Magda e il suo primo Premio Letterario

Metti che per una serie di bizzarre circostanze favorevoli ti ritrovi a partecipare ad un premio letterario, il Premio Letterario Nazionale “Enrico Trione – Una fiaba per la montagna”.

Metti  che per partecipare a questo concorso tu debba scrivere una fiaba che abbia come argomento “il Tre” “…presente nelle fiabe come filo conduttore degli intrecci nella composizione degli scenari, nella successione progressiva o progredente dei fatti narrati, nell’efficacia degli aiutanti magici…”

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Tra moglie e marito non mettere il…CrossFit

“Uh sì che bello, facciamolo dai!!” Trilla la mogliettina entusiasta, garrula e felice”Ma guarda che si fa un sacco di fatica, niente a che vedere con la tua zumba” Prova a riportarla alla realtà il marito preoccupato per questa inattesa esplosione di entusiasmo.

“E poi io ci tengo, voglio fare questo Crossgym, FitCross, FitGym…insomma, quel che è con te, anche se sarà faticoso. Mi impegnerò”perentoria e irremovibile, mette un punto alla discussione, senza nemmeno distogliere lo sguardo dalle unghie perfette che si sta limando con la stessa cura con cui Bernini ha rifinito il colonnato di Piazza San Pietro Continua a leggere “Tra moglie e marito non mettere il…CrossFit”

Magda e i principi azzurri stinti e estinti

Ma cosa sta succedendo? Pare che i giovani di oggi non siano più in grado di corteggiare, o almeno così mi dice la mia amica giovane, bella e simpatica; luminosa come una giornata estiva, eppure a piedi, single e depressa.

Ai miei tempi funzionava più o meno così: ci si conosceva al pub, in discoteca, all’Università, dove vi pare insomma, si usciva insieme qualche volta e poi se scattava la scintilla, ci si metteva insieme, prima informalmente, avete presente “il mio ragazzo e la mia ragazza”? Continua a leggere “Magda e i principi azzurri stinti e estinti”

Expo 2015: golose curiosità.

Cammina cammina cammina, Magda e Furio finalmente arrivarono dentro a Expo 2015.Prima impressione a caldo: è immensa!

Fortuna che noi ci siamo presi due giorni per visitarla al meglio, il primo giorno abbiamo optato per un ingresso serale: al costo di 5 euro, dalle 19 fino alle 23, puoi vagare in lungo e in largo, se poi ci metti pure una leggera brezza serale, il connubio è veramente piacevole. Il secondo giorno invece abbiamo fatto il biglietto giornaliero, siamo entrati alle 10 circa e ce ne siamo andati sfatti di stanchezza e libagioni varie alle 22.

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Magda e Furio all’Expo – a voi un antipastino sfizioso.

Magda e Furio sono andati in trasferta all’Expo. Una maratona di due giorni, organizzata con precisione quasi militare, per poter gustare in maniera il più esaustiva possibile, i mille spunti e suggerimenti che questa manifestazione offre.

Non intendo tediarvi con la descrizione dei padiglioni dei vari Stati partecipanti e, tantomeno entrare in inutili polemiche “Expo sì, Expo no. Io ci vado, io no” e affini. Ognuno si tenga il suo punto di vista, che intanto io non sono qui per convincere nessuno, e poi a dirla tutta, non ne ho nemmeno voglia.

La prima cosa che salta agli occhi è che funziona tutto. E qui già l’italiano mugugnone incassa il primo duro colpo. Si arriva agevolmente con la metropolitana, i biglietti si possono prendere in anticipo on line, ma anche per chi arriva all’ultimo minuto, la coda alle casse scorre via rapida. I controlli di sicurezza all’ingresso sono minuziosissimi: praticamente sono uguali in tutto e per tutto a quelli che si fanno in aeroporto, ma anche qui ci si può organizzare in anticipo evitando (parlo a noi donne) di trascinarci dietro la borsa di Mary Poppins, impariamo dai nostri amici maschi: viaggiamo leggere, anche perché con il caldo, molto caldo, la vostra la vostra borsa peserà sulla spalla come un’incudine, e a nessuno piace camminare trascinandosi dietro un’incudine…

Quindi le regole di base sono:

-pianificare la giornata

-abbigliamento anti-caldo, ma guardatevi allo specchio prima di uscire: vi siete cambiate dopo che avete finito di fare i mestieri in casa? Mi raccomando, perché io ho visto in giro tante Luise che “cominciano presto, finiscono presto e di solito non puliscono il water…”

-scarpe comode: sandali, ballerine, scarpe da ginnastica, la scelta è ampia, quindi se potete evitate le infradito di gomma che vi indurranno a trascinarvi i piedi, mezzi dentro la ciabatta e mezzi fuori, e dopo nemmeno mezz’ora avrete i piedi tali e quali a quelli che aveva mio nonno quando andava a zappare scalzo nei campi, ma mentre lui era nobilissimo sporco della sua fatica, voi togliete pure il nobile: non vi si può guardare. E basta. Le flip flop di gomma si possono usare solo al mare, in piscina, in palestra e a casa, in tutte le altre occasioni in cui si usano, in un mondo giusto, dovrebbe essere prevista una sanzione.

E poi c’è la regola di base che vi deve accompagnare per tutta la giornata: fate finta di non essere italiani. Quindi, rispettate le code, evitate di vagare per il decumano come se foste afflitti da labirintite cronica: la gente che vi sta intorno ha tutto il diritto di godersi come voi la giornata senza che voi gli tagliate la strada ad ogni metro o, peggio ancora, gli sbattiate contro perché avete cambiato direzione all’ultimo secondo.

Non fate “toc toc” con il pugnetto rovesciato su tutte le strutture dei vari padiglioni per verificarne solidità, accuratezza delle finiture e qualità dei materiali: non siete Calatrava e nemmeno l’ingegner Cane….e ieri o c’era un pullman di ingegneri civili sguinzagliato all’Expo, oppure non si spiega il dilagante fenomeno di uomini di mezza età in pantalone lungo, mocassino, camicia a mezza manica e marsupio saldamente legato in vita che, appunto, gironzolava qua e là facendo “toc toc” con il pugnetto. A seguire commenti positivi o scuotimenti del capo. Per onor di cronaca vi dico che gli scuotimenti hanno battuto alla grande i commenti positivi, c’era da scommetterci.

Siete ad una esposizione mondiale sul cibo, provate per un solo giorno ad abbandonare le vostre monolitiche convinzioni gastronomiche fatte di pizza Margherita e salumi Beretta, provate qualcosa di nuovo e diverso, magari poi scoprite che vi piace pure.

Decoro please. Anche se fa caldo, cercate per quanto possibile di mantenere un decoro: evitate i bivacchi e i pic-nic improvvisati nel bel mezzo del decumano, cercate di non stravaccarvi come balene spiaggiate e moribonde, le isole dell’acqua non sono docce e il fatto che nessuno vi dica niente non vuol dire che tutto vi sia concesso. Impariamo dai giapponesi: compostezza, eleganza e dignità, anche nelle situazioni più estreme.

Non vi dico di applicare alla lettera il comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso”, ma nemmeno di sfracellargli la pazienza con comportamenti molesti per quanto inconsapevoli: spintoni, spallate, pestate di piedi, cercare di passare avanti sempre e comunque, urlare come indiavolati per ricongiungersi con i propri compagni di ventura sparpagliati qua e là.

Insomma non facciamoci riconoscere da tutti, uniamo le nostre forze e sfatiamo i luoghi comuni che affliggono noi italiani da sempre.

Fatte le debite premesse e raccomandazioni, possiamo entrare.

(Ma ve lo racconto nel prossimo post)

1 settembre 2009. Mio padre e il suo primo e unico viaggio in elicottero.

“Perché se non mi vuoi aiutare e se hai di meglio da fare, fai pure”Queste sono state le ultime parole che ho detto a mio padre, le ultime che gli ho urlato al telefono, il capriccio, l’ennesimo, di una figlia amata e viziatissima. Ricordo di avergli riattaccato il telefono in faccia, perché noi figli ci divertiamo talvolta a essere crudeli, intanto lo avrei chiamato il giorno dopo facendo la preziosa e la finta tonta, e tutto sarebbe tornato come prima.

Mai valutazione fu più sbagliata. Andavo a dormire senza sapere che la mia vita, esattamente dal giorno dopo, non sarebbe stata mai più la stessa. Andavo a dormire che ero ancora figlia, il giorno dopo sarei diventata adulta, in otto ore di sonno stava rannicchiato il cambiamento epocale più significativo di tutta la mia vita.
San Michele di Pagana, ore9:30 di martedì 1 settembre 2009.

Un elicottero del 118 si sta sollevando in volo nel momento preciso in cui io con il mio scooter passo attraverso il borgo in direzione Portofino, alle 10 devo aprire il negozio, sarà sicuramente un sub che si è sentito male durante un’immersione. Speriamo nulla di troppo grave, e proseguo.
Portofino, ore 10:05

Chiamate perse 2 -papà.

Penso che anche questa volta ha funzionato, vedi è lui a fare il primo passo, prova a chiamarmi per fare pace. Desidero tanto sentire la sua voce. Lo chiamo, dai.

Non risponde.

Richiamo.

Non risponde (uffa, accidenti ai papà sordi)

Nel frattempo il cellulare squilla. È mio fratello “ti hanno chiamato con il telefono di papà?”

“Sì, perché?”

“Manu sei seduta?”

“No, perché?” Ho una strana morsa al cuore, sento la paura, ma non so ancora perché la sto sentendo.

“Papà ha avuto un brutto incidente sul lavoro, è caduto da un albero che stava potando e lo stanno portando con l’elicottero del 118 al San Martino”

Il cuore mi si gela nel petto. Non era un sub, era mio padre, se fossi passata dieci minuti prima lo avrei visto, mi sarei fermata e ora sarei con lui. È il primo aereo che prende in vita sua, mi sarebbe piaciuto essere con lui. Il resto della conversazione sono pensieri sconnessi, la mente sta mettendo in moto tutti i sensi, l’unico pensiero che mi gira in testa è “Manuela, devi pensare e agire velocemente”. Chiudo la chiamata con mio fratello.

Ho bisogno di sapere. Come faccio? Io chiamo il 118.

Mi risponde una voce gentile ma ferma, gli spiego la situazione, gli snocciolo i dati di mio padre, mi identifico come sua figlia senza lasciare il minimo dubbio, cerco conferme “È vivo?” “Sì” “È in gravi condizioni?” “Signora, mi capisca, io più di tanto non posso dire, comunque era incosciente quando lo abbiamo caricato sull’elicottero, due arresti cardiaci, sospette lesioni spinali, lo abbiamo intubato, di più non posso dire. La saluto”.

Manuela devi pensare velocemente: la mamma, devi raggiungerla prima di qualsiasi altra persona o telefonata.

Chiamo il mio responsabile, spiego la situazione, mi faccio mandare una sostituta, appena la mia collega arriva parto come un razzo: Portofino – Lavagna in 25 minuti, una corsa folle, mentre guido penso che non posso dire a mamma come stanno realmente le cose, mi studio una versione più edulcorata “papà ha avuto un piccolo incidente ed è al San Martino”, può funzionare, e intanto guadagno minuti. Mentre salgo le scale chiamo la zia, sorella di mio padre, le dico di venire a casa nostra perché dobbiamo partire di corsa per Genova perché papà ha avuto un incidente sul lavoro: mia zia è una tipa tosta, sembra capire perfettamente che non è il momento di fare domande, si limita a fare quello che io le dico di fare. Perfetto.

Il primo crack al cuore lo sento quando la mamma mette la busta porta posate nella borsa “perché papà vuole mangiare con le sue” e mentre lei mi dice queste cose io devo far finta di non sapere che la vita di mio padre è appesa ad un sottilissimo filo, e forse, anzi, sicuramente, le posate non gli servono ad un fico secco. Ma questa è una delle tante volte in cui dovrò essere forte per tutte e due: la mente deve pensare velocemente, il fisico deve essere forte, non è il momento di piangere.

Arriviamo a Genova, un viaggio surreale fatto di silenzi e mezze frasi, poi nel posteggio davanti all’ingresso del Pronto Soccorso mi rendo conto che devo preparare mia mamma ad incassare il colpo più forte che la vita le abbia mai assestato: papà non è ferito, è gravissimo, non sappiamo nemmeno se è vivo o morto, se è tutto intero, se è cosciente. Niente, non sappiamo niente, quello che è andato in onda fino ad ora era solo un teatrino per proteggerla da un dolore che avrei voluto evitarle, ma che purtroppo non posso portare avanti.

Non ce lo fanno nemmeno vedere, la situazione è troppo critica, è in coma farmacologico, intubato, con le vertebre cervicali tutte (TUTTE) fratturate con uscita di materia midollare, trauma cranico con versamento interno non operabile per ridurlo, due arresti cardiaci superati grazie all’intervento del personale del 118.

Le mie gambe sono di creta, le mie ginocchia si piegano, sento un dolore sordo ovunque, ogni cellula del mio corpo è dolore puro. Non è possibile, QUESTA non è la mia vita. E nonostante il mio corpo e il mio cuore siano trafitti da mille spade, devo continuare a pensare velocemente. Di quel pomeriggio mi resta una sola immagine: io e mio fratello che fumiamo nervosamente l’uno di fianco all’altra, davanti a noi una donna spaventata e spaesata: nostra madre. Sento prepotente la necessità di proteggerla, a me, a noi, ci penserò dopo. Ora l’urgenza è lei.

Cerchiamo di tranquillizzarla, la riporto a casa con il borsone da viaggio che aveva preparato con le cose per mio padre stretto in grembo, mi sembra piccolissima, povera mamma. È lei spiegarmi che papà quella mattina è uscito in scooter per raggiungere il deposito dei mezzi del suo datore di lavoro, quindi chiamo Tizio per chiedergli di vederci nel suo posteggio mezzi, quando arrivo non mi da nemmeno il tempo di spiegargli come sta papà, mi fredda subito dicendo che ha sentito il suo avvocato e che seguiranno la linea difensiva della “caduta accidentale”, gli faccio notare in amicizia (perché era un amico) che forse sta correndo un po’ troppo, che forse bisogna vedere come si evolve la cosa, che forse domani papà si sveglia e tutto sarà miracolosamente a posto. Lo invito alla calma, ma dentro di me, nel profondo dell’anima sento che qualcosa non quadra. Sento nitida e forte la sensazione che dovrò essere scudo per mia mamma e spada per difendere mio padre.

Quando finalmente a sera inoltrata raggiungo casa mia, da sola, mi sciolgo in un pianto disperato e silenzioso, non mi sembra possibile che un uomo stamattina sia uscito di casa fischiettando per andare a lavorare e che ora, dodici ore dopo, quello stesso uomo giaccia in un letto del reparto di rianimazione del San Martino, e soprattutto, in questo folle disegno, non mi sembra possibile che quell’uomo sia mio padre.
Questa è la cronaca del giorno 1 settembre 2009, il giorno in cui i miei occhi hanno cominciato a guardare il mondo sotto una luce diversa, il giorno in cui i miei occhi hanno smesso per sempre di essere gli occhi di una figlia per diventare gli occhi di un’adulta. Il giorno in cui mi sono resa conto che più dei lupi, bisogna temere i lupi travestiti da agnelli, e che prima impari a riconoscerli, prima impari a proteggerti e a difenderti.

E questa è stata una delle tante verità che mi ha insegnato mio padre.

Memorie di noi due

Ci sono navi che non sono state costruite per navigare nella calma piatta, 

Nelle placide acque marine puoi contemplarne tutta la loro bellezza,
Ma è nella tempesta che rivelano tutta la loro forza,
Sono navi che incutono un po’ di timore ma,
Una volta a bordo ne rimarrai stregato e sedotto.
Così noi due, amore mio.
Lasciammo agli altri i pennelli intrisi di colori tenui,
Per tenere per noi e per il nostro quadro,
Le tinte più forti
E con quei colori riempimmo la nostra tela
Scegliemmo i sentieri più tortuosi e,
Mentre tutti battevano strade note,
Io e te ci inerpicammo in un sentiero sconosciuto e in salita,
Perché sapevamo che,
Più in alto saremmo arrivati,
Tanto più il panorama ci avrebbe tolto il fiato
Non abbiamo mai avuto paura di perderci,
Nemmeno nella follia più assurda,
Perché non si è mai smarriti,
Finché hai una mano da stringere,
Così nella gioia, così come nella paura.
Ecco cosa dirò quando mi chiederanno di noi:
Noi fummo
Un veliero che domò mari in tempesta,
La tavolozza di un pittore ardito,
Un sentiero che molti ebbero paura di percorrere,
Due mani strette in una presa fortissima.
Noi due fummo ciò che gli altri non ebbero l’ardire di essere,
E questa fu la nostra inesauribile forza,
Nutrendoci di noi alimentammo il nostro amore,
E lui crebbe forte,
Sfidando a testa alta l’immortalità e,
Ad essa fece abbassare lo sguardo.

Passione CrossFit, pagella del primo semestre

Sono passati sei mesi ormai da quando ho fatto il mio primo ingresso nel box, il carnet da 10 ingressi è diventato grande e si è trasformato in un abbonamento annuale, le mie due lezioni settimanali si sono trasformate in quattro e, nei periodi di massimo splendore, sono riuscita a fare anche un sei giorni su sette, compreso un workshop sugli handstand, il mio limite personale invalicabile (oddio forse si potrebbe superare, ma più che un allenamento extra, mi servirebbe qualche seduta di psicoanalisi). Ma torneremo più tardi sull’argomento.

Con una punta di orgoglio e piacere masochista, posso definirmi a pieno titolo una “CrossFit addicted”, già perché oramai ho superato molti degli step espiativi che questa disciplina comporta:
-calli nelle mani ormai stratificati totalmente indifferenti e refrattari a qualsiasi ritrovato emolliente, e così non ci resta altro da fare che limarli selvaggiamente, ma mica usando una banale limetta, ma no dai, siamo seri, noi ormai si usa la raspa che l’estetista usa per le callosità sui talloni, solo che ce la strofiniamo sui palmi delle mani, così come se niente fosse, con la stessa grazia con cui eleganti signorine dalla pelle delicata si danno lo smalto alle unghie.
Roba da far impallidire tutta la categoria dei saldo carpentieri che i calli se li sono fatti venire a furia di maneggiare arnesi pesanti, non come noi che abbiamo la pretesa di appenderci ad una sbarra e tirarci su come se fossimo fatte d’aria. E così mentre la nostra mente ci proietta l’immagine di noi in veste di moderne soldati Jane, ipertoniche, potenti ma eleganti, con i muscoli evidenziati da sapienti giochi di luce (magari pure un po’ resi lucidi da una pastina d’olio), che padroneggiamo tecnica e attrezzo, facendo decine e decine di pull up perfetti, fuori dal nostro cinema privato, l’immagine più tristemente realista è quella di tante scimmiette con la faccia paonazza, appese ad una sbarra che abbozzano qualcosa, ma non si sa ancora bene cosa. Un bravo coach lo può intuire, per il resto del mondo, ahimè, restiamo scimmiette appese.
– lividi. Lividi sparpagliati dappertutto, sulle ginocchia, sui gomiti, sulle clavicole, sulle creste iliache, sugli avambracci : ogni posto è buono per metterci un lividino.
Io per esempio ho trovato finalmente la causa di un livido seriale che mi spunta ciclicamente sul ginocchio sinistro. Bene, ora so che è il mio livido da burpees: 10 burpees nessun livido, dai 30 in su il livido è garantito. Se considerate che ieri in fase warm-up ne abbiamo fatto un tabata intero, e dopo il Wod, ce ne siamo scoppiati un cash out da 50,  vi lascio ora immaginare il colore del mio ginocchio…(ma come diavolo mi esprimo? Warm up, cash out..boh, non me lo so spiegare, chiederò all’analista già menzionata sopra)
Quindi, per la serie “lo stai facendo nel modo corretto” ecco un elenchino dei posti prescelti per la fioritura di un ematoma e la relativa causa:
– livido sulla clavicola: clean
– livido sui gomiti: plank
– livido sulle creste iliache: hollow rock to superman
– livido sugli avambracci: dip ring
– livido sul coccige: sit up
E poi vari ed eventuali, perché il livido è personalizzabile, ognuno può farsi il suo unico e personale, come me.
– kinesio tape (la stigmata più figa di tutte), ossia quando siete stati talmente bravi da procurarvi un piccolo infortuinio che ha reso necessario l’intervento del fisioterapista, il quale per porre rimedio alla vostra fame di agonismo (trasformata in indigestione, visto il risultato) vi metterà strisce di tape colorato sulla zona dolorante, e qui sta alla sua bravura nel creare figure astratte e armoniose degne di un museo di arte moderna. E il vostro corpo è la sua tela. Wow, detta così fa venire voglia di farsi un altro strappettino alla spalla…
Io nel mio piccolo sono a quota due opere d’arte, una per spalla, entrambe infortunate nel vano tentativo di imparare a fare un handstand come si deve. Teoricamente, essendo due le spalle, dovrei essere a posto, ma non si sa mai.
Però accadono anche dei prodigi meravigliosi, d’altronde chi bella vuole apparire un po’ deve soffrire (e noi soffriamo). Il primo, il più godurioso di tutti è il paradosso della bilancia, ossia mettete su peso ma i jeans vi stanno sempre meglio e sono sempre un pochino più larghi; è il potere della massa magra, bellezza. Focalizzate l’immagine che ad ogni squat che fate (e ne facciamo  fantastilioni), il vostro gluteo sollecitato dalla fatica, tira un morso sulla ciccia che lo riveste e, morso dopo morso, se la mangerà tutta, diventando un bel gluteo rotondo, sodo e liscio. Questo è in buona sostanza, quello che sta accadendo laggiù, dove non osano le aquile.
Diverso è il discorso ai piani alti, avete notato che le giacche sono diventate più piccole sulle spalle? Errore. Siete voi che siete diventate più grandi. Ora avete due spalle dritte, toniche e tornite, dovete solo fare attenzione a come vi muovete, al fine di evitare di trasformare i bottoni delle vostre giacche in potenziali proiettili vaganti, grave pericolo per chi vi sta intorno.
Se non ve ne siete ancora accorte, avete anche un accenno di tartaruga, ma tanto lo so che pure voi fate le sceme davanti allo specchio facendo finta di essere una modella di “Sports illustrated”,vi annodate la t-shirt sotto il seno ammiccando ad un fotografo invisibile (di questa e altre patologie ci occuperemo nella sezione “danni psicologici”) e quindi lo sapete benissimo che la vostra pancia ora è fotogenica da morire…
Quanto alle braccia, addio maniche a tre quarti, ora potete sfoggiare arti superiori degni della già citata Jane che di mestiere faceva il soldato. E addio tendine pendenti sotto il bicipite, avete un corpo nuovo e una testa nuova. Infatti, un aspetto da non sottovalutare del CrossFit è la spinta al costante miglioramento individuale, una specie di smania che ti prende a fare e a dare di più: prima 15, poi 20, poi 25 chili, e se prima riuscivi a rimanere in plank 20 secondi e poi eri disposta a morire sul posto, ora a furia di insistere, ci stai un minuto, imprecando come un tassista turco, va bene, ma ci stai.
Perchè come dice il mio saggio marito, crossfitter addicted pure lui “…il dolore è il mezzo con cui il corpo si sta liberando delle proprie debolezze” (o qualcosa di simile).
Ora vi saluto, devo andare a limarmi i calli.

Perché lo fai, Magda?

Quante volte mi è stato chiesto: “perché scrivi?”
Come se la risposta fosse semplice…
Scrivo da sempre, da quando ho imparato a tenere in mano la penna stilografica, e ancora di più da quando ho scovato in soffitta una vecchia macchina da scrivere di mia mamma, la lettera 22 dell’Olivetti. È stato un colpo di fulmine, infilare un foglio nel rullo e poi cominciare a dattiloscrivere, prima solo con due dita, poi con dieci (a ragioneria ai miei tempi non c’era l’ora di computer, ma l’ora di dattilografia). Il tlac tlac dei tasti era musica per me e scrivevo qualsiasi cosa, lettere che non ho mai spedito, favole, racconti, poesie, capitoli di libri mai finiti, pensieri senza capo e senza coda. Basta scrivere.
Scrivere per me è la vera libertà, è entrare in contatto con me stessa chiudendo tutto il mondo fuori, è fare un tuffo nel silenzio più assoluto e lasciare che la mia voce venga fuori. Scrivo quando sono felice e i pensieri scorrono veloci e freschi come un ruscello di montagna, quando non devo contenerli o arginarli, ma solo lasciarli scorrere senza preoccuparmi di dove andranno a parare.
Scrivo quando sono triste e ogni parola che riesco a tirare fuori è una spina che mi levo dall’anima, è un sasso che afferro e scaglio lontano. Le parole che scrivo sono le lacrime che non riesco a piangere, perché partono da così tanto a fondo dentro di me che non riescono ad arrivare agli occhi e restano lì, amare e dolorosissime. Ed ecco che come per magia arriva in mio soccorso la scrittura: mi chiudo in me stessa e lascio le redini, parola dopo parola l’anima si fa più lieve.
Scrivere è il mio canto senza voce e senza musica, è la matita con cui disegno su fogli invisibili agli altri, è un mondo dove esisto solo io, dove il tempo passa in base al ritmo che sono io a scandire, può essere velocissimo oppure estremamente lento, non esiste la parola ritardo, e nemmeno la fretta.
Scrivere è il veicolo con cui riesco ad avvicinarmi a chi non è più fisicamente vicino a me: mio padre scriveva pensieri bellissimi, un camionista ruvido e di poche parole ma, quando scriveva qualcosa per qualcuno riusciva a trovare, per ogni singola sfumatura del suo pensiero, la parola più giusta. E io so che questa cosa me l’ha regalata lui.
La cosa strana? Fino a pochissimi anni fa nessuno aveva accesso ai miei scritti, erano miei, solo miei, esclusivamente miei e l’idea che qualcuno potesse leggerli mi era intollerabile. Troppo riservata per mettere in piazza le mie sensazioni più intime e private: voi vi fareste vedere nudi in piazza? Ecco appunto, per me è esattamente la stessa cosa.
Poi è arrivato Facebook e, da dietro lo schermo, senza stare troppo a riflettere che alla fine, quello che scrivi in bacheca è quanto di meno privato ci possa essere, i primi pensieri hanno cominciato a uscire come acqua dalle crepe di un vaso incrinato, e con mio grandissimo stupore, e altrettanto imbarazzo, ho scoperto che piacevano, che c’era qualcuno che spendeva un pochino del suo tempo a leggerli. Indubbiamente una bella sensazione.
Poi come in tutte le favole che si rispettano è arrivata la fatina buona, nel mio caso una fatina alta un metro e ottanta e pesante quasi cento chili che un giorno mi ha regalato un I Pad e mi ha detto “ora non hai più scuse, ora scrivi e pubblichi”. Così è nato Magdaefurio, il mio blog, la mia creatura, il mio castello incantato di cui, giorno dopo giorno, ho riempito stanze su stanze con fiumi di parole. Ogni tanto vado indietro e apro la porta di una di queste stanze per vedere che cosa c’è dentro, per cercare di capire, attraverso il passare del tempo, come sono cambiata. Ed è una sensazione difficile da spiegare vedere che altre persone hanno aperto la porta di quella stanza e letto quel pezzo che ho scritto magari durante un viaggio in treno, e che qualcuno si è pure preso la briga di lasciare un commento, un segno del suo passaggio.
Io che per eccesso di timidezza non ho mai fatto leggere niente a nessuno, e che la prima cosa che ho trovato il coraggio di far leggere pubblicamente è stata la lettera che ho scritto a mio padre il giorno del suo funerale: per me c’eravamo solo io e lui, non era mica reale la chiesa piena di gente, i fiori, i canti solenni. Io e lui persi nel mio mondo fatto di parole, un mondo evanescente, senza peso e materia, ma dove ogni singola parola ha un suo posto ben preciso. Perché scrivere è armonia e ritmo, è rendere palpabile ciò che fino al momento esatto in cui lo scrivi era impalpabile e inesistente.
Scrivere è terapeutico e liberatorio, è un bisogno irrinunciabile.
È la mia passione. E un uomo (e una donna) senza passione è un uomo morto.
E allora io continuerò a scrivere, ma non per soddisfare la vanità di sapere che qualcuno leggerà ciò che ho scritto, ma solo per il puro piacere di farlo, senza scopo, senza finalità.
Solo piacere e passione, non mi serve altro.

Buon San Valentino a tutti da Magda

E che San Valentino sia, anche quest’anno.
Un San Valentino dolce e delicato a chi lo festeggia per la prima volta, ed è assolutamente convinto che le promesse fatte stasera tenendosi per mano e scambiandosi in dono mezzi cuori con incise le iniziali dei nomi, guardandosi dentro agli occhi l’uno dell’altra, siano valide per tutta la vita. Auguri colombine mie, e auguri al vostro “per sempre” affinché la totale e ingenua fiducia con cui lo nutrite lo faccia crescere e diventare grande, fino a quando uno di voi non incontrerà qualcuno che gli farà battere un po’ più forte il cuore, e allora quel “per sempre” diventerà: per sempre, ma anche no. E il mezzo cuore verrà dato via come oro rottame se era d’oro, altrimenti in epoca di raccolta differenziata, andrà a finire dritto nel secco.
Un San Valentino al gusto fiele a tutte le amanti che stasera hanno fatto la fine della fuoriserie posteggiata in garage, tranquille, verrà la vostra giornata di sole…sempre che la moglie non decida che si va all’Ikea a comprare la libreria Billy, nel qual caso vi toccherà saltare il giro di giostra. Ma state tranquille, lui ama solo voi, sta con lei perché è fragile (anche se è una strega cattivissima), fra di loro è tutto finito, e si sacrifica solo per il bene dei figli (povera anima) che, se fate un po’ i conti, da quando lui vi ha detto che ama solo voi, ne ha scodellati un paio con la strega.
Come dite? Vi ha fatto recapitare a casa un fascio di rose rosse grosso così? Belle, niente da dire, ma appassiranno, e voi con loro, consumate in un’inutile attesa. Comunque auguri, festeggerete con lui domani, con un giorno di ritardo, come Natale, il suo compleanno e tutte quelle occasioni cui voi non vi tocca il diritto della puntualità del calendario.
Auguri di cuore agli ex di una vita. A quelli che vi hanno fatto soffrire, a chi vi ha accusato di ogni nefandezza, a chi non rispondeva alle vostre telefonate, a chi per lui/lei non eravate mai abbastanza, salvo poi al momento della resa dei conti, accusarvi di essere stato troppo. A chi vi ha tradito e vi ha fatto provare l’ebbrezza di un paio di corna e si è guadagnato litri e litri delle vostre lacrime. A chi vi diceva di essere un’arpia, auguri anche a lui, soprattutto se ora lo sapete caduto dalla padella alla brace. Ve lo dicevano tutti: il tempo è galantuomo, basta saper aspettare. Ora sapete che avevano ragione da vendere.
Un San Valentino di serena tranquillità a chi il grande amore lo sta aspettando, e quindi per lui/lei oggi è solo un sabato come gli altri. Auguri di cuore, speriamo che l’attesa sia breve e soprattutto che non sia stata vana: a tutti voi auguro di sbattere dentro ad una persona che si prenda cura di voi, e che vi faccia fare il salto della staccionata, ossia che vi faccia venire voglia di essere una di quelle persone che oggi compra una rosa pagandola il triplo del suo prezzo reale, una torta a forma di cuore e stasera è a cena in ristoranti con romantici menù a prezzo fisso e cuoricini sparpagliati dappertutto.
Non preoccupatevi di coloro che oggi hanno infestato le bacheche di qualsiasi social network con messaggi di velenosa ironia, probabilmente loro ora sono a casa a rosicchiasi le unghie, acidi come yogurt scaduti, mentre voi siete abbracciati al vostro lui/lei in un delizioso brodo di giuggiole.
E poi gli auguri più cari. Un tenero San Valentino a tutti quelli che di San Valentini ne hanno festeggiati una serie infinita e sempre con la stessa persona, a chi è insieme da una vita e ogni singola pagina dl libro della vita è scritta a quattro mani.
A chi il tempo ha concesso il lusso di mettere radici così profonde che, anche se il tronco ha infiniti anni, sui rami ogni primavera spuntano nuove foglie e fiori. A quelle mani rugose che ancora si intrecciano l’una dentro l’altra e che tanto hanno da insegnare in questi tempi mordi e fuggi, tempi in cui si fa e si disfa come se niente fosse.
Buon San Valentino a tutti gli innamorati a vario titolo, a chi un amore grande lo vive e a chi sogna di viverlo presto. E ai malmostosi, ai cinici, ai duri e puri, a quelli che “oggi è solo una festa ipocrita”: fate la pace con il vostro lato romantico, e uscite a festeggiare. Siete ancora in tempo.