male come cuoca, almeno io la teoria la so, è sulla pratica che glisso, anche perché con Luca non è facile, lui è un purista, la sua prima paella l’ha fatta a sedici anni, e ancora adesso quando decidiamo di farla, va praticamente in trance agonistica per un giorno intero:”programmato per fare la paella”e non si ferma un secondo finchè non ha finito, mentre io mi do un’aria impegnata vagando per la cucina senza tragua, senza sosta, ma soprattutto senza senso.
Per fortuna che avevamo preventivamente stappato una bottiglia di bianchetta – vorrai mica morire di sete mentre aspetti che la paella sia pronta – e poi lo sanno tutti, cucinare con un bicchiere di vino a portata di mano garantisce un risultato eccezionale e predispone l’umore al buon esito della serata, quindi il festival delle corbellerie è scivolato via facile.
E finalmente è arrivata lei, la sangria, tempo un quarto d’ora e qualche vigorosa sorsata ed eravamo tutti grandi grandi amici, a parte una che non beve, guarirà forse, un giorno…speriamo.
Piatto di paella, o quel che era, in una mano e bicchiere nell’altra, poi solo il bicchiere, i bicchieri, tanti bicchieri.
Siamo usciti dal corso che io ridevo come un’oca, con due grembiuli appesi al collo e camminando a zig zag, Luca faceva il sobrio, ma mi sembra di ricordare che la sua aristocratica erre moscia, fosse particolarmente strascicata, e mi ha pure fatto guidare, il cavaliere…
Ci siamo già prenotati per un altro corso: finger food e cocktails abbinati: vi farò sapere. Per adesso è tutto.
Hasta la vista, e OLÈ!





