…e poi l’uomo inventò la bici elettrica.

Lo senti dietro di te, alle tue spalle, il sibilo della morte? E’ come un fischio ma più silenzioso, è un “ppppfffffffff” che arriva veloce e da lontano, devi essere scaltro a spostarti perché, se ti travolge, per te è finita.

Per fortuna riesci a scansarti, la morte per oggi non ti avrà: ti è solo passata di fianco e ti ha pure superato, ora la puoi vedere nitidamente dritta in faccia: ha le sembianze di una tranquilla signora di mezza età, con la piega fatta di fresco, ben vestita e dall’aspetto molto curato; si direbbe completamente innocua, se non fosse per quel dettaglio inquietante: è seduta su una bici elettrica. Anzi no, non è seduta, è appollaiata proprio sul sellino di una fiammante bici elettrica, con il busto leggermente inclinato indietro, rigida e insicura, ignara di quello che sta facendo, di dove sta andando e di come lo raggiungerà. Lei va, convinta di essere Laura Ingalls nel telefilm “La casa nella prateria”, quando Laura con il suo bel calessino trainato da un mite cavallo andava a zonzo per sconfinate praterie deserte, ma tu balorda di una svaporata sei su un lungo fiume largo neanche due metri e se non impari a usare i freni e il buonsenso ci ammazzi tutti. Continua a leggere “…e poi l’uomo inventò la bici elettrica.”

Annunci

Magda e la Great Wall Marathon

“Everybody conquered the “Great Wall marathon ” it’s an hero, be proud about yourself”. Con queste parole dell’ideatore della Maratona sulla Grande Muraglia si è conclusa la serata di gala in onore di quanti vi hanno partecipato.E così io mi sono sentita tagliando la linea di quel traguardo, che ho amato, odiato, temuto, desiderato, sognato, detestato e alla fine conquistato.

La mia prima gara vera, la mia prima mezza maratona, la mia prima vera sfida sportiva, il mio primo bib per la classifica ufficiale, un vero e proprio battesimo di fuoco….

Ma come sono andate veramente le cose?

Ora ve lo racconto, chilometro dopo chilometro.

Continua a leggere “Magda e la Great Wall Marathon”

Magda e la resilienza.

Se cercate sul web la definizione della parola “resilienza”, ne troverete a decine. Ce n’è una per ogni esigenza o necessità. In psicologia,viene definita resilienza la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Nello sport viene definito resiliente quell’atleta che, semplicemente, si rifiuta di arrendersi, colui che “è in grado di risalire sulla barca rovesciata”.

Vi giuro, e chi mi conosce sa che non mento, che io Luca lo avrei ammazzato quando mi spingeva a correre anche quando le gambe mi bruciavano, il fiato mi moriva in gola, avevo il battito cardiaco di un colibrì,  tutto il mio corpo urlava la sua disperazione, e lui con quella sua dannata (adorabile) “erre” nobile e senza palesare il minimo sforzo, mi diceva che dovevo essere resiliente, avere un atteggiamento zen, “devi essere come i monaci tibetani, che riescono a rimanere impassibili e sereni, anche davanti al nemico che li picchia duro”. Due considerazioni a caldo: a)ti sembro forse un monaco tibetano? b) ringrazia che nella taschina dei pantaloncini da running non ci stia una rivoltella, altrimenti te lo facevo vedere io il monaco… Continua a leggere “Magda e la resilienza.”

Magda’s revolution 

Ho letto tempo fa, da qualche parte, che siamo esseri in costante mutamento, nati per evolverci e, in un contesto ideale, tendenti al miglioramento. Una di quelle belle frasi che decidi di giocarti per sfoderare una conversazione brillante, al bar con gli amici durante un aperitivo, quando vuoi impressionare tutti con la tua dialettica farcita di filosofia zen. Ma poi tutto muore lì.E sui binari della normalità puoi proseguire tranquillo la tua esistenza senza il minimo scossone, fino all’ultimo dei tuoi giorni….la calma tranquillità di un fiume che procede tranquillo fino al mare, nel suo letto, senza mai una rapida, o una curva improvvisa.

Ma… Continua a leggere “Magda’s revolution “

Magda e il suo primo Premio Letterario

Metti che per una serie di bizzarre circostanze favorevoli ti ritrovi a partecipare ad un premio letterario, il Premio Letterario Nazionale “Enrico Trione – Una fiaba per la montagna”.

Metti  che per partecipare a questo concorso tu debba scrivere una fiaba che abbia come argomento “il Tre” “…presente nelle fiabe come filo conduttore degli intrecci nella composizione degli scenari, nella successione progressiva o progredente dei fatti narrati, nell’efficacia degli aiutanti magici…”

Continua a leggere “Magda e il suo primo Premio Letterario”

Magda e i principi azzurri stinti e estinti

Ma cosa sta succedendo? Pare che i giovani di oggi non siano più in grado di corteggiare, o almeno così mi dice la mia amica giovane, bella e simpatica; luminosa come una giornata estiva, eppure a piedi, single e depressa.

Ai miei tempi funzionava più o meno così: ci si conosceva al pub, in discoteca, all’Università, dove vi pare insomma, si usciva insieme qualche volta e poi se scattava la scintilla, ci si metteva insieme, prima informalmente, avete presente “il mio ragazzo e la mia ragazza”? Continua a leggere “Magda e i principi azzurri stinti e estinti”

1 settembre 2009. Mio padre e il suo primo e unico viaggio in elicottero.

“Perché se non mi vuoi aiutare e se hai di meglio da fare, fai pure”Queste sono state le ultime parole che ho detto a mio padre, le ultime che gli ho urlato al telefono, il capriccio, l’ennesimo, di una figlia amata e viziatissima. Ricordo di avergli riattaccato il telefono in faccia, perché noi figli ci divertiamo talvolta a essere crudeli, intanto lo avrei chiamato il giorno dopo facendo la preziosa e la finta tonta, e tutto sarebbe tornato come prima.

Mai valutazione fu più sbagliata. Andavo a dormire senza sapere che la mia vita, esattamente dal giorno dopo, non sarebbe stata mai più la stessa. Andavo a dormire che ero ancora figlia, il giorno dopo sarei diventata adulta, in otto ore di sonno stava rannicchiato il cambiamento epocale più significativo di tutta la mia vita.
San Michele di Pagana, ore9:30 di martedì 1 settembre 2009.

Un elicottero del 118 si sta sollevando in volo nel momento preciso in cui io con il mio scooter passo attraverso il borgo in direzione Portofino, alle 10 devo aprire il negozio, sarà sicuramente un sub che si è sentito male durante un’immersione. Speriamo nulla di troppo grave, e proseguo.
Portofino, ore 10:05

Chiamate perse 2 -papà.

Penso che anche questa volta ha funzionato, vedi è lui a fare il primo passo, prova a chiamarmi per fare pace. Desidero tanto sentire la sua voce. Lo chiamo, dai.

Non risponde.

Richiamo.

Non risponde (uffa, accidenti ai papà sordi)

Nel frattempo il cellulare squilla. È mio fratello “ti hanno chiamato con il telefono di papà?”

“Sì, perché?”

“Manu sei seduta?”

“No, perché?” Ho una strana morsa al cuore, sento la paura, ma non so ancora perché la sto sentendo.

“Papà ha avuto un brutto incidente sul lavoro, è caduto da un albero che stava potando e lo stanno portando con l’elicottero del 118 al San Martino”

Il cuore mi si gela nel petto. Non era un sub, era mio padre, se fossi passata dieci minuti prima lo avrei visto, mi sarei fermata e ora sarei con lui. È il primo aereo che prende in vita sua, mi sarebbe piaciuto essere con lui. Il resto della conversazione sono pensieri sconnessi, la mente sta mettendo in moto tutti i sensi, l’unico pensiero che mi gira in testa è “Manuela, devi pensare e agire velocemente”. Chiudo la chiamata con mio fratello.

Ho bisogno di sapere. Come faccio? Io chiamo il 118.

Mi risponde una voce gentile ma ferma, gli spiego la situazione, gli snocciolo i dati di mio padre, mi identifico come sua figlia senza lasciare il minimo dubbio, cerco conferme “È vivo?” “Sì” “È in gravi condizioni?” “Signora, mi capisca, io più di tanto non posso dire, comunque era incosciente quando lo abbiamo caricato sull’elicottero, due arresti cardiaci, sospette lesioni spinali, lo abbiamo intubato, di più non posso dire. La saluto”.

Manuela devi pensare velocemente: la mamma, devi raggiungerla prima di qualsiasi altra persona o telefonata.

Chiamo il mio responsabile, spiego la situazione, mi faccio mandare una sostituta, appena la mia collega arriva parto come un razzo: Portofino – Lavagna in 25 minuti, una corsa folle, mentre guido penso che non posso dire a mamma come stanno realmente le cose, mi studio una versione più edulcorata “papà ha avuto un piccolo incidente ed è al San Martino”, può funzionare, e intanto guadagno minuti. Mentre salgo le scale chiamo la zia, sorella di mio padre, le dico di venire a casa nostra perché dobbiamo partire di corsa per Genova perché papà ha avuto un incidente sul lavoro: mia zia è una tipa tosta, sembra capire perfettamente che non è il momento di fare domande, si limita a fare quello che io le dico di fare. Perfetto.

Il primo crack al cuore lo sento quando la mamma mette la busta porta posate nella borsa “perché papà vuole mangiare con le sue” e mentre lei mi dice queste cose io devo far finta di non sapere che la vita di mio padre è appesa ad un sottilissimo filo, e forse, anzi, sicuramente, le posate non gli servono ad un fico secco. Ma questa è una delle tante volte in cui dovrò essere forte per tutte e due: la mente deve pensare velocemente, il fisico deve essere forte, non è il momento di piangere.

Arriviamo a Genova, un viaggio surreale fatto di silenzi e mezze frasi, poi nel posteggio davanti all’ingresso del Pronto Soccorso mi rendo conto che devo preparare mia mamma ad incassare il colpo più forte che la vita le abbia mai assestato: papà non è ferito, è gravissimo, non sappiamo nemmeno se è vivo o morto, se è tutto intero, se è cosciente. Niente, non sappiamo niente, quello che è andato in onda fino ad ora era solo un teatrino per proteggerla da un dolore che avrei voluto evitarle, ma che purtroppo non posso portare avanti.

Non ce lo fanno nemmeno vedere, la situazione è troppo critica, è in coma farmacologico, intubato, con le vertebre cervicali tutte (TUTTE) fratturate con uscita di materia midollare, trauma cranico con versamento interno non operabile per ridurlo, due arresti cardiaci superati grazie all’intervento del personale del 118.

Le mie gambe sono di creta, le mie ginocchia si piegano, sento un dolore sordo ovunque, ogni cellula del mio corpo è dolore puro. Non è possibile, QUESTA non è la mia vita. E nonostante il mio corpo e il mio cuore siano trafitti da mille spade, devo continuare a pensare velocemente. Di quel pomeriggio mi resta una sola immagine: io e mio fratello che fumiamo nervosamente l’uno di fianco all’altra, davanti a noi una donna spaventata e spaesata: nostra madre. Sento prepotente la necessità di proteggerla, a me, a noi, ci penserò dopo. Ora l’urgenza è lei.

Cerchiamo di tranquillizzarla, la riporto a casa con il borsone da viaggio che aveva preparato con le cose per mio padre stretto in grembo, mi sembra piccolissima, povera mamma. È lei spiegarmi che papà quella mattina è uscito in scooter per raggiungere il deposito dei mezzi del suo datore di lavoro, quindi chiamo Tizio per chiedergli di vederci nel suo posteggio mezzi, quando arrivo non mi da nemmeno il tempo di spiegargli come sta papà, mi fredda subito dicendo che ha sentito il suo avvocato e che seguiranno la linea difensiva della “caduta accidentale”, gli faccio notare in amicizia (perché era un amico) che forse sta correndo un po’ troppo, che forse bisogna vedere come si evolve la cosa, che forse domani papà si sveglia e tutto sarà miracolosamente a posto. Lo invito alla calma, ma dentro di me, nel profondo dell’anima sento che qualcosa non quadra. Sento nitida e forte la sensazione che dovrò essere scudo per mia mamma e spada per difendere mio padre.

Quando finalmente a sera inoltrata raggiungo casa mia, da sola, mi sciolgo in un pianto disperato e silenzioso, non mi sembra possibile che un uomo stamattina sia uscito di casa fischiettando per andare a lavorare e che ora, dodici ore dopo, quello stesso uomo giaccia in un letto del reparto di rianimazione del San Martino, e soprattutto, in questo folle disegno, non mi sembra possibile che quell’uomo sia mio padre.
Questa è la cronaca del giorno 1 settembre 2009, il giorno in cui i miei occhi hanno cominciato a guardare il mondo sotto una luce diversa, il giorno in cui i miei occhi hanno smesso per sempre di essere gli occhi di una figlia per diventare gli occhi di un’adulta. Il giorno in cui mi sono resa conto che più dei lupi, bisogna temere i lupi travestiti da agnelli, e che prima impari a riconoscerli, prima impari a proteggerti e a difenderti.

E questa è stata una delle tante verità che mi ha insegnato mio padre.

Perché lo fai, Magda?

Quante volte mi è stato chiesto: “perché scrivi?”
Come se la risposta fosse semplice…
Scrivo da sempre, da quando ho imparato a tenere in mano la penna stilografica, e ancora di più da quando ho scovato in soffitta una vecchia macchina da scrivere di mia mamma, la lettera 22 dell’Olivetti. È stato un colpo di fulmine, infilare un foglio nel rullo e poi cominciare a dattiloscrivere, prima solo con due dita, poi con dieci (a ragioneria ai miei tempi non c’era l’ora di computer, ma l’ora di dattilografia). Il tlac tlac dei tasti era musica per me e scrivevo qualsiasi cosa, lettere che non ho mai spedito, favole, racconti, poesie, capitoli di libri mai finiti, pensieri senza capo e senza coda. Basta scrivere.
Scrivere per me è la vera libertà, è entrare in contatto con me stessa chiudendo tutto il mondo fuori, è fare un tuffo nel silenzio più assoluto e lasciare che la mia voce venga fuori. Scrivo quando sono felice e i pensieri scorrono veloci e freschi come un ruscello di montagna, quando non devo contenerli o arginarli, ma solo lasciarli scorrere senza preoccuparmi di dove andranno a parare.
Scrivo quando sono triste e ogni parola che riesco a tirare fuori è una spina che mi levo dall’anima, è un sasso che afferro e scaglio lontano. Le parole che scrivo sono le lacrime che non riesco a piangere, perché partono da così tanto a fondo dentro di me che non riescono ad arrivare agli occhi e restano lì, amare e dolorosissime. Ed ecco che come per magia arriva in mio soccorso la scrittura: mi chiudo in me stessa e lascio le redini, parola dopo parola l’anima si fa più lieve.
Scrivere è il mio canto senza voce e senza musica, è la matita con cui disegno su fogli invisibili agli altri, è un mondo dove esisto solo io, dove il tempo passa in base al ritmo che sono io a scandire, può essere velocissimo oppure estremamente lento, non esiste la parola ritardo, e nemmeno la fretta.
Scrivere è il veicolo con cui riesco ad avvicinarmi a chi non è più fisicamente vicino a me: mio padre scriveva pensieri bellissimi, un camionista ruvido e di poche parole ma, quando scriveva qualcosa per qualcuno riusciva a trovare, per ogni singola sfumatura del suo pensiero, la parola più giusta. E io so che questa cosa me l’ha regalata lui.
La cosa strana? Fino a pochissimi anni fa nessuno aveva accesso ai miei scritti, erano miei, solo miei, esclusivamente miei e l’idea che qualcuno potesse leggerli mi era intollerabile. Troppo riservata per mettere in piazza le mie sensazioni più intime e private: voi vi fareste vedere nudi in piazza? Ecco appunto, per me è esattamente la stessa cosa.
Poi è arrivato Facebook e, da dietro lo schermo, senza stare troppo a riflettere che alla fine, quello che scrivi in bacheca è quanto di meno privato ci possa essere, i primi pensieri hanno cominciato a uscire come acqua dalle crepe di un vaso incrinato, e con mio grandissimo stupore, e altrettanto imbarazzo, ho scoperto che piacevano, che c’era qualcuno che spendeva un pochino del suo tempo a leggerli. Indubbiamente una bella sensazione.
Poi come in tutte le favole che si rispettano è arrivata la fatina buona, nel mio caso una fatina alta un metro e ottanta e pesante quasi cento chili che un giorno mi ha regalato un I Pad e mi ha detto “ora non hai più scuse, ora scrivi e pubblichi”. Così è nato Magdaefurio, il mio blog, la mia creatura, il mio castello incantato di cui, giorno dopo giorno, ho riempito stanze su stanze con fiumi di parole. Ogni tanto vado indietro e apro la porta di una di queste stanze per vedere che cosa c’è dentro, per cercare di capire, attraverso il passare del tempo, come sono cambiata. Ed è una sensazione difficile da spiegare vedere che altre persone hanno aperto la porta di quella stanza e letto quel pezzo che ho scritto magari durante un viaggio in treno, e che qualcuno si è pure preso la briga di lasciare un commento, un segno del suo passaggio.
Io che per eccesso di timidezza non ho mai fatto leggere niente a nessuno, e che la prima cosa che ho trovato il coraggio di far leggere pubblicamente è stata la lettera che ho scritto a mio padre il giorno del suo funerale: per me c’eravamo solo io e lui, non era mica reale la chiesa piena di gente, i fiori, i canti solenni. Io e lui persi nel mio mondo fatto di parole, un mondo evanescente, senza peso e materia, ma dove ogni singola parola ha un suo posto ben preciso. Perché scrivere è armonia e ritmo, è rendere palpabile ciò che fino al momento esatto in cui lo scrivi era impalpabile e inesistente.
Scrivere è terapeutico e liberatorio, è un bisogno irrinunciabile.
È la mia passione. E un uomo (e una donna) senza passione è un uomo morto.
E allora io continuerò a scrivere, ma non per soddisfare la vanità di sapere che qualcuno leggerà ciò che ho scritto, ma solo per il puro piacere di farlo, senza scopo, senza finalità.
Solo piacere e passione, non mi serve altro.

Buon San Valentino a tutti da Magda

E che San Valentino sia, anche quest’anno.
Un San Valentino dolce e delicato a chi lo festeggia per la prima volta, ed è assolutamente convinto che le promesse fatte stasera tenendosi per mano e scambiandosi in dono mezzi cuori con incise le iniziali dei nomi, guardandosi dentro agli occhi l’uno dell’altra, siano valide per tutta la vita. Auguri colombine mie, e auguri al vostro “per sempre” affinché la totale e ingenua fiducia con cui lo nutrite lo faccia crescere e diventare grande, fino a quando uno di voi non incontrerà qualcuno che gli farà battere un po’ più forte il cuore, e allora quel “per sempre” diventerà: per sempre, ma anche no. E il mezzo cuore verrà dato via come oro rottame se era d’oro, altrimenti in epoca di raccolta differenziata, andrà a finire dritto nel secco.
Un San Valentino al gusto fiele a tutte le amanti che stasera hanno fatto la fine della fuoriserie posteggiata in garage, tranquille, verrà la vostra giornata di sole…sempre che la moglie non decida che si va all’Ikea a comprare la libreria Billy, nel qual caso vi toccherà saltare il giro di giostra. Ma state tranquille, lui ama solo voi, sta con lei perché è fragile (anche se è una strega cattivissima), fra di loro è tutto finito, e si sacrifica solo per il bene dei figli (povera anima) che, se fate un po’ i conti, da quando lui vi ha detto che ama solo voi, ne ha scodellati un paio con la strega.
Come dite? Vi ha fatto recapitare a casa un fascio di rose rosse grosso così? Belle, niente da dire, ma appassiranno, e voi con loro, consumate in un’inutile attesa. Comunque auguri, festeggerete con lui domani, con un giorno di ritardo, come Natale, il suo compleanno e tutte quelle occasioni cui voi non vi tocca il diritto della puntualità del calendario.
Auguri di cuore agli ex di una vita. A quelli che vi hanno fatto soffrire, a chi vi ha accusato di ogni nefandezza, a chi non rispondeva alle vostre telefonate, a chi per lui/lei non eravate mai abbastanza, salvo poi al momento della resa dei conti, accusarvi di essere stato troppo. A chi vi ha tradito e vi ha fatto provare l’ebbrezza di un paio di corna e si è guadagnato litri e litri delle vostre lacrime. A chi vi diceva di essere un’arpia, auguri anche a lui, soprattutto se ora lo sapete caduto dalla padella alla brace. Ve lo dicevano tutti: il tempo è galantuomo, basta saper aspettare. Ora sapete che avevano ragione da vendere.
Un San Valentino di serena tranquillità a chi il grande amore lo sta aspettando, e quindi per lui/lei oggi è solo un sabato come gli altri. Auguri di cuore, speriamo che l’attesa sia breve e soprattutto che non sia stata vana: a tutti voi auguro di sbattere dentro ad una persona che si prenda cura di voi, e che vi faccia fare il salto della staccionata, ossia che vi faccia venire voglia di essere una di quelle persone che oggi compra una rosa pagandola il triplo del suo prezzo reale, una torta a forma di cuore e stasera è a cena in ristoranti con romantici menù a prezzo fisso e cuoricini sparpagliati dappertutto.
Non preoccupatevi di coloro che oggi hanno infestato le bacheche di qualsiasi social network con messaggi di velenosa ironia, probabilmente loro ora sono a casa a rosicchiasi le unghie, acidi come yogurt scaduti, mentre voi siete abbracciati al vostro lui/lei in un delizioso brodo di giuggiole.
E poi gli auguri più cari. Un tenero San Valentino a tutti quelli che di San Valentini ne hanno festeggiati una serie infinita e sempre con la stessa persona, a chi è insieme da una vita e ogni singola pagina dl libro della vita è scritta a quattro mani.
A chi il tempo ha concesso il lusso di mettere radici così profonde che, anche se il tronco ha infiniti anni, sui rami ogni primavera spuntano nuove foglie e fiori. A quelle mani rugose che ancora si intrecciano l’una dentro l’altra e che tanto hanno da insegnare in questi tempi mordi e fuggi, tempi in cui si fa e si disfa come se niente fosse.
Buon San Valentino a tutti gli innamorati a vario titolo, a chi un amore grande lo vive e a chi sogna di viverlo presto. E ai malmostosi, ai cinici, ai duri e puri, a quelli che “oggi è solo una festa ipocrita”: fate la pace con il vostro lato romantico, e uscite a festeggiare. Siete ancora in tempo.

Magda e il Crossfit: e fu subito amore.

E allora facciamola questa prova. Cerchiamo di capire, una volta per tutte, che cosa sia questa diavoleria del Crossfit, anche perché, a dire il vero, io li ho visti alcuni filmati su YouTube e, francamente, sono un po’ preoccupata, perché io e la bionda ragazza americana che scoppia di salute e sembra essere assolutamente a suo agio appesa ad una sbarra facendo milioni di trazioni come se niente fosse, probabilmente (anzi no, ne sono certa), non apparteniamo nemmeno alla stessa specie. E, a meno che lei non decida di involvere fino allo stadio larvale, non vedo come io e lei si possa avere un punto di contatto.
Comunque sia, bando alle ciance, ed eccoci qua, dentro al “box”,così gli habitué chiamano quella che noi comuni mortali chiamiamo palestra, tutti pronti a toccare con mano gli effetti mirabolanti del Crossfit. Si comincia con una fase di riscaldamento – e fin qui tutto bene – poi si passa ad una seconda fase detta “skill”, ossia una dimostrazione teorico-pratica degli esercizi che andremo a fare e poi, dulcis in fundo, arriva il Wod (workout of the day), la fase che vi farà rimpiangere si essere mai state lì.
Già perché vi ritroverete a fare cose che mai e poi mai avreste creduto di poter fare: flessioni, verticali, salti, sollevamento pesi, millemila addominali, salti con la corda ma, grondanti sudore e con il cuore sul punto di scoppiare, porterete a termine il vostro Wod e la sensazione sarà quasi euforizzante. Cavolo, come siete toste, sì vabbè, vi gira un po’ la testa, avete i palmi delle mani doloranti e le idee un po’ confuse, ma non perdete la calma, presto si formeranno i calli e soffrirete decisamente meno…
Uscite dal box, senza rendervene conto avete cominciato anche voi a chiamarlo così, barcollanti, sudate fradice, e con la faccia rosso ketchup, ma con addosso quella bella sensazione della fatica vera che le varie zumbe, Aqua gym, e varie amenità sportive non vi hanno regalato mai.
Ci tornerete, anche se vostro marito che vi ha accompagnato alla lezione di prova, ha paragonato la vostra performance a quella di, cito testualmente, “un vecchio che fa sesso”( lui a dire il vero ha usato un altro termine decisamente più colorito, ma io sono una personcina elegante, e allora mi avvalgo di un sobrio sinonimo).
Quindi, abbonamento fatto: siete dentro al fight club, e, infrangendo subito la prima regola del fight club: “non parlare mai a nessuno del fight club” voi, diventate i Testimoni di Geova del Crossfit, e moleste come loro, ogni occasione sarà buona per decantarne le lodi e cercare di fare nuovi adepti. Mi raccomando, resistete alla tentazione di mettervi a suonare campanelli a caso per portare il vostro messaggio sportivo: c’è il penale.
Il giorno dopo, quando suona la sveglia, arrivano le dolenti note: litri, litri e litri di acido lattico intasano ogni vostra fibra e cercare di alzarsi dal letto è, con ogni probabilità, l’impresa più ardua di tutta la vostra vita.
Fanno male tutti (TUTTI) i muscoli compresi nell’intervallo fra i lobi delle orecchie e le punte degli alluci, penserete più volte nell’arco della giornata di essere state vittime di un pestaggio in un vicolo buio e che ve le hanno suonate talmente forte che voi non lo ricordate assolutamente, ma il vostro corpo trafitto da dolori fulminanti ogni qualvolta voi facciate qualcosa, compreso pensare e respirare, ne è la prova provata. Ma voi siete delle apprendiste Wonder woman, e in attesa di volare come lei, ve ne state di un modesto e più veritiero andamento lento e caracollante.
La mattina del secondo giorno dopo il vostro battesimo del Crossfit, sarà anche peggio: vuoi vedere che dopo il pestaggio, sono stata pure centrata in pieno da un camion? Deve essere sicuramente così e, a fine giornata ne sarete assolutamente persuase. La vostra andatura è legnosa e rigida e mettervi il mascara sarà un’impresa titanica perché le vostra braccia tremeranno e faranno un male assassino, ma si sa, Wonder woman soffre in silenzio.
E così si arriva alla lezione numero due.
A proposito, come sta il vostro inglese?
Già, perché non penserete che dentro al box si parli in italiano? E no, carine…
Dentro al box le trazioni alla sbarra diventano pull-ups, lo stacco da terra sarà un deadlift, la fase di riscaldamento si trasforma in un fighissimo warm up, e avanti così, musica maestro, fino ad arrivare a virtuosi acronimi come AMRAP (as many reps/round as possible). Non perdetevi d’animo e abbozzate, guardatevi intorno e ricordate che la forza del branco è che ognuno capisce qualcosa di diverso e così unendo i pezzi si forma l’intero, e dopo due giri a casaccio come in preda ad un attacco violento di labirintite, ce la farete a portare a termine il vostro Wod. E anche il secondo round è andato.
Ormai vi guardate con orgoglio le mani rovinate che danno un tocco così rude alla vostra manicure e non avreste mai pensato che calli e brillanti potessero stare così bene insieme; bene a tal punto che, anche se vi eravate prefissate di frequentare due volte alla settimana, senza rendervene conto questa settimana avete fissato tre lezioni e non escludete che possano diventare quattro perché, quando cominciate a vedere i primi risultati (che arrivano presto), vi monterà una specie di febbre da Crossfit: dovete andare e basta, anche se le braccia continuano a fare un male fotonico ma, di contro, non ballonzolano più come dei sacchetti vuoti quando mettete il sale sui piatti in cucina e anche il resto ha un che di diverso, credo si chiami tonicità.
Il Crossfit si è impossessato di voi. Nel frattempo avete comprato i guanti i per proteggere le mani, vi siete scaricate un paio di app per poter archiviare i tempi dei vostri Wod, sciorinate tutti i nomi di tutti gli esercizi come se fosse la cosa più naturale del mondo e le vostre amiche zumbaiole ormai vi evitano come una brutta malattia perché non tollerano più il vostro sguardo di sufficienza quando si parla di cosa fare per mantenersi in forma.
Loro non sanno, loro non possono capire, loro non immaginano il piacere perverso della fatica vera, della maglietta fradicia, loro mica la sanno fare una verticale a muro, e pensano che i burpees siano una specie di polpetta impanata. Profane, pentitevi e convertitevi.
Fidatevi di una super pigra che ha deciso di mettersi alla prova, e come vi direbbe un Crossfitter vero (mica una cazzara come la sottoscritta):
YBF: You’ll Be Fine – starai bene

IMG_0390