Son tutte belle le mamme del mondo…ma anche no…

E poi ci sono le altre mamme, quelle che da quando vedono la fatidica linea rosa sul test, si dimenticano di essere donne, ragazze, femmine. Sono gestanti prima, puerpere subito dopo, mamme dopo poco: pesanti come pietre sempre. Ti viene naturale il dubbio: ma di cosa parlavamo prima che tu scoprissi di essere incinta? No perché non parliamo di nient’altro. Interessanti le tue nausee, da non credere il fatto che hai i piedi gonfi, incredibile le tettone che ti sono venute, ma ti prego, possiamo almeno provare a cambiare discorso per cinque minuti?
C’è un’amica che quando era incinta mi chiamava e mi chiedeva di non parlare della sua pancia, parlavamo di rossetti e scarpe con il tacco, di scemate da ragazze insomma, perché lei fra i corsi pre-parto e le conoscenze fatte in piscina ai corsi per gestanti, passava le giornate a non parlare di altro. Roba da alienate. Però io le foto della sua bella pancia le ho conservate tutte.
Senza cattiveria, ma è come parlare di tacchi con un uomo, o di bistecche con un vegetariano, quindi per tanto che io chiami a raccolta tutta l’empatia di cui sono capace, sulla distanza potrei annoiarmi, ma non per cattiveria, ma perché piuttosto mi rimane difficile farmi coinvolgere, perché son argomenti a me estranei.
Tranquilli, non sono una quarantenne incattivita dal fatto di non avere (ancora) figli, vi giuro che non sono pervasa da sentimenti di invidia o rancore, amo i bambini e sono categoria masterclass come zia, mi diverto con loro e mi piace passare del tempo in loro compagnia, ma con altrettanto piacere poi li riconsegno ai legittimi genitori per tornare a coltivare il mio edonistico “ménage a deux” con mio marito, il quale davanti al legittimo interrogativo “figli sì, figli no” ha così sentenziato: se restiamo in due ci compriamo un coupè e passiamo la vita a viaggiare”, non male come prospettiva, vi pare?
Per carità, io lo dico con molta allegria e affetto, ma credetemi, per una che non è addetta ai lavori parlare di cacche belle o brutte, di tette o non tette, di intolleranze al lattosio e compagnia cantando, ha lo stesso appeal che per un uomo può avere parlare di cere depilatorie. Ammazza l’allegria.
Che ne è rimasto di quelle ragazze piene di entusiasmo che eravate prima di diventare mamme? Dove avete nascosto la vostra allegria e spensieratezza?
Io lo dico sempre a mio marito: se mai diventerò una di quelle donne chiocce che piangono quando spediscono il figlio all’asilo, che rinunciano a tutto in nome del loro essere madri, che diventano maniache dell’igiene, che hanno una crisi di nervi se qualcuno tocca la loro creatura, che sembra non siano capaci di fare più niente di ciò che facevano prima, ecco, se divento tutto questo Luca è autorizzato a farsi un’amante.
Ci sono mamme che passano più tempo a passare e ripassare viso e manine del bimbo con le salviettine umidificate che a mangiarsele di baci quelle manine e quel faccino…mamme che invocano il silenzio totale per far dormire l’erede, mamme che si stracciano le vesti al minimo accenno di pianto, mamme che si trasformano in scudi umani se incrociano un cane innocuo, mamme che si votano ad una vita claustrale fino al compimento del diciottesimo anno di età del figlio, anno in cui lui andrà per la sua strada mandandovi a spigolare.
State calme, riavvolgete il nastro e tornate a ciò che eravate: i bimbi si abituano a tutto se li allenate poco alla volta.
Siete mamme non schiave vittime di un tiranno che si fa la pipì addosso, e poi una riflessione: o siete tendenti al melò voi che arrancate, o hanno i super poteri quelle che cavalcano l’onda della maternità con il sorriso sulle labbra e che magari approfittano dello stop al lavoro dovuto dalla maternità per scoprire nuovi hobby: un’amica ha aperto un blog molto carino, un’altra si è ri-data alla pittura, un’altra è diventata una bio-cuoca provetta. Insomma si può fare, basta organizzarsi.
Un pizzico di sano egoismo non farà di voi una madre indegna, anzi…
E ricordate ai papà che c’erano anche loro quando avete concepito il vostro erede (e si sono pure divertiti a farlo), quindi mettete a tacere i sensi di colpa e mollategli l’adorata creatura, farà bene a lui, a vostro figlio e a voi.
Lasciate che si arrangino e che trovino il loro equilibrio, e voi fatevi una bella battuta di shopping con un’amica come ai vecchi tempi, prendetevi un aperitivo insieme e parlate di sciocchezze, ma con calma e senza guardare il cellulare ogni cinque minuti, si arrangeranno loro e sopravviverete voi.
Garantito.

Son tutte belle le mamme del mondo…ma una di più!

Avevo in mente altro da scrivere oggi…ma poi un’altra idea si è fatta strada nella mia testa ed ecco qua.
Oggi si parla di mamme.
Mamme di oggi, amiche, conoscenti e anche semplici passanti, tutte ma proprio tutte hanno in loro personale approccio alla maternità, e fra queste ce n’è una in particolare che adoro. Ecco se un giorno sarò mamma, io voglio essere come lei.
Sorridente e serena, leggera ma non frivola , ha accolto prima la sua gravidanza e poi il suo essere mamma con una naturalezza meravigliosa. Come dovrebbe essere. Nulla la fermava quando era incinta e niente la ferma ora che sua figlia ha quasi un anno. Il giorno prima del parto era al mare che sguazzava come una balenottera felice e tre giorni dopo il parto era a prendersi un aperitivo con carrozzina al seguito, marito adorante e amici entusiasti per la nuova arrivata.
Non ho mai mai mai sentito questa ragazza lamentarsi per una notte insonne, o per una colica della piccola, non ho mai percepito in lei la fatica che l’essere mamma sicuramente comporta, non si è mai isolata nel microcosmo “mamma e figlio”. Così tanta serenità non poteva far altro che ricadere generosamente sulla figlia che è infatti la creaturina più adorabile che io abbia mai visto. Un folletto sorridente e giocoso, che sin da piccolissima ha imparato a interagire con gli adulti, e a far parte del gruppo, senza timore. Questa bimba non piange mai, non fa capricci, è libera di sporcare, sporcarsi, sperimentare, toccare, accarezzare animali, gattonare su qualsiasi superficie, mangiare da sola con le mani anche se pochissimi bocconi raggiungono la bocca, i più finiscono in terra, sulla fronte e sul naso; e con fiducia accetta la mano che le viene tesa per provare a fare i primi passi. Questa bimba non ha paura perché la mamma le ha insegnato a non averne, e perché sa che la mamma c’è. Una bimba sicuramente non viziata ma meravigliosamente felice, che vanta già un curriculum impressionante: ha assistito a conferenze sull’arte, ha già visitato mostre e palazzi antichi, ha già dormito fuori casa da sola, ha assistito a concerti (grandiosa l’idea delle cuffie insonorizzanti), esce la sera e non si fa menate tipo l’esigenza del silenzio totale per dormire o che bisogna correre a casa per mangiare.
E la mamma? Secondo me la sua marcia in più è vivere questa maternità come completamento della sua vita e non come esperienza totalizzante, esce e vede gli amici esattamente come prima, dipinge e crea piccoli capolavori proprio come prima, si organizza con la nonna “posteggia” la figlia e va a farsi una corsetta sul lungofiume, e se la nonna non può, nessun problema, mette la piccola nel passeggino e sul lungofiume ci si va insieme. Con il papà sembrano ancora due piccioncini e sono bravissimi a ritagliarsi i loro spazi senza sensi di colpa, e soprattutto continuano a chiamarsi per nome non mamma e papà anche fra di loro…oltre a essere famiglia, continuano a essere coppia. Bravissimi!
Non sono maniacali nei confronti di questa bimba, quando usciamo tutti insieme questa piccina passa dalle braccia di uno a quelle dell’altro e loro, saggiamente, ne approfittano per tirare il fiato e quando magari si stufa un pochino, le basta sentire la voce o incrociare lo sguardo della mamma e torna il sereno e poi fa dei sorrisi che ti spalancano il cuore, un toccasana per l’anima.
Gibran ha scritto questo passo sul rapporto genitori/figli, ve lo riporto pari pari perché lo trovo bellissimo:

VOI SIETE GLI ARCHI DAI QUALI I VOSTRI FIGLI ,
VIVENTI FRECCE,
SONO SCOCCATI INNANZI.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
e vi tende con la sua potenza affinchè le sue frecce possano
andare veloci e lontano.
Sia gioioso il vostro tendervi nella mano dell’Arciere;
poiché se ama il dardo sfrecciante,
così ama l’arco che saldo rimane.

Questa bimba andrà sicuramente lontano, perché la mamma e il papà con gioia l’hanno consegnata al mondo, e le stanno insegnando che per conoscerlo a fondo questo mondo, un po’ bisogna sporcarsi, ma che è giusto così. E prima lo imparerà, prima imparerà a non averne paura.

Fino a che punto…

Fino a che punto?
Fino a che punto è giusto schiacciare nell’angolo l’avversario più debole?
Finché non vediamo nel suo sguardo la paura più cieca?
Finché non implora pietà?
Fino a che punto è ammissibile infliggere una tortura ad un altro essere vivente?
Quel punto sarà forse quando privato della sua dignità,
obbedirà al nostro volere,
dirà ciò che vogliamo sentirci dire,
farà ciò che vogliamo che faccia?
Oppure quando annegherà in quel lento stillicidio di dolore che noi abbiamo deciso essere per lui la giusta punizione..
Qual’è il limite oltre al quale l’insulto non è più la deflagrazione della propria rabbia,
ma libero esercizio di violenza verbale?
e chi è che traccia la linea di quel limite?
E durante un litigio chi è il più forte?
Colui che alza la voce fino a sovrastare quella dell’interlocutore o chi a bassa voce porta avanti il proprio punto di vista?
È avversario più rispettabile chi serba rancore o chi, una volta fatte le proprie ragioni, torna a sorridere come se niente fosse successo?
Ed è più forte chi consapevole della propria forza umilia, picchia, tortura, insulta un altro essere vivente, o chi accetta silenziosamente un castigo senza colpe?
È più forte il martire o il carnefice?

A Magda prudono le mani

Mi prudono le mani!
Ieri, dopo il post “le bacchettate di Magda” è successo un po’ di tutto…
Mentre da una parte c’erano amici e amiche che ridevano come matti, avendo colto il lato ironico della questione, dall’altro si sono scatenate le ire di chi, senza tanti giri di parole, mi ha appellato con i gentili epiteti di “figa di legno” e “classista” sollevando un gran polverone per poi tirarsi indietro sul più bello.
Allora facciamo una doverosa premessa: questo è un blog per divertirsi, per sorridere e ogni tanto fermarsi a riflettere.
Perché come tutti anche io ho la giornata in cui ho voglia di fare “discorsi seri” (lo metto fra virgolette, perché i miei discorsi seri, sono seri per modo di dire) e la giornata in cui ho voglia di essere leggera e frivola. E ieri era una di queste giornate.
Ci sarà un motivo se una delle mie frasi preferite è “Fly like a butterfly, sting like a bee” ossia, vola come una farfalla, pungi come un’ape, frase celebre di Cassius Clay o Muhammed Ali, se preferite. Essere pungenti non vuol dire essere cattivi, o classisti o snob o fighe di legno, anche se ritengo sia meglio essere fighe di legno, piuttosto che teste del medesimo materiale.
Non l’ho inventato io (magari, sarei ricca!) il giochino delle foto rubate per strada, con i relativi commenti della redazione di moda del periodico femminile di turno, con tanto di pagelle, voti e giudizio finale: promossi o bocciati; ci hanno tirato fuori anche format televisi che hanno avuto e hanno tuttora un certo successo. Quindi…
Non mi piace appiccicare, e chi appiccica, etichette addosso a nessuno, e soprattutto non mi piace chi, protetto dallo schermo del suo pc, si diverte a innescare polemiche, salvo poi darsi alla macchia quando forse si rende conto che la sua polemica altro non è che un inutile esercizio di retorica. Troppo facile, non è roba per me.
Possiamo anche nasconderci dietro a un dito, (io no che non ci sto), ma viviamo in una società dove il come appari, viaggia a braccetto al come sei: pare che nei colloqui per assumere qualcuno, siano i primi cinque minuti a essere determinanti, e probabilmente non avrete nemmeno aperto bocca in quel breve lasso di tempo. A tutti piace essere belli, in ordine e attraenti, sentirsi a proprio agio in ogni situazione, e adesso vi prego non tediatemi con frasi del tipo “ma io lo faccio per piacere a me, mica agli altri” siate onesti…piacere piace a tutti, se ci fanno un complimento sorridiamo, mica ringhiamo “fatti i fatti tuoi” o “comunque ho anche un bellissimo carattere e una personalità debordante”. Dai su, non mentiamo a noi stessi…
Tutti, ma proprio tutti, quando per strada vediamo qualcuno vestito in maniera particolare ci voltiamo a guardarlo, quindi non facciamo gli ipocriti, suvvia dai…non atteggiamoci a censori nei confronti di chi si comporta esattamente come noi stessi, perché così facendo ci mettiamo nella condizione di essere battuti in contropiede, e soprattutto non attribuiamo significati fasulli a ciò che leggiamo per poter così creare la motivazione alla critica, perché chi ha scritto il pezzo in questione sa esattamente cosa voleva o non voleva dire, e quindi con una replica di una riga, forse due, vi metterà a tacere. Ne vale la pena? Io dico di no.
Per concludere, vi riporto pari pari la definizione che il dizionario riporta della parola ironia, forse vi potrà tornare utile:
i-ro-nì-a
dal greco: [eironèia] finzione, dissimulazione, e anche il dire il contrario di ciò che si pensa.
L’ironia è il sistema immunitario della mente. Parlare di qualsiasi argomento in maniera non piana e lineare, ma dissimulata, ridente, con ricchi sottesi e sottintesi genera un automatico sviluppo del pensiero: il comico che sfrutti l’ironia, piuttosto che di-vertire distraendo dal quotidiano, sov-verte e ri-verte, facendo partecipare lo spettatore di una visione altra della realtà, spendibile poi utilmente nella costruzione del proprio punto di vista..
A me sembra una definizione meravigliosa.

Le bacchettate di Magda.

Una sola domanda: perché?
Spiegatemi che cosa può spingere una ragazza carina a indossare di sabato sera, per uscire con il fidanzato:
– felpa con cappuccio bianca
– pantaloncini da volley femminile (quelli che sembrano delle coulotte e hai mezzo sedere di fuori , il che spiega cotanto interesse dell’universo maschile per la pallavolo femminile)
– collant setificato in tinta pelle (quelli che usiamo un po’ tutte ma non lo ammettiamo nemmeno sotto tortura, e soprattutto: li copriamo con i pantaloni)
– scarpe da ginnastica o meglio, sneakers che fa più moderno, Adidas con strisce laterali blu
– maxi borsa tinta crema in simil pelle con appesi charms luccicanti
Allora cara mia, prima le notizie positive.
La prima è che il tuo fidanzato ti ama tantissimo, già perché un altro un pochino più stronzo (ma neanche tanto stronzo) ti avrebbe abbandonata sulla porta di casa per andare a spassarsela con gli amici. Così la prossima volta ti guardi allo specchio prima di uscire.
La seconda è che la tua autostima viaggia a velocità doppia rispetto alla media nazionale, e quindi stai che è una favola. Già perché nel tempo che la mia e la tua vita si sono incrociate, circa tre minuti mentre aspettavo che fossero pronte le mie pizze da asporto, tu hai raccolto gli sguardi di tutti i presenti (che non è necessariamente un bel segnale)senza dare il minimo cenno di cedimento o imbarazzo e per questo ti meriti un dieci e lode. E allora: perché non glorificare il tuo equilibrio emotivo invidiabile con un abbigliamento che sia se non proprio all’ultima moda (espressione antica, lo riconosco, ma efficace), almeno pensato? Andrebbe bene anche solo a grandi linee, senza entrare troppo in dettaglio. Una cosa basica, per intendersi.
Adesso passiamo alle brutte.
Ho provato a darti delle attenuanti:
Sarà appena uscita dalla palestra dove si è allenata massacrandosi che nemmeno Mimì Ayuara con le catene legate ai polsi arrivava a tanto. Ma questo non mi spiega il perché delle calze setificate, quindi non regge.
E poi dopo gli allenamenti ci si fa una bella doccia e ci si mette una tuta, e ci si cambia le scarpe, e si usano i calzini di cotone che altrimenti, con calza sintetica, scarpa da ginnastica e seduta di allenamento crei un mix esplosivo che tempo cinque minuti ti ritrovi i NAS sotto casa…e i piedi piagati. E guarda, spero non regga perché se così fosse, oltre a gravi problemi di gusto, avremmo anche dei gravissimi problemi di igiene personale, che è peggio (la sento la voce di Puffo Quattrocchi che ti ronza in testa? Solo che lui diceva “che è meglio” ma qui di meglio non c’è un bel niente).
Che se avessi due gambe pazzesche, al limite, sarebbe una spiegazione, non accettabile ma comunque una spiegazione, e invece niente, erano pure un paio di gambotte belle tornite, a cui un bel paio di jeans avrebbero reso giustizia, e invece niente.
Ho pensato: vista la giovane età magari si deve ancora formare il senso estetico e il gusto personale, magari è nella fase in cui si è convinte che basta mostrare gambe e sedere per essere strafighe, e su questo pensiero ho provato infinita tenerezza; magari non hai una sorella maggiore che vedendoti uscire così conciata, ti avrebbe inchiodata alla porta di casa obbligandoti a cambiarti d’abito, pena un sabato sera di reclusione.
Quindi vedi di non farlo mai più, neanche se stesse per andare in fiamme casa e i pompieri ti facessero evacuare, già perché se sei conciata così ti ci ributtano dentro al fuoco invece che salvarti…e sarebbe brutto, molto brutto da parte loro, quindi non corriamo rischi inutili.
Sai che ti dico, nel dubbio buttali quegli shorts che non li rimpiangerai mai e magari già che ci sei butta anche le scarpe…e la borsa: ooohh senti, butta via tutto e non pensiamoci più.

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Magda e la bilancia: “perché ti hanno inventato?”

Tema pesante oggi…
Senza tanti giri di parole: sono ingrassata. Ebbene sì.
Negli ultimi tre anni ho preso qualcosa come una dozzina di chili, e da scheletrica taglia 40, mi sono ritrovata a essere una bella taglia 44.
Potrei chiudere qui il post emulando Raz Degan: “sono fatti miei” e invece no, voglio andare un po’ a fondo della questione perché, quando parlando o sparlando di una persona, fa più notizia la taglia che porta rispetto a quello che dice e fa, beh cari miei, siamo indietro come le palle dei tori.
Ma andiamo con ordine.
Il 2009 è stato il mio annus horribilis, sintetizzando:
Marzo Aprile: primi accordi di separazione
Maggio: mia mamma scopre di avere un tumore (tranquilli tutto passato)
Giugno: avvocati e accordi finali
Luglio: separazione legale
Settembre: muore mio padre
Ottobre: mi rompo una caviglia, 30 giorni di gesso
Penso sia dunque umano e comprensibile se dopo tutte queste disavventure una persona ne esca fuori un pochino provata, io di mio ho perso per strada una decina di chili, molte notti insonni e qualche tonnellata di mozziconi di sigarette. È stata la mia catarsi.
Poi per fortuna il vento è girato, e a cambiare direzione non è stato solo l’ago della mia bussola, che con gioia suprema ha puntato verso mari più sereni, ma anche quello della bilancia, che man mano che il mio umore si elevava fino a raggiungere la felicità con la F maiuscola, lui saliva…saliva…saliva…
Siccome sono una che non si racconta favole, lo ammetto: sono pigra come un divano, sicuramente se facessi un po’ di sport metterei a tacere le malelingue e pure la salute ne gioverebbe e, il solo zittire le pettegole mi arrecherebbe un piacere tale che la salute ne gioverebbe così in maniera doppia.
Ma tant’è, è più forte di me e sono bravissima ad accampare scuse di ogni tipo pur di non indossare le mie scarpette da corsa – ho dei completi da jogging bellissimi, tutti coordinati e cattivissimi, da vera atleta, ma a me basta sapere che ce li ho per sentirmi tale, non mi serve indossarli… C’è sempre qualcosa di più urgente da fare, sono una donna che lavora io, e il mio tempo è prezioso, tutto diviso fra casa e negozio, come dite? Non sono credibile, eh? Uffa…
E poi sono anche un’incostante, in un primo momento caricata e motivata da nuovi entusiasmi, parto che sembra che devo allenarmi per poter partecipare alla maratona di New York, poi come una supernova piano piano implodo fino a spegnermi in un poco elegante (e tonico) buco nero.
Ho provato anche con l’allenamento domestico comprandomi un set completo di cavigliere di sabbia e il “magic ring”, un attrezzo per il Pilates che se usato come si deve, fa miracoli. Sono partita con una doppia sessione giornaliera, dopo pranzo e dopo cena, mezz’ora di mat work da morire (gli esercizi li so fare sul serio, dovete credermi), motivata dal fatto che dovevo essere in formissima per il matrimonio. Bene, obiettivo raggiunto, brava che sono. Peccato che ora i miei attrezzi giacciono sotto al letto coperti da una coltre di spessa polvere, e non posso spostarli perché potrei uccidere Luca scaricandogli addosso miliardi miliardi e miliardi di acari della polvere. Proprio non posso…vorrei, ma per amore mi sacrifico (ve lo avevo detto che sono brava ad accampare scuse).
Che poi a essere onesti qualche lato positivo ad essere un po’ più in carne c’è, ad esempio, io ho scoperto di avere le guance e che mi stanno pure bene, inoltre qualche molecola di ciccia intelligente è andata a piazzarsi laddove c’era un po’ di miseria, risultato: una taglia in più di reggiseno e zero rughe, tutte stirate e riempite da botox “home made”.
Se poi ci aggiungete pure che qualche amico buongustaio mi dice “ora sì che è bello abbracciarti, non si sbatte più contro a tutte quelle ossa”, e che mio marito mi dice che sono bella così “anche se quando ti ho conosciuto eri un levriero e ora mi sembra di avere un San Bernardo in giro per casa” – l’amore si esprime per vie incomprensibili, alle volte.
Ma quello che più mi piace, e che non c’entra niente con la bilancia, è il mio sguardo che ora se fossi un personaggio di un cartone giapponese, lo disegnerebbero pieno di stelline della felicità, e gli angoli della bocca sono girati all’insù perché sorrido sempre, e la voglia di scrivere, di fare e di mettermi alla prova sono tutti frutti di questo ritrovato entusiasmo.
Mi piace la buona cucina, il buon vino e la buona compagnia, praticamente ho già prenotato il mio appartamento con doppio ingresso: da una parte il girone dei lussuriosi, dall’altra quello dei golosi, e amen…
Ho una bella vita e me la tengo stretta, il girovita di stretto invece, meschino, non ha più niente, e pazienza ce ne faremo una ragione tutti, pettegole e malelingue comprese, che se la cattiveria servisse a bruciare calorie, sarebbero dei grissini, loro.

Magda & a perfect wedding dress

E dopo “Magda mi vuoi sposare” a Magda ora serve un vestito da sposa…
Deciso con Furio la data, il posto e il fatto che non sarà una cerimonia per pochi intimi, ma piuttosto una festa in stile “Re Sole” (io sono un Leone e Luca un Ariete: il sottotono non è roba per noi), bisognerà quindi abbigliarsi in maniera adeguata.
Tanto per mettere le cose in chiaro da subito lui mi comunica che intende andare da Giorgio (Armani) e di farsi fare un abito su misura. Ecco, rischiamo di creare il precedente: la sposa messa in ombra dal look perfetto dello sposo. Non sia mai, a costo di emulare Rossella O’ Hara che in periodo di ristrettezze tirò giù una tenda e si fece un abito da sogno, anche il mio sarà un vestito memorabile. Andrò da Le spose di Giò, la massima espressione dell’eleganza in fatto di spose.
Telefono e fisso un appuntamento, la gentilezza della centralinista è paragonabile a quella di un caimano: fredda e distaccata, e io che me la immaginavo come una sorta di arcangelo con i boccoli dorati che con gioia fissa gli appuntamenti per entrare nel paradiso delle future sposine – alle volte avere una fervida immaginazione può essere deleterio- niente di tutto questo, ma non ce la farai mai a smorzare il mio entusiasmo. Cattiva!
Finalmente arriva il tanto agognato giorno: formazione al completo mamma, amica fidata, ovviamente io, e fratello in veste di autista così siamo sicure che a Monza ci arriviamo e pure in orario.
La signora Tiziana si occuperà di me e la sua missione sarà di dare vita al mio vestito da sposa. Mi guarda e mi studia in maniera chirurgica, poi sparisce e quando torna ha appesi al braccio una serie di campioni. Tutti dentro al camerino, tira una specie di sipario che, quando avrò indossato il vestito, lei stessa aprirà con un gesto teatrale e io mi esporrò al giudizio del pubblico non pagante. Primo abito: bocciato. Secondo abito: bocciato. Terzo abito: rinviato a giudizio. La situazione si complica e a dar man forte alla progressiva complicanza ci si mette mia mamma che ripete a gran voce che “secondo lei era più appropriato un bel tailleur beige. Perché sa signora, è il secondo matrimonio, il suo”dove secondo matrimonio e il suo sono sottolineati dieci volte e evidenziati in giallo.
Decido di ignorare i suoi commenti e pure mio fratello che per puro e gratuito divertimento le fa credere (mia mamma è una credulona pazzesca) che gli abiti che sto provando costano migliaia e migliaia e migliaia di euro, fino ad arrivare ad un fantomatico parametro di seicento euro a strato, combinazione mentre ne sto provando uno che è composto da circa sette/otto veli. Mia madre ha un sussulto e sono certa che se potesse mi prenderebbe per un braccio e mi porterebbe fuori dal negozio di peso, leggo la preoccupazione più nera nel suo volto…
Con la signora Tiziana disegnamo da zero come sarà il mio vestito: colore rosa, tessuto chiffon di seta e raso di seta, gonna del modello 3, corpino del modello 1, dettagli del modello 2. Già perché il bello di farsi un vestito da Le spose di Giò è che te lo fanno su misura da zero, e puoi scegliere tutto a misura del tuo gusto e del tuo portafoglio, perché volendo puoi comprimere i costi in maniera notevole scegliendo ad esempio uno chiffon in sintetico -vero è che quando decidi di farti una Ferrari, per risparmiare, mica te la fai fare con le lattine riciclate, allo stesso modo un abito da sogno, in tessuto sintetico, non sarebbe poi così tanto da sogno, con il rischio poi di trasformarsi in incubo se per disgrazia sfiori una candela, però sapere che esiste la possibilità di farlo è già qualcosa.
E ci vediamo circa sei mesi dopo, l’ultimo dei quali passato dalla sottoscritta a macinare chilometri su chilometri e a morir di fame, già perché la signora Tiziana mi ha invitato a perdere qualche chilo (altrimenti, signorina, dovremo ricorrere ad uno stringivita per far cadere bene l’abito), e io orgogliosa, gliene porto ben sette in meno.
Stavolta arriviamo con circa un’ora di ritardo, sbagliando strada più volte e ad accompagnarmi c’è Carmen, la nostra wedding-planner e le sue due assistenti armate di telecamera e macchina fotografica. Le altre signorine in prova (questa parola: signorina, mi sembra veramente vetusta, ma qui se ne fa un gran uso, “signorina si spogli” “signorina si sieda” “signorina di qua” e “signorina di là”) ci guardano con sospetto perché quando entriamo in boutique veniamo annunciate così “È arrivata la signorina Manuela con la sua wedding planner e le sue assistenti, accompagnatele nel camerino pronto per le riprese come richiesto” in realtà noi avevamo richiesto solo di poter filmare la prova del vestito, mica per fare chissà che…e per una volta sono io la stronzettina con la borsa firmata che sarà bersaglio delle critiche acide che normalmente faccio io. Pazienza, me ne farò una ragione, chi di acidume ferisce, di acidume altrui perisce. Entriamo nel nostro camerino, sipario e voilá, eccolo il mio vestito, bello esattamente come speravo dal momento che in realtà è la prima volta che lo vedo. C’è giusto da apportare qualche piccola modifica (bisogna stringerlo: EVVVAIIIII, stringivita? Tiè, beccati questa, non avrai il mio corpo).
Scegliamo scarpe (WOWOWOWOWOW) e accessori e ci vediamo fra un mese per l’ultima prova e poi il ritiro.
Al ritiro siamo solo io e Carmen, l’abito è perfetto, ogni singolo centimetro di stoffa cade esattamente dove deve cadere; la signora Tiziana ora mi impartisce lezioni su come salire e scendere dalla macchina, su come sedermi a tavola e camminare con addosso quel vestito – perché signorina noi desideriamo che i nostri vestiti siano indossati con grazia in modo da arrivare perfetti a fine giornata- le faccio notare che su come indossare un abito da sposa, vanto una certa esperienza, e finalmente ci facciamo tutte una bella risata liberatoria. Comunque sia: Signorsì signora, indosserò l’abito con grazia e eleganza, secondo le sue aspettative!
Sono emozionata e felice, la signora Tiziana invece è un po’ preoccupata perché la macchina potrebbe non essere abbastanza grande per trasportare il vestito, da notare che si tratta di una Mercedes classe A con i sedili praticamente divelti per fare più spazio possibile, per prudenza è stata anche fasciata con un lenzuolo bianco, per scongiurare eventuali macchie dalla premurosa mamma di Carmen che ci ha messo a disposizione il mezzo.
Baci, abbracci e assegno firmato. L’abito è deposto come fosse una sindone in macchina e raggiungere casa.
Mi dispiace Luca mio ma la più bellissima quel giorno sarò io: avvisa Giorgio, dovrà darsi un sacco da fare.

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Cose per cui vale la pena vivere (secondo me)

Anni addietro mi sono trovata ad affrontare un periodo piuttosto duro, roba da maledire il sole quando sorgeva e sperare che la notte non finisse mai. Ancora adesso quando ci ripenso sento quel nodo nello stomaco che rendeva faticoso respirare e la sensazione di essere in trappola, caduta in un pozzo. Fu allora che il mio di allora cognato, che di professione fa lo psicologo, un bel giorno mi ha preso di petto e mi ha detto “così non puoi più andare avanti” e mi ha suggerito di intraprendere un percorso di psicoanalisi.
Non avendo niente da perdere, ho seguito il suo consiglio e devo dire che è stata una delle decisioni migliori che ho preso in tutta la mia vita.
Durante una delle sedute, me ne sono uscita con questa frase “perché vede dottoressa, io non ho nessuna ragione per cui vivere”, lei allora decise di darmi un compito, ossia scrivere un elenco di ciò che avevo e ciò che invece mi mancava. Ai tempi ricordo che feci un elenchino striminzito e intriso di tristezza cosmica, roba che Leopardi al mio confronto era il re della festa.
Voglio provare a farlo ora quell’elenco, a distanza di anni, ora che l’analisi è conclusa, ora che godo dei risultati di quelle sedute così faticose, ora che, dopo essermi smontata pezzo per pezzo, mi sono ricostruita e sono una persona nuova e migliore.
Proviamo. Allora…

“Cose per cui vale la pena vivere”
– il sorriso di mia mamma, che da quando è rimasta vedova ha messo il turbo ed è un esempio per tutti, nemmeno la malattia è riuscita a piegarla. Una donna incredibile.
– mio marito, che al mattino mi guarda con lo sguardo esageratamente trasognato e mi dice che mi adora, e io lo so che mi prende in giro perché al mattino sono peggio del Grinch.
– Tabata, il cane più buono della Terra, la cui dolcezza mi sorprende sempre e mi insegna che alle volte basta una carezza a raddrizzare una giornata storta.
– quella bella sensazione che provo la sera, quando chiudo porte e finestre e so che tutte le persone a me care sono al sicuro e stanno bene.
– fare finta di dormire così che Luca e Tabata vengano a svegliarmi con baci, solletico, zampate, leccate e si comincia la giornata ridendo.
– il panorama mozzafiato che mi fa compagnia mentre vado al lavoro.
– i miei nipoti e mio fratello perché siamo parti dello stesso albero, le mie radici sono anche le loro, io sono loro, loro sono me.
– le mie amiche, che anche se ci vediamo poco, ogni volta è come avere di nuovo vent’anni
– il mare, perché mi fa sentire libera.
– tutto il buono e il bello che scopro ogni giorno in persone sostanzialmente sconosciute. Ascoltarle, parlare con loro anche se spesso parliamo due lingue diverse, ma il suono di una risata è universalmente lo stesso.
– un temporale notturno, che diventa la scusa perfetta per dormire abbracciati.
– un tramonto mozzafiato che mi fa capire che per tanto che l’uomo possa darsi da fare, davanti a Madre Natura resta comunque poca cosa.
– tornare a casa dal lavoro e trovare Luca tutto intento a preparare il mio piatto preferito: spaghetti con le vongole.
– stappare una bottiglia di buon vino e poi fare discorsi senza senso.
– avere il tempo per poter realizzare buona parte dei miei molti sogni.
– nel caso in cui qualcuno Lassù decidesse di buttare uno sguardo verso il basso per vedere che combino, sapere che è orgoglioso di me.
– vivere perché sono fortunata, ho occhi per vedere, orecchie per sentire, bocca per parlare, mani per fare e gambe per andare.
Non mi serve altro.
(A parte un paio di scarpe da favola)
Un sorriso, Magda.

Origliando i discorsi degli uomini

A lezione di donne …..ma dagli uomini.
Avete mai provato a parlare di donne con degli uomini?se non lo avete mai fatto, fatelo subito, perché è una vera e propria rivelazione.
Scoprirete che un buon tre quarti delle menate che ci facciamo noi sono completamente inutili, e cose a cui non facciamo nemmeno caso, si rivelano essere, invece, fondamentali.
Rivelazione numero 1) non rimaneteci male se il vostro lui non si accorge che siete appena state dal parrucchiere, vi è costato un patrimonio e un pomeriggio di permesso dal lavoro. Non lo fa per cattiveria, è che lui non lo vede proprio se avete cambiato in un colpo solo taglio, colore e piega, il suo sistema neurologico non è tarato per queste cose, lui vede voi con i capelli nuovi ma gli occhi non mandano nessun impulso al cervello, e più voi vi piazzerete davanti a lui, come a dire “guarda… Ti piaccio? Come sto?” più si formerà dentro di lui quel senso di disagio di chi sa che sta avendo qualche mancanza, ma non sa proprio quale. Morale della storia: litigherete, perché voi gli sbatterete in faccia la vostra verità: che non vi guarda, che non vi considera, che NON VI AMA, mentre lui, poveretto, cercherà di giustificarsi per evitare che sulla sua fedina penale venga scritto l’orrendo crimine “non si è accorto che la sua compagna/moglie/fidanzata è stata dal parrucchiere”. Siate obiettive: non è così grave. Soluzione: invitate una vostra amica per un caffè, lei si accorgerà subito del cambiamento, anche se avete solo accorciato la frangia di qualche millimetro.
Rivelazione numero 2) del make-up e della sua inutilità. Del tutto superfluo, ancorché fastidioso…già care mie, provate voi a baciare due labbra tutte piccichelente di lucidalabbra e poi vediamo.
Anche se io a onor del vero, in viaggio di nozze, dopo tre giorni completamente struccata, il mio adorato neo marito mi ha così apostrofato “però, un filino di trucco, mettilo va’” della serie “l’amore è una cosa meravigliosa”. Però è vero, agli uomini non piacciono: troppo trucco, troppe unghie (gel, glitter, decori e compagnia cantando), troppa messa in piega…insomma avete capito, tutto ciò che è troppo non va bene.
Rivelazione numero 3) pizzi e merletti. Anche no grazie. Per me è stato uno shock, ma a loro non gliene importa un fico secco di guêpière, reggicalze, baby doll e affini; come ha detto una volta la mia saggia amica Manuela “per loro è solo la carta intorno alla caramella, l’imperativo è arrivare a toglierla, non contemplarla”.
Rivelazione numero 4) delle gattemorte. Ossia quelle ragazze un po’ languide, secche secche, con lo sguardo annoiato, quelle che “il mondo è troppo piccolo per me”, riconoscibili perché sempre super tirate, assumono l’aria da dive per autocertificazione. Posso essere un po’ scurrile? Grazie. Quelle che pensando (tra l’altro erroneamente) di avercela solo loro, a priori si atteggiano a pantere e poi invece “ma per chi mi hai preso?” Scartate a priori. Zitelle ad honorem.
Rivelazione numero 5) delle aggressive. Semplicemente sono le gattemorte con qualche hanno in più. Amano il maculato in genere, che agli uomini fa senso, sono super-abbronzate tutto l’anno, sono in genere troppo-tutto: troppo scollate, troppo scosciate, troppo truccate, volgarotte. Non sono ancora riuscite a capire che “fare colpo” non è sinonimo di piacere. Raramente vanno oltre il primo appuntamento. E si dannano l’anima cercando di capire il perché: guardatevi allo specchio, santo cielo!
Rivelazione numero 6) la pantera del ribaltabile. Piacere piace, eccome; il suo dramma è che per attitudine si autocandida al ruolo di amante, o passatempo, non di compagna a lungo termine e già, anche agli uomini ogni tanto piace parlare e come in tutte le cose: il troppo stroppia. Fatevi una doccia gelata.
Rivelazione numero 7) quelle sempre a dieta. Mettetevi nei loro panni: organizzano una bella seratina, ristorante giusto, atmosfera, cenetta occhi negli occhi e voi che fate? Ordinate un’insalata e un bicchiere d’acqua. Complimenti, vi state scavando la fossa da sole perché non c’è niente di più innervosente che invitare una ragazza a cena per poi di fatto cenare da solo con davanti un coniglio che rosicchia insalata. Invecchierete magre come grissini e sole. Contente voi.
Rivelazione numero 8) della luce e sue ripercussioni. Cose che piacciono agli uomini. E qui è meglio andare piano, l’argomento è delicato. Cosa intendiamo per luce? Allora, dicesi luce quando, guardando da dietro una ragazza, le sue chiappette sono così toniche sode che dal cavallo dei pantaloni si crea un vuoto, da cui appunto passa la luce. Tutto chiaro? Tranquille solo una su mille vanta un simile requisito, con buona pace nostra e dei nostri uomini… Devo dire che su questo argomento si sono veramente infiammati tutti. Boh, fate voi, se volete massacrarvi di squat in palestra, si può provare a riportare la luce laddove ora regnano le tenebre più scure. Ci penserò su…
Rivelazione numero 9) la luce sta anche nel sorriso e nello sguardo. Agli uomini piacciono le donne allegre, solari, positive, che sanno stare allo scherzo e che non si offendono per ogni cosa. Quelle donne che non si nascondono dietro a troppi travestimenti, che sanno essere femmine ma anche un pochino maschiacci, che sono forti quando occorre, ma che ogni tanto hanno bisogno di protezione (al limite fingete di essere deboli, funziona lo stesso). Quelle donne che non vedi l’ora di presentarle agli amici, non perché te la invidieranno, ma perché anche loro vedranno in lei tutto il bello che hai visto tu.
Rivelazione numero 10) l’elogio della normalità. Agli uomini normali piacciono le donne normali, e viceversa. Dopo caraffe di sangria, taniche di spritz, fiumi di mojito e bottiglie e bottiglie di vino siamo giunti tutti a questa conclusione. Forse un po’ banale, ma così è.
Siate normali, sarete eccezionali.

Magda e Furio al corso di cucina thai

Cosa ci fa una che non mangia piccante ad un corso di cucina thai?
Me lo sono chiesta anche io ieri sera, quando MariaSole la cuoca insegnante del corso, ha esordito con “la cucina thai è la cucina più piccante del mondo”.
Molto bene, siamo a cavallo….
Ormai ho imparato, se dichiari subito i tuoi punti deboli sei salvo, quindi ho esordito con “non è che non mangio piccante, diciamo piuttosto che il mio approccio è uguale a quello di un bambino di otto anni”.
Ed è così che senza volerlo ho sabotato il corso di cucina thailandese, cosa simpaticamente (ma simpatica sul serio) sottolineata da MariaSole, che durante tutte e quattro le preparazioni a un certo punto esordiva sempre con un “e adesso ci starebbe bene un po’ di peperoncino, ma noi non possiamo” e inevitabilmente lo sguardo di tutti si dirigeva verso di me….
Ma non mi sono arresa e punta nell’orgoglio ho sfidato le mie papille gustative, già perché durante la preparazione del riso all’ananas e cocco, ogni volta che la cuoca aggiungeva piccolissime particelle piccanti di pasta al curry mi chiedeva di assaggiare per vedere se era tollerabile per le mie neofite papille, e io stoica “no non picca” e lei giù ad aggiungere fino ad arrivare al punto che a momenti mi prende fuoco la gola…ho dovuto buttar giù una bella sorsata di birra per venirne fuori, io che come tutti sanno sono astemia, (perché ridete?) però il riso era buono buono.
Finita la birra ci siamo visti costretti ad aprire una bottiglia di tipico pigato thailandese (scherzo, era ligurissimo) e da quel momento in poi l’atmosfera si è rilassata parecchio, e io mangiavo il piccante con una disinvoltura impressionante.
Da provare assolutamente la zuppa Tom yan Kung, certo, se riuscite a reperire tutti gli ingredienti per farla, e pare che l’unica chance sia andare a Genova in Via Gramsci, quindi, nel caso, organizzatevi per tempo infatti per prepararla a puntino serve una misteriosa salsa di pesce, un ancor più misteriosa pasta piccantina in vaso che sembra un paté di pomodori ma se lo mangi muori per autocombustione, lemon grass che presto la troverete anche a Caperana, date solo il tempo necessario a Furio per dare il via alla coltivazione, funghi, passata di pomodoro, gamberi e lime. Inforcate le chopsticks e dateci dentro. Un’unica raccomandazione: provoca dipendenza da tanto è buona.
E poi arriva il momento dello stupore, del sapore che non ti aspetti: preparate un battuto di aglio e zeste di lime mettetelo in una ciotola con dei pezzetti di papaya e ananas irrorati con un po’ di succo di lime. Mischiate il tutto e assaggiate: non crederete a quello che vi diranno le vostre papille. Poi potete tornare alla rassicurante pasta al pomodoro, ma fidatevi, dovete provare. A completamento del piatto piccoli bocconcini di petto di pollo fatti marinare con del succo di lime e poi saltati in padella a fiamma vivacissima, questa è la versione base, se siete temerari e vi piace sudare buttateci manciate e manciate di peperoncino piccante, e preimpostate il 115 (vigili del fuoco) sul cellulare. Rapido buono e salutare.
Altro giro altra corsa: Noodles pad thai, le meduse nel piatto (dopo Hong Kong il mio rapporto con i noodles è irrimediabilmente compromesso). I noodles altro non sono che una specie di tagliatella trasparente un po’ cingosa che si cuoce come la nostra pasta fresca, anche se il paragone è quasi blasfemo, poi una volta scolati li metti in una wok in cui avrai precedentemente preparato un condimento, noi ieri sera avevamo fagiolini, carote e germogli di soia, noccioline tritate, salsa di pesce, lime, aglio e salsa di soia, li fate saltare ben bene e poi ve li pappate e buon appetito.
Io che in sono bravissima in cucina, ho preparato il nostro dolce, attenti al procedimento perché non è facile. Allora rubate agli altri la papaya che hanno già sbucciato e tagliato, e mettetela in una ciotola. Poi, massacrate a coltellate un innocente mango dopo averlo ridotto di un terzo del suo volume nel tentativo di sbucciarlo, prendete i brandelli di mango così ottenuti e provate a dargli una forma simile a dei cubetti che metterete insieme a quelli di papaya, prendete un lime e spremetecelo dentro, mischiate il tutto. Lo so è un po’ difficile, ma ci potete riuscire anche voi.
Importante: per la buona riuscita dei piatti della cucina thai servono alcuni accorgimenti essenziali, ve li riporto pari pari:
– essere sorridenti
– mettersi un fiore fra i capelli
– avere a disposizione casse e casse di lime altrimenti non andate da nessuna parte
– cucinare insieme a gente allegra
– avere a disposizione una piccola alcova perché pare che la cucina thai invogli a ben altri piaceri oltre a quelli della tavola.
Detto questo non resta che aggiungere:
kŏr hâi jà-rern aa-hăan! Che in lingua thai si scrive:ทานให้อร่อยนะ
Non offendetevi, vi ho solo augurato buon appetito.

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